Industria Rama spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Rama spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Macellazione, lavorazione commercio all’ingrosso di carni e loro derivati INDIRIZZO | Via per Cedrate 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217078 | F. 0331-212221 | www.ramacarni.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1943-1970) Carlo Rabolli e Antonio Magnoni, commercianti di carni bovine nella valle del torrente Arno, costituiscono, nel 1943, la “Rabolli e Magnoni (RAMA) srl ”, con sede a Milano, assorbendo l’attività preesistente di Rabolli. Nel 1949, Rabolli si dimette dalla presidenza della società e l’anno seguente, insieme ad altri due soci, fonda la Omas snc per la costruzione di affettatrici e altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Virgilio Cajani è amministratore della Rama fino al 1953, quando viene sostituito da Pierino Carù, originario di Gallarate, che gestisce la società insieme al fratello Enrico. I fratelli Carù, hanno anch’essi alle spalle un’ampia esperienza imprenditoriale nel settore, perché costretti a continuare, ancora adolescenti e con l’aiuto della madre e della sorella maggiore Enrica, l’attività del padre Antonio , morto prematuramente. Inizialmente i Carù operavano tra l’Italia, la Svizzera e Trieste, da cui importavano bestiame vivo già nazionalizzato (le operazioni doganali erano già state eseguite al momento della compravendita) proveniente dai paesi dell’est. Il bestiame vivo era destinato all’allevamento sito in Cajello di Gallarate. Inoltre gestivano un macello nel trevigiano oltre a due macellerie a Oggiona con Santo Stefano e Solbiate Arno. Con l’entrata in Rama viene venduto il macello in Veneto e si sviluppa la macellazione , l’importazione e la commercializzazione nel nuovo stabilimento che impegnava una quindicina di persone. Nel 1959, pochi anni dopo la rivoluzione d’Ungheria, i fratelli Carù siglano il primo contratto a livello nazionale con l’unica impresa statale di allevamento e produzione carni del Paese, la ditta Terimpex, che disponeva di circa 15 macelli su tutto il territorio ungherese. Tale collaborazione durerà fino al 1980. Nello stesso anno l’impresa introduce anche il commercio all’ingrosso di carni congelate e stabilisce un duraturo rapporto commerciale con l’impresa statale ungherese Terimpex, con sede a Budapest, per l’importazione di bestiame. Nel 1960, si avvia anche dalla Polonia – con la ditta statale Animex di Warsavia – e dall’Austria l’importazione di carni poi rivendute nel mercato nazionale o utilizzate per forniture ospedaliere o per l’approvvigionamento delle industrie alimentari di trasformazione. Tre anni dopo la Rama è tra le prime imprese in Italia, insieme alle ditte Zerbi e Ronzoni & Perego, a acquistare cane congelata e importare bestiame vivo dal Sud America. In questi anni vengono stipulati contratti con la società Cap di Buenos Aires e la Swift. Dal 1971 al 1991 (1971-1991) Nel 1971 Antonio Magnoni si ritira dalla società, che rimane nelle mani della famiglia Carù con l’ingresso dapprima di Antonio e, qualche anno dopo, di Marco, entrambi figli di Pierino. Antonio si occupa principalmente della parte commerciale mentre Marco della produzione e della logistica. La moglie di Enrico, Luigia, cura invece l’amministrazione dell’impresa. Nel 1972 si avvia una completa ristrutturazione e un ampliamento dello stabilimento di via Cedrate a Oggiona Santo Stefano dove, tre anni dopo, viene portata la sede legale della Rama in occasione della sua trasformazione in società per azioni. In seguito agli elevati dazi imposti dalla Cee per le importazioni da paesi non appartenenti alla Comunità, l’impresa vive, in questi anni, un aumento dei costi e si orienta di conseguenza verso i mercati della Germania, della Francia e dell’Olanda. La macelleria di Oggiona