Industria Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c. DENOMINAZIONE SOCIALE | Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tessitura di lino, canapa e cotone INDIRIZZO | Via Cappuccini 50 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-260547 | F. 0331-730112 | www.sironienrico.it Dal commercio all’industria (1893-1919) L’azienda nasce nel 1893 (secondo la tradizione famigliare nel 1892) per iniziativa di Enrico Sironi, uno dei diciassette figli di Giuseppe, detto Peppino, e di Paola Buffoni. La famiglia Sironi ha avviato a Gallarate molteplici attività imprenditoriali nel ramo tessile: Gaspare, nonno di Enrico, era stato un noto mercante di stoffe; lo zio Gaspare Germano aveva dato vita a un maglificio e il padre Peppino, alla sua morte nel 1879, aveva lasciato alla numerosa famiglia una prospera attività commerciale con sede in via Magenta 3. Enrico svolge nell’impresa di famiglia il suo apprendistato professionale sino a quando, stanco di dover dipendere dalle decisioni dei fratelli, decide di avviare un’attività individuale. Apre un negozio di tessuti di lino, cotone e affini presso la casa di famiglia nella piazza principale di Gallarate, l’attuale piazza Libertà. Ne affida la gestione alla moglie Angela Borgomanero, anche lei proveniente da una famiglia di imprenditori, e inizia a girare l’Italia per porre le basi di una solida rete di clienti. Nell’agosto 1899 Enrico muore improvvisamente lasciando la moglie con nove figli piccoli e il negozio da mandare avanti. Aiutata anche dal cognato Claudio, Angela sviluppa l’attività del negozio e quella produttiva, limitata a quel tempo ad un orditoio posto nella vecchia casa di Piazza Grande. Il filato dell’orditoio veniva distribuito al domicilio dei vari contadini e operai, che ritornavano in seguito il tessuto ultimato. Angela inserisce nell’attività i figli man mano che essi crescono. Carlo e Luigi detto Gino sono i primi ad affiancarla. Con il loro arrivo vengono acquistati alcuni telai meccanici che consentono di avviare in uno stabile della vicina via Borghi una prima diversificazione industriale dell’attività. Nel 1909 il Comune di Gallarate opera l’ampliamento urbanistico dell’allora piazza Vittorio Emanuele II e propone ai Sironi la permuta della casa nella piazza centrale con casa Sacconaghi sita in via Manzoni 12. Qui si trasferiscono i vari rami della famiglia e Angela Borgomanero vi trasferisce il negozio, successivamente affidato alle figlie Ida e Bambina, che lo gestiranno fino al marzo 1943. Lo sviluppo industriale (1920-1944 ) Nell’immediato dopoguerra, Carlo e Luigi – che nel frattempo hanno sposato due sorelle, Maria e Angelina Bertani, provenienti anche loro da una famiglia di imprenditori tessili – colgono l’occasione per dare all’impresa di famiglia una piena fisionomia industriale iniziando la costruzione di un ampio stabilimento in via Cappuccini 50, nel quartiere di Arnate, dove la tessitura risiede tuttora. La localizzazione deriva dal fatto che in quel luogo la madre possiede dei terreni, ma un ulteriore vantaggio consiste nel fatto che la zona di Arnate e Cardano al Campo è ancora agricola e quindi è facile reperirvi manodopera femminile. L’operazione è gestita attraverso la costituzione di due società anonime collegate da un accordo di esclusività: la Manifattura di Arnate che produce tessuti e la Enrico Sironi che ne commercializza la produzione. Le due imprese vedono la partecipazione proprietaria dei vari membri della famiglia e sono affidate alla gestione dei due fratelli coadiuvati dallo zio Claudio. Intanto nel 1923, attraverso un aumento di capitale, viene acquisito dalla Manifattura di Arnate lo stabilimento aperto nel 1879 dal nonno in via Magenta 3, nel quale vengono allocate attività produttive e amministrative in attesa del completamento dei locali in via Cappuccini. La suddivisione del lavoro tra le due imprese si accentua a metà degli anni venti quando la Manifattura di Arnate estende il proprio oggetto sociale all’attività immobiliare e muta la denominazione sociale in sa Immobiliare Arnate. Viene così introdotta una divisione tra produzione e proprietà immobiliare destinata a ritornare nel secondo dopoguerra. Nel 1928, sotto la spinta della crisi del settore, la Enrico Sironi assorbe la Immobiliare Arnate per ottenere le facilitazioni fiscali destinate a favorire la concentrazione di aziende. Nel corso degli anni venti l’impresa conquista un ruolo di primo piano nella produzione di telerie, tovaglierie, tessuti per calzaturifici e per sartoria e lo consolida con un aumento di capitale. Purtroppo gli strascichi della crisi del 1929 erodono il capitale e nel 1932 i soci preferiscono trasformare la società in un’accomandita semplice, sia pure di notevoli dimensioni. Nel 1933 l’impresa impiega 185 dipendenti nelle due sedi di via Cappuccini e via Magenta, dispone di 70 cavalli di forza elettrica, 200 telai, molti dei quali automatici o semiautomatici, anche se una trentina sono inattivi a causa della crisi. È dotata di 1.200 fusi per confezionare cops di canapa e lino, macchine incannatrici che possono produrre 6-7 mila metri giornalieri di tessuti di lino, canapa o misti di lino e canapa, lino e cotone, puro cotone. Sempre verso la fine degli anni trenta Felice e Luigi, nati rispettivamente nel 1919 e nel 1917 dal matrimonio tra Carlo e Maria Bertani, entrano nell’impresa come dipendenti, dopo aver completato gli studi l’uno di ragioneria, l’altro di perito tessile. Carlo, intanto, rimasto vedovo di Maria già nel 1930, si è risposato con Giuseppina Capè. La guerra mondiale e la conseguente crisi economica e sociale determinano la riduzione del capitale sociale. Inoltre nel marzo 1943 la vendita al dettaglio in via Manzoni 12 viene scorporata attraverso la costituzione della Ditta Fratelli Sironi fu Enrico e C. sas, che ha come gerenti accomandatari Carlo e Luigi mentre soci accomandanti sono gli altri membri della famiglia. Nel 1945, in seguito allo sciopero del 4-5 aprile, il prefetto di Varese ordina la chiusura dell’azienda a tempo indeterminato e blocca i salari. La terza generazione tra boom economico e sperimentazione del monoprodotto (1945-1979) Tra il 1944 e il 1948 muoiono i fratelli Carlo e Gino e si apre la via all’ingresso nella compagine sociale di una nuova generazione di cugini: Luigi e Felice figli del primo; Francesco
Salumificio Minoli
Industria Salumificio Minoli DENOMINAZIONE SOCIALE | Minoli srl a socio unico FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di salumi freschi e stagionati INDIRIZZO | Via Pegoraro 3 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793367 | F. 0331-784531 | www.minoli.it Luigi Minoli e il figlio Andrea (1883-1912) Le origini dell’attività imprenditoriale della famiglia Minoli risalgono al 1883 quando Luigi apre un negozio di salumeria in via Mazzini nel centro di Gallarate . In pochi anni di attività il negozio guadagna una reputazione di eccellenza, anche grazie alla partecipazione a fiere e mostre di prodotti alimentari in Italia e all’estero dove Luigi ottiene lusinghieri riconoscimenti. Tra questi le tre medaglie d’oro assegnate nei primi anni del Novecento alla IV Esposizione campionaria di Roma, all’Esposizione culinaria di Parigi e a quella internazionale di Marsiglia.Assieme a Luigi inizia ben presto a lavorare il figlio Andrea, nato nel 1884 che, all’età di 23 anni, subentra formalmente a Luigi nella gestione di un seconda salumeria in piazza Garibaldi, non distante dal primo negozio del padre. Due anni più tardi nasce Luigi, il primo figlio di Andrea e della moglie Elisa Orsenigo.Nello stesso periodo con il padre e altri due soci, Gaudenzio e Stefano Tosi, Andrea promuove la costituzione di un’industria per la produzione dei salumi. La società in accomandita semplice assume la denominazione di Minoli Luigi & C. e lo stesso Luigi ne assume la gerenza come socio accomandatario. La sede viene stabilita nella zona di Cassina Verghera, lungo la strada provinciale che da Gallarate porta a Oleggio. In questo modo la famiglia Minoli attua un’integrazione vantaggiosa tra l’attività di produzione e vendita all’ingrosso di salumi e quella di commercializzazione al dettaglio nei propri punti vendita.In una lettera di presentazione inviata ai potenziali clienti si informa che lo stabilimento entrerà in funzione «nel prossimo mese di ottobre [1909]con macchinario moderno e perfetto in modo da assicurare alla Spettabile Clientela dei buoni prodotti di tipo costante e di piena soddisfazione». Negli anni seguenti Luigi si occupa principalmente della gestione della società e nel 1912 chiude il negozio di via Mazzini mentre il figlio Andrea mantiene la salumeria di piazza Garibaldi. Andrea Minoli e il figlio Luigi (1913-1939 ) Nel proprio negozio Andrea non si limita alla vendita dei prodotti del salumificio di famiglia ma ne commercializza anche altri di carne suina assieme a generi alimentari diversi. Non risultano documenti utili per seguire le sorti della società Luigi Minoli & C. di Verghera ma è plausibile supporre che sia cessata nel 1928 quando i Minoli acquistano un terreno nell’allora via Mario Brumana al numero 3, oggi via Pegoraro, impiantandovi un laboratorio per la macellazione suina e la produzione di salumi . Sul nuovo terreno, ai primi edifici produttivi, si affiancheranno nel tempo anche quelli destinati alle abitazioni per la famiglia. Nel 1930, quando Luigi è già ventenne, nasce Davide il secondogenito di Elisa e Andrea Minoli.Nel periodo tra la fine degli anni venti e degli anni trenta, anni di trasformazione nel tessuto urbano gallaratese, si può inoltre ricostruire, grazie alla documentazione storica, un’intensa attività di compravendita di altri negozi di alimentari. Nel 1928 viene ceduto alla ditta Tosone un negozio di salumeria a Gallarate in vicolo Orti; nel 1932 viene rilevato un negozio di salumeria in via Mercanti che viene anch’esso ceduto pochi mesi dopo; infine nel 1937 avviene la cessione di un altro esercizio, in questo caso una posteria, sito in via Novara.Nel 1934, mentre la sede principale dell’attività commerciale resta in piazza Garibaldi, Andrea Minoli apre un secondo negozio in via del Lavoro 35 dove, oltre a commercializzare i prodotti del proprio salumificio, avvia la vendita di carni bovine. Nel 1939, con la chiusura della storica salumeria in centro a Gallarate dove oggi si trova la sede di una banca, il negozio di via del Lavoro viene ampliato e diventa il principale canale di vendita dei prodotti del vicino macello di via Pegoraro. Andrea e il figlio maggiore Luigi sono sempre più concentrati sull’attività industriale e la loro competenza si affina anche nel settore, per loro essenziale, della conservazione refrigerata e manutenzione