Artigianato Grafiche Reggiori srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Grafiche Reggiori srl FORMA GIURIDICA | società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | edizione in conto proprio e in conto terzi di cartoline, depliant, opuscoli, calendari, guide turistiche, stampati commerciali, editoria INDIRIZZO | Via per Mombello 42 | 21033 | Cittiglio (VA) CONTATTI | T. 0332–626246 | F. 0332-626206 Dalla tipografia all’attività commerciale (1903-1948) La storia della Arti grafiche Reggiori nasce nel 1903, data in cui Luigi Filippo Reggiori apre un’officina tipolitografica per lavori commerciali a Laveno in via Labiena presso il Palazzo Albergo Roma (poi Palazzo Baratelli). L’imprenditore è originario di Mombello dove è nato il 15 ottobre 1878 da Giovanni e Orsola Parlatini e ha svolto un’importante esperienza di tipografo compositore presso il «Corriere della Sera». Nella casa paterna di Mombello sposa nel 1900 Piera Bellorini; dal matrimonio nascono Fedora, Giampiero e infine Teresio (1917). Intorno al 1910 la tipografia viene assorbita dalla”Cartiera del mulino” di Besozzo che produceva cartonati, tra cui il carton-cuoio utilizzato come succedaneo per le suole delle scarpe. Nel 1927 le disponibilità economiche consentono a Luigi Filippo di costruire una propria abitazione a Laveno in via al Motto. Nel 1937, probabilmente in seguito alla crisi del 1929, la cartiera viene incorporata dalla Cartiera Beniamino Donzelli C.B.D. società anonima. Nel 1932 Luigi Filippo riapre la tipografia di Palazzo Baratelli con l’aiuto del figlio Teresio (Fedora fa l’insegnante e Giampiero è ingegnere delle Ceramiche di Laveno) che inizia a lavorare come compositore a mano e realizza semplici bozzetti grafici. Nel 1934 all’attività tipografica si aggiunge quella commerciale di cartoleria e vendita di cancelleria. Teresio matura in quegli anni una forte passione amatoriale per la fotografia. A casa realizza un piccolo laboratorio dove sviluppa le lastre fotografiche con le vedute delle località del Lago Maggiore e dei laghi vicini. Nel 1940 Teresio subentra al padre nella gestione dell’impresa aprendo una nuova ditta per l’esercizio di una cartoleria e il commercio all’ingrosso di carta e stampati. La tipografia di Palazzo Baratelli viene affittata a imprenditori milanesi e Teresio si trasferisce in un vicino magazzino situato in una traversa di via Labiena. Nel settembre 1945 Teresio sposa Maria Ferrato (detta Mara) che si inserisce subito nell’attività del marito curandone l’amministrazione. Dal matrimonio nascono Alvaro (1947) e Donatella (1954). Il boom economico e il successo delle cartoline (1949-1971) Il boom economico del secondo dopoguerra sostiene lo sviluppo del turismo nella regione dei laghi e Teresio vi coglie l’occasione per trasformare la propria passione amatoriale in un’attività imprenditoriale. Nel 1949, alla morte del padre, cede la tipografia a una ditta locale, l’impresa Rossetti (attualmente Grafica Lavenese) e nel 1951 apre una nuova ditta, la “Fotostampa Reggiori Teresio”, mantenendo la vendita all’ingrosso di carta e cancelleria. Teresio inizia a commercializzare cartoline turistiche in bianco e nero stampate presso terzi su cartoncino sensibile ai sali d’argento (bromuro d’argento) e utilizza l’importante archivio fotografico personale su lastra di vetro che, alla fine degli anni cinquanta, arriva a contare 15.000 pezzi. Nei primi mesi del 1950 Teresio sposta la propria abitazione da via al Motto a via Labiena, vicina alla sede lavorativa e nel 1954 inizia la costruzione di una nuova residenza, completata nel 1960, in via Roma 12 dove riunifica famiglia e attività commerciale. Verso la metà degli anni cinquanta si afferma sul mercato il gusto per l’immagine colorata che influenza il mercato della cartolina illustrata. Inizialmente si ricorre alla colorazione manuale del bianco e nero tramite colori all’anilina distribuiti col pennello sulle cartoline schermando le varie aree di colore con l’ausilio di maschere di zinco. L’impresa commerciale conosce in questa periodo una forte accentuazione in senso artigianale: vengono assunte sei operaie addette alla colorazione manuale delle cartoline . Alla fine degli anni cinquanta, l’utilizzo più generalizzato della pellicola a colori (diapositiva) nelle macchine fotografiche apre nuovi scenari tecnologici. In particolare permette la realizzazione di pellicole fotolitografiche per l’allestimento delle matrici offset mediante procedimento di selezione a sei colori (magenta, ciano, giallo, nero, rosa, celeste). Ciò consente di stampare cartoline a colori su normali cartoncini monopatinati di ordinaria produzione di cartiera. Inoltre il declino del bianco e nero è causa ed effetto del trasferimento all’estero della Tensi di Milano, un’impresa storicamente specializzata nella produzione del cartoncino sensibile; anche questo affretta la transizione al colore. La Reggiori si adegua alla nuova situazione: innanzi tutto la produzione di cartoline colorate a mano si conclude e l’impresa torna a occupare solo membri della famiglia; Teresio riprende la campagna di fotografie documentando i percorsi turistici con la nuova pellicola a colori (nasce un nuovo archivio parallelo al primo e ancora oggi in continuo aggiornamento); la produzione di nuove cartoline a colori viene effettuata presso tipografie di Milano e l’impresa si riserva il solo confezionamento a mano. I processi tipografici impongono quantità rilevanti per consentire il contenimento dei prezzi mentre il dettagliante acquista pezzature limitate di cartoline; ciò obbliga l’impresa a garantire lo stoccaggio del prodotto. Inoltre, grazie alle cartoline, la Reggiori avvia un’attività editoriale curando la realizzazione di guide turistiche stampate all’esterno ma rilegate in fabbrica. La seconda parentesi industriale (1972-2002) A questo punto sono mature le condizioni per una nuova trasformazione dell’impresa che si intreccia con la vicenda personale di Alvaro. Conseguito il diploma scientifico nel 1967, si iscrive al Politecnico di Milano. La passione per il disegno lo spinge tuttavia verso l’impresa di famiglia per cui, ripercorrendo le orme paterne, inizia a realizzare bozzetti grafici per i depliant e le illustrazioni delle guide turistiche. Decide pertanto di lasciare gli studi per inserirsi definitivamente nell’impresa, coordinando prima la fase di confezionamento/legatoria, poi l’intera attività. Alvaro punta a ricostruire la completezza del ciclo produttivo – dall’allestimento delle matrici, alla stampa, alla confezione ed alla vendita del prodotto finito – riportando l’impresa alla fisionomia industriale originaria. A tale scopo nel 1972 viene costruito nel comune di Cittiglio lo stabilimento attuale. Nel 1975 si sposa con Lia Zampini e, seguendo una tradizione familiare, la moglie collabora nell’impresa curandone l’amministrazione. Alla fine degli anni settanta lo stabilimento conosce un ampliamento dei magazzini per le
Officina meccanica di Claudio Pierobon