Santo Stefano viene chiusa e successivamente nel 1987 ceduta in affitto. Nel 1988 la Rama viene contattata dal Gruppo Sme, per dar vita alla creazione della prima catena di fast-food italiana, chiamata “Burghy”. L’impresa diviene quindi l’unico produttore in Italia di hamburger freschi, vale a dire non congelati ma consegnati ai punti vendita tre volte alla settimana. Dal 1991 ad oggi (1991-2008) Verso la metà degli anni novanta cambia in modo significativo il commercio delle carni bovine poiché i principali acquirenti dell’impresa, come per l’intero settore, divengono le società della grande distribuzione, con una parallela e significativa perdita d’importanza delle vendite ai singoli macellai. Ciò comporta che la carne non venga più venduta nei suoi tagli principali e ancora con l’osso – demandando ai macellai la preparazione dei tagli per il consumo finale – ma che la stessa impresa si faccia carico del sezionamento e confezionamento sottovuoto, affinché sia pronta per la distribuzione e la preparazione finale al banco. A ciò si accompagna, sempre per la grande distribuzione, la preparazione di confezioni monoporzione, in atmosfera protettiva, già pronte per il consumatore. I processi di trasformazione divengono, quindi, sempre più importanti e complessi per l’impresa che si dota subito di un rigido sistema per il controllo della qualità, conquistando poi la certificazione Iso 9000. Infatti, la concentrazione di tutte le fasi della lavorazione della carne in un singolo stabilimento ha l’effetto di poter garantire un controllo sull’intera filiera e sulle lavorazioni stesse, con livelli igienici e qualitativi di molto superiori al passato. La Rama garantisce ai clienti la qualità delle carni attuando anche una serie di controlli negli allevamenti fornitori di bestiame. Nel 2000 muore Pierino Carù: Antonio Carù diventa presidente e Roberto Carù, figlio di Enrico, da poco attivo nell’impresa, amministratore delegato. A partire dal 2001, in concomitanza ed in seguito alla crisi della cosiddetta “mucca pazza”, la Rama intraprende una nuova ristrutturazione dei propri reparti. Vengono sostituite le celle frigorifere e viene realizzato un nuovo impianto per la produzione di carne macinata, destinata principalmente alla Bestfoods Italia, industria di trasformazione per la produzione di omogeneizzati con il marchio Gerber. Oltre all’adeguamento alle nuove normative sanitarie, l’impresa avvia anche l’informatizzazione di alcune procedure quali la pesatura e la marcatura di ogni taglio, in modo da avere una rintracciabilità rapida e certa della carne lavorata. Negli stessi anni la Rama affida ad imprese esterne la macellazione, la disossatura e la distribuzione del prodotto, compresa la gestione dei veicoli, e i servizi di manutenzione e pulizia. Il numero dei dipendenti dell’impresa si
Omas spa
Industria Omas spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Omas spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di affettatrici, affettacarne, tritacarne, segaossi, inteneritrici, formatrici di hamburger, tagliatrippa INDIRIZZO | Via IV novembre 6 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-214311 | F. 0331-214350 | www.omasspa.it L’avvio dell’attività: gli anni cinquanta (1950-1959) La Omas snc (Officine meccaniche affettatrici Santo Stefano) con sede a Oggiona con Santo Stefano viene fondata nel 1950 dai soci Carlo Rabolli, Francesco Possagno e Luciano Maineri. Carlo Rabolli proviene da una famiglia che possedeva delle macellerie ed è socio fondatore della società Rabolli e Magnoni srl (oggi Rama spa) di Oggiona con Santo Stefano, specializzata nel ramo della macellazione della carne. Abbandonata questa società, Carlo avvia un’attività nell’ambito della bonifica agraria e nel 1950 una nel settore delle macchine per la lavorazione delle carni. Il territorio di Oggiona e dei comuni