di frigoriferi. I fratelli Luigi e Davide Minoli (1940-1972) Nel 1941 la proprietà della ditta viene donata da Andrea al figlio Luigi. La presenza del padre, che offre esperienza all’interno e garantisce rapporti consolidati con l’esterno, prosegue comunque per alcuni anni: ancora nel 1946 una comunicazione formale dell’impresa al Comune di Gallarate e alla Camera di commercio di Varese è scritta su carta intestata della Salumeria Andrea Minoli e viene firmata da quest’ultimo.La differenza di età tra Luigi e il fratello Davide si rispecchia anche nella data del loro ingresso attivo nella società di famiglia. Se, come accennato, Luigi affianca il padre prima del 1930 e gli subentra come titolare nel 1941, l’apporto di Davide avviene alcuni anni più tardi direttamente al fianco del fratello maggiore, definito nei ricordi «quasi mio papà».Nel 1950 la famiglia Minoli abbandona l’attività commerciale cedendo la salumeria di via del Lavoro e si concentra nel settore della macellazione suina e della produzione di salumi.In seguito a questa decisione strategica e in concomitanza con l’ingresso di Davide, Luigi decide di chiudere la ditta individuale e i due fratelli costituiscono una società a responsabilità limitata denominata Salumificio Minoli di Fratelli Minoli. Due anni dopo la forma giuridica dell’impresa viene trasformata in società a nome collettivo.Da allora l’attività dei fratelli si concentra per circa vent’anni nella gestione del principale macello suino di Gallarate, quello di via Pegoraro 3: con cadenza settimanale decine di animali arrivavano dalla vicina stazione per essere trasformati in salumi. In questo periodo l’impresa raggiunge il massimo numero di dipendenti, circa 60, impegnati tra l’attività di macellazione e quella di preparazione e stagionatura dei prodotti finiti . Il prodotto più famoso dell’epoca è il Minoletto, con il diminutivo allora di moda per altri salami lombardi come il Negronetto e il Citterino.La differenza di età tra Luigi e Davide si riflette anche sulla quarta generazione imprenditoriale della famiglia Minoli: Enzo,
Giovanni Clerici & Figli
Industria Giovanni Clerici & Figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Giovanni Clerici & figli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Apprettazione, preparazione dei tessuti in genere (tintoria, garzerai, candeggio) INDIRIZZO | viale Milano 22 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793031 | F. 0331-772350 L’avvio dell’attività (1869-1919) Sin dalla seconda metà dell’Ottocento, Gallarate è uno dei nuclei di sviluppo dell’industria cotoniera italiana.Nel 1869 Giovanni Clerici vi avvia un’attività di tintoria e finissaggio che si sviluppa a supporto delle importanti imprese cotoniere della zona (Crespi, Ottolini, Bassetti). Può contare sulla presenza di una manodopera locale di formazione artigianale che costruisce con l’impresa un rapporto di eccezionale continuità. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’impresa conosce avvicendamenti generazionali e proprietari passando sotto la direzione prima dei figli e poi di Giovanni Clerici , nipote dell’omonimo fondatore.Nel 1908 opera come ditta individuale su un vasto terreno: la mappa di Gallarate del 1911 consente di rilevare lo stabilimento come uno dei più importanti della zona. L’ampia area che circonda l’impianto di tintoria consente di stendere ad asciugare sui prati le stoffe candeggiate, una pratica utilizzata fino agli anni venti. Dagli anni Venti alla Seconda guerra mondiale (1920-1944) Nel 1922 Giovanni Clerici chiude la ditta individuale e costituisce assieme ai figli, Edoardo, Mario e Federico una società in accomandita semplice, registrata in Camera di commercio. Vi lavorano inizialmente 15 dipendenti e il capitale sociale ammonta a 25.000 lire. Nel 1927 Giovanni Clerici dona ai figli la proprietà dello stabilimento e questi provvedono con capitali personali al rinnovo dei macchinari. Alla morte del padre, nel 1935, i fratelli Clerici trasformano la società in nome collettivo e vi conferiscono la proprietà dello stabilimento. Un indicatore delle accresciute dimensioni dell’impresa è la costruzione del pozzo artesiano per l’approvvigionamento di acqua. Nel 1939 avviene la trasformazione in società anonima con Mario Clerici in veste di amministratore unico. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la conseguente mancanza di approvvigionamenti genera una situazione di crisi. La società è ceduta in affitto alla Società per azioni cotonificio succ. Alceste Pasta di Gallarate, e ne diventa la sezione tintoria e candeggio, sempre diretta da Mario Clerici. Dal Secondo dopoguerra agli anni ottanta (1945-1989) Nel marzo del 1945 l’impresa riprende la produzione in proprio. Dal 1949 al 1960 il capitale passa da 5 a 40 milioni di lire, i dipendenti nel 1955 raggiungono il numero di 74 di cui 4 impiegati. In questi anni l’organizzazione del lavoro è fondata sul jigger una macchina per tingere a cui opera un singolo operaio: una batteria di 34 jigger garantisce la lavorazione giornaliera. Alla morte di Mario Clerici nel 1960 diventano amministratori Giovanni Clerici, figlio di Federico, e Carlo Montonati , genero di Mario Clerici. La gestione dell’impresa rimane sempre di stampo familiare ma si articola in due rami che si avvicenderanno sino ai nostri giorni. Tra i due rami esiste una certa sfasatura che consente di ridurre la distanza generazionale tra un titolare e l’altro e ha reso meno traumatico il processo di avvicendamento alla guida dell’impresa . La fine degli anni sessanta rappresenta un giro di boa decisivo per l’industria tessile dato che in pochi anni il settore conosce il punto di massima espansione e l’avvio del declino. In primo luogo, la necessità di standardizzare la lavorazione di quantitativi sempre maggiori di tessuto spinge l’impresa a sostituire gli impianti con macchine per la lavorazione in continuo d’abbigliamento d’interni (fodere, interno cravatte). Parallelamente, l’afflusso di tessuti provenienti dai paesi dell’Est europeo e dall’Asia innesca la crisi dell’industria cotoniera italiana e, di conseguenza, delle imprese collegate alla filiera tessile. Inizialmente la concorrenza dei paesi in via di sviluppo si limita ai tessuti di qualità scadente, ma progressivamente si estende a tutte le fasce di mercato. In questa fase che abbraccia gli anni settanta e gli anni ottanta, l’impresa reagisce orientandosi verso una produzione di tessuti per l’esterno più remunerativi ed effettua investimenti sul processo – ad esempio, introduce il candeggio in continuo – che permettono di tener dietro ad ordinativi che permangono elevati. Si introducono miglioramenti che riguardano il risparmio energetico (crisi petrolifera del 1973), la salvaguardia dell’ambiente (legge Merli del 1976), l’introduzione dell’informatica, e l’adozione di nuove metodologie di tintura frutto di un’attività di ricerca in laboratorio. Dagli anni Novanta a oggi (1990-2006) Con gli anni novanta, le dimensioni del declino europeo si fanno più evidenti a causa dell’ingresso di nuovi paesi emergenti che hanno esteso la loro presenza non solo al tessuto ma anche alle lavorazioni successive. Molti produttori locali, optano per la delocalizzazione, in tutto o in parte, dell’attività e ciò ha aggravato la posizione delle imprese che svolgono una funzione intermedia lungo la filiera produttiva (attività di nobilitazione del prodotto). Al pari delle altre imprese del settore, la Clerici ha registrato a partire dagli anni novanta un forte calo di produzione riuscendo tuttavia a non ridurre il personale che rappresenta un patrimonio d’esperienza. Gli impianti potenziati negli anni oggi sono sottoutilizzati perchè la produzione si è attestata a meno della metà rispetto agli anni settanta e le lavorazioni spesso riguardano quantitativi esigui di materiale, inadatti a macchinari realizzati per la produzione di scala. Per affrontare la crisi è oggi necessario che le imprese del settore compiano uno sforzo di razionalizzazione dei processi, anche integrando i propri impianti , e che rispondano alla concorrenza dei bassi prezzi puntando sull’accuratezza e sulla velocità del servizio offerto. Oggi, sempre più spesso, il fattore discriminante nella competizione è il tempo di risposta al mercato e, su questo terreno, la lontananza dei paesi in via di sviluppo consente ancora di contrastarne la concorrenza. Sin dalla seconda metà dell’Ottocento, Gallarate è uno dei nuclei di sviluppo dell’industria cotoniera italiana.Nel 1869 Giovanni Clerici vi avvia un’attività di tintoria e finissaggio che si sviluppa a supporto delle importanti imprese cotoniere della zona (Crespi, Ottolini, Bassetti). Può contare sulla presenza di una manodopera locale di formazione artigianale che costruisce con l’impresa un rapporto di eccezionale continuità. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’impresa conosce avvicendamenti generazionali e proprietari passando sotto
Federico Aspesi
Industria Federico Aspesi DENOMINAZIONE SOCIALE | Federico Aspesi srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione tessuti e accessori a contenuto moda ricamati e agugliati con brevetto e marchio proprio INDIRIZZO | Via del Lavoro 13 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793210 | F. 0331-799631 | www.federicoaspesi.it Anastasio Aspesi e i suoi primi soci (1903-1945) Nella seconda metà degli anni novanta una serie di trasformazioni interessa la Federico Aspesi industria del ricamo srl, sia sul piano dell’attività commerciale e produttiva che su quello dell’assetto proprietario e dell’organigramma dirigenziale. La filiera produttiva dell’abbigliamento confezionato si va trasformando: il settore “pronto moda” scade qualitativamente e perde la sua profittabilità economica mentre si sviluppa il lavoro “programmato” che richiede maggior coordinamento con stilisti, fiere di settore, converters e gruppi d’acquisto. I nuovi contatti commerciali sviluppati da Antonio si orientano in tal senso e nel 1995 torna in azienda anche Federico che inizia a occuparsi a fondo del rinnovamento dell’apparato produttivo, in gran parte fondato sulle macchine da ricamo acquistate nel 1962. Vengono acquistati nuovi impianti per l’agugliatura dei “tessuti non tessuti” e si studiano soluzioni per riconvertire le vecchie macchine alle nuove lavorazioni. Con il 1996 anche Nicola lascia l’Imagotessile e raggiunge i due fratelli, portando con sé l’esperienza maturata come amministratore della consociata e diventando il nuovo presidente della società che abbrevia il nome in “Federico Aspesi srl”. Nello stesso anno la famiglia Aspesi riprende il controllo maggioritario della società, cedendo in cambio agli altri soci le proprie quote di partecipazione