Artigianato Officina meccanica di Claudio Pierobon DENOMINAZIONE SOCIALE | Officina meccanica di Claudio Pierobon FORMA GIURIDICA | ditta individuale ATTIVITÀ PRINCIPALE | officina meccanica di precisione (componenti per motocicli e cicli da competizione) INDIRIZZO | Via Campiglio, 35 | 21040 | Oggiona con Santo Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331–217427 | F. 0331-217427 L’avvio dell’attività (1930-1959) Beniamino Pierobon, di origini venete, negli anni trenta lavora come meccanico in una ditta di Solbiate Arno. Durante la guerra diviene motorista aeronautico del conte Corrado Agusta e questa conoscenza influenzerà il corso della sua vita. Quando infatti, nel dopoguerra, Corrado Agusta avvia una produzione di motociclette decide di avvalersi della preparazione tecnica di Pierobon. Beniamino non volendo lavorare come dipendente, dà inizio, nel 1950, all’attività in un piccolo locale presso l’utensileria di suo cognato a Oggiona con Santo Stefano, poco distante dalla sede odierna. Dopo pochi anni, per la necessità di spazi più ampi costruisce la sede attuale che unisce l’abitazione all’officina. Dapprima, l’attività, si concentra sulle motociclette da competizione: il rapporto con Agusta si mantiene strettissimo in questi anni e Pierobon vive e partecipa direttamente alla storia della competizione motociclistica della MV Agusta. Un terreno adiacente all’officina viene addirittura adibito ad eliporto per accogliere gli elicotteri Agusta che, nei loro voli di collaudo, si fermano quotidianamente a caricare e scaricare le varie parti delle moto. Gli anni Sessanta e Settanta (1960-1979) Gli anni sessanta segnano un momento di grave difficoltà dell’attività che risente della più generale crisi del settore della moto causato dal diffondersi dell’automobile come mezzo di trasporto di massa. Il crollo del settore porta l’Agusta ad abbandonare totalmente la produzione di moto e la competizione motociclistica. Questa decisione coincide con la crisi strutturale dell’impresa di Pierobon che tenta di riconvertire ed allargare la produzione ad altri settori. Il momento di difficoltà si aggrava poiché coincide con l’inizio della malattia di Beniamino Pierobon, coadiuvato, a partire dal 1966, dal figlio Claudio che fin dall’infanzia ha vissuto a diretto contatto con l’officina. Nel 1971 l’impresa viene trasformata in società di fatto con l’ingresso di Claudio Pierobon come socio. Nel 1974, tuttavia, Beniamino abbandona l’attività per problemi di salute lasciando al figlio l’officina, che torna impresa individuale sotto la ditta “Pierobon Claudio”. Claudio ha frequentato il liceo scientifico e non ha una preparazione tecnica specifica e, senza l’aiuto del padre, deve far vivere l’impresa dandole un indirizzo che possa seguire personalmente. Abbandona pertanto la collaborazione con l’Agusta perché ciò avrebbe significato passare alla meccanica degli elicotteri, un salto di qualità cui non si sentiva preparato. Grazie all’aiuto di conoscenti e amici del padre, si inserisce nel settore moto, inizialmente per le lavorazioni più semplici. Si specializza nella componentistica per telai, lavorando principalmente per la Aermacchi (componenti del motofurgone Ercolino) e in seguito per il gruppo Cagiva. Verso la fine degli anni settanta, l’impresa è consolidata nel settore ed è ormai piuttosto importante e conosciuta. Lo sviluppo economico ha determinato un incremento del reddito e ora la moto torna in auge come veicolo del tempo libero. Sono anche gli anni in cui si scatena una forte concorrenza da parte delle marche giapponesi, tuttavia il settore italiano riesce ad assorbirla puntando sulla maggiore qualità delle produzioni. L’impresa ha come clienti la Ducati, la Cagiva, l’Aprilia, la Gilera. Sempre negli anni settanta a Claudio Pierobon viene chiesto di produrre particolari per le biciclette. L’impresa entra così nel settore ciclo che, nel corso degli anni, eguaglia il valore della produzione per il settore moto, sino anche a superarlo. Nel 1978 Claudio Pierobon sposa Celestina Noacco anch’essa imprenditrice, proprietaria di una impresa che commercializza condizionatori d’ambienti. Dagli anni Ottanta a oggi (1980-2006) Con gli anni ottanta è il settore ciclo che vive un’intensa fase di espansione grazie alla produzione di parti per le maggiori case italiane ed estere (Colnago, De Rosa, Pinarello, Specialized) e ad una progettazione spesso innovativa che si impone sui mercati e porta l’impresa ad essere per alcuni anni il numero uno del mercato nazionale ed internazionale. I volumi di produzione sono alti, anche perché Claudio Pierobon sceglie di non uscire direttamente sul mercato con un marchio proprio, in modo da poter rifornire più aziende e personalizzare secondo i desideri e le esigenze dei clienti le parti richieste. Verso la metà degli anni ottanta Claudio Pierobon decide anche di impegnarsi nell’associazionismo di categoria, ricoprendo nella Confartigianato cariche sempre più importanti. Dopo quindici anni lascia questi incarichi per la necessità di seguire da vicino la forte crescita della propria impresa. Nel 1992 l’impresa vive però un nuovo ciclo negativo che blocca la fase espansiva dell’attività. La crisi del Gruppo Cagiva toglie infatti a Pierobon gran parte del mercato della moto e i ritardi nei pagamenti portano l’impresa in una situazione finanziaria difficile, anche per l’assenza di un’adeguata copertura bancaria. Le difficoltà vengono superate grazie all’espansione sempre maggiore nel settore ciclo che porta l’impresa ad appoggiarsi a fornitori esterni per coprire le accresciute esigenze di produzione. A partire dal 2000 però i volumi di produzione cominciano repentinamente a diminuire a causa della concorrenza dei paesi asiatici di nuova industrializzazione. Alla radice di questa nuova e più radicale crisi stanno gli effetti imprevisti della delocalizzazione industriale che ha portato le imprese italiana a esportare saperi tecnologici verso paesi una volta arretrati ma ora concorrenti incontenibili. I paesi emergenti non si limitano più alla produzione di semilavorati o di prodotti intermedi: oggi fanno la loro comparsa prodotti finiti di buon livello al punto da mettere fuori mercato i prodotti italiani. La concorrenza diventa insostenibile anche per l’abilità dei nuovi produttori di replicare immediatamente le innovazioni tecnologiche, cosa che vanifica i continui sforzi di progettazione e la presentazione di nuovi modelli, spesso copiati nell’arco della stessa stagione. La situazione è sufficientemente complessa perché Pierobon guardi con prudenza all’idea dell’inserimento del figlio Marco nell’impresa. Da un lato vi vede lo sviluppo naturale di una passione per i motori e di un’intelligenza tecnica che accomuna padre e figlio. Dall’altro, è lieto che Marco stia valutando la possibilità di iscriversi all’università per conseguire
Rossi d’Angera Srl
Artigianato Rossi d’Angera Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Rossi d’Angera Srl FORMA GIURIDICA | società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | produzione grappe e liquori INDIRIZZO | via Puccini, 20 | 21021 | Angera (VA) CONTATTI | T. 0331–930248 | F. 0331-932941 | W. https://www.rossidangera.com/ Dalle origini al primo dopoguerra (1847-1924) Secondo la tradizione familiare, la Rossi d’Angera produce grappa fin dal 1847. Tutta la zona, in quel periodo, conosce una diffusione importante della coltivazione della vite che alimenta anche la produzione di superalcolici per il consumo personale. In quest’epoca i superalcolici fanno parte dell’alimentazione quotidiana e non vengono considerati beni voluttuari. Il fondatore dell’azienda, Bernardo Rossi, dopo un’esperienza come falegname, avvia un’attività in proprio utilizzando le vinacce locali. La produzione è quindi stagionale e legata alla vendemmia. L’attività, proseguita dal figlio Carlo insieme ai fratelli, all’inizio del Novecento viene rilevata da Arturo Rossi (nipote del fondatore), che in precedenza aveva lavorato presso una piccola industria di aromi, essenze e liquori ad Arona. Da una prima fase artigianale si passa a una produzione di tipo industriale: accanto al prodotto base, la grappa, compaiono i primi liquori. È di questo periodo l’acquisto della sede in via Mazzini ad Angera e l’utilizzo dei primi alambicchi industriali. Nel 1913 l’azienda partecipa, a Varese, alla manifestazione “Mostre riunite” ottenendo la medaglia d’oro per i liquori. L’impresa, affermata in tutto il Verbano, conosce una fase di crisi a causa della Grande guerra; Arturo Rossi viene mobilitato con i Granatieri di Sardegna e combatte sul Carso. L’attività è affidata alla moglie Anna Zingaro che, insieme ai suoi tre fratelli, la prosegue chiedendo consigli nelle lettereche invia al marito al fronte. L’attività dal 1925 fino al secondo dopoguerra (1925-1949) Nel primo dopoguerra si ha una nuova fase espansiva. La ditta viene registrata in Camera di commercio come “Rossi Maffei Arturo”. Negli stessi anni Arturo, è podestà del comune di Angera e ricopre importanti cariche nelle associazioni di categoria. L’attività dell’impresa si sviluppa anche grazie all’introduzione del ciclo continuo nella lavorazione delle vinacce. Vengono perfezionate le ricette dei liquori e si avvia la produzione di grappe invecchiate. In questi anni Bernardo Rossi, figlio di Arturo e Anna Zingaro, è spesso ospite di parenti in Francia, dove ha modo di coltivare un sistema di relazioni personali che si rivelerà essenziale nel secondo dopoguerra. In particolare frequenta la casa del ministro Carlo Sforza. Durante il soggiorno in Francia conosce e apprezza i distillati e i liquori del posto, più raffinati e invecchiati di quelli italiani. Dagli anni trenta Bernardo Rossi, laureatosi in giurisprudenza con una tesi su L’imposta di produzione sugli spiriti in Italia, entra nell’impresa che diventa società di fatto e ripercorre l’impegno del padre nella Federazione nazionale distillatori. Partecipa al censimento delle distillerie dell’alto Veneto e del Trentino acquisendo una forte esperienza nel settore. Durante la Seconda guerra mondiale la produzione si riduce notevolmente poichè l’alcool viene requisito dallo stato e rimborsato a prezzi molto bassi. Dagli anni cinquanta agli anni ottanta (1950-1979) Finita la guerra, Bernardo Rossi abbandona la professione legale e si dedica completamente all’azienda. Nel 1950 Arturo Rossi, la moglie Anna e il figlio Bernardo costituiscono con sede a Milano la “Rossi d’Angera distillatori” società a responsabilità limitata che prosegue l’attività della precedente “Rossi Arturo di Arturo Rossi e C.” cessata nello stesso anno. Bernardo mantiene i contatti personali avviati in Francia con la famiglia del ministro Carlo Sforza e tramite essa conosce Cesare Merzagora e Alcide De Gasperi. In questi anni, Arturo e il figlio Bernardo si impegnano in politica nelle fila della Democrazia cristiana. Entrambi rivestono cariche nell’amministrazione provinciale: Arturo come assessore all’agricoltura e al turismo, Bernardo ricopre la carica di assessore al turismo. Scomparso il padre Arturo nel 1958, Bernardo avvia il rinnovamento dell’azienda: l’insegna, da semplice “Rossi”, viene modificata in “Distilleria Rossi D’Angera” mentre vengono adottati il marchio e il logo ancora oggi utilizzati. Viene modernizzata la distilleria, ridisegnate tutte le etichette, adattate le ricette ai gusti degli anni sessanta. In Italia stanno cambiando i gusti e i superalcolici non vengono più consumati come un semplice alimento ma sono considerati e apprezzati come un bene voluttuario. Con l’intenso sviluppo economico ed edilizio degli anni sessanta i vigneti della zona tendono a sparire e le vinacce locali non sono più sufficienti a garantire la produzione. Alcune distillerie decidono di trasferirsi abbandonando Angera e avvicinandosi alle terre di produzione vinicola, soprattutto in Piemonte. All’opposto la Rossi d’Angera fa la scelta di radicarsi sul territorio rifornendosi di materia prima in Piemonte e in Toscana. Negli anni settanta Bernardo e la moglie Adele sono affiancati dal figlio Arturo nella conduzione dell’impresa. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2006) All’inizio degli anni ottanta, Arturo diviene titolare dell’impresa; la moglie, Bruna Rapetti lo affianca nell’attività acquisendo la quota della nonna Anna Zingaro. È un breve periodo di ripresa delle vendite cui segue la nuova fase di crisi apertasi con gli anni novanta. Oggi segnali positivi sul futuro dell’attività vengono sia da un rifiorire della viticoltura nel territorio di Angera, sia dagli sforzi degli organismi locali – tra cui la Camera di commercio – per il riconoscimento ai vigneti dell’indicazione geografica tipica (Igt). Questi elementi hanno spinto l’impresa a investire sul proprio futuro e a trasferirsi in una nuova e più moderna sede nella zona industriale di Angera. I marchi rappresentano una delle ricchezze principali dell’impresa. Di qui la necessità di difenderli da contraffazioni e di tutelare il diritto all’uso. La storia della Rossi d’Angera racchiude anche l’episodio di una battaglia legale, poi vinta, contro il gigante “Martini e Rossi” di Torino determinata dalla coincidenza del nome nelle due case commerciali. Secondo la tradizione familiare, la Rossi d’Angera produce grappa fin dal 1847. Tutta la zona, in quel periodo, conosce una diffusione importante della coltivazione della vite che alimenta anche la produzione di superalcolici per il consumo personale. In quest’epoca i superalcolici fanno parte dell’alimentazione quotidiana e non vengono considerati beni voluttuari. Il fondatore dell’azienda, Bernardo Rossi, dopo un’esperienza come falegname, avvia un’attività in proprio utilizzando le vinacce locali. La produzione è quindi stagionale e
Marchetti srl
Artigianato Marchetti srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Marchetti srl FORMA GIURIDICA | società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | lavorazione del legno e realizzazione di strutture e tetti in legno INDIRIZZO | via Stehli, 9 | 21010 | Germignaga (VA) CONTATTI | T. 0331–532730 | F. 0331-511388 | W. https://www.legnamimarchetti.it I Marchetti falegnami in Germignaga: Giovanni, Piero e ancora Giovanni (1890-1945) L’origine dell’attività di falegnameria dei Marchetti a Germignaga si perde nella seconda metà del XIX secolo. La prima traccia che attesta la presenza di un membro della famiglia in questo campo è un documento degli anni quaranta dell’Ottocento con cui l’esercito austriaco congeda dal servizio Giovanni Marchetti, di professione falegname. Altri documenti confermano che Piero, figlio di Giovanni, è attivo come falegname nell’ultimo decennio dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento: un quaderno con un elenco dei lavori eseguiti negli anni 1892-1893 e un Diploma con medaglia d’oro “per ottima fabbricazione di botti” della Mostra internazionale di Genova del 1913. Il premio ricevuto a Genova, oltre a testimoniare la qualità del lavoro dei Marchetti in quegli anni, fornisce utili indicazioni sulla specializzazione produttiva – le botti – e sull’intraprendenza dell’impresa che partecipa a un evento così rilevante e così distante dalla sede. Nel corso del XIX e nella prima metà del XX secolo Germignaga si trasforma da piccolo borgo agricolo a cittadina industriale di una certa importanza: la popolazione cresce dai circa 1000 abitanti del 1867 ai 2600 del 1920 e il paesaggio urbano si popola di stabilimenti di varie dimensioni. Nel 1917 avviene il secondo passaggio generazionale: Giovanni (1890-1972), figlio di Piero Marchetti e di Giuseppina Frapolli, costituisce la propria ditta individuale e prosegue il lavoro del padre. Il campo di attività rimane il medesimo, come indicato nella costituzione della ditta: bottaio. La sede della ditta viene mantenuta nel centro di Germignaga, in via Vittorio Emanuele II 23, dove già lavorava Piero e dove l’impresa è attiva fino al 1980. Alcuni anni dopo la via viene intitolata a Luigi Cadorna e tra il 1928 e il 1947 il Comune di Germignaga viene annesso a quello di Luino. Intorno al 1930 Giovanni sposa Rosa Carolina Cerinotti e nel volgere di alcuni anni la famiglia si allarga con la nascita di cinque figli: Teresa, Piero (morto prematuramente a due anni), Piero, Giuseppe e Maria. Carolina è una donna intraprendente e capace, in grado di assistere il marito – e in seguito i figli – nell’amministrazione dell’impresa. I due coniugi Giovanni e Carolina sono inoltre tra i benefattori dell’asilo infantile di Germignaga, di cui Carolina è presidente per molti anni. Nel laboratorio di via Cadorna vengono eseguite tutte le fasi di lavorazione che, durante la guerra, sono sostenute dall’espansione di una piccola attività di segheria. In una carta intestata del 1940 si nota che, accanto alla tradizionale produzione di “botti, tine, vasche, mastelli e secchie”, viene pubblicizzato un “assortimento in legnami d’opera”. L’ingresso nelle produzioni per l’edilizia e l’apertura della segheria (1946-1968) Nel secondo dopoguerra l’impresa prosegue con la duplice attività di falegnameria e di segheria. In entrambi i campi Giovanni Marchetti riesce ad adattarsi al contesto di mercato profondamente mutato. L’utilizzo di recipienti in legno diviene sempre più raro in ambito domestico, dove vengono sostituiti da altri materiali come il ferro smaltato, il vetro e la plastica. Il mercato del vino sfuso si contrae gradualmente e con esso la domanda di botti, il cui uso resta prerogativa dei soli produttori vinicoli. Una nuova opportunità è offerta dall’intenso sviluppo dell’edilizia nel periodo della ricostruzione, che spinge la Marchetti alla produzione di travi, serramenti e altri componenti, realizzati nel periodo invernale per poi essere montati a partire dalla primavera. La dipendenza dal ciclo stagionale dell’edilizia è tuttavia compensata per alcuni anni dalla più tradizionale produzione di oggetti per il consumo domestico. Nel corso degli anni cinquanta Giovanni, oltre che dalla moglie, comincia ad essere affiancato dai figli, che inizialmente lo accompagnano nei viaggi di lavoro. L’acquisto del legname allora veniva effettuato nei luoghi di provenienza, come i boschi della vicina Val Vigezzo o le più lontane foreste austriache e svizzere, dove le piante venivano scelte ancora “in piedi”, prima del taglio. Nei ricordi tramandati in famiglia queste trasferte in motocicletta sono importanti momenti di formazione professionale ma anche occasioni di turismo e di approfondimento culturale. Lo sviluppo dell’attività di segheria negli anni cinquanta e le crescenti dimensioni dei macchinari rendono necessario un ampliamento degli spazi produttivi: viene acquistata l’area in via Stehli, a Germignaga, dove nei primi anni sessanta viene edificato il nuovo stabilimento e dove la società opera tuttora. La famiglia Marchetti mantiene in via Cadorna oltre all’abitazione la sede dell’impresa e il laboratorio di falegnameria, mentre tutto il reparto di segheria viene trasferito nel nuovo insediamento: qui l’attività può svilupparsi senza troppe costrizioni logistiche. La stagionatura naturale del legno necessitava allora di tempi lunghi e spazi ampi, che vengono ridotti grazie all’uso di forni consentendo così di allargare il magazzino. Il rifornimento di materia prima avviene con l’acquisto sia di tronchi interi da lavorare secondo la necessità, che di travi, assi e tavole in formati standard. Con l’avanzare dell’età di Giovanni i figli subentrano operativamente nell’impresa, di cui tuttavia il padre resta unico titolare fino al 1969: Piero dirige il reparto di segheria, Giuseppe si occupa della falegnameria e Maria cura con la madre la contabilità di entrambe le attività; Teresa è l’unica che non assume ruoli operativi. In quegli stessi anni la famiglia Marchetti si allarga in seguito ai matrimoni di Piero con Maria Vittoria Parigi nel 1962 e di Giuseppe con Celestina Pasqua nel 1967. Da Piero e Maria Vittoria nascono Patrizia nel 1963, Giovanni nel 1966 e Roberta l’anno successivo; da Giuseppe e Celestina nascono Alessandro nel 1968 e Giancarlo nel 1971. Piero e Giuseppe decidono tra il 1965 e il 1967 di trasferirsi con le famiglie in una palazzina a due piani presso lo stabilimento di via Stehli. I figli crescono così a diretto contatto con l’ambiente di lavoro e assieme al loro gruppo di amici
Guidali
Artigianato Guidali DENOMINAZIONE SOCIALE | Guidali lavorazioni del legno di Guidali Alberto & c. sas FORMA GIURIDICA | società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | falegnameria, produzione, riparazione e commercio di serramenti e mobili in legno INDIRIZZO | Corso Sempione 19 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331–795301 | F. 0331-795301 Dall’avvio dell’attività fino ai primi anni trenta (1893-1929) La storia imprenditoriale della famiglia Guidali comincia con l’apertura di una falegnameria intestata ai fratelli Giovanni e Vittorio (detto Vittore): l’iscrizione all’anagrafe commerciale della Camera di commercio di Milano consente di datare l’inizio dell’attività nel 1893. I due falegnami sono figli di Protaso e di Paola Limido, contadini originari di Rovate, frazione di Carnago, trasferitisi a Gallarate con i loro sei figli: oltre a Giovanni e Vittorio vi sono Alessandro, Maria, Baldessare e Luigi. La “vasta bottega da falegname”, fornita di attrezzi, con annesso deposito per il legname, è ricavata all’interno di un complesso edilizio che Protaso alla sua morte, avvenuta nel settembre 1888, lascia in usufrutto alla vedova e in eredità ai figli. Il complesso consta di una casa con giardino, di un portico e di un’altra casa in cui è collocata al piano terra la falegnameria. L’edificio si affaccia sull’importante asse viario che da Gallarate porta a Sesto Calende, separato dall’antica chiesetta di San Rocco solo da una strada campestre. Ancora oggi l’azienda ha qui la sua sede, al numero 19 di corso Sempione, che per un certo periodo prese il nome di via Amedeo di Savoia. Sopra il laboratorio vi sono le abitazioni di Maria e Vittorio. In questi spazi vivranno e lavoreranno anche molti dei loro discendenti, organizzati secondo il modello della famiglia “allargata”. Gli altri fratelli Guidali già alla fine del secolo si sono stabilmente insediati a Beckenried, sul lago svizzero dei Quattro Cantoni. Sono infatti titolari di un’azienda di costruzioni stradali che avrà molta fortuna, trasferendo poi la sede a Lucerna. Anche Giovanni, in origine titolare della falegnameria, raggiunge i fratelli in Svizzera, ma diversamente da loro conserva la cittadinanza italiana. Pur avendo solo l’istruzione elementare, si cimenta con successo nella scultura del legno e si dimostra abile disegnatore. Si deve a lui la realizzazione dello schizzo del capitello che viene scelto dai nipoti come marchio dell’azienda. La falegnameria quindi viene gestita da Vittorio, che si è formato professionalmente lavorando come apprendista nel mobilificio gallaratese di Andrea Macchi e, dopo i quattro anni di servizio militare, in un’analoga azienda bustese. Nel 1907 scioglie formalmente il sodalizio col fratello e registra una ditta individuale, la “Guidali Vittore”, specializzata nella produzione di “serramenti e affini”. La sua preferenza va alla costruzione di mobili, che soddisfano maggiormente la sua abilità professionale e che garantiscono un guadagno più continuativo nel corso dell’anno. Vittorio tuttavia non ignora le opportunità di lavoro offerte da quel nuovo ceto di professionisti e imprenditori del gallaratese che si stanno costruendo case e villette sia in città che nei centri di villeggiatura marini e montani. Per le loro abitazioni richiedono serramenti di qualità, realizzati prevalentemente con legni italiani, soprattutto abete e larice. Date le tecniche di lavorazione dell’epoca, la realizzazione dei serramenti per una villa può richiedere anche un anno di lavoro. Le commesse non mancano e l’azienda si consolida. La seconda generazione. Dagli anni trenta agli anni cinquanta (1930-1959) Vittorio introduce progressivamente nell’azienda il figlio Giuseppe, l’unico maschio nato dal matrimonio con Luigia Mocchetti. Giuseppe ha una solida formazione scolastica, avendo effettuato studi tecnici a Gallarate. Dopo il diploma, viene inviato al fronte nella Grande guerra. Ferito due volte, ha una scheggia di cannone nella clavicola ma questa ferita non gli impedisce di macinare chilometri in bicicletta, sport di cui è appassionato. Sposato con Rosa Guffanti (detta Rina), Giuseppe ha sette figli: due maschi, Vittore e Luigi e cinque femmine: Anna, Natalina, Celestina, Carla, Maria Pia. Nessuna di loro partecipa alla vita aziendale e una diventa suora missionaria: una scelta che non sorprende dal momento che i genitori sono molto religiosi. I figli maschi invece iniziano presto a collaborare col padre e, se pure per poco tempo, anche con il nonno. Vittore, all’età di dodici anni inizia il suo percorso di apprendistato professionale nel laboratorio di famiglia e Luigi fa altrettanto dopo aver frequentato la terza commerciale. Rispetto al padre, che aveva orientato l’attività alla produzione di mobili, Giuseppe preferisce incentivare quella dei serramenti. Nel 1938 la ditta acquisisce un importante cliente, l’Ospedale “S. Antonio Abate” di Gallarate, di cui cura soprattutto la manutenzione degli infissi e al cui interno crea un piccolo laboratorio attrezzato in cui lavora stabilmente un operaio. Questo tipo di lavoro ha il vantaggio di poter essere svolto anche nei mesi invernali, quando le altre attività edilizie sono cessate. Nel 1944 Giuseppe ha ormai raggiunto la soglia dei 46 anni ed ha un’esperienza di vita e di lavoro sufficienti per dare garanzie di continuità nella conduzione dell’azienda, nonostante le differenze rispetto al padre. Il 1 maggio 1944, all’età di 78 anni, Vittorio cede ufficialmente l’attività al figlio, che registra una ditta individuale a lui intestata. Tre anni più tardi, alla sua morte, le figlie Rina, Elena, Laura, Maria e Paolina ereditano una quota delle sostanze paterne ma non entrano a far parte dell’azienda. L’opera di Vittore e Luigi Guidali. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1960-1989) Nel dicembre 1963 Giuseppe muore e la ditta individuale a lui intestata cessa. Vittore e Luigi ne continuano l’attività sotto forma di società di fatto mantenendo nell’oggetto la riparazione, costruzione e commercio sia di mobili che di serramenti in legno. In un primo momento la moglie di Vittore, Giancarla Dettone, si occupa della contabilità aziendale ma dopo qualche tempo lascia l’incombenza al cognato. La moglie di Luigi, di nazionalità francese, non è invece coinvolta nell’impresa. I due fratelli si dividono i ruoli: Vittore segue prevalentemente la produzione, Luigi sovrintende alla posa dei serramenti e all’amministrazione. Negli anni del boom economico molti concorrenti diversificano l’attività, entrando nel settore dei cantieri che, data la tumultuosa espansione edilizia, offre grandi opportunità di guadagno. I fratelli Guidali invece restano fedeli
Mamba maglificio di Magnaghi Paolo
Artigianato Mamba maglificio di Magnaghi Paolo DENOMINAZIONE SOCIALE | Mamba maglificio di Magnaghi Paolo FORMA GIURIDICA | Ditta individuale ATTIVITÀ PRINCIPALE | maglieria INDIRIZZO | via A. Boito, 6 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331–635313 | F. 0331-635313 L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1930-1949) La storia del maglificio Mamba Magnaghi nasce nel 1947 a Busto Arsizio, quando Angelo Magnaghi costituisce una ditta individuale in via Rovetta.Angelo proviene da una famiglia che, secondo le migliori tradizioni varesine, ha nel sangue il lavoro e l’impresa. I nonni di Angelo emigrarono in America in cerca di fortuna, il fratello Giovanni assieme al cognato Mario Tovaglieri avviò il maglificio Tovaglieri e Magnaghi a Busto Arsizio. Qui, il giovane Angelo, inizia il proprio apprendistato agli inizi degli anni trenta e già nel 1934 coglie l’occasione per mettersi in proprio trasferendosi con la moglie Maria Crespi a Torino. Nonostante il capitale esiguo, l’impresa è ben avviata e conta presto una decina di operai. A Torino la famiglia si ingrandisce perché nascono Eliana ed Ermanno, ma nel 1939 Angelo liquida l’attività per aprire una maglieria in via Molino a Busto. Lo scoppio della guerra e il richiamo alle armi lo costringono a liquidare il maglificio ricavando una somma cospicua che tuttavia, alla fine del conflitto, gli permetterà appena di acquistare una macchina tubolare ancora oggi in funzione. Gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta (1950-1969) A Busto, in via Rovetta, Angelo riprende la propria attività. Sono anni di sviluppo intenso, grazie anche alla piena dedizione al lavoro di entrambi i genitori. Maria Crespi, che prima della guerra aveva lavorato presso la tessitura Milani e Nipoti, affianca il marito accudendo contemporaneamente all’impresa e alla casa collocate nello stesso stabile. Angelo si occupa dei rapporti con i clienti e i fornitori, la moglie del personale e dell’amministrazione. Anche il piccolo Ermanno, tornando dalla scuola elementare, aiuta i genitori nei lavori più semplici. Da lì, progressivamente, passa a operare su tutte le macchine, acquisendo quella competenza globale sulla produzione che è caratteristica del lavoro artigiano. I macchinari per la maglieria sono tedeschi e inglesi perché il settore meccanotessile non si è ancora sviluppato sul territorio mentre i filati provengono dalle numerose filature presenti nella zona del bergamasco e bresciano. Prevalgono i misti lana e le fibre sintetiche, di qualità inferiore rispetto alla lana e al cotone. In questo ventennio la piccola impresa Magnaghi si costruisce uno spazio di nicchia riuscendo a sopravvivere tra grandi concorrenti: punta sulla differenziazione del colore nei prodotti e sulla realizzazione di capi particolari, il cui consumo limitato non consente produzioni di massa. Anche la commercializzazione dei prodotti avviene secondo forme diverse da quelle attuali: il produttore ha rapporti esclusivamente con il grossista e la vendita non è a capo, ma a peso. Con gli anni sessanta l’evoluzione del settore e il miglioramento del tenore di vita portano l’impresa ad abbandonare i filati misti e a utilizzare esclusivamente il cotone. Migliora anche l’attenzione al modo di presentare i prodotti: dalla vendita a peso si passa alla vendita a dozzine. Nel 1963 l’impresa si trasferisce nella sede attuale in via Boito, in un edificio costruito da Angelo Magnaghi dove risiede anche la famiglia. Gli anni Settanta e Ottanta (1970-1989) Nel 1973 Ermanno, sposatosi nel frattempo con Cristina Cabella, affianca il padre nell’impresa, che si trasforma in società di fatto “Mamba – di Magnaghi Angelo e Magnaghi Ermanno”. La moglie vi è coinvolta e si occupa dell’amministrazione e del rapporto con i dipendenti. La situazione economica è positiva e favorisce gli investimenti tecnologici: i nuovi macchinari sono rapidamente ammortizzati. Il numero di dipendenti è di 8. Con gli anni settanta, l’introduzione della normativa sull’iva rende più complessa la gestione amministrativa e impone un livello più ampio di formalità cui però l’impresa riesce a far fronte. Nel 1978 Angelo abbandona l’attività, Ermanno diventa titolare unico dell’impresa che torna alla forma giuridica della ditta individuale. Con la fine degli anni ottanta lavorano nell’azienda anche i figli di Ermanno, Manuela e Paolo. Per Manuela ciò comporta l’abbandono della facoltà di medicina, mentre per Paolo le competenze informatiche acquisite a scuola vengono applicate soprattutto nell’ambito amministrativo. Per entrambi i figli, l’inserimento nell’impresa è diverso da quello delle generazioni precedenti: soprattutto per Paolo, il punto di forza non è la competenza tecnico-professionale, bensì la costruzione di un rapporto solido con la clientela. Gli anni novanta (1990-2006) Gli anni novanta sono gli anni della crisi. La deindustrializzazione del territorio e la delocalizzazione delle imprese trasforma la struttura socio-economica del territorio. Spariscono le medie e grandi fabbriche di filati: i produttori si riforniscono della materia prima facendola affluire dai paesi in via di sviluppo e quindi si terziarizzano. La crisi ha determinato la chiusura di molte imprese, il calo dell’occupazione nel territorio e quindi la contrazione del potere d’acquisto della popolazione. Alla lunga, la terziarizzazione del comparto tessile si è ritorto contro le scelte degli industriali stessi. Paradossalmente, nel breve periodo la crisi delle grandi imprese non ha depresso la piccola impresa che, per un certo periodo, ha conosciuto un’espansione della propria fetta di mercato. Solo negli ultimi anni il riflusso ha investito anche le piccole imprese e ciò ne ha modificato l’organizzazione del lavoro: oggi la piccola impresa ricorre sempre di più alla collaborazione di terzisti che resistono specializzandosi su segmenti molto limitati della produzione. L’impresa acquista il filato, produce la maglia per realizzare la biancheria intima e le t-shirt. Il tessuto viene inviato nelle tintorie e nelle stamperie per essere tinto e candeggiato; al ritorno viene tagliato e rinviato all’esterno per il confezionamento. Infine, si controlla la qualità del prodotto, lo si stira, lo si imbusta e lo si vende. In altri termini, l’attività artigiana si trasforma mescolando le tradizionali funzioni produttive con nuove funzioni di coordinamento e controllo della qualità. La cessione di parte dell’attività manufatturiera ai terzisti consente di controllare meglio la formazione del prezzo e di dare all’impresa una struttura quanto più leggera possibile. Ne consegue che il numero degli occupati oggi è sceso a 3. Parallelamente, la