circostanti vanta una tradizione nella produzione di bilance. Carlo intravede la possibilità di sfruttare questa caratteristica indirizzandola verso la costruzione di affettatrici e di altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Dal punto di vista commerciale, infatti, appare conveniente seguire l’abbinamento affettatrici-bilance nella fornitura alle macellerie e ai negozi di alimentari. Nasce così, tra il 1949 e il 1950, l’affettatrice a volano Omas, il modello S9, la prima prodotta nella zona. Già a partire dal 1953, però, gli altri due soci escono dalla società, che nel 1956 si trasforma in ditta individuale. La sede dell’impresa occupa una vasta area di proprietà di Carlo Rabolli, che vi affianca, come spesso accade, anche l’abitazione dove vive con la moglie Ines e i figli Walter e Clelia. Nel corso degli anni, lo stabilimento edificato nel 1950 subirà vari ampliamenti, di pari passo con lo sviluppo dell’attività. Gli anni sessanta (1960-1969) Nel 1962 Walter entra nell’impresa dopo aver completato gli studi di perito meccanico, ma già da tempo ne conosce la realtà; ha pratica soprattutto dell’ufficio tecnico dove, da studente, ha iniziato a disegnare i pezzi. All’inizio Walter si occupa perlopiù della produzione acquisendo le competenze pratiche che la scuola non poteva trasmettergli, ma porta anche un contributo originale nello sviluppo dei prodotti. L’apprendistato imprenditoriale si allarga poi fino a coprire tutti i settori commerciali: a Walter viene affidato anche il compito di seguire clienti in Francia e in Germania, dato che l’impresa ha raggiunto una presenza internazionale. Né ci si ferma alla sola Europa: dal 1962, la Omas ha già un distributore a Hong Kong ancora oggi attivo. Il rapporto con i distributori è particolarmente importante: in genere i contatti avvengono durante le fiere e si stabiliscono spesso rapporti che durano un’intera vita commerciale o si tramandano di padre in figlio. Negli anni sessanta l’impresa può contare su 70 dipendenti, con la maggior parte dei quali mantiene un rapporto di lavoro stabile nel tempo. In questo periodo l’incremento dell’attività è tale che nel 1964 Walter apre una fonderia d’alluminio per poter controllare le caratteristiche di fusione e di qualità dei componenti delle macchine. La fonderia – denominata inizialmente “Brw” e successivamente “Fonderia leghe leggere srl” – crescerà parallelamente all’attività dell’Omas sino a trovare autonomi spazi commerciali nella produzione di leghe di alluminio per vari settori merceologici (nautico, medicale, arredamento, illuminazione, macchine utensili). Sempre verso la metà degli anni sessanta l’impresa tenta anche uno sviluppo nel settore commerciale con un punto diretto di vendita a Milano in via Farini. L’esperimento non ha esito positivo anche per le difficoltà di controllarne a distanza l’attività. Dopo tre anni il negozio viene chiuso. Dagli anni settanta ai novanta (1970-1999) Nel corso degli anni sessanta e settanta, il settore si popola di nuove imprese, attratte dal carattere relativamente elementare delle competenze meccaniche richieste. La Omas riesce a mantenere il primato sugli altri produttori apportando continue migliorie ai propri modelli, di cui solo alcuni vengono brevettati. L’impresa infatti preferisce la strada della continua, veloce e costante innovazione tecnica alle garanzie del sistema brevettale. L’affettatrice con movimento automatico, ad esempio, è stata proposta per la prima volta da Omas in questi anni. Nel 1970, Walter entra in società con il padre e la Omas diviene una snc. Nel 1979 l’impresa supera i 90 dipendenti e diventa società per azioni: Carlo Rabolli è presidente del consiglio di amministrazione e Walter amministratore delegato. Nello stesso anno, viene acquisita la ditta Dampa, un’impresa di Golasecca riconvertita dalla produzione di materiale