nella Imagotessile. Nel 1998, dopo un ulteriore scambio di quote, Francesco controlla il 32%, Annamaria, Federico, Nicola e Antonio il 17% ciascuno. Il consiglio di amministrazione è composto da Nicola(presidente), dai suoi fratelli e dalla zia Annamaria. Nel 2000 la sede viene trasferita in via del Lavoro 13 e negli anni successivi la società progetta la costruzione di una nuova sede per la quale acquisisce un’area edificabile. Dopo alcuni anni di ritardi l’immobile è stato costruito ma l’impresa non ha ancora deciso se trasferirsi. Federico, Nicola e Antonio, sotto la guida esperta di Francesco, formano una squadra coesa e dinamica capace di portare ottimi risultati nel giro di pochi anni. La ricerca in campo tecnologico e meccanico, sviluppata in collaborazione con un produttore di macchine tessili di Busto Arsizio, porta nel 1998 al deposito di un importante brevetto industriale per l’uso del sistema di agugliatura sui tessuti per la moda. Nel 1999 viene acquistato il primo impianto per il ricamo rettilineo la cui messa a punto richiede alcuni anni. La crescita della rete commerciale e di contatti all’estero è l’altra linea di sviluppo che segue la Federico Aspesi: la quota del fatturato realizzata all’estero, che nel corso degli anni novanta, rappresenta tra il 10 e il 20% del totale, si attesta nell’ultimo decennio oltre il 50%, con importanti clienti in tutti i principali paesi del mondo. Dal 2000, alla tradizionale partecipazione alle fiera Moda In di Milano viene affiancata la presenza a Première Vision di Parigi e dal 2007 alla Preview di New York. Nel 2005 Annamaria decide di vendere le proprie quote a Federico, Nicola e Antonio, mentre l’anno seguente Francesco entra a far parte del consiglio di amministrazione. Negli ultimi quindici anni di continue trasformazioni il personale impiegato dalla Federico Aspesi è cresciuto fino a raggiungere i 25 dipendenti. Nel recente triennio tuttavia, per fronteggiare la contrazione degli ordini causata dalla crisi generale del mercato, la società ha dovuto fare ricorso alla cassa integrazione e a procedure di mobilità. Per contrastare la crisi l’impresa concentra i propri sforzi nell’innovazione dei materiali e dei processi produttivi. Questo impegno l’ha recentemente portata ad aggiudicarsi a Parigi l’Innovation Prize nel corso dell’ edizione 2011 dei Première Vision Awards, svoltasi nell’ambito di una delle più prestigiose esposizioni internazionali del tessile. Nel 2011 l’impresa è stata inserita nel Registro delle imprese storiche istituito da Unioncamere per valorizzare le aziende ultracentenarie presenti in tutta Italia. Federico Aspesi e la transizione dal commercio all’industria (1946-1975) Alla ripresa delle attività dopo la guerra la Anastasio Aspesi conta, oltre al titolare Federico, una quindicina di persone, tra impiegati, commessi viaggiatori e operai. Il figlio maggiore di Federico, Luigi, inizia nel 1953 a lavorare al fianco del padre seguito tre anni dopo dal secondogenito Francesco. Entrambi i fratelli sono diplomati in ragioneria e si impegnano sia nei viaggi di commercio e nelle relazioni con agenti e grossisti, sia nella realizzazione di nuove linee di prodotti. A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta l’impresa riesce ad estendere la propria rete commerciale in Italia e inizia anche l’esportazione di foulard all’estero. Fino ai primi anni sessanta il mercato dei tradizionali foulard ricamati – e a partire dal 1958 di quelli stampati – è ancora il principale settore diattività e si concentra in particolare nelle regioni del centro-sud: su tutte Sardegna e Campania. Sucessivamente negli anni sessanta, con la contrazione del mercato dei foulard che determina la chiusura dell’azienda avviata da Anastasio e Pierino, viene ampliato il commercio di coperte e avviato quello di tappeti. La dimensione internazionale dell’impresa è fondamentale sia sul piano commerciale che su quello industriale: Aspesi è rappresentante per l’Italia di prestigiosi marchi europei e fa produrre all’estero articoli con propri marchi, come le coperte Anastasia e Federica prodotte a Leida, in Olanda. Sul piano produttivo gli anni sessanta segnano una svolta: nel 1962 si decide un importante investimento in nuovi macchinari per il ricamo dei tessuti. Nei primi anni la lavorazione è destinata all’abbigliamento ma prima degli anni settanta la Aspesi inizia la lavorazione di tendaggi e altri tessuti per l’arredamento . Le macchine vengono installate in un nuovo capannone che amplia la sede di via Maino e la forza lavoro impiegata raggiunge le 50 unità. Da allora l’attività industriale dell’impresa diviene preponderante rispetto al commercio all’ingrosso dei tessuti. Nel 1968 muore il titolare Federico e i suoi figli costituiscono una nuova società in accomandita semplice, la “Aspesi Anastasio di Luigi e Francesco Aspesi & C. sas”. I
Ditta Socci Dante srl
Industria Ditta Socci Dante srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Socci Dante srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione oreficeria INDIRIZZO | Via Cavallotti 15 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-795235 | F. 0331-773814 La nascita dell’impresa (1895-1941) Nel 1895 Dante Socci apre un laboratorio artigianale di oreficeria a Gallarate in vicolo del Torchio. Originario di Lustignano in provincia di Pisa, fa il suo apprendistato di arte orafa dapprima in Toscana, poi presso un orafo valenzano e infine a Gallarate alle dipendenze di Paolo Colombo. Nei primi anni del Novecento, la sede si era intanto trasferita in via Volta, il figlio Luigi entra nell’impresa e vi porta, oltre alle capacità tecniche acquisite dal padre, una maggiore predisposizione commerciale che si riflette in un rapido sviluppo. Vengono acquisiti nuovi macchinari, aumenta il numero dei dipendenti, la produzione si specializza in anelli per uomo e donna. Tutto ciò porta alla necessità di spazi più ampi e quindi al trasferimento nell’attuale sede in via Cavallotti, 15. Nel 1925 la ditta individuale Dante Socci si iscrive alla Camera di commercio come esercizio di fabbricazione di argenteria e oreficeria, estendendo nel 1935 l’attività al “commercio all’ingrosso, ed eventualmente al dettaglio, di oggetti preziosi in genere”. Dagli anni Quaranta agli anni Settanta (1942-1969) Nel 1942 muore Dante Socci e il figlio Luigi rileva l’attività paterna sotto la ditta “Dante Socci di Luigi Socci”, aprendo una nuova posizione presso la Camera di commercio. L’impresa è attiva nell’esportazione di bigiotteria e gioielleria in oro e argento importando orologi e pietre sintetiche in Svizzera e sud America. Nel 1955 Luigi Socci muore prematuramente lasciando come eredi la moglie Anna Allaria e le due figlie Maria e Elvira non ancora maggiorenni. La madre decide di proseguire l’attività, ottiene dal giudice l’emancipazione delle figlie, e trasforma la ditta individuale in società di fatto “Dante Socci di eredi di Luigi Socci”. Tra le fine degli anni quaranta e gli anni sessanta l’impresa si sviluppa instaurando rapporti di collaborazione con varie ditte orafe di Valenza Po, con la Fabbricazione italiana catene di Milano e con imprese del territorio. Attraverso questo sistema l’impresa esternalizza parte della produzione, pur arrivando ad avere trenta dipendenti. In questo periodo l’attività è principalmente basata sulla tecnica a fusione a cera persa, affiancata per una parte residuale dalla tecnica dello stampaggio, caratteristica dell’arte orafa Gallaratese. Nel 1961 Maria Socci sposa Giuseppe Tronconi che entra così nell’impresa occupandosi della parte amministrativa. Dagli anni Settanta a oggi (1970-2006) Negli anni settanta l’aumento della concorrenza da parte di grosse aziende italiane del territorio di Arezzo e di Vicenza porta l’impresa a privilegiare una produzione più artigianale. Viene pertanto ripreso lo stile Valenzano della realizzazione di pezzi unici. Questa scelta porta a una specializzazione in un mercato di nicchia della media gioielleria di qualità sullo stile fiorentino. Ciò permette di fornire ai negozi un più vasto assortimento e di realizzare oggetti particolari creati intorno alla pietra preziosa. All’inizio degli anni ottanta l’impresa modifica la propria ragione sociale prima in società in nome collettivo e successivamente nell’attuale società a responsabilità limitata. Oggi uno dei problemi da affrontare per garantire la qualità dei prodotti riguarda la difficoltosa ricerca di manodopera specializzata. La tecnica della “fusione a cera persa” richiede personale molto qualificato che non sempre collabora a lungo con l’impresa. La continuità è data pertanto dalla famiglia: tra il 1994 e il 1995 si sono inseriti Francesco e Dante, figli di Maria e Maria Giovanna, figlia di Elvira. Negli ultimi cinque anni la ditta Socci ha indirizzato la propria attività nella creazione continua di nuovi modelli. Ciò è stato necessario per evitare il rischio di essere copiati dalla concorrenza estera di Turchia, India e Cina. Oggi la produzione si è molto ridotta rispetto al passato. Prima l’abbandono dello stampaggio e recentemente l’esternalizzazione della fusione dell’oro affidata a imprese specializzate, ha svuotato gli spazi occupati in passato dall’officina orafa e dal personale che vi operava. L’attività dell’impresa si concentra sempre più sulla progettazione e sulla commercializzazione dei gioielli. In ciò, essa può contare sul bagaglio di conoscenze e abilità accumulato dalla famiglia e testimoniato da un notevole archivio di modelli e disegni realizzato in più di un secolo di attività. Nel 1895 Dante Socci apre un laboratorio artigianale di oreficeria a Gallarate in vicolo del Torchio. Originario di Lustignano in provincia di Pisa, fa il suo apprendistato di arte orafa dapprima in Toscana, poi presso un orafo valenzano e infine a Gallarate alle dipendenze di Paolo Colombo. Nei primi anni del Novecento, la sede si era intanto trasferita in via Volta, il figlio Luigi entra nell’impresa e vi porta, oltre alle capacità tecniche acquisite dal padre, una maggiore predisposizione commerciale che si riflette in un rapido sviluppo. Vengono acquisiti nuovi macchinari, aumenta il numero dei dipendenti, la produzione si specializza in anelli per uomo e donna. Tutto ciò porta alla necessità di spazi più ampi e quindi al trasferimento nell’attuale sede in via Cavallotti, 15. Nel 1925 la ditta individuale Dante Socci si iscrive alla Camera di commercio come esercizio di fabbricazione di argenteria e oreficeria, estendendo nel 1935 l’attività al “commercio all’ingrosso, ed eventualmente al dettaglio, di oggetti preziosi in genere”. Nel 1942 muore Dante Socci e il figlio Luigi rileva l’attività paterna sotto la ditta “Dante Socci di Luigi Socci”, aprendo una nuova posizione presso la Camera di commercio. L’impresa è attiva nell’esportazione di bigiotteria e gioielleria in oro e argento importando orologi e pietre sintetiche in Svizzera e sud America. Nel 1955 Luigi Socci muore prematuramente lasciando come eredi la moglie Anna Allaria e le due figlie Maria e Elvira non ancora maggiorenni. La madre decide di proseguire l’attività, ottiene dal giudice l’emancipazione delle figlie, e trasforma la ditta individuale in società di fatto “Dante Socci di eredi di Luigi Socci”. Tra le fine degli anni quaranta e gli anni sessanta l’impresa si sviluppa instaurando rapporti di collaborazione con varie ditte orafe di Valenza Po, con la Fabbricazione italiana catene di Milano e con imprese
Velati Srl
Commercio Velati srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Velati srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ottica e optometria INDIRIZZO | Via G. Mazzini 24 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793537 | F. 0331-773435 | www.velati.it Dal bazar delle origini all’avvio dell’attività di ottico (1894-1949) Nel 1894 Giovanni Velati, commerciante di Rancio Valcuvia, giunge a Gallarate dove insieme alla moglie Severina Rocchi, pellicciaia e ricamatrice, apre un negozio nella piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza della Libertà) per la vendita di articoli vari: occhiali, binocoli, bambole, pellicce, cappelli, fuochi d’artificio, armi e così via. Un vero e proprio bazar. Nei primi anni venti, Gaetano Velati, figlio di Giovanni, inizia a lavorare, dopo la scuola di avviamento professionale, nel negozio paterno, mentre i fratelli e le sorelle prendono strade diverse. Un decreto regio del 1928 istituisce l’abilitazione professionale per l’esercizio della professione di ottico, considerata come “arte ausiliaria” della professione sanitaria e sino a quel momento svolta nella totale assenza di regole. Gaetano consegue la licenza in una scuola specializzata e diventa così il primo ottico “patentato” di Gallarate, iniziando a vendere gli occhiali fatti su misura e non solo quelli già predisposti. Nel 1932, alla morte del padre, Gaetano Velati assume la conduzione dell’impresa, affiancato dalla moglie Luigia Rigamonti. Dal loro matrimonio nascono Giovanni, Enrica e Giuliangelo (chiamato Giulio). Il negozio si trasferisce quindi in uno stabile di via Mazzini, attuale sede dell’impresa, dove, al piano superiore, viene ricavato l’appartamento di famiglia. In questi anni l’impresa esercita il commercio di generi di ottica, armi, fotografie e pellicceria. Durante il fascismo Gaetano Velati ricopre la carica di segretario del Pnf di Gallarate, una compromissione che, data la reputazione di rettitudine di cui gode l’uomo, non avrà conseguenze negative alla caduta del regime. Nel dopoguerra inizia, all’interno del negozio, la vendita di dischi musicali, affidata poi a Giovanni ed Enrica, figli maggiori di Gaetano. Lo sviluppo del comparto ottico per gli occhiali da vista (1950-1970) Con il boom economico e lo sviluppo dei consumi degli anni cinquanta e sessanta cresce anche la domanda di occhiali da vista, un bene salutista la cui importanza era sino ad allora sottovalutata. Il negozio Velati, cogliendo le nuove tendenze, perde progressivamente le iniziali caratteristiche di emporio, per affermarsi sempre più come negozio di ottica. Nel reparto occhiali si combinano due attività diverse seguite direttamente da Gaetano: una di tipo professionale, relativa alla misurazione, tramite il retinoscopio, della miopia e presbiopia; l’altra di tipo artigianale, consistente nel taglio, effettuato con la mola, delle lenti semilavorate provenienti dal Cadore, cui segue il montaggio degli occhiali. Luigia Rigamonti, donna forte e precisa, di formazione contabile, si occupa della parte commerciale e amministrativa, come continuerà a fare nel corso di tutta la sua lunga esistenza, svolgendo un ruolo fondamentale nella vita dell’impresa. Nel 1961 la sede del negozio è interessata da una prima ristrutturazione. Ne seguiranno diverse altre per rispondere alle ricorrenti esigenze di nuovi e più funzionali spazi, che nascono dalla crescita e professionalizzazione dell’attività di ottico. Nei primi anni sessanta cessa la vendita di dischi musicali seguita da Giovanni ed Enrica Velati, che spinti da altri interessi si disimpegnano dall’azienda, pur continuando a seguirne l’attività. Della varietà merceologica delle origini sono rimasti soltanto gli articoli pesca e le armi, cui si affianca il settore di apparecchi fotografici. A differenza dei suoi due fratelli Giulio Velati sceglie di impegnarsi nell’impresa di famiglia. Nel 1964, dopo il diploma di maturità e sospinto dal padre, consegue l’abilitazione di ottico. Nel 1968 muore Gaetano Velati e l’impresa, ereditata dai tre figli, passa sotto la guida di Giulio, che coinvolge nell’attività la sua futura moglie, Daniela Baila, con la quale si sposa nel 1970 e che da allora contribuisce con grande competenza e attenzione , a sviluppare l’attività attraverso la gestione della sua componente commerciale. Per rispetto della memoria del padre cacciatore, si continua la vendita delle armi, che viene però trasferita in un negozio di piazza Risorgimento e gestita, insieme ad altri due soci, da una società commerciale appositamente costituita. Dall’ottica all’optometria (1971-1990) All’inizio degli anni settanta si diffonde l’uso delle lenti a contatto morbide, progettate oltre dieci anni prima da due ricercatori cecoslovacchi, Lim e Wichterle, e prodotte, a partire dal 1971, dalla multinazionale americana Bausch&Lomb. Il successo riscontrato dalle nuove lenti da vista contribuisce ad espandere ulteriormente il settore ottico dell’impresa. Nel 1975 Giulio Velati si diploma in optometria presso l’Istituto superiore di scienze optometriche “Giuseppe Ricco” di Milano, imprimendo così all’attività della sua impresa una svolta tecnica e professionale destinata a contrassegnarne profondamente tutta l’evoluzione successiva. L’ottico optometrista esegue un’analisi complessa delle deficienze della vista, prescrive e fornisce il miglior sistema correttivo e se rileva l’eventuale esistenza di altri problemi non somministra farmaci ma indirizza l’utente verso i medici specialistici appropriati, svolgendo quindi anche una importante funzione di prevenzione sociale. Nel 1977 l’armeria Velati subisce una rapina da parte di un commando di brigatisti capitanato da Corrado Alunni; in conseguenza di ciò, ed essendo quel business di interesse secondario, la società viene venduta. Tra il 1978 e il 1982 Giulio Velati ricopre la carica di presidente dell’Assopto provinciale di Varese, che fa parte della rete nazionale di Federottica, la più importante associazione di categoria italiana del settore ottico e optometrico, presso la quale viene istituto l’Albo degli ottici optometristi per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti del settore. È l’inizio di un lungo e ininterrotto impegno associativo, che tuttora prosegue. Nel 1985 l’impresa Velati assume la forma giuridica di società in accomandita semplice. In questi anni l’industria italiana dell’occhialeria trova nuovo slancio attraverso la produzione delle montature e di occhiali da sole firmati dai più noti stilisti e designer, che arricchiscono l’assortimento dell’ottica Velati. Nella primavera del 1990 il negozio si trasferisce provvisoriamente in via Verdi per consentire i lavori di ristrutturazione dello storico e prestigioso stabile di via Mazzini, dove rientra nel settembre dello stesso anno. La terza generazione e gli sviluppi recenti (1991-2010) Nel rinnovato e più ampio negozio sono in funzione
Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc
Commercio Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc DENOMINAZIONE SOCIALE | Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ferramenta INDIRIZZO | Piazza Garibaldi 7 | 21013 | Gallarate (VA) Pasquale Minoli, “successore a Furla” (1903-1938) Nel 1903 Pasquale Minoli apre un negozio per il commercio di ferramenta in piazza Garibaldi 7 a Gallarate. Le notizie biografiche sul fondatore sono scarne: sappiamo che nasce a Crenna nel 1876 e che la sua famiglia, come quella della moglie Carolina Magnoni è piuttosto benestante. Ne è conferma il fatto che, all’avvio dell’impresa, Pasquale è in grado di acquistare l’intero immobile di piazza Garibaldi dove insedia il negozio e dove stabilisce la propria abitazione. Nel corso degli anni la disponibilità di ingenti spazi dove costituire magazzini e depositi si rivela molto importante per favorire la crescita dimensionale dell’impresa. Per alcuni anni Pasquale mantiene sulla carta intestata, sotto al proprio nome, la dicitura “successore a Furla”, dal che si deduce che l’impresa è stata avviata rilevando una preesistente attività di ferramenta con un proprio bacino di clienti. La lettura di questa carta intestata del 1906 ci consente anche di inquadrare la varietà di articoli in vendita e le specialità della ditta: in alto, sopra il nome, campeggiano le tre categorie “Ferramenta, Ottonami, Chincaglieria”; a sinistra del nome si legge “Assortimento in ferro smaltato e posateria, stufe, cucine e ghiacciaie per famiglie, articoli per capimastri, canali, e lamiere, utensili agricoli e industriali”; sulla destra troviamo “Specialità in ferri da taglio ed articoli per falegnami, grande deposito di chioderie, punterie, viti e bulloni, assortimento cordami, colla, carta e tela vetrata e smerigliata”; infine, più in basso, “Ranze e messorie marche Rosa, Serpente e Stella”. La varietà dell’assortimento è un segno di come il negozio si pone contemporaneamente al servizio dell’utenza professionale e di quella domestica, per quanto la distinzione tra le due destinazioni non fosse marcata come lo è oggi. Pasquale e Carolina lavorano insieme nel negozio e riescono in pochi anni a diventare un punto di riferimento in città per chiunque abbia bisogno di utensili da lavoro o di articoli per la casa. Dal loro matrimonio nel 1898 nascono tra il 1900 e il 1921 Maria, Francesco detto Franco, Adele, Gaetano detto Nino, Carlo e Arturo. Franco, Nino e Arturo, in tempi diversi a seconda dell’età, affiancano i genitori nella conduzione del negozio. Arturo si diploma in ragioneria presso il collegio San Carlo di Milano; Carlo prosegue negli studi e diventa farmacista, lavorando nella storica farmacia Daho’ in piazza Garibaldi, sul lato opposto rispetto alla ferramenta. La farmacia viene rilevata da Carlo e tuttora è attiva sotto la conduzione della dottoressa Renata Minoli, sua figlia. I tre figli di Pasquale. Una squadra ben assortita (1939-1966) Nel 1939, in seguito ad un atto di donazione da parte di Pasquale, i tre figli Franco, Nino e Arturo proseguono l’attività con una nuova società, la Ditta Minoli Pasquale snc, anche se è il padre, fino alla morte avvenuta nel 1943, a mantenere le maggiori responsabilità decisionali nell’impresa. Durante la Seconda guerra mondiale Arturo è l’unico dei tre chiamato al fronte, insieme a Carlo, mentre i due fratelli maggiori possono continuare nella conduzione del negozio. Subito dopo la guerra Arturo si sposa con Luciana Gaiazzi continuando ad abitare nella casa di famiglia. Dal matrimonio nascono Luisa, Franca e Alessandra. Con la scomparsa dei genitori tra il 1943 e il 1949 si forma la struttura operativa che sostiene l’attività per il successivo ventennio. Dei tre fratelli Franco è il capo amministrativo e rappresenta la massima autorità nell’organizzazione dell’impresa: la sua abitudine a gestire in nome proprio gli affari dell’impresa non viene messa in discussione dagli altri due fratelli. Nino è presente al banco di vendita dove lo affianca Arturo che, anche per un semplice dato anagrafico, è considerato dai fratelli il “jolly” per tutte le necessità del negozio. Le sorelle Maria e Adele non partecipano all’attività che, dopo la scomparsa di Carolina, diventa per alcuni decenni un ambito riservato agli uomini di famiglia. La disponibilità di ampi spazi per immagazzinare le merci in attesa della loro vendita è molto importante per garantire alla clientela un ampio assortimento. Il volume e il peso delle merci movimentate rendono necessaria la presenza di un organico di circa 10-12 persone, in parte addette alla vendita e alla gestione dei magazzini, in parte alla contabilità. Gli anni cinquanta e sessanta rappresentano un periodo di intenso lavoro per l’impresa, che rifornisce aziende e artigiani del territorio gallaratese. I settori con cui l’impresa lavora maggiormente sono quello meccanico e quello edilizio, il cui boom accompagna la crescita dell’impresa, mentre nel tempo perdono di importanza le forniture per la lavorazione del legno. Nel secondo dopoguerra l’assortimento del negozio si adegua alla rapida innovazione dei materiali: gli articoli casalinghi in ferro smaltato lasciano posto alla plastica e fanno la loro comparsa gli utensili elettrici. Nel pieno di questa fase di crescita l’impresa deve fare fronte ad un avvicendamento tanto inatteso quanto improvviso. Tra il febbraio e il luglio del 1966 muoiono i due fratelli maggiori e a loro subentrano come eredi il figlio maggiore di Franco, Pasquale detto Linuccio, nato nel 1933, che entra attivamente nella conduzione del negozio al fianco dello zio Arturo, e Ambrogio, nato nel 1940, che eredita le quote del padre Nino ma non gli subentra nel ruolo operativo. Arturo e Pasquale, tra seconda e terza generazione (1967-1986) Con la scomparsa dei fratelli maggiori Arturo deve farsi carico di crescenti responsabilità mentre il nipote Pasquale, rimasto fino ad allora lontano dall’attività, si inserisce occupandosi delle vendite. La transizione non è facile in quanto la presenza di Franco e Nino aveva mantenuto il fratello minore lontano da compiti decisionali e organizzativi. A partire da questo momento Arturo deve necessariamente dividersi tra la gestione degli acquisti e la vendita, mentre la parte amministrativa viene perlopiù delegata a suoi collaboratori. Arturo e il fratello Carlo vivono con le rispettive famiglie nello stesso immobile che ospita il
Mario Crespi
Commercio Mario Crespi DENOMINAZIONE SOCIALE | Mario Crespi Spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio semilavorati metalli non ferrosi grezzi e rottami INDIRIZZO | Viale Milano 153 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-792028 | F. 0331-793883 | www.crespimetalli.com L’avvio dell’attività fino agli anni Sessanta Garibaldi (1938-1959) L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di integrare l’attività paterna, Mario avvia in proprio un’attività di raccoglitore ambulante di rottami metallici munito di motofurgoncino, con sede in via Birago 22 a Gallarate. Nel 1947 Mario Crespi esercita il commercio dei semilavorati metallici non ferrosi e grezzi nonché dei rottami. La sede dell’impresa viene trasferita in piazza Montegrappa, dal 1957 via Galilei. Qui il capannone e l’abitazione si fronteggiano divisi da un ampio cortile e si crea pertanto un forte connubio tra l’attività imprenditoriale e la vita famigliare al punto che alcuni dipendenti facevano da babysitter ai figli di Mario, Giorgio e Silvano. Gli anni cinquanta vedono l’impresa strutturarsi e ampliare la propria attività. Il numero dei dipendenti sale a 20 e nel 1955 viene aperto un deposito a Gozzano, in provincia di Novara in quello che poi diverrà il distretto industriale del Cusio. L’anno successivo prende avvio l’attività di trasformazione dei prodotti già commerciati con lavorazione presso terzi. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1960-1979) Nel 1968 la ditta si trasferisce nella sede attuale, in viale Milano. Qui vengono costruiti ampi spazi di magazzino, strutture tecnologiche (carri-ponte) adatte allo spostamento di grandi pesi, uffici moderni che utilizzano le nuove soluzioni architettoniche dell’open space. Le dimensioni della sede e la modernità degli impianti esprimono le aspettative di crescita che all’inizio degli anni settanta sembravano aprirsi all’economia italiana. Sulla spinta dell’aumento dei volumi del commercio, anche le dimensioni occupazionali crescono: il numero dei dipendenti sale fino a 30, di cui 8 autisti. In questi anni il rapporto di fidelizzazione con il cliente e con i dipendenti è molto forte tanto che l’azienda arriva ad organizzare viaggi all’estero a cui partecipano entrambi. Anche la struttura societaria si sviluppa coerentemente con la crescita economica: nel 1971 la ditta individuale si trasforma nella società di fatto “Mario Crespi & C.” con l’ingresso in società della moglie Maria Bruna Giraldo e dei figli Giorgio e Silvano. Nel 1972 entra nella società anche il figlio minore Alessandro. Nel 1980 avviene la trasformazione in società per azioni. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2006) Nel 1982 muore Mario Crespi e Silvano Crespi viene nominato amministratore unico. La successione coincide con una forte trasformazione del mercato che si riflette sull’andamento e sull’organizzazione dell’impresa. Nelle zone di maggior consumo, si diffondono i magazzini dei produttori di semilavorati che vendono direttamente ai clienti, scavalcando l’intermediazione mercantile. La Crespi riesce a mantenere una certa quota di mercato grazie alla vendita di barre forate – largamente utilizzate per la produzione di rubinetterie nel distretto del Cusio – e alla solidità dei rapporti di collaborazione costruiti nei decenni precedenti sia con i clienti, sia con importanti produttori. La quantità del prodotto lasciato all’intermediazione commerciale si riduce sempre più e questo aumenta la concorrenza tra intermediari. Diventa necessario ricorrere alla conoscenza del mercato, conoscerne le nicchie e sfruttarle dedicandosi a prodotti una volta trascurati. Per l’impresa, ad esempio, è stato importante inserire il settore del semilavorato. Le imprese manufatturiere utilizzano leghe particolari di alto valore unitario. Le lavorazioni producono naturalmente scarti che rappresentano un costo sensibile per i produttori. A partire dagli anni ottanta la Crespi ritira questi rifiuti dai propri clienti e li ricicla: servendosi di terzisti, li trasforma in nuovi semilavorati. In questo modo l’impresa consente ai clienti di ottimizzare gli scarti e rafforza i rapporti reciproci di solidarietà e fedeltà. Negli anni cambia il modo di conservare e movimentare i prodotti in magazzino: da assetti verticali si passa ad assetti orizzontali. Nel deposito di via Cavallotti il materiale veniva spostato a mano e collocato in verticale contro le pareti. Nel nuovo deposito in viale Milano, l’operazione viene invece effettuata grazie al carro-ponte: il materiale, che giace orizzontalmente, è sollevato da terra e caricato su carri aperti. Attualmente l’utilizzo dei container al posto dei carri aperti comporta la sostituzione del carro ponte con i muletti. Ciò crea una nuova modalità di stoccaggio del materiale su più livelli che permette di sfruttare meglio lo spazio. Nel 2000 la Mario Crespi spa ha 18 dipendenti. Oggi l’attività dell’impresa è influenzata dalla crescente internazionalizzazione dei mercati e dalle modificazioni che i prezzi delle materie prime subiscono quotidianamente. Il prezzo si forma suoi mercati internazionali, soprattutto alla Borsa di Londra e ciò significa che i contratti con i clienti devono essere stipulati rapidamente. Grazie al rapporto fiduciario con il cliente, gli accordi vengono conclusi verbalmente e solo successivamente la transazione viene formalizzata. La rapidità nella consegna è l’elemento che rende concorrenziale l’impresa nei confronti dei produttori. Ciò è conseguenza del mutamento di cicli produttivi sempre più fondati su una variabilità dei prodotti cui occorre rispondere con tempestività; ma deriva anche dalla necessità dell’impresa che i flussi di scarti in entrata e di semilavorati riciclati in uscita siano equilibrati in modo da non generare scompensi sul bilancio aziendale. Oggi l’impresa è dimensionalmente più piccola – gli occupati sono scesi da 30 a 14 nell’arco di un ventennio – ma al contempo sempre più pronta a rispondere agli stimoli che vengono dal mercato. Attualmente il magazzino di via Galilei ospita la collezione d’arte privata di Giorgio Crespi. L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di
Ditta Cristina
Commercio Ditta Cristina DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Cristina di Finato Maria e c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di cappelli, pelletteria e accessori INDIRIZZO | Piazza della Libertà 12 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-795620 | F. 0331-795620 Il primo negozio di Mario Cristina in piazza Garibaldi (1910-1916) Cesare Cristina, detto Mario, apre nel 1910 con l’aiuto della moglie Maria Silvera un negozio di cappelli da uomo e ombrelli a Gallarate, nella centralissima piazza Garibaldi alle spalle della chiesa di San Pietro. I due coniugi Cristina, nati rispettivamente nel 1887 e 1886, sono originari di Invorio, borgo agricolo sulle colline novaresi che si affaccia sul Lago Maggiore e decidono di trasferirsi a Gallarate per tentare la fortuna nel settore del commercio. Il loro negozio ottiene un rapido successo, dovuto anche alla posizione centrale nel “salotto” di Gallarate, la zona in cui si passeggia in compagnia e ci si ritrova nelle giornate di festa, quello che con termini attuali può essere definito un “centro commerciale naturale”. Il cappello da uomo a quei tempi è un accessorio imprescindibile, soprattutto per gli esponenti dei ceti borghesi e aristocratici che lo portano quotidianamente e sono attenti alle mode internazionali. L’utilizzo del cappello allora non risente di sensibili picchi stagionali, fattore che invece condiziona fortemente il commercio degli ombrelli. La cappelleria Cristina ha tra i propri fornitori le principali industrie del tempo come Panizza, Frigerio e soprattutto Borsalino: Teresio Borsalino, figlio del fondatore Giuseppe, frequenta personalmente il negozio per concordare gli ordinativi con Mario Cristina. I due titolari non hanno figli che li assistono nel lavoro ma nel 1917 viene loro affidata la nipote, Margherita Silvera, che lascia Invorio all’età di quattro anni e viene cresciuta dagli zii a Gallarate, dove il negozio diviene la sua seconda casa. Il legame di parentela della nipote con i due zii è doppio: Margherita infatti è figlia di un fratello di Maria e di una sorella di Mario. In piazza della libertà, all’angolo del “bar Cristina” (1927-1959) Nel 1927 la cappelleria di Mario Cristina si trasferisce di pochi metri, lasciando piazza Garibaldi per stabilirsi nell’adiacente piazza Vittorio Emanuele che, dopo la Seconda guerra mondiale, prende il nome di piazza della Libertà. Il nuovo negozio viene progettato secondo canoni moderni per l’epoca, l’arredo e le vetrine sono realizzati su misura e vengono utilizzati ancora oggi. La posizione, al termine dei portici di casa Piantanida (oggi conosciuta come casa Peroni), è ancora più favorevole della precedente: situata di fronte al sagrato della Basilica di Santa Maria, la cappelleria diviene un luogo familiare per i gallaratesi. I ragazzi si danno appuntamento sotto i portici per trascorrere le ore insieme, i più giovani a giocare e schiamazzare, i più grandi ad aspettare le ragazze che escono dalla messa. Chi non ha l’età e i soldi per frequentare i caffè della piazza adotta come ritrovo quell’angolo dei portici, che per tanti ragazzi diventa noto come il “Bar Cristina” . Mario li intrattiene inventando un motivetto pubblicitario che diventa rapidamente un successo in piazza: «Non c’è bambino che non abbia mai comprato un cappello da Cristina». In quegli anni la maggior parte della clientela del negozio è costituita da persone benestanti e la torma di ragazzi davanti al negozio viene talvolta dispersa da Margherita armata di una scopa. Anche lei diviene una figura familiare per tanti giovani e con il passare degli anni sarà nota a tutti come la zia Rita. Nel secondo dopoguerra altri membri della famiglia si trasferiscono da Invorio: prima Jolanda, sorella minore di Margherita, che sposa il milanese Carlo Rattazzi con cui si stabilisce a Busto Arsizio; Guarda le fotoin seguito anche il padre di Margherita e Jolanda, Carlo Silvera, rimasto vedovo decide di raggiungere la figlia maggiore a Gallarate. Per qualche anno è attivo anche lui in negozio, occupandosi della riparazione di ombrelli e di cappelli. Con gli anni cinquanta e sessanta il negozio amplia la propria offerta con altri accessori come guanti, cinture, foulard di seta, cappelli femminili da cerimonia e borse. Questo aspetto della diversificazione merceologica si rivela fondamentale per la sopravvivenza dell’attività nei decenni a venire, in quanto il mercato del cappello in feltro da uomo subisce un drastico ridimensionamento. Il primo passaggio generazionale: dallo zio Mario alle nipoti Silvera (1960-1994) Nel 1960, con la scomparsa della moglie Maria, Mario inizia a predisporre la propria successione e nel 1961 decide di cessare la ditta individuale e di farle subentrare la società in nome collettivo “Cristina Cesare & C. In questo periodo di transizione la cappelleria si avvale del lavoro di una commessa, unico episodio di apporto di lavoro esterno nella secolare storia di questa impresa, che si caratterizza per la continua presenza in negozio di membri della famiglia. Mario Cristina muore nel 1965 e le quote della società vengono divise tra le due nipoti Silvera: Margherita e Jolanda. Quest’ultima decide in quel frangente di trasferirsi con il marito Carlo Rattazzi e i figli Loredana, Marina e Aldo a Gallarate, per condividere con Margherita la casa lasciata dagli zii Cristina. In negozio le due sorelle vengono affiancate dalla figlia maggiore di Jolanda, Loredana Rattazzi, assunta come commessa e attiva al loro fianco per trent’anni. A partire dagli anni sessanta l’industria e il commercio di cappelli, in particolare quelli da uomo, subiscono un forte ridimensionamento: le abitudini e le mode cambiano radicalmente. La crisi del settore ha effetti sia sul versante industriale che su quello distributivo, che portano alla chiusura di molti punti vendita specializzati. Come già accennato, l’attività della famiglia Cristina-Silvera può contare su un’offerta varia ma soprattutto su un rapporto solido con la propria clientela di riferimento. Ad alcuni clienti di riguardo , esponenti delle dinastie imprenditoriali della zona, capitava che la zia Margherita dedicasse anche la domenica mattina. Inoltre molti dei ragazzi che passavano il loro tempo davanti al “Bar Cristina” con il passare degli anni diventano clienti del negozio, che diviene in un certo senso simbolo di ascesa sociale. Nel corso
Guidali
Artigianato Guidali DENOMINAZIONE SOCIALE | Guidali lavorazioni del legno di Guidali Alberto & c. sas FORMA GIURIDICA | società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | falegnameria, produzione, riparazione e commercio di serramenti e mobili in legno INDIRIZZO | Corso Sempione 19 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331–795301 | F. 0331-795301 Dall’avvio dell’attività fino ai primi anni trenta (1893-1929) La storia imprenditoriale della famiglia Guidali comincia con l’apertura di una falegnameria intestata ai fratelli Giovanni e Vittorio (detto Vittore): l’iscrizione all’anagrafe commerciale della Camera di commercio di Milano consente di datare l’inizio dell’attività nel 1893. I due falegnami sono figli di Protaso e di Paola Limido, contadini originari di Rovate, frazione di Carnago, trasferitisi a Gallarate con i loro sei figli: oltre a Giovanni e Vittorio vi sono Alessandro, Maria, Baldessare e Luigi. La “vasta bottega da falegname”, fornita di attrezzi, con annesso deposito per il legname, è ricavata all’interno di un complesso edilizio che Protaso alla sua morte, avvenuta nel settembre 1888, lascia in usufrutto alla vedova e in eredità ai figli. Il complesso consta di una casa con giardino, di un portico e di un’altra casa in cui è collocata al piano terra la falegnameria. L’edificio si affaccia sull’importante asse viario che da Gallarate porta a Sesto Calende, separato dall’antica chiesetta di San Rocco solo da una strada campestre. Ancora oggi l’azienda ha qui la sua sede, al numero 19 di corso Sempione, che per un certo periodo prese il nome di via Amedeo di Savoia. Sopra il laboratorio vi sono le abitazioni di Maria e Vittorio. In questi spazi vivranno e lavoreranno anche molti dei loro discendenti, organizzati secondo il modello della famiglia “allargata”. Gli altri fratelli Guidali già alla fine del secolo si sono stabilmente insediati a Beckenried, sul lago svizzero dei Quattro Cantoni. Sono infatti titolari di un’azienda di costruzioni stradali che avrà molta fortuna, trasferendo poi la sede a Lucerna. Anche Giovanni, in origine titolare della falegnameria, raggiunge i fratelli in Svizzera, ma diversamente da loro conserva la cittadinanza italiana. Pur avendo solo l’istruzione elementare, si cimenta con successo nella scultura del legno e si dimostra abile disegnatore. Si deve a lui la realizzazione dello schizzo del capitello che viene scelto dai nipoti come marchio dell’azienda. La falegnameria quindi viene gestita da Vittorio, che si è formato professionalmente lavorando come apprendista nel mobilificio gallaratese di Andrea Macchi e, dopo i quattro anni di servizio militare, in un’analoga azienda bustese. Nel 1907 scioglie formalmente il sodalizio col fratello e registra una ditta individuale, la “Guidali Vittore”, specializzata nella produzione di “serramenti e affini”. La sua preferenza va alla costruzione di mobili, che soddisfano maggiormente la sua abilità professionale e che garantiscono un guadagno più continuativo nel corso dell’anno. Vittorio tuttavia non ignora le opportunità di lavoro offerte da quel nuovo ceto di professionisti e imprenditori del gallaratese che si stanno costruendo case e villette sia in città che nei centri di villeggiatura marini e montani. Per le loro abitazioni richiedono serramenti di qualità, realizzati prevalentemente con legni italiani, soprattutto abete e larice. Date le tecniche di lavorazione dell’epoca, la realizzazione dei serramenti per una villa può richiedere anche un anno di lavoro. Le commesse non mancano e l’azienda si consolida. La seconda generazione. Dagli anni trenta agli anni cinquanta (1930-1959) Vittorio introduce progressivamente nell’azienda il figlio Giuseppe, l’unico maschio nato dal matrimonio con Luigia Mocchetti. Giuseppe ha una solida formazione scolastica, avendo effettuato studi tecnici a Gallarate. Dopo il diploma, viene inviato al fronte nella Grande guerra. Ferito due volte, ha una scheggia di cannone nella clavicola ma questa ferita non gli impedisce di macinare chilometri in bicicletta, sport di cui è appassionato. Sposato con Rosa Guffanti (detta Rina), Giuseppe ha sette figli: due maschi, Vittore e Luigi e cinque femmine: Anna, Natalina, Celestina, Carla, Maria Pia. Nessuna di loro partecipa alla vita aziendale e una diventa suora missionaria: una scelta che non sorprende dal momento che i genitori sono molto religiosi. I figli maschi invece iniziano presto a collaborare col padre e, se pure per poco tempo, anche con il nonno. Vittore, all’età di dodici anni inizia il suo percorso di apprendistato professionale nel laboratorio di famiglia e Luigi fa altrettanto dopo aver frequentato la terza commerciale. Rispetto al padre, che aveva orientato l’attività alla produzione di mobili, Giuseppe preferisce incentivare quella dei serramenti. Nel 1938 la ditta acquisisce un importante cliente, l’Ospedale “S. Antonio Abate” di Gallarate, di cui cura soprattutto la manutenzione degli infissi e al cui interno crea un piccolo laboratorio attrezzato in cui lavora stabilmente un operaio. Questo tipo di lavoro ha il vantaggio di poter essere svolto anche nei mesi invernali, quando le altre attività edilizie sono cessate. Nel 1944 Giuseppe ha ormai raggiunto la soglia dei 46 anni ed ha un’esperienza di vita e di lavoro sufficienti per dare garanzie di continuità nella conduzione dell’azienda, nonostante le differenze rispetto al padre. Il 1 maggio 1944, all’età di 78 anni, Vittorio cede ufficialmente l’attività al figlio, che registra una ditta individuale a lui intestata. Tre anni più tardi, alla sua morte, le figlie Rina, Elena, Laura, Maria e Paolina ereditano una quota delle sostanze paterne ma non entrano a far parte dell’azienda. L’opera di Vittore e Luigi Guidali. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1960-1989) Nel dicembre 1963 Giuseppe muore e la ditta individuale a lui intestata cessa. Vittore e Luigi ne continuano l’attività sotto forma di società di fatto mantenendo nell’oggetto la riparazione, costruzione e commercio sia di mobili che di serramenti in legno. In un primo momento la moglie di Vittore, Giancarla Dettone, si occupa della contabilità aziendale ma dopo qualche tempo lascia l’incombenza al cognato. La moglie di Luigi, di nazionalità francese, non è invece coinvolta nell’impresa. I due fratelli si dividono i ruoli: Vittore segue prevalentemente la produzione, Luigi sovrintende alla posa dei serramenti e all’amministrazione. Negli anni del boom economico molti concorrenti diversificano l’attività, entrando nel settore dei cantieri che, data la tumultuosa espansione edilizia, offre grandi opportunità di guadagno. I fratelli Guidali invece restano fedeli
Ambrogio Bernasconi
Industria Ambrogio Bernasconi DENOMINAZIONE SOCIALE | Ambrogio Bernasconi srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di accessori per ombrelli, bastoni da passeggio e appoggio INDIRIZZO | Via Alberto da Giussano 13 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793084 | F. 0331- 793894 | www.bastonaio.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1922-1934) Negli ultimi anni dell’Ottocento, Ambrogio Bernasconi, ancora adolescente, lavora presso la ditta Lana di Gallarate specializzata nella produzione di bocchini in corno per pipe. Maturata un’ampia esperienza nella lavorazione del corno, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, Ambrogio Bernasconi avvia con due soci un’attività in proprio per la produzione di bocchini da pipa e da sigaretta, in via Garibaldi a Crenna di Gallarate. A guerra conclusa, Bernasconi liquida i suoi soci, avvalendosi dell’aiuto della moglie, Enrichetta Rovizzoli, nel proseguimento dell’attività, d’ora in poi a stretta conduzione familiare. L’impresa, oltre ad accessori per fumatori, produce impugnature per biciclette e manici per ombrelli in corno, sfruttando lo stesso materiale e le stesse competenze di lavorazione acquisite nella produzione di bocchini. Il corno, infatti, viene acquistato intero e successivamente diviso in tre tagli: la punta, per i bocchini delle pipe, il taglio in mezzo per le manopole per le biciclette e per i manici di ombrelli e la parte finale, rivenduta, per la produzione di pettini. Nel 1925 entra nella ditta di famiglia il figlio maggiore di Ambrogio, Isidoro Bernasconi, e successivamente, verso il 1930, anche il secondo figlio, Enrico Carlo, avrà parte attiva nell’impresa che diviene una società di fatto. L’ingresso dei figli segna un cambiamento nel prodotto dell’impresa che dapprima abbandona la produzione degli articoli per fumatori e poi anche delle manopole per biciclette, concentrandosi sugli accessori per ombrelli (manici, bastoni, punte degli ombrelli). Tale scelta è dettata dalla volontà di concentrarsi sull’articolo di produzione più redditizio e di svilupparlo con l’utilizzo di altri materiali, quali il legno e la pelle, avvalendosi dell’esperienza portata da Enrico Carlo Bernasconi che aveva precedentemente lavorato in una fabbrica di scarpe, la Marelli di Gallarate. Sempre intorno al 1930, l’impresa, subentrando nei locali occupati precedentemente da una carpenteria, si sposta nell’attuale sede che conoscerà diverse ristrutturazioni e ampliamenti negli anni successivi. Dal 1935 al 1960 Nella seconda metà degli anni trenta, Isidoro ed Enrico Carlo Bernasconi, assumono di fatto la conduzione dell’impresa affiancandosi al padre Ambrogio. L’avvento della Seconda guerra mondiale, però, costringe i due fratelli al servizio militare tenendoli forzatamente lontani dall’impresa fino al termine del periodo bellico. Nel 1949 l’attività della ditta viene ereditata dalla nuova società “Ambrogio Bernasconi di Bernasconi Isidoro e Bernasconi Enrico Carlo & c. Sas”, che vede Ambrogio Bernasconi socio accomandatario e i suoi due figli soci accomandanti. Isidoro si occupa della produzione e della parte commerciale dell’attività, Enrico Carlo, invece, cura il rinnovo della produzione con l’ideazione di nuovi modelli. Con l’avvento della plastica, l’impresa nel corso degli anni cinquanta si amplia e acquista nuove macchine per la produzione. Unica nel suo settore si dota di una officina meccanica con un attrezzista fisso in fabbrica. Ciò permette una rapida e assai meno onerosa realizzazione di stampi per la produzione di nuovi modelli, senza dover dipendere da fornitori esterni, e assicura al contempo una manutenzione continua e immediata delle macchine. Parallelamente il numero degli operai sale fino a toccare i cinquanta addetti. Impugnature in corno degli anni cinquanta. 2007, Archivio Centro per la cultura d’impresa. L’espansione dell’impresa è resa possibile principalmente grazie all’esportazione del prodotto negli Stati Uniti, avviata già durante la guerra, che permette di annullare gli effetti negativi dovuti ad una produzione tipicamente stagionale come quella degli ombrelli. I tempi di consegna, data la distanza del mercato, costringono i committenti ad ordinare in primavera, permettendo così all’impresa di lavorare a pieno ritmo anche nel periodo estivo. Inoltre i profitti derivati dall’esportazione consentono all’impresa, che pure è soggetta a un ciclo stagionale, a operare con continuità nel corso dell’anno con vantaggio per l’occupazione. La vendita negli Stati Uniti comporta la realizzazione di un preciso campionario, per cui ci si avvale del rappresentante americano dell’impresa, distinto da quello destinato al mercato europeo e realizzato dai due fratelli. Negli anni cinquanta Ambrogio Bernasconi e le famiglie dei due figli si trasferiscono in una casa adiacente alla fabbrica. Dal 1961 al 1989 Nel 1961 i due fratelli Bernasconi divengono entrambi soci accomandatari della società, sancendo ufficialmente il ritiro dall’attività del padre Ambrogio. Gli anni sessanta si caratterizzano per la forte esportazione verso gli Stati Uniti, circa il 60% dell’intera produzione, e vedono la presenza attiva nell’impresa della terza generazione Bernasconi: i figli di Isidoro, Ambrogio e Francesco, e i figli di Enrico Carlo, Umberto e Sergio. A Francesco Bernasconi, a tempo pieno nell’impresa dal 1969, viene affidata dal padre la parte commerciale e in particolar modo i rapporti con i mercati esteri. Qualche anno dopo, Umberto Bernasconi, figlio di Enrico Carlo, viene incaricato della contabilità dell’impresa. Nel frattempo l’acquisto di macchine ad iniezione diretta comporta un notevole aumento del numero di pezzi prodotti. Si amplia di conseguenza la sede con la costruzione di un nuovo capannone e tutti gli anni settanta si rivelano anni molto positivi per l’impresa. Nel 1974, alla morte di Ambrogio Bernasconi, la società vede l’ingresso ufficiale della terza generazione dei membri della famiglia. La famiglia Bernasconi. Da sinistra: Umberto, Enrico Carlo, Franco e Isidoro. 1988, Archivio d’impresa.Il processo di espansione dell’impresa si interrompe intorno alla metà degli anni ottanta, quando la Bernasconi perde il mercato americano, sostituito da nuovi mercati europei nei quali viene attivata una rete di rappresentanti. Le vendite in Francia, Inghilterra e Spagna, con la produzione di linee di modelli dedicate ad ogni singolo paese, riescono a compensare completamente la perdita del mercato statunitense. La percentuale di produzione esportata si mantiene, quindi, alta. Nel 1988, la necessità di trovare fonti di profitto collaterali porta all’apertura di uno spaccio presso la sede – per la vendita di ombrelli, bastoni e piccola pelletteria – e ad ampliare l’oggetto sociale all’abbigliamento, strada che tuttavia non viene percorsa. Dal
A. Moglia di Antonio Moglia
Commercio A. Moglia di Antonio Moglia DENOMINAZIONE SOCIALE | FORMA GIURIDICA | ANNO FONDAZIONE | ATTIVITÀ PRINCIPALE | INDIRIZZO | CONTATTI | T. | F. | Un’oreficeria nel cuore di Gallarate (1912-1950) Andrea Moglia nasce a Bedonia, in provincia di Parma, nel 1885. Trasferitosi con la famiglia a Gallarate, apprende il mestiere di orafo lavorando sin da ragazzo presso una bottega della città varesina, interessata in quegli anni da un intenso sviluppo industriale, ma che può vantare anche un’antica tradizione nella fabbricazione e nel commercio degli oggetti in oro. Nel 1912 Andrea Moglia costituisce, con l’aiuto del fratello Antonio, una ditta individuale per l’attività di vendita al minuto di articoli di oreficeria e apre il negozio “Oreficeria Moglia S. Apollonia” in via Mercanti 2, dove viene ricavata, ai piani superiori, l’abitazione di famiglia. Nel 1920 viene a mancare Antonio e Andrea costituisce con la cognata Caterina la società di fatto “F.lli Moglia”. Sposatosi con Pierina Cattaneo, ha due figli: Giovanna nata nel 1927 e Antonio nel 1930. Nel 1931, a soli 40 anni, muore Caterina Moglia, che non ha avuto figli. L’attività prosegue con la ditta individuale “Oreficeria Moglia Andrea”, che si trasferisce in via Mercanti 1, dove aveva rilevato la gioielleria Foglia, nonché l’intero stabile in cui questa si trovava. Il nuovo negozio si rivolge a una clientela locale ormai consolidata, costituita per lo più da donne contadine e operaie, che acquistano le fedi e la parure nuziale composta da anello, orecchino e collana. Negli anni della Seconda guerra mondiale molte di queste donne, spinte dal bisogno, si recano all’oreficeria di via Mercanti per vendere le loro fedi d’oro. L’oreficeria dispone di un laboratorio per la riparazione di orologi collocato nel cortile interno dell’edificio: è qui che il giovane Antonio Moglia apprende, a partire dai primi anni quaranta, il mestiere di orologiaio, trovando comunque il tempo di studiare e di conseguire il diploma di ragioniere. Tra gioielli e diamanti (1951-1970) Con i primi anni cinquanta Antonio Moglia, poco incline al lavoro un po’ sedentario del negozio, inizia un’attività di commercio all’ingrosso di diamanti e pietre preziose, caratterizzata da frequenti viaggi all’esteno, che si affianca alla vendita al minuto. Nel 1960 entra a far parte come socio maggioritario della ditta del padre, ormai anziano e ritiratosi dall’attività, che si trasforma così in società di fatto con la denominazione “Andrea Moglia di A. Moglia & C.”. Un anno dopo muore Andrea Moglia, la cui quota di spettanza nella società del 10% – rinunciando la moglie ad ogni diritto ereditario – è interamente devoluta ai figli Antonio (95%) e Giovanna (5%). Nel 1963 viene abbattuto l’edificio di via Mercanti 1, per essere completamente ricostruito nel 1965. La gioielleria, trasferitasi provvisoriamente in un locale vicino, trova una sede più ampia e la famiglia un’abitazione più confortevole. Alcuni spazi dello stabile sono inoltre affittati ad altri esercizi commerciali. Antonio è continuamente in giro per il mondo per l’attività di commercio dei diamanti. Sua sorella Giovanna, nel frattempo sposatasi, vive altrove, potendo garantire soltanto una presenza saltuaria in negozio. Questo, allora come oggi, continua a rappresentare un luogo di relazioni e di radicamento nel mondo locale. La gestione operativa della gioielleria, che nello spazio rinnovato non dispone più del laboratorio di orologeria, passa di fatto nelle mani di due dipendenti, Annamaria Galli e Mariuccia Bono che saranno affiancate da Gina Mazzolini alla fine degli anni sessanta. Con l’aumento del benessere e il cambiamento degli stili di vita degli anni sessanta, durante i quali la città registra un forte incremento demografico, la gioielleria Moglia arricchisce la gamma dei prodotti trattati (dall’orologio di marca, all’oggettistica in argento, al gioiello impreziosito da gemme di valore), rivolgendosi ora ad una clientela maggiormente facoltosa. Nel 1970 Antonio sposa Piera Castiglioni e hanno due figli: Andrea, nato nel 1971, e Michele, nato nel 1972. Un mestiere diverso per i figli (1971-2012) Nel 1973 Giovanna Moglia recede dalla società, che si trasforma in ditta individuale con la denominazione “A. Moglia di Antonio Moglia”. Nel 1977 muore Pierina Cattaneo. Lo sviluppo del commercio all’ingrosso di pietre preziose conduce all’apertura di un deposito con ufficio a Valenza Po, uno dei principali centri italiani della produzione e del commercio di preziosi. A partire dal 1979 Piera Castiglioni collabora con il marito nella scelta dei fornitori e quattro anni dopo il negozio viene nuovamente ristrutturato. L’elevato giro di affari raggiunto dalla compravendita delle pietre preziose porta alla costituzione, nel 1980, della Italiana Diamanti spa, avente sede a Milano in via Cesare Cantù. La società rileva il deposito di Valenza Po e apre nel 1985 una filiale ad Anversa, principale piazza mondiale del commercio di diamanti. Con i primi anni novanta, il giovane Andrea Moglia, diplomatosi in ragioneria, effettua uno stage ad Anversa per approfondire le conoscenze gemmologiche e quindi affianca il padre nella Italiana Diamanti, mentre il fratello Michele studia economia all’Università Bocconi. Nel 1999 Antonio Moglia e suo figlio Andrea, mentre stanno ritornando in macchina da Valenza Po, sono vittime di una rapina a mano armata e di sequestro provvisorio di persona. A seguito di questa esperienza traumatizzante, Antonio si impegna per garantire ai figli un avvenire lavorativo diverso, lontano dagli elevati rischi connessi alla professione di commerciante di preziosi. Egli diventa così socio della Enoplastic di Bodio Lomnago (Va), una società all’avanguardia e leader mondiale nella produzione di capsule per bottiglie di vino e spumanti pregiati, fondata nel 1957 da Francesco Piero Macchi, di cui oggi Michele Moglia è l’amministratore delegato, il fratello Andrea il responsabile di produzione e il padre Antonio vicepresidente. A partire dagli anni 2000 Antonio Moglia contrae progressivamente l’impegno nella Italiana Diamanti, che si trasforma in società immobiliare. In questi stessi anni la gioielleria Moglia soffre la crisi del mercato degli orologi tradizionali. Il negozio punta di meno sull’oggetto impegnativo e di valore per soddisfare le esigenze di una clientela orientata a prodotti di buona qualità, costituiti soprattutto da articoli di argenteria e alla moda, ma dal prezzo più accessibile. La vendita dei gioielli in oro è un evento
Colombo frigoriferi
Artigianato Colombo frigoriferi DENOMINAZIONE SOCIALE | Colombo frigoriferi di Colombo Elio & C. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Installazione e riparazione frigoriferi INDIRIZZO | Via sciesa, 41 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-775495 | F. 0331-793089 | www.colombofrigoriferi.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1930-1959) Umberto Colombo, nato nel 1908 a Gallarate, dopo aver frequentato la scuola d’arte e mestieri a Milano lavora presso alcune ditte della zona. L’esperienza più importante è quella vissuta presso la Zanchi Angeloni di Milano dove Umberto apprende l’attività di montatore di impianti frigoriferi operando principalmente nell’Italia meridionale. Grazie al passaparola Umberto inizia anche a svolgere alcune riparazioni per proprio conto nel gallaratese. Nel 1950, vista la scarsità di tecnici nel campo della refrigerazione nella zona, decide di avviare una attività in proprio di installazione e riparazione di frigoriferi. Tre anni dopo, grazie all’aiuto della moglie, Francesca Besani, che si occuperà sempre della parte amministrativa, si aggiunge la vendita di frigoriferi che si amplia, nel 1958, a quella di elettrodomestici e materiale elettrico. Scelta intelligente e redditizia se si considera il periodo di boom economico che in questi anni vive l’Italia. Nello stesso anno la sede del negozio si trasferisce da via Orti 1 in via Sciesa, angolo Strada della Bozza. La compresenza nella stessa casa di ringhiera dell’abitazione e dell’officina fa sì che il lavoro non cessi mai, in una attività frenetica che coinvolge marito e moglie per la maggior parte della giornata. Umberto, inoltre, viene chiamato da alcune grandi industrie come consulente e benché la clientela sia circoscritta prevalentemente a Gallarate, l’impresa arriverà a contare più di 1390 clienti. L’attività dagli anni Sessanta agli anni Settanta (1960-1979) L’attività si rivolge prevalentemente ai negozi di alimentari. A lato però, la ditta Colombo riceve importanti commesse da varie industrie dei più diversi settori, essendo il campo del freddo di per sé molto esteso. La stessa tecnica di refrigerazione è cambiata molto nel tempo col mutare dei gas frigorigeni utilizzati: dall’anidride solforosa, molto pericolosa in caso di guasti e perdite, al freon che dovrebbe essere sostituito oggi da gas che non concorrano ad aggravare il buco d’ozono dell’atmosfera terrestre. Seguendo le esigenze dei propri clienti e per poter contrastare la concorrenza, Colombo decide di fornire ai negozi anche armadi frigoriferi, fatti costruire da un falegname di Samarate, e successivamente, a metà degli anni sessanta, banchi frigoriferi, rivendendo quelli fabbricati da una ditta di Mantova, appositamente contattata. Il campo dell’arredo viene considerato da Umberto un’ottima possibilità di crescita tanto da coinvolgere nella ditta il fratello della moglie, falegname di professione. Collaborazione che però non porterà i frutti sperati a causa di un infortunio avuto sul lavoro dal cognato. I primi arredi verranno comunque fatti e forniti ai gastronomi più importanti della zona. Parallelamente viene abbandonata la vendita di elettrodomestici a seguito della diffusione di negozi specializzati. Nel 1969 Umberto Colombo trasforma la ditta in società di fatto coinvolgendo i figli Giancarlo ed Elio: la partecipazione dei soci viene stabilita nella quota di un terzo ciascuno. La ragione sociale diviene “Colombo Umberto & Figli”. Giancarlo si occupa, come il padre, della parte tecnica mentre Elio, ragioniere e poi iscritto alla Facoltà di economia e commercio, si incarica della gestione amministrativa. Elio segue anche dei corsi di comunicazione per la vendita, in modo da poter poi consigliare, a sua volta, i suoi stessi clienti sulla migliore esposizione possibile della merce nei banchi frigoriferi. Alla fine del 1972 il fondatore dell’attività va in pensione lasciando l’attività ai figli. Dagli anni Ottanta ad oggi (1942-1960) L’attività dell’impresa non conosce flessioni nel corso dei decenni della sua storia grazie alla diversificazione del lavoro ottenuta con l’impegno nel ramo dell’arredo e nel condizionamento ambientale di grandi spazi. L’impresa può anche contare su una clientela fidelizzata, che rimane legata anche per più generazioni. La riparazione in officina è diventata rara, ma in progressione, con il mutare del tipo di impianti e oggi la riparazione viene fatta al 99% presso il cliente. Il mercato di riferimento rimane quello alimentare e i clienti principali i negozi medio-piccoli, dove l’impresa può far valere la propria capacità di assistenza. La grande distribuzione non viene invece volutamente presa in considerazione a causa dell’impegno che richiede senza che ne derivi un adeguato guadagno. I supermercati esigono infatti interventi immediati e a costi precedentemente concordati, rivolgendosi però direttamente ai grandi costruttori per i propri arredi. Elio coinvolge la moglie, Elisabetta Tosi, nella gestione amministrativa proseguendo nel solco dell’esempio tracciato dai suoi genitori. Nel 1997 la società assume la ragione sociale attuale; contestualmente Giancarlo Colombo va in pensione lasciando il posto al figlio Michele. Alla fine del 2000 entra in società anche Marco Colombo, figlio di Elio. Nel 2005 Giancarlo muore privando della propria grande esperienza il fratello e il figlio. Dal 1998 l’attività si è ulteriormente diversificata comprendendo anche il condizionamento ambientale per le abitazioni private e la produzione di cucine e grandi impianti per la ristorazione. Umberto Colombo, nato nel 1908 a Gallarate, dopo aver frequentato la scuola d’arte e mestieri a Milano lavora presso alcune ditte della zona. L’esperienza più importante è quella vissuta presso la Zanchi Angeloni di Milano dove Umberto apprende l’attività di montatore di impianti frigoriferi operando principalmente nell’Italia meridionale. Grazie al passaparola Umberto inizia anche a svolgere alcune riparazioni per proprio conto nel gallaratese. Nel 1950, vista la scarsità di tecnici nel campo della refrigerazione nella zona, decide di avviare una attività in proprio di installazione e riparazione di frigoriferi. Tre anni dopo, grazie all’aiuto della moglie, Francesca Besani, che si occuperà sempre della parte amministrativa, si aggiunge la vendita di frigoriferi che si amplia, nel 1958, a quella di elettrodomestici e materiale elettrico. Scelta intelligente e redditizia se si considera il periodo di boom economico che in questi anni vive l’Italia. Nello stesso anno la sede del negozio si trasferisce da via Orti 1 in via Sciesa, angolo Strada della Bozza. La compresenza nella stessa casa di ringhiera dell’abitazione e dell’officina fa sì che il lavoro non cessi mai, in una attività