Fratelli Buzzetti
Artigianato Fratelli Buzzetti DENOMINAZIONE SOCIALE | F.lli Buzzetti snc di G. Buzzetti & c. FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | produzione di pesi per prove sulle bilance e commercio di apparecchi per pesature INDIRIZZO | Via Varesina, 8| 21040 | Jerago con Orago (VA) CONTATTI | T. 0331–217430 | F. 0331-736279 Nel territorio dei bilanciai (1900-1934) Giovanni Buzzetti nasce a Jerago con Orago nel 1881. Come spesso succede in quest’epoca, abbandona prematuramente la scuola fermandosi alla “licenza” di terza elementare. Lavora quindi come apprendista presso una ditta di Gallarate che porta il suo stesso cognome: la “Buzzetti pesi e misure”. Con lo sviluppo degli scambi e dei commerci, nell’area tra Gallarate, Cavaria e Oggiona è sorto un polo di eccellenza specializzato nella produzione, vendita ed esportazione di bilance. Nel 1886 nasce a Oggiona con Santo Stefano la stessa Italiana Macchi, storica impresa del settore attiva ancora oggi. Ultimata la fase dell’apprendistato, Giovanni Buzzetti decide di mettersi in proprio. Nel 1908 costituisce la ditta individuale F.lli Buzzetti per la produzione di strumenti di misura, con laboratorio a Jerago con Orago e due anni dopo apre una filiale a Milano in via Settala, gestita insieme al fratello Mario, succedendo a una preesistente attività condotta da Giacomo Ferioli. Bilancia costruita dall’impresa Buzzetti. Anni venti – trenta, Archivio d’impresa.Dopo l’introduzione del sistema metrico decimale avvenuta nel 1861, una serie di regi decreti provvedono nel frattempo a uniformare e regolamentare la fabbricazione di pesi e misure in tutto il territorio nazionale. Durante la Prima guerra mondiale, la ditta Buzzetti produce bilance per l’esercito italiano, oltre che per la clientela tradizionale rappresentata da grossisti e rivenditori. Una parte significativa della produzione viene inoltre esportata in Argentina. Si realizzano sia bilance comuni, di uso domestico o commerciale, che bilance speciali, come il pesa bambini o quelle di precisione destinate alle farmacie. Le maestranze dell’impresa Buzzetti negli anni venti. Archivio d’impresa. Nel 1923 la ditta Buzzetti è premiata con la medaglia d’oro alle Esposizioni internazionali di Roma e di Anversa. Nel 1929 Giovanni recede dalla società con il fratello Mario, che la prosegue autonomamente come ditta individuale fino al 1961, quando si ritira dall’attività. All’inizio degli anni trenta l’impresa conta dai 15 ai 20 dipendenti: i fabbri-artigiani forgiano con l’incudine e il martello l’ottone portato ad incandescenza nella fucina, ottenendo piatti di diversa forma e ampiezza; la cassa della bilancia può essere in legno, impreziosita da intarsi nella versione di lusso, o in marmo se utilizzata da macellerie e salumerie. Laboratorio e abitazione di famiglia si trovano in via all’Autostrada di Jerago con Orago. Da piccola impresa a microimpresa famigliare (1935-1980) Nel 1935 la ditta F.lli Buzzetti di Giovanni Buzzetti cessa l’attività e viene quindi ceduta, con l’inizio del 1937, a Guglielmo Buzzetti, nato nel 1914, figlio di Giovanni, che continua peraltro a prestare la propria opera in laboratorio. L’impresa conserva la forma giuridica di ditta individuale e assume la nuova denominazione di “Buzzetti Guglielmo”.A seguito dei danneggiamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale, chiude invece per sempre la “succursale” di Milano. L’officina artigiana di Jerago con Orago si trasferisce nella vicina via Varesina, dove, nel rispetto della contiguità fisica tra casa e bottega, va ad abitare anche la famiglia. Pubblicità della bilancia marca Sibar costruita dall’impresa Buzzetti negli anni trenta. Archivio d’impresa. A partire dagli anni cinquanta, Guglielmo assume definitivamente la guida dell’impresa e introduce nuovi e più moderni macchinari, iniziando ad automatizzare lavorazioni sino a quel momento eseguite quasi esclusivamente a mano. Egli è coadiuvato per alcune operazioni, come la prova peso dei pezzi creati con le macchine, dalla moglie Anna Simonetta. Dei 15 dipendenti di un tempo sono rimasti soltanto due operai, che lasciano poi la Buzzetti per lavorare altrove. Quando, nel 1963, muore Giovanni Buzzetti, gli addetti al laboratorio sono in pratica ridotti a due: il titolare e la moglie. Il venir meno delle esportazioni di bilance in Argentina è compensato, sopratutto a partire dalla seconda metà degli anni settanta, dall’aumento della clientela locale e nazionale, perseguito attraverso l’affidabilità dei prodotti e, per un’impresa che non ha mai investito in pubblicità, con il passaparola delle aziende acquirenti. In questo periodo la fabbricazione di bilance meccaniche combinate con i pesi costituisce ancora il business principale della Buzzetti. Ad essa si aggiunge la produzione di “bronzine” o cuscinetti in bronzo, di pesi (anche di 1.000 kg) per controllare le pese di elevata portata, nonché di contrappesi per effettuare le prove di trazione di determinati macchinari. Bilancia costruita dall’impresa Buzzetti negli anni settanta. 2012, Archivio fotografico Centro per la cultura d’impresa.L’incremento delle richieste è affrontato con l’inserimento attivo nel laboratorio, in qualità di coadiuvanti, dei figli maschi del titolare, che da sempre vivono a contatto con la bottega paterna. Giorgio, nato nel 1952, frequenta le scuole serali, lavora per qualche anno in una fabbrica di ingranaggi e quindi rientra nell’azienda di famiglia. Giovanni, nato nel 1960, frequenta sino al terzo anno la scuola per perito meccanico e nel 1979, dopo il servizio militare, affianca il fratello e il padre nella conduzione del laboratorio. Giorgio e Giovanni hanno due sorelle, che intraprendono percorsi lavorativi differenti: tuttavia una di loro, impiegata presso una ditta, dà una mano per la tenuta della contabilità. La crisi delle bilance meccaniche e il difficile presente (1981-2011) La buona dinamica degli ordinativi prosegue negli anni ottanta e porta, nel 1986, alla ristrutturazione e all’ampliamento dell’officina, che raddoppia la superficie operativa (da 150 a 300 mq), consentendo una disposizione e un uso più efficienti di macchinari e attrezzature. Il processo produttivo è ormai del tutto automatizzato, mentre gli interventi più propriamente manuali si limitano a poche fasi lavorative quali la limatura-taratura dei piccoli pesi da un grammo, che implica una pazienza e precisione da farmacista. Per onorare l’80° della nascita dell’impresa viene realizzata una bilancia speciale, che prende lo spunto da un vecchio modello degli anni venti conservato in una vetrinetta dell’ufficio. Un oggetto quest’ultimo che potrebbe ben figurare nel Museo della bilancia di Campogalliano, in provincia di Modena. Pesa per
Fabbrica Pipe di Carlo Ceresa & C.
Artigianato Fabbrica Pipe di Carlo Ceresa & C. DENOMINAZIONE SOCIALE | Fabbrica pipe di Ceresa Carlo e c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione delle pipe e articoli per fumatori in genere INDIRIZZO | Via Don Castiglioni, 3 | 21012 | Cassano Magnago (VA) CONTATTI | T. 0331-201134 | F. 0331-201134 La nascita dell’impresa (1890-1925) Nel Gallaratese, intorno alla metà dell’Ottocento tra le varie attività di natura artigianale si afferma anche la lavorazione di pipe. La disponibilità del corno degli animali con cui si realizzavano i bocchini alimenta anche una ricca produzione di manici di ombrelli e pettini. Con i primi decenni del Novecento altri materiali, come l’ebanite, avrebbero sostituito il corno; tuttavia in questa prima fase il legame con l’allevamento dei bovini diventa un fattore di localizzazione nella produzione di pipe. Viceversa, la radica viene importata dalle regioni italiane meridionali e dalle isole. Il fondatore, Gerolamo Ceresa. Primi anni cinquanta, Archivio d’impresa.Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, Gerolamo Ceresa avvia una attività nel settore delle pipe lavorando come terzista della Manifattura Rossi di Barasso. In quel periodo, l’attività di lavorazione si svolgeva a Cassano Magnago mentre la lucidatura dei bocchini in osso si effettuava a Cavaria. Nell’impresa entrano a far parte i figli di Gerolamo, Pietro, Enrico e Luigi ma è un po’ tutta la famiglia ad essere coinvolta, comprese le donne, e ciò consente di mantenere viva l’attività anche durante la Prima guerra mondiale, quando Pietro ed Enrico sono richiamati alle armi. Nel 1919 viene acquistato il terreno accanto al castello di Cassano su cui sorge il capannone ancora oggi utilizzato dall’impresa. Nel 1923, per migliorare la propria conoscenza del settore, Enrico si reca a Saint-Claude in Francia dove lavora come operaio per tre anni in una fabbrica di pipe.Sede dell’impresa. 1930, Archivio d’impresa.Dalla Francia intrattiene una fitta corrispondenza con il padre trasmettendo informazioni sulle tecniche di lavorazione, disegni di macchine e di modelli. L’attenzione al mercato estero è tanto più importante in quanto l’uso della pipa è più comune nel nord Europa e nei paesi di cultura anglosassone (America del Nord, Sud Africa, ecc.) che in Italia. Ne deriva che l’andamento di un’impresa che supera le dimensioni della produzione artigianale è legata alla presenza di buone condizioni nel commercio internazionale e alla presenza di una rete di rappresentanti all’estero. Dal 1926 alla Seconda guerra mondiale (1926-1939) Enrico torna in Italia nel 1926 e si inserisce nella ditta paterna che, l’anno prima, è stata iscritta presso la Camera di commercio dichiarando 20 operai occupati. La crisi economica internazionale del 1929 si riflette sull’andamento dell’impresa e ne determina la chiusura. Pietro sceglie di emigrare in Brasile anche con la speranza di ampliare il mercato e prendere contatto direttamente con i produttori di corno. In questo frangente, interviene Francesco Oliva, dirigente della Montecatini che ha conosciuto Enrico a Cassano, dove trascorre le vacanze. Oliva rileva l’attività costituendo una Società anonima Fabbrica pipe di Cassano Magnago che succede alla ditta individuale Gerolamo Ceresa e lascia la direzione tecnica alla famiglia. In altri termini, Oliva finanzia con capitali propri l’attività e collabora attivamente al successo dell’impresa introducendo criteri innovativi per la rilevazione delle produzioni e delle quote di esportazione. Enrico, dal canto suo, si impegna sul fronte della produzione applicando le conoscenze acquisite in Francia. Pagina di catalogo con disegno a mano di Enrico Ceresa. In alto al centro è riportata la misura dell’abbozzo di radica (R 1 3/4) necessaria per la realizzazione del modello; in alto a destra è invece riportata la sigla alfa-numerica che identifica il modello della pipa (536AC). Anni trenta, Archivio d’impresa.Nel giro di pochi anni, l’impresa ricostruisce una forte presenza sul mercato estero e crea una rete di relazioni internazionali. Non sempre l’esportazione riguarda il prodotto finito: spesso dall’estero vengono richieste le teste, cioè il blocco di radica lavorato e levigato, con la sola eccezione della foratura (o bocchino). I pezzi sono poi colorati, forati, e marchiati nel paese d’arrivo come se fossero stati prodotti sul posto. In questo modo i prodotti esportati sono dei semilavorati e ciò consente un miglior trattamento doganale. Dalla Seconda guerra mondiale agli anni sessanta (1940-1964) Nel 1940, la famiglia Ceresa restituisce il prestito a Oliva e, con l’aiuto di nuovi soci, riprende in mano l’impresa. La procedura utilizzata è quella di costituire una nuova società con sede in Milano alla quale la società di Oliva, in liquidazione, conferisce l’azienda. Appena ricostituita, l’impresa deve affrontare la crisi del nuovo conflitto bellico ed Enrico viene nuovamente richiamato alle armi. La produzione di pipe continua, nonostante le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime. La mancanza di osso costringe a utilizzare con inventività gli scarti della produzione; viene introdotta l’ebanite che, tuttavia, diventa presto introvabile per il suo contenuto di gomma, materiale richiesto per la produzione bellica; si ricorre a sostanza quali la galalite, prodotta con il siero del latte, e alla rigenelite, un materiale simile all’ebanite. La signora Albina Ruffato durante la verniciatura a tampone delle pipe con gommalacca. Anni sessanta, Archivio d’impresa.Soprattutto, le esportazioni dopo il 1943 devono essere effettuate attraverso un’agenzia militare tedesca. La ripresa economica internazionale offre ottime possibilità di sviluppo. All’impresa si apre il mercato inglese, considerato forse il più importante sotto l’aspetto della qualità. L’impresa si ricostruisce la rete dei propri rappresentanti esteri. La diffusione del rapporto Terry all’inizio degli anni sessanta denuncia i danni del fumo da sigaretta rilancia l’uso della pipa e ciò determina l’espansione dell’impresa che arriva sino a 36 dipendenti. Dal 1965 ad oggi (1965-2006) Dal 1965 in poi si è assistito a un lento decremento dell’attività che si protrae sino ai nostri giorni. Alla lunga, le campagne antifumo hanno inciso riducendo anche il numero dei fumatori di pipa. Inoltre è cambiato il modo di vita delle persone: i tempi frenetici della società moderna rendono difficile fumare la pipa, un piacere che richiede tempo, attenzione. Questa tendenza ha determinato un notevole ridimensionamento dei maggiori produttori del Varesotto, cosa che ha consentito per un certo periodo di avvertire meno la crisi. Poi, a
Bigliardi Lupo
Artigianato Bigliardi Lupo DENOMINAZIONE SOCIALE | Bigliardi Lupo sas di Lupo Luigi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione articoli sportivi (biliardo, tennistavolo, calcio balilla) INDIRIZZO | Via Celidonia | 21046 | Fraz. Gurone, Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425634 | F. 0332-240774 Un biliardaio venuto dal Sud (1929-1941) Luigi Lupo nasce a Taranto nel 1881 e sin da piccolo ama lavorare il legno. Emigra al Nord ancora prima della fine del secolo, trova una sistemazione in un convitto di Casbeno, e lavora come tornitore alle dipendenze dei Fratelli Macchi, antesignani dell’Aermacchi. Sposa Annetta Gandini, con la quale va ad abitare in Corso Matteotti e ha tre figli: Francesco (1923), Pietro (1928) e Teresa. Desideroso di mettersi in proprio, il falegname ebanista Luigi Lupo apre a Varese, in piazza Giovine Italia, un laboratorio artigiano per la lavorazione del legno, che nel 1929 iscrive come ditta individuale alla locale Camera di Commercio. Seguendo il suggerimento di un parente di origine comasca, ma attivo a Taranto nel campo dei biliardi, Luigi si specializza nella fabbricazione di tavoli da biliardo. Per il pianale di gioco si utilizzano le lastre di ardesia grezza provenienti dalla Liguria, che vengono lavorate dal biliardaio. Nel laboratorio si costruiscono le stecche in legno massello, oltre agli altri accessori, e si torniscono le bilie in avorio, soggette all’usura, che stanno per essere sostituite da quelle in resina artificiale. Il gioco del biliardo, di origini remote e inizialmente riservato alle classi nobili e agiate, è ormai diffuso tra i ceti popolari di tutto il mondo, venendo praticato in sempre più numerosi esercizi pubblici. Il contesto di mercato è quindi favorevole allo sviluppo dell’attività di Luigi Lupo, che nel 1938 trasferisce impresa e famiglia in via Vetera 1: sotto la bottega, sopra l’abitazione. Ma tre anni dopo, nel 1941, Luigi muore, lasciando l’impresa nelle mani dei figli, ancora troppo giovani per poterla gestire. Ping pong e calcio balilla (1942-1960) Dopo la morte del padre, il giovane Francesco Lupo, che ha studiato disegno tecnico, lavora per qualche anno in una fabbrica di biliardi di Milano, acquisendo esperienza e professionalità. Chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, viene internato in Svizzera, dove conosce Aldo Simonis, commerciante a Milano di articoli per il tennis da campo e da tavolo. Nel dopoguerra Francesco riprende l’attività paterna e costituisce, nel 1947, una ditta individuale denominata “Bigliardi Lupo”, mentre il fratello Pietro è impegato altrove. Alla fabbricazione dei biliardi si aggiunge quella dei tavoli da ping pongGuarda il video, che vengono prodotti per conto della ditta Simonis e da questa commercializzati con il proprio marchio. Con gli anni cinquanta Francesco Lupo inizia, tra i primi in Italia, a fabbricare un nuovo gioco da tavolo in ascesa, il “calcio balilla” (o biliardino o calcetto), la cui produzione industriale si è già affermata in Francia ad opera del marsigliese Marcel Zosso. Francesco realizza al tornio gli omini di legno, sostituiti poi da quelli di plastica, blu o rossi. Nel frattempo dal suo matrimonio con Elisa Battaini nascono Annamaria (1951), Luigi (1955), a cui viene dato il nome del nonno, e le gemelle Valeria e Ersilia (1963), che si dedicheranno entrambe all’insegnamento. Pietro Lupo decide di inserirsi attivamente nell’impresa del fratello – che nel 1960 si trasforma in società di fatto –, e si occupa della parte commerciale. Il laboratorio conta una decina di addetti, impegnati nelle diverse lavorazioni: costruzione delle strutture in legno e in ferro, tornitura, verniciatura. Alcune donne provvedono alla finitura delle stecche da biliardo e delle racchette, nonché alla cucitura degli orli delle piccole reti da ping pong, operazione quest’ultima svolta dalla stessa moglie di Francesco. Tra impresa e sport: gli anni della crescita (1961-1980) La prima metà degli anni sessanta è ricca di novità per la società di persone Lupo, che nel 1963 si regolarizza in snc e, avendo bisogno di spazi operativi più ampi, trasferisce la produzione in un nuovo capannone costruito a Malnate, frazione Gurone.È una zona ancora di aperta campagna e ben nota ai Lupo in quanto luogo natale della moglie di Francesco.Qui inizia la fabbricazione di serramenti e mobili su misura, per la quale vengono assunti due nuovi falegnami e si ricorre all’apporto degli architetti. In via Vetera a Varese rimane invece la sede legale e amministrativa dell’impresa oltre che l’abitazione di famiglia. A seguito del fallimento della ditta Simonis, i Lupo decidono di provvedere autonomamente alla distribuzione dei ping pong da essi fabbricati, compreso un modello innovativo su ruote inventato da Francesco, ma non brevettato.Nasce così il marchio registrato Lupo sport, che contrassegna i prodotti aziendali rivolti a una clientela nazionale costituita soprattutto da esercizi pubblici, circoli ricreativi, società sportive, negozi specializzati.Cresce notevolmente, a fronte di una domanda diffusa, la produzione di calcio balilla e soprattutto del tennis da tavolo, divenuto disciplina sportiva già nel 1960. Essi sono commercializzati in tutta l’Italia tramite rappresentanti plurimandatari per il Nord, il Centro e il Sud.Inoltre nel 1972 l’impresa ottiene l’autorizzazione commerciale per la vendita di attrezzature e articoli sportivi, che si avvale della “vetrina” di via Vetera. Rimane invece stabile la produzione dei tavoli da biliardo, per sua naturalimitata, mentre cessa la fabbricazione delle relative stecche.Sempre nel 1972 la Lupo Sport sponsorizza la sfida di tennis tavolo tra Italia e Cina che si svolse al Palalido di Milano. Francesco Lupo è tra i fondatori e sponsor principale della società sportiva per il tennis da tavolo di Varese, nata nel 1972, di cui è inizialmente presidente e che per un periodo si chiama “Tennis Tavolo Varese Luposport”.In questi stessi anni l’impresa esporta quantitativi ingenti di tavoli da ping pong nei paesi arabi, avvalendosi di un importatore locale, e in minor misura in Canada, Germania, Australia.La Bigliardi Lupo è presente nelle fiere specializzate, come il Mias, mentre nel 1977 diventa fornitore ufficiale della Federazione italiana tennistavolo.Il laboratorio artigiano è ormai divenuta una “fabbrichetta”, che all’inizio degli anni settanta arriva a contare oltre trenta addetti, poi stabilizzatisi intorno ai venti.Conseguita la licenza media, Luigi Lupo lavora con il