elettrico a quella di affettatrici e accessori per un mercato meno esigente. Ciò consente di coprire un segmento più ampio del mercato, senza compromettere la qualità del marchio Omas. Negli anni ottanta, beneficiando anche del cambio favorevole fra dollaro e lira, l’impresa apre una filiale negli Stati Uniti, la Omas Usa Inc. Per circa sei anni gli Stati Uniti divengono uno sbocco importante per l’attività, sino a quando l’inversione delle condizioni di cambio determina la conclusione dell’esperienza. Negli anni novanta, le nuove norme europee orientano la progettazione nel settore verso il primato della sicurezza degli operatori alle macchine. Le associazioni imprenditoriali sono coinvolte nella fase di formazione della normativa e Walter Rabolli si impegna direttamente assumendo la carica di presidente dell’Associazione costruttori affettatrici e tritacarne all’interno dell’Anima (Federazione delle Associazioni nazionali della industria meccanica varia e affine). Nel 1995 scompare Carlo Rabolli e Walter ne prende il posto alla presidenza della società. Dal 2000 al 2007 (2000-2007) Con il nuovo secolo, l’impresa conosce le prime difficoltà a mantenere le tendenze di sviluppo dei decenni precedenti . Tra i fattori di crisi, giocano quelli valutari, la generale contrazione dei consumi, l’incertezza politica nazionale e internazionale, l’emersione di nuovi produttori all’interno di un settore in fondo tecnologicamente maturo. L’innovazione di prodotto rimane importante per contrastare la concorrenza straniera, sempre più vicina ai livelli qualitativi delle produzioni italiane, ma avvantaggiata da costi minori. L’ultima affettatrice a volano comandata da microprocessori è un esempio dell’incontro tra innovazione e tradizione. Tuttavia, molto più che negli anni passati, è la promozione della vendita che consente di aggirare le difficoltà. L’impresa presenta oggi una forte diversificazione commerciale, dall’America all’Estremo Oriente,
Italiana Macchi
Industria Italiana Macchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Italiana Macchi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di bilance, strumenti per pesare, loro parti e food machinary INDIRIZZO | Via G. Matteotti 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217079 | F. 0331-218331 | www.italianamacchi.it Dalla stadera alla bilancia semiautomatica (1886-1929) Francesco Macchi nasce nel 1858 da una famiglia di “contadini possidenti” di Oggiona con Santo Stefano, un piccolo comune del Varesotto, suddiviso tra le frazioni di Oggiona e Santo Stefano, che all’epoca conta meno di 800 abitanti.Secondo la tradizione famigliare, dal 1871 Francesco lavora per 15 anni come operaio alle dipendenze della ditta “Buzzetti pesi e misure” di Gallarate, scuola di altri bilanciai-imprenditori della zona, e acquisisce così notevole esperienza in un settore il cui sviluppo sta originando nel territorio locale un polo di eccellenza industriale.Si segnala in parallelo la presenza di un documento dell’archivio camerale di Milano in base al quale Francesco ha un esercizio per la fabbricazione e il commercio di pesi e misure a Milano in corso Porta Ticinese n. 89. Nel 1886 Francesco Macchi con un amico, due giovani apprendisti e un capitale sociale di “quattro marenghi d’oro” costituisce a Santo Stefano la ditta “Francesco Macchi pesi e misure”, un’officina meccanica per la costruzione di stadere destinate alle piccole come alle grandi portate, che sorge in uno stanzone del centro del paese. Grazie a un fratello di Francesco emigrato in Argentina, l’impresa inizia presto a esportare bilance in alcuni paesi sudamericani.La crescita dell’attività conduce nel 1896 allo spostamento dell’officina nella sede più ampia di uno stabile di via Garibaldi, che sorge accanto all’abitazione di famiglia. Dotato di elevate capacità tecniche e ideative, Francesco Macchi