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Venzaghi Centro Industriale Srl

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Industria Venzaghi Centro Industriale Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Venzaghi Centro Industriale Srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Locazione di beni immobili propri INDIRIZZO | Via f.lli Cairoli 6 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632284 | F. 0331-632284 L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1871-1905) Nel 1871, l’appena ventenne Achille Venzaghi, dopo un breve periodo di apprendistato presso un’impresa locale, avvia a Busto Arsizio una piccola produzione di scialli di cotone basata su pochi telai a mano. L’iniziativa nasce sotto il nome del padre Giuseppe Venzaghi, un commerciante in oro che però, nell’ultima parte della sua attività lavorativa, si era occupato della commercializzazione di tessuti . Da qui deriva, probabilmente, la scelta di Achille che, grazie alle sue capacità, sviluppa ben presto la neonata ditta. Nel 1876, infatti, lo stesso Achille Venzaghi costituisce una società con gli zii Bossi e Restelli (Bossi, Restelli & C.) per poter ampliare l’attività. Nel 1881 la società si scioglie, sostituita dalla Ditta F.lli Venzaghi di Giuseppe che Achille fonda insieme ai suoi due fratelli, Luigi e Pietro, per la produzione di scialli e stoffe di cotone con telai a mano. La ditta viene installata in uno stabilimento di via XX Settembre ottenuto in affitto dalla Ditta Carlo Candiani. Dopo solo un anno, la F.lli Venzaghi è già in grado di far costruire degli stabilimenti propri, nell’attuale via Mazzini, adibiti a tintoria e a tessitura. Nel 1887, Achille Venzaghi compie il suo primo viaggio in America del Sud seguendo l’amico Enrico Dell’Acqua – un vero e proprio pioniere nella sua attività di apertura di sbocchi commerciali internazionali per l’industria tessile dell’Alto Milanese – proprio con lo scopo di organizzare una rete di vendita stabile per l’esportazione dei propri prodotti. La crescita delle ordinazioni di tessuti, dall’Italia e dall’estero, spinge l’impresa a sostituire i telai manuali con quelli meccanici per aumentare la capacità produttiva, impiantando così, nel 1892, uno dei primi stabilimenti di tessitura meccanica della zona. I telai meccanici, utilizzati per la fabbricazione di tessuti greggi e colorati per pantaloni, sono inizialmente cento ma aumentano continuamente fino a raggiungere il numero di 450. Negli stessi anni, Achille Venzaghi compie viaggi in Egitto e Turchia alla ricerca di nuovi mercati, ottenendo nuove commesse che contribuiscono alla continua crescita dell’impresa. Dal 1906 al 1928 Nel 1906, la Ditta Fratelli Venzaghi di Giuseppe, ormai una tra le più affermate aziende tessili bustesi, viene trasformata nella Società Anonima Cotonificio Venzaghi. A capo dell’impresa vi sono Achille Venzaghi, presidente del consiglio d’amministrazione, e il fratello Pietro. L’anno successivo, l’impresa attua un programma di ampliamento delle proprie attività con la costruzione di una filatura di cotone americano di circa 12.000 fusi. Questo processo di espansione non si arresta nemmeno dopo il 1907, anno in cui tutto il settore registra una prima crisi di sovrapproduzione. Nel 1909, infatti, viene decisa la creazione di un nuovo impianto di filatura e si perfeziona la capacità produttiva degli impianti completando i reparti tintoria e preparazione: l’obiettivo è il raggiungimento del ciclo completo di lavorazione del cotone, dalla materia prima al tessuto finito. L’avvento della Prima guerra mondiale porta gravi difficoltà all’industria cotoniera dell’Alto Milanese a causa della carenza di materia prima, di energia, di combustibile e per la chiusura dei mercati d’oltremare, tanto faticosamente conquistati pochi anni prima. Questo difficile periodo viene superato grazie alle importanti forniture commissionate per l’esercito italiano e anche francese che divengono, anzi, un’ulteriore occasione di crescita. A guerra conclusa, nel 1918, Achille Venzaghi, in memoria del figlio Carlo, deceduto durante il servizio militare, istituisce un fondo pensioni per i dipendenti del cotonificio divenuti inabili al lavoro ed una cassa di maternità per le proprie operaie gestanti. Nel 1920, nell’ambito di una politica di diversificazione degli investimenti, dovuta alle difficoltà che anche il Cotonificio Venzaghi si trova ad affrontare negli anni dell’immediato dopoguerra, la società partecipa alla costituzione dell’Istituto autonomo bustese per le case popolari, alla costituzione della Società agricola italo-somala e prende parte all’aumento del capitale sociale della Società anonima consorzio utenti nafta. Nel 1921, Achille Venzaghi si ritrova coinvolto senza colpa, in quanto socio fondatore, nello scandalo del fallimento della Banca Italiana di Sconto, un istituto ben articolato in Italia e all’estero, ma fondato ed operante in modo particolare nell’Alto Milanese. In questi anni Giovanni Venzaghi, figlio di Achille, dirige la società insieme ai cugini Silvio e Mario. Nel 1924, a seguito di una nuova ripresa della domanda di tessuti, il Cotonificio acquista dall’Anonima manifattura di Gemonio, uno stabilimento di tessitura situato a Cimbro, nei pressi di Vergiate, poi completamente rinnovato. Negli stessi anni, la fase di espansione del Cotonificio trova un freno nella riduzione della manodopera disponibile, rendendo necessario il reclutamento di forza lavoro in zone più lontane. L’impresa allora, inizia la costruzione di una casa operaia di 147 locali che concede in locazione solo alle famiglie di operai alle dipendenze della società stessa Fra il 1926 e il 1929, vi sono nuove acquisizioni di stabili adiacenti alla proprietà della società per la costituzione di nuove case operaie e per l’ampliamento della filatura – che aumenta nel 1928 a circa 24.000 fusi – e dei magazzini. Dal 1929 al 1939 La crisi economica dei primi anni trenta – col crollo dei prezzi all’ingrosso e la perdita di alcuni mercati esteri dovuti alla concorrenza delle industrie inglesi, americane e giapponesi – colpisce anche il Cotonificio Venzaghi che riduce l’orario lavorativo a quattro giornate settimanali. La grave crisi cotoniera e l’assoluta mancanza di ordini sia per l’esportazione sia per il mercato interno, costringono l’impresa a produrre per il magazzino allo scopo di non ridurre ulteriormente le giornate lavorative e, soprattutto, di non ricorrere a licenziamenti che saranno però necessari a partire dal 1932, anno in cui si assiste ad una migliore razionalizzazione del reparto filatura. Nel 1933, muore Achille Venzaghi, sostituito nella carica di presidente dal fratello Pietro. Nel 1934, entra nel consiglio di amministrazione Antonio Ferrario, marito di Maria Venzaghi, figlia di Achille. Viene creato un Fondo Achille Venzaghi,