progetta e produce, a partire dai primi anni del Novecento, la bilancia a pendolo. Silvio Macchi, il primogenito dei cinque figli di Francesco nato nel 1890, frequenta le scuole tecniche di Seregno e inizia giovanissimo a lavorare con il padre, seguito dal fratello Ercole, nato nel 1892; nascono quindi Rosa (1897), Enrico (1901) e Luigi (1905). Intorno al 1910 l’impresa, ormai affermatasi sul piano nazionale, ha una ventina di dipendenti ed esporta i suoi prodotti in Sud America, in Svizzera e in Egitto. Nel 1915 la gamma dei prodotti Macchi si arricchisce del bilancino di precisione per la misurazione delle piccole quantità. Nei primi anni venti il mercato degli strumenti di pesatura è interessato da una grande innovazione: l’invenzione e la diffusione della bilancia semiautomatica a due piatti, destinata a soppiantare la tradizionale stadera. L’ufficio tecnico della Macchi progetta, avvalendosi delle competenze di Enrico Blasi, teorico di metrologia, un proprio modello di bilancia semiautomatica.La collaborazione tra la Macchi e il cavalier Blasi porta alla costituzione della Sabai (Società anonima bilance automatiche italiane), marchio con il quale nel 1927 entra in produzione, nelle officine di Santo Stefano, la nuova bilancia. Essa è chiamata “l’Italiana” , per distinguerla dalla bilancia dell’olandese Berkel, molto diffusa in Italia, ma forse anche per essere in linea con l’ideologia nazionalista del periodo: lo slogan dell’azienda è “Preferite l’Italiana”. Due anni dopo, nel 1929, muore Francesco Macchi. Gli succedono i figli, i quali danno luogo ad una società di fatto la cui ragione sociale, “Francesco Macchi pesi e misure”, rimane invariata. Enrico affianca Silvio nel settore amministrativo, Ercole e Luigi sono responsabili tecnici, mentre Rosa, casalinga, non riveste ruoli operativi in azienda. La crescita industriale (1930-1965) Sciolta la Sabai, le bilance semiautomatiche marchiate Italiana Macchi, prima nel modello a due piatti e poi, a partire dal 1934, in quello a un piatto, che elimina l’uso dei pesi-campione, registrano un notevole successo di mercato. La società si dota di un’efficiente rete di rivenditori e concessionari, investe nella pubblicità, partecipa sin dalla prima edizione del 1920 alla Fiera campionaria di Milano. Nel 1939 i tecnici della Macchi progettano la bascula automatica a un giro, uno strumento sino ad allora importato dall’estero e prodotto per la prima volta da un’impresa italiana. Dopo la stasi della Seconda guerra mondiale, l’attività riprende con la fabbricazione, nel 1946, delle prime e “classiche” affettatrici a volano, seguite da quelle a gravità, nonché da altre attrezzature per l’industria alimentare (dal tritacarne al segaossa). Luciano Macchi, nato nel 1924, figlio di Silvio, diploma di perito industriale, fa il suo ingresso in azienda e ne assume in breve tempo la guida. Nel 1950 l’impresa, che ha raggiunto i 100 dipendenti, viene regolarizzata in snc. Poco distante dalla Macchi nasce nel 1950 la Omas, storica impresa del campo delle affettatrici, mentre diverse industrie più piccole del settore si affermano con il tempo in tutta la zona. Sono anni di grande fervore creativo , che vedono l’ufficio tecnico della Macchi particolarmente impegnato nella progettazione di nuovi prodotti. Nel 1951 nasce la bilancia per oreficerie e laboratori, seguita nel 1953 – con l’arrivo in azienda del giovane tecnico toscano Aldemaro Magni – dalla bilancia rotativa a giri multipli e dal design originale. Come a coronare una storia di successi che dura da oltre 70 anni, nel 1958 la snc “Francesco Macchi pesi e misure” si trasforma in società per azioni e assume la denominazione “Italiana Macchi”, che riecheggia il marchio Italma già adottato da tempo dall’azienda. Luciano Macchi è nominato amministratore delegato della nuova società, presieduta dallo zio Ercole, il capitale sociale passa da 1 a 25 milioni di lire. Lo stabilimento di via Garibaldi, ampliatosi nel corso degli anni, dispone di un grande salone di verniciatura interno. Nel 1960 muore Ercole Macchi e suo fratello Silvio viene designato nuovo presidente della società. Nel 1961, a ulteriore riprova della fase di crescita che l’impresa sta attraversando, entra in funzione una fonderia per la produzione di ghisa normale e sferoidale, di proprietà della Italiana Macchi, sita in frazione Oggiona su un’area di 7.500 metri quadrati. Per la gestione dello stabilimento viene costituita la Italfusioni spa, che nel 1965 è incorporata nella società madre. In questi anni inizia la fabbricazione di dosatori automatici e di moderni sistemi di pesatura industriale. Il contesto territoriale assume le caratteristiche
Officina meccanica di Claudio Pierobon
Artigianato Officina meccanica di Claudio Pierobon DENOMINAZIONE SOCIALE | Officina meccanica di Claudio Pierobon FORMA GIURIDICA | ditta individuale ATTIVITÀ PRINCIPALE | officina meccanica di precisione (componenti per motocicli e cicli da competizione) INDIRIZZO | Via Campiglio, 35 | 21040 | Oggiona con Santo Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331–217427 | F. 0331-217427 L’avvio dell’attività (1930-1959) Beniamino Pierobon, di origini venete, negli anni trenta lavora come meccanico in una ditta di Solbiate Arno. Durante la guerra diviene motorista aeronautico del conte Corrado Agusta e questa conoscenza influenzerà il corso della sua vita. Quando infatti, nel dopoguerra, Corrado Agusta avvia una produzione di motociclette decide di avvalersi della preparazione tecnica di Pierobon. Beniamino non volendo lavorare come dipendente, dà inizio, nel 1950, all’attività in un piccolo locale presso l’utensileria di suo cognato a Oggiona con Santo Stefano, poco distante dalla sede odierna. Dopo pochi anni, per la necessità di spazi più ampi costruisce la sede attuale che unisce l’abitazione all’officina. Dapprima, l’attività, si concentra sulle motociclette da competizione: il rapporto con Agusta si mantiene strettissimo in questi anni e Pierobon vive e partecipa direttamente alla storia della competizione motociclistica della MV Agusta. Un terreno adiacente all’officina viene addirittura adibito ad eliporto per accogliere gli elicotteri Agusta che, nei loro voli di collaudo, si fermano quotidianamente a caricare e scaricare le varie parti delle moto. Gli anni Sessanta e Settanta (1960-1979) Gli anni sessanta segnano un momento di grave difficoltà dell’attività che risente della più generale crisi del settore della moto causato dal diffondersi dell’automobile come mezzo di trasporto di massa. Il crollo del settore porta l’Agusta ad abbandonare totalmente la produzione di moto e la competizione motociclistica. Questa decisione coincide con la crisi strutturale dell’impresa di Pierobon che tenta di riconvertire ed allargare la produzione ad altri settori. Il momento di difficoltà si aggrava poiché coincide con l’inizio della malattia di Beniamino Pierobon, coadiuvato, a partire dal 1966, dal figlio Claudio che fin dall’infanzia ha vissuto a diretto contatto con l’officina. Nel 1971 l’impresa viene trasformata in società di fatto con l’ingresso di Claudio Pierobon come socio. Nel 1974, tuttavia, Beniamino abbandona l’attività per problemi di salute lasciando al figlio l’officina, che torna impresa individuale sotto la ditta “Pierobon Claudio”. Claudio ha frequentato il liceo scientifico e non ha una preparazione tecnica specifica e, senza l’aiuto del padre, deve far vivere l’impresa dandole un indirizzo che possa seguire personalmente. Abbandona pertanto la collaborazione con l’Agusta perché ciò avrebbe significato passare alla meccanica degli elicotteri, un salto di qualità cui non si sentiva preparato. Grazie all’aiuto di conoscenti e amici del padre, si inserisce nel settore moto, inizialmente per le lavorazioni più semplici. Si specializza nella componentistica per telai, lavorando principalmente per la Aermacchi (componenti del motofurgone Ercolino) e in seguito per il gruppo Cagiva. Verso la fine degli anni settanta, l’impresa è consolidata nel settore ed è ormai piuttosto importante e conosciuta. Lo sviluppo economico ha determinato un incremento del reddito e ora la moto torna in auge come veicolo del tempo libero. Sono anche gli anni in cui si scatena una forte concorrenza da parte delle marche giapponesi, tuttavia il settore italiano riesce ad assorbirla puntando sulla maggiore qualità delle produzioni. L’impresa ha come clienti la Ducati, la Cagiva, l’Aprilia, la Gilera. Sempre negli anni settanta a Claudio Pierobon viene chiesto di produrre particolari per le biciclette. L’impresa entra così nel settore ciclo che, nel corso degli anni, eguaglia il valore della produzione per il settore moto, sino anche a superarlo. Nel 1978 Claudio Pierobon sposa Celestina Noacco anch’essa imprenditrice, proprietaria di una impresa che commercializza condizionatori d’ambienti. Dagli anni Ottanta a oggi (1980-2006) Con gli anni ottanta è il settore ciclo che vive un’intensa fase di espansione grazie alla produzione di parti per le maggiori case italiane ed estere (Colnago, De Rosa, Pinarello, Specialized) e ad una progettazione spesso innovativa che si impone sui mercati e porta l’impresa ad essere per alcuni anni il numero uno del mercato nazionale ed internazionale. I volumi di produzione sono alti, anche perché Claudio Pierobon sceglie di non uscire direttamente sul mercato con un marchio proprio, in modo da poter rifornire più aziende e personalizzare secondo i desideri e le esigenze dei clienti le parti richieste. Verso la metà degli anni ottanta Claudio Pierobon decide anche di impegnarsi nell’associazionismo di categoria, ricoprendo nella Confartigianato cariche sempre più importanti. Dopo quindici anni lascia questi incarichi per la necessità di seguire da vicino la forte crescita della propria impresa. Nel 1992 l’impresa vive però un nuovo ciclo negativo che blocca la fase espansiva dell’attività. La crisi del Gruppo Cagiva toglie infatti a Pierobon gran parte del mercato della moto e i ritardi nei pagamenti portano l’impresa in una situazione finanziaria difficile, anche per l’assenza di un’adeguata copertura bancaria. Le difficoltà vengono superate grazie all’espansione sempre maggiore nel settore ciclo che porta l’impresa ad appoggiarsi a fornitori esterni per coprire le accresciute esigenze di produzione. A partire dal 2000 però i volumi di produzione cominciano repentinamente a diminuire a causa della concorrenza dei paesi asiatici di nuova industrializzazione. Alla radice di questa nuova e più radicale crisi stanno gli effetti imprevisti della delocalizzazione industriale che ha portato le imprese italiana a esportare saperi tecnologici verso paesi una volta arretrati ma ora concorrenti incontenibili. I paesi emergenti non si limitano più alla produzione di semilavorati o di prodotti intermedi: oggi fanno la loro comparsa prodotti finiti di buon livello al punto da mettere fuori mercato i prodotti italiani. La concorrenza diventa insostenibile anche per l’abilità dei nuovi produttori di replicare immediatamente le innovazioni tecnologiche, cosa che vanifica i continui sforzi di progettazione e la presentazione di nuovi modelli, spesso copiati nell’arco della stessa stagione. La situazione è sufficientemente complessa perché Pierobon guardi con prudenza all’idea dell’inserimento del figlio Marco nell’impresa. Da un lato vi vede lo sviluppo naturale di una passione per i motori e di un’intelligenza tecnica che accomuna padre e figlio. Dall’altro, è lieto che Marco stia valutando la possibilità di iscriversi all’università per conseguire