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Erica Industria Tessile

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Industria Erica Industria Tessile DENOMINAZIONE SOCIALE | Erica industria tessile spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, produzione e vendita di tessuti per abbigliamento e bagno INDIRIZZO | Via M. d’Azeglio 14 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-333011 | F. 0331-333033 | www.erica-it.com La prima fase (1901-1935) La società Erica industria tessile ha origine nel Cotonificio di Busto Arsizio, che a sua volta costituisce lo sviluppo dell’attività intrapresa in campo tessile da Ottorino Maderna sin dai primi anni del Novecento. Ottorino Maderna nasce a Castano Primo nel 1877 da una famiglia agiata e inizia assai presto la carriera di industriale. Nel 1901 costituisce, insieme a Cesare della Porta e Giovanni Brugora, la società in accomandita semplice “Ottorino Maderna e C.”, di cui è socio accomandatario: l’impresa subentra alla precedente società “Giovanni Cappia e C.” con sede a Casorezzo, nata nel 1897 e proprietaria di uno stabilimento tessile localizzato nello stesso Comune. Nel 1905 la società si trasforma nella ditta individuale “Ottorino Maderna”. Nello stesso anno nasce Rinaldo Maderna, l’unico maschio dei tre figli avuti da Ottorino con la prima moglie Candida Pelitti, che muore prematuramente nel 1918. Dalla seconda moglie Fulvia Tosi, appartenente a una delle famiglie più facoltose di Busto Arsizio, Ottorino ha quattro figli, di cui uno solo maschio, Pietro, che nasce nel 1921. Nel 1924 Ottorino Maderna è nominato podestà di Busto Arsizio, un incarico ricoperto sino al 1930, mentre nel 1926 diventa consigliere delegato del complesso industriale tessile Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni di Legnano. La fabbrica di Casorezzo occupa 200 dipendenti e dispone di una moderna struttura di telai, di tipo sia automatico che jacquard per la realizzazione di disegni complessi, producendo tessuti per conto terzi e in particolare per lo stesso cotonificio Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni. Nel 1931 cessa l’attività della ditta “Ottorino Maderna”, il cui stabilimento viene ceduto in affitto al citato cotonificio. Dal Cotonificio di Busto Arsizio al Cotonificio Erica (1936-1955) Nel 1936 nasce la società anonima “Cotonificio di Busto Arsizio”, con sede legale a Milano e sede operativa a Busto Arsizio in viale Duca d’Aosta 6. Fanno parte del consiglio di amministrazione della società, presieduta dallo stesso Ottorino, il figlio di questi Rinaldo, nonché altri industriali e tecnici, alcuni dei quali provenienti dal cotonificio Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni. La società registra inizialmente un andamento incerto, dovuto soprattutto alla difficoltà di rifornimento dei filati. Ottorino Maderna muore nel 1941, poco dopo aver ceduto la fabbrica di Casorezzo alla ditta “Vincenzo Zucchi e Grippa”. La guida del Cotonificio di Busto Arsizio passa a Rinaldo Maderna, che ne diventa amministratore delegato. Nel 1942 il fratello Pietro diventa consigliere della società, ma chiamato alle armi con lo scoppio del Secondo conflitto mondiale sospende l’impegno aziendale, che riprende nel dopoguerra, rinunciando peraltro a laurearsi in economia e commercio. In questi anni il cotonificio inizia a esportare i propri prodotti all’estero. Pietro Maderna sposa Ernestina Castellanza, figlia di Ettore Castellanza, che è titolare, insieme al fratello Carlo, della società in nome collettivo “Castellanza & Borri”, nata nel 1925 per la fabbricazione e vendita di confezioni e tessuti, con sede a Busto Arsizio in via Massimo d’Azeglio 14 e stabilimento localizzato inizialmente a Tradate. Dall’unione di Pietro ed Ernestina nascono Fulvia nel 1952 ed Ettore nel 1954, anno in cui muore la loro nonna Fulvia Tosi, consigliera del Cotonificio di Busto Arsizio. In questi anni il Cotonificio entra in crisi e viene messa in atto la procedura di liquidazione, poi revocata, e infine i soci decidono di vendere l’attività nel 1959. Nel 1955 Pietro Maderna entra nella società Castellanza & Borri, ovvero nell’azienda del suocero. Nello stesso anno nasce il “Cotonificio Erica spa” , guidato da Rinaldo Maderna e nel quale il fratello Pietro riveste la carica di consigliere. La nuova società conserva gli uffici e i magazzini di viale Duca d’Aosta 6, mantenendo la sede legale a Milano, mentre trasferisce la struttura produttiva, che occupa oltre 50 operai, da Busto Arsizio a Crugnola di Mornago. Sviluppo e cambiamenti (1956-1980) Il Cotonificio Erica prosegue l’attività ereditata dal Cotonificio di Busto Arsizio, che riguarda soprattutto la produzione e la vendita di tessuti per la casa, allargata progressivamente al settore dell’abbigliamento. I clienti sono principalmente grossisti, che acquistano i tessuti per poi farli confezionare ad altre aziende tessili. Nel 1958 gli uffici, i magazzini e il reparto di preparazione delle pezze vengono trasferiti in via Ferrer. In questo stesso anno nasce Emilio Maderna, il terzogenito di Pietro. La crescita produttiva porta all’aumento del capitale sociale da 1,3 a 10 milioni di lire. Nel 1960 Ottorino Maderna, il figlio di Rinaldo nato nel 1931, è nominato consigliere della società, insieme al cugino Rinaldo Pelitti. Nel 1969 nasce Anna Maderna, quartogenita di Pietro. Negli anni sessanta cresce la propensione all’export ma la vera trasformazione del Cotonificio Erica in una moderna impresa rivolta al sistema moda prende avvio soltanto nel 1975, quando Fulvia Maderna , già collaboratrice dello zio Rinaldo, entra nel consiglio di amministrazione della società. Fulvia, impegnata in azienda, non porta a termine gli studi universitari in lettere e introduce importanti innovazioni, quali la creazione di collezioni dedicate all’abbigliamento femminile e a quello per bambino, basate sulla stampa di disegni fantasia e sull’utilizzo di tessiture e filature di maggior pregio. Il cambiamento si riflette sulla tipologia dei clienti, che sono sempre meno grossisti e sempre più confezionisti. Con la morte di Ettore Castellanza, avvenuta nel 1974, Pietro Maderna è nominato presidente della Castellanza & Borri, già dal 1967 trasformatasi in società per azioni e tra i cui consiglieri figura Giulio Grassi, marito di una delle figlie di Carlo Castellanza. Nel 1977 Pietro Maderna si reca negli Stati Uniti per affrontare un difficile intervento chirurgico al cuore i cui esiti, molti incerti, lo inducono a far entrare il figlio Ettore nella Castellanza & Borri in vista di una possibile successione. Le esigenze del momento non consentono ad Ettore di conseguire la laurea in economia e commercio, come accaduto in precedenza anche per il padre. Alla fine degli anni settanta Emilio Maderna , studi

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Comerio Ercole

Industria

Industria Comerio Ercole DENOMINAZIONE SOCIALE | Comerio Ercole spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione e costruzione di macchinari e impianti per l’industria della gomma, della resina, delle materie plastiche, del ricamo e di prodotti tessili in tessuto e non tessuto INDIRIZZO | Via Castellanza 100 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-48841 | F. 0331- 488421 | www.comercole.it L’avvio dell’attività (1885-1912) Ercole Comerio, figlio di un commerciante all’ingrosso di generi alimentari di Busto Arsizio, lavora, dal 1873, come operaio meccanico alla Cantoni-Krumm (trasformata dal 1881 in Franco Tosi). Con una rapida carriera all’interno dell’impresa, diviene capo del reparto attrezzeria e acquisisce una notevole esperienza. Nel 1885, in concomitanza con il matrimonio con Teresa Marcora, Ercole apre una propria officina di riparazione di macchine tessili a Busto Arsizio. L’iniziativa viene sostenuta finanziariamente dal cognato Roberto Marcora, figlio di un negoziante di ferramenta. L’officina, dapprima sita in via Confalonieri, viene successivamente trasferita in via Magenta. La ditta individuale Comerio Ercole passa in pochi anni dall’esclusiva riparazione ad una propria produzione di macchine per l’industria cotoniera, specializzandosi su quelle destinate alle lavorazioni finali (tintoria, candeggio, stampa…) cioè sui settori più avanzati ed innovativi. Il successo di tale scelta costringe l’impresa, già nel 1895, a trasferirsi nuovamente in spazi più ampi in via Silvio Pellico, dove rimarrà per un secolo. La produzione non si limita, inoltre, alla sola industria cotoniera locale: alcune macchine, come le calandre, vengono infatti impiegate anche nei settori della gomma e della carta. La Comerio rifornisce, già dai primi del Novecento, la Pirelli, la Ambrogio Binda, la Vita Mayer. L’innovazione tecnologica viene assicurata da stretti rapporti con l’ingegner Roberto Zust di Intra, produttore di macchine utensili. Nel 1900 l’impresa partecipa all’Esposizione Internazionale di Parigi. Dal 1913 al 1945 Nel 1913 l’impresa ha ancora dimensioni piuttosto limitate, circa 75 operai, ma una notevole spinta all’espansione giunge dalla Prima guerra mondiale: durante il conflitto, infatti, la Comerio converte in gran parte la propria produzione costruendo per conto dell’Ansaldo componenti per l’artiglieria pesante. Nel 1922 la ditta si trasforma in Società anonima Comerio Ercole con sede legale a Milano. Presidente è lo stesso Ercole mentre due dei suoi dieci figli, Melchiorre e Giuseppe, ricoprono la carica di consigliere con incarichi di direzione tecnica. I rapporti con la clientela vengono completamente ristabiliti ed ampliati: la società può contare su un’attività ben avviata sia in Italia sia all’estero (Svizzera, Francia, Germania, Romania, Bulgaria…). Negli anni successivi il capitale viene concentrato nelle mani di Melchiorre e Giuseppe e la società cresce rapidamente, soprattutto grazie alle strette relazioni con le imprese tessili locali (Giuseppe sposa infatti la figlia del cotoniere Carlo Ottolini) e agli ottimi risultati nell’esportazione in Sud America e in Europa Orientale, mercati di sbocco tipici dei prodotti tessili dell’Alto Milanese. Nel 1935, cinquantenario della fondazione dell’impresa, la Comerio conta ormai 400 dipendenti. Nel 1937 viene acquisito un ulteriore stabilimento a Legnano. In questo periodo, durante la campagna d’Africa, nello stabilimento di Busto Arsizio, vengono costruite anche macchine stradali e rulli compressori per conto della Ditta Loro e Parisini. Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale la Comerio collabora ancora con l’Ansaldo, per la produzione bellica, e successivamente con il Comando tedesco. La guerra sancisce un momento di ricambio generazionale. Nel 1942 entra nell’impresa Rinaldo Comerio appena laureato al Politecnico di Milano, ma presente già da tempo nell’attività dell’impresa. Dal 31 marzo 1943, Ercole Comerio affida la procura ai nipoti Rinaldo (figlio di Giuseppe), che si occupa inizialmente della fonderia, e Mario (figlio di Melchiorre). La sede legale viene riportata nel 1944 a Busto Arsizio, dove vi è sempre stata quella amministrativa, e la società si trasforma in Spa. Sempre in quell’anno, le maestranze dell’impresa aderiscono agli scioperi contro il regime che portarono ad una dura repressione da parte del Comando tedesco. Dal 1946 al 1966 Gli anni della ricostruzione postbellica vedono l’impresa impegnata nella difficoltosa ripresa dell’attività. Nel 1947 muore Ercole Comerio e la carica di presidente viene assunta dalla vedova Teresa Marcora. Nel 1950 la situazione dell’impresa è ormai risanata e la Comerio può inserirsi nella crescita del settore tessile stimolata dal boom economico. La Comerio costruisce però, in questo stesso periodo, macchine per un gran numero di settori diversi quali quelli già citati della gomma e della carta, ma anche del legno e dei metalli. Nel 1951, diventano procuratori della società anche Ercole e Mario (figli di Melchiorre) e Alfredo (figlio di Giuseppe). Nel 1952, con la morte della vedova del fondatore, il figlio Giuseppe assume la carica di presidente il primo maggio 1953. A metà degli anni Cinquanta il ramo della famiglia che fa capo a Melchiorre si allontana dall’impresa: nel 1954 si ha infatti una concordata separazione e Melchiorre e i suoi figli fondano una nuova società, la Metalmeccanica, utilizzando lo stabilimento di Legnano già di proprietà della Comerio. Dopo la morte di Giuseppe, nel 1958, è suo figlio Rinaldo ad assumere la carica di presidente, mantenuta fino ad oggi, e vengono nominati consiglieri i figli Alfredo, Emilio e Maria Silvia. Anche la moglie di Rinaldo, Antonia De Dionigi Comerio, inizia ad avere un ruolo nell’amministrazione dell’impresa. Le attività sono in forte crescita specialmente nel campo delle macchine da ricamo e nei settori delle macchine per la lavorazione della gomma e delle materie plastiche (PVC). La razionalizzazione industriale che intraprende la Comerio non consente però il mantenimento di una manodopera così vasta: si avvia, così, una riduzione dei dipendenti con la chiusura della fonderia nel 1965. La scelta che determina forti tensioni sindacali è dettata anche da motivazioni ecologiche dato che la fonderia di ghisa dello stabilimento funzionava oramai in un’aerea densamente urbanizzata. Nello stesso anno la sede sociale viene nuovamente portata a Milano e l’anno seguente si decide l’incorporazione nella capogruppo della società commerciale Rubber and textile Machinery Spa. Contemporaneamente Alfredo Comerio rinuncia alle proprie cariche e viene sostituito nella carica di amministratore delegato dal fratello Emilio. Dal 1967 a oggi Negli anni sessanta le ricorrenti e sempre più gravi crisi del

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Turba interiors srl

Commercio

Commercio Turba interiors srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Turba interiors srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione di arredi, commercio al dettaglio di mobili antichi moderni e in stile, dipinti, tappeti e oggettistica INDIRIZZO | Via XX settembre 14 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-633205, 0331-847612 | F. 0331-633205 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1890-1959) Intorno al 1890, Narciso Turba avvia un’attività di tappezziere e materassaio a Busto Arsizio, in via Principessa Elena. L’impresa viene però registrata alla Camera di commercio solo nel 1911. Negli anni venti, il figlio di Narciso, Luigi Turba, affianca e poi subentra al padre nell’attività che si amplia al commercio e alla costruzione di mobili d’arredamento in stile. Nel 1933, la sede sociale si sposta nel nuovo negozio di corso XX Settembre 11. L’attività conta ormai, fra i suoi dipendenti, non solo tappezzieri ma anche falegnami; Luigi può inoltre avvalersi dell’aiuto della moglie Velia, di origini romane, che lo affianca attivamente nel negozio. Verso la metà degli anni quaranta entra in azienda, prima ancora di terminare gli studi di architettura presso il Politecnico di Milano, il figlio di Luigi, Antonio Turba. Anch’egli coadiuvato dalla moglie Lia Brugioli, accanto all’originale attività di tappezziere e commercio di mobili in stile, introduce il commercio di mobili d’antiquariato e di tappeti persiani e antichi. Nel 1950, gli viene affidato dal padre un nuovo negozio a Legnano che viene però chiuso dopo solo un anno. L’impresa vive il boom economico di questi anni ed è ormai in grado di ampliare l’offerta ai propri clienti provvedendo all’arredamento completo della casa: dai mobili ai tendaggi e ai divani. La ditta organizza al proprio interno l’intero ciclo produttivo sul quale lavorano 17 dipendenti come tappezzieri, falegnami e sarte. Per la necessità di rispondere ad una domanda crescente l’impresa coinvolge un numero equivalente di artigiani esterni. Nel 1956 Antonio diviene ufficialmente socio del padre e la ditta individuale viene così trasformata nella società di fatto “Narciso Turba di Luigi Turba & c.”. Gli anni sessanta e novanta (1960-1989) Antonio Turba diventa unico titolare della società nel 1966, dopo il ritiro del padre Luigi (tornando così alla forma della ditta individuale, con la denominazione “Narciso Turba di Antonio Turba”). Nel 1968 Luigi Turba, figlio di Antonio, dopo gli studi di economia e commercio, entra in azienda con la prospettiva di occuparsi dell’amministrazione dell’impresa. Nel 1969 si sposa con Letizia Fumagalli, di origini parmensi che ricorda la difficoltà ad ambientarsi in una città meno vivace e priva di eventi culturali e dove il tempo è scandito esclusivamente dagli impegni lavorativi. Dopo pochi anni Luigi trasferisce la propria abitazione sopra il negozio in via XX Settembre, nella casa costruita dal nonno Luigi e dove già abita il padre Antonio con la famiglia. Il carattere familiare dell’attività fa sì che, ben presto, Luigi si occupi anche della parte tecnica, disegnando e seguendo i lavori di realizzazione dei mobili d’arredamento. Pur mantenendo la vendita di mobili d’antiquariato e la fabbricazione di riproduzioni di alta qualità, nei primi anni settanta, l’impresa decide di trattare anche l’arredamento moderno. Si apre così un nuovo negozio, sempre in corso XX Settembre 11, in collaborazione con la Ditta Alberti Cucine, per la vendita di cucine e mobili moderni. Questo reparto viene seguito esclusivamente da Luigi Turba, dato che il padre Antonio non si lascia coinvolgere in questo ampliamento dell’attività. La necessità di preparare i disegni tecnici per mobili su misura (la maggior parte di quelli commissionati all’impresa) e seguire da vicino gli operai nella realizzazione dei lavori di falegnameria e di tappezzeria in tensione, impedisce a Luigi Turba di dedicarsi al nuovo settore che, dopo circa sei anni, viene abbandonato. L’impresa concentra le forze sul mobile e nell’arredo tradizionale. Negli stessi anni inizia la progressiva riduzione dei dipendenti, che verso la metà degli anni settanta scendono a 7 in quanto si affida la maggior parte delle lavorazioni ad artigiani esterni. Ciò non è dovuto a un calo del lavoro, che al contrario continua a crescere, ma è l’effetto del pensionamento e dell’esigenza di ridurre i costi. Il figlio di Antonio, Luigi, comincia a detenere una quota minima del capitale sociale a partire dal 1976 con la costituzione della società di fatto “Narciso Turba di Antonio & Luigi Turba”, tramutata l’anno seguente in società in nome collettivo. Anche gli anni ottanta segnano un momento positivo per l’impresa. La maggior parte delle commesse della clientela riguardano la progettazione e la fornitura dell’arredamento completo della casa (dai mobili alle tappezzerie, dai divani ai tendaggi). Dagli anni novanta ad oggi (1990-2008) Nel 1991 Antonio Turba si ritira dall’attività. Agli inizi degli anni novanta, la moglie di Luigi Turba, Letizia Fumagalli, affianca il marito nell’impresa. Cambia, contestualmente, la tipologia di lavoro: la minor disponibilità economica, spinge la clientela a richiedere l’arredo solo per singoli locali della propria casa, rinunciando ad arredarla nella sua interezza in un unico momento. Ciò provoca una diminuzione del lavoro dell’impresa che, verso la metà degli anni novanta, riduce ulteriormente il personale, mantenendo solo gli addetti per il montaggio e la riparazione, appoggiandosi invece per la produzione ad artigiani esterni che spesso hanno maturato la propria esperienza lavorando presso la famiglia Turba. Tale scelta si spiega anche con la crescente difficoltà nel trovare e formare in breve tempo nuovo personale che possa sostituire adeguatamente gli addetti andati in pensione. Parallelamente viene potenziato il reparto di complementi d’arredo e oggettistica di antica e di nuova produzione che si rivela essere, ben presto, una parte preponderante dell’attività. Nel 1994 Antonio Turba esce dalla società. Il figlio Luigi rimane socio di maggioranza insieme alla moglie e la ragione sociale diviene “Ditta Narciso Turba di Luigi Turba & c. – società in nome collettivo”. Nel dicembre del 2008 l’impresa decide, per scelte famigliari, di “cambiare pelle”. Viene sciolta la società fondata da Narciso Turba alla fine dell’Ottocento e l’azienda prosegue l’attività, nella nuova sede di corso XX settembre 14, come Turba Interiors srl. Gli attuali amministratori sono Letizia Fumagalli

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Ditta Giannino Tosi & C. Sas

Commercio

Commercio Ditta Giannino Tosi & C. Sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Giannino Tosi & C. Sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio di tessuti e stoffe INDIRIZZO | Via Dante 4 ang. Via Mazzini | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-631088 | F. 0331-631088 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1930-1959) Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929, decide di abbandonare il settore produttivo e dedicarsi al commercio al dettaglio e all’ingrosso di tessuti per abbigliamento. Dalla metà degli anni trenta e per tutti gli anni quaranta, Giannino Tosi è socio di negozi di tessuto, fino a quando, nel 1949, apre un negozio in proprio in via Montebello (vicolo Custodi) a Busto Arsizio, costituendo con la moglie Maria Farioli una società per il commercio di tessuti denunciata l’anno seguente. Il negozio viene trasferito presso la sede attuale nel luglio 1959 in locali in affitto. La data è significativa nella storia dell’impresa perché il trasferimento consente di espandere l’attività al commercio di biancheria da casa, compresi tappeti e tendaggi. Nello stesso anno, inoltre, il figlio di Giannino, Danilo Tosi, si sposa con Maria Landini e abbandona definitivamente gli studi in economia e commercio per dedicarsi all’attività di famiglia. Anche la moglie di Danilo, sollecitata dalla famiglia Tosi, abbandona l’insegnamento per ricoprire il ruolo di capocommessa in negozio, che giunge così ad impegnare quattro membri della famiglia Tosi e due commessi. Giannino Tosi si riserva il compito principale e delicato della scelta dei tessuti e degli articoli da acquistare, mentre il resto della famiglia lavora in negozio senza una precisa divisione delle mansioni. Gli anni sessanta e settanta (1961-1986) L’impresa mantiene e sviluppa, in questi anni, la propria attività sia nel commercio al dettaglio sia in quello all’ingrosso. Tosi, infatti, per poter spuntare i prezzi migliori, acquista direttamente presso aziende tessili biellesi volumi importanti di tessuto, comprando pezze e rivendendo in tagli piccoli soprattutto ad ambulanti, operando così da grossista. La necessità crescente di spazi per lo stoccaggio della merce, spinge l’impresa a prendere in affitto un magazzino nello stesso stabile del negozio e ciò consente di aumentare l’offerta ai clienti per la vendita al dettaglio. Nel 1972 entra nella società il figlio Danilo e la ragione sociale viene modificata in “Tosi Giannino & C. di Tosi Giovanni Farioli Maria Tosi Danilo”. Già nel 1976 Danilo Tosi, ancor prima della morte del padre avvenuta nello stesso anno, diviene in pratica l’unico responsabile della società, con l’attribuzione del 98% delle quote sociali. Gli anni settanta segnano un lento declino delle vendite del tessuto per l’abbigliamento, compensate però dal commercio della biancheria da casa che assume sempre maggiore importanza. Ciò porta l’impresa a prendere in affitto dei locali contigui, dapprima occupati da un’altra attività commerciale, che vengono utilizzati come magazzino. All’affacciarsi degli anni ottanta è ormai chiara la preponderanza del commercio al dettaglio e il quasi totale abbandono delle vendite all’ingrosso anche a causa di nuove normative di legge che impongono un registro di carico e scarico del magazzino. Nel 1981, la vedova di Giannino Tosi si ritira dalla società che passa quindi interamente al figlio e alla moglie di questi che partecipa alla proprietà con una quota dell’ 1%. Il cambio di proprietà viene sancito dalla nuova denominazione “Tosi Giannino & C. di Tosi Danilo e Landini Maria”. Verso la terza generazione (1987-2008) Nel 1987 l’impresa diviene una società in accomandita semplice: i coniugi Danilo e Maria Tosi sono gli unici soci con quote rispettivamente del 60 e 40% del capitale. La scelta degli articoli da acquistare per il negozio viene effettuata da entrambi, che approfittano della chiusura del lunedì per visitare le varie imprese tessili. Spesso anche Andrea Tosi, figlio di Danilo, accompagna i genitori, conoscendo così direttamente i fornitori e maturando una certa esperienza. Coinvolto fin dall’infanzia nella vita dell’impresa di famiglia, complice il fatto che l’abitazione si trova esattamente sopra i locali del negozio. Anche la scelta degli studi (perito tessile) è indirizzata all’attività di famiglia. Conseguito il diploma nel 1980, tre anni dopo Andrea entra nell’impresa come coadiuvante. Nel 1989 partecipa ufficialmente alla società come socio accomandante. Gli articoli e i tessuti commerciati dal negozio Tosi si mantengono su livelli di qualità medio-alti, con una particolare attenzione alla soddisfazione del cliente. Nel 1991 muore Danilo Tosi e l’anno seguente Andrea diviene socio accomandatario, mentre la sorella Paola entra nella società come socio accomandante per pochi mesi, non essendo mai coinvolta operativamente nell’impresa. In questi stessi anni, a fronte di un continuo calo della vendita dei tessuti, si decide di dare maggiore visibilità al settore dell’arredo e della biancheria da casa in continua crescita sfruttando le vetrine dei locali del magazzino, raddoppiando così la superficie del negozio. Andrea Tosi si occupa dell’amministrazione dell’impresa e, insieme alla madre, degli acquisti. La vendita dei tessuti è ora influenzata sempre più dalle mode stagionali cui si cerca di adeguarsi, ascoltando le proposte dei rappresentanti delle aziende fornitrici e coinvolgendo nella scelta degli articoli anche le commesse che sono a diretto contatto con le esigenze dei clienti. Ne deriva una difficoltà di fondo poiché, spesso, la produzione dei tessuti precede anche di un anno le tendenza moda degli abiti confezionati e la necessità di acquistare dei metraggi lunghi non consente all’impresa di inseguire ogni proposta del settore del pronto moda. Peraltro non si può tralasciare il settore dell’abbigliamento classico e l’impresa deve così, anche a seguito della rarefazione di questo tipo di negozi, offrire la maggiore varietà possibile, dal classico al pronto moda. Per questo, il magazzino, un tempo ricchezza per l’impresa, diviene un peso economico e gli acquisti si fanno più frequenti e di minor volume. Nel tempo la famiglia Tosi ha costruito con i clienti un rapporto di servizio fondato sulla continuità. Per alcune famiglie del luogo l’acquisto del corredo in questo negozio è diventato pertanto una tradizione. Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929,

Settembre 24, 2026 / Commenti disabilitati su Ditta Giannino Tosi & C. Sas
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Dino Ceccuzzi

Commercio

Commercio Dino Ceccuzzi DENOMINAZIONE SOCIALE | Dino Ceccuzzi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria e oreficeria INDIRIZZO | Piazza San Giovanni 1 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632867 | F. 0331-632644 | www.dinoceccuzzi.it Origini, nascita e primi sviluppi (1935-1961) Verso la metà degli anni trenta Dino Ceccuzzi, nato a Montepulciano nel 1915, giunge a Gallarate dove il padre, ferroviere “girovago”, si è trasferito con la famiglia. Qui inizia l’apprendistato presso la gioielleria Ganosa, diventando in poco tempo non solo un provetto orologiaio ma anche un abile venditore. Nel 1939 si sposa con Maria Taverna da cui ha due figli, Bruno nel 1941 e Alberto nel 1949. Qualche anno dopo passa alle dipendenze dell’orologeria-oreficeria Mazzucchelli di Busto Arsizio, essendo attratto dalla promessa di rilevarne l’attività nel momento del ritiro del titolare, i cui figli non sono interessati al negozio. Nel 1949 Dino Ceccuzzi subentra al suo datore di lavoro e la ditta assume la denominazione “G. Mazzucchelli di Dino Ceccuzzi”. Dino, coadiuvato dalla moglie, espande l’attività, amplia le vetrine del negozio, che si apre nel palazzo settecentesco di piazza San Giovanni: al piano terra la zona giorno del lavoro, al piano superiore la zona notte del riposo. Il laboratorio di riparazioni si dota di strumenti all’avanguardia come, ad esempio, il crono comparatore che consente di leggere con precisione il funzionamento di un orologio. All’angolo del negozio compare l’insegna luminosa degli orologi Rolex, di cui la ditta Ceccuzzi è concessionaria, una novità assoluta per i bustocchi. Il piccolo Bruno respira l’atmosfera del negozio paterno , rimanendone affascinato. Gioca in un cortile che è un microcosmo pulsante di vita commerciale e dove aiuta il padre a fondere l’oro, che una volta fuso sembra un «tuorlo d’uovo cotto sulla piastra». Dopo la terza media è combattuto tra la passione per lo studio e il desiderio del padre che lo vorrebbe subito a bottega, consapevole della precarietà delle proprie condizioni di salute. Decide infine per il ginnasio che frequenta con ottimi risultati fino a quando lo stato di salute del padre non lo costringe ad abbandonare gli studi e a fare un apprendistato di due anni (tra il 1956 e il 1958) presso un maestro orologiaio di Milano. Rientrato a casa, frequenta la scuola serale di ragioneria; studia di notte e lavora di giorno, acquisendo con il diploma una formazione amministrativa utile al lavoro. All’inizio degli anni sessanta viene ventilata la demolizione dell’antico palazzo in cui sin dal 1918 ha sede l’ex orologeria Mazzucchelli. Dino Ceccuzzi predispone tutto il necessario per il trasferimento del negozio in uno stabile vicino ma nel 1961, poco prima dell’inaugurazione della nuova sede, a soli 46 anni, cessa di vivere. Il ventenne Bruno si trova improvvisamente a doversi fare carico dell’attività, potendo comunque contare sull’indispensabile aiuto della madre: la denominazione della ditta muta quindi in “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi”. Dalla ditta alla società di capitale (1962-1988) Nel corso degli anni Ceccuzzi diventa la gioielleria per antonomasia di Busto Arsizio, che offre i prodotti delle migliori marche: non occorre più andare a Milano per comprare un orologio Vacheron Constantin o un gioiello di Pomellato. Il personale impara le tecniche della vetrinistica, perché la cura dell’esposizione è di primaria importanza per comunicare l’identità di ogni singolo prodotto: quel Rolex è diverso da quel Le Coultre. Nel 1971 Bruno e il fratello Alberto entrano in qualità di soci nell’impresa, che si trasforma nella società di fatto “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi e figli”. Due anni dopo Bruno fonda insieme ad altri “amici” l’Istituto gemmologico italiano per la diffusione della cultura gemmologica tra gli operatori e la formazione di gemmologi qualificati, e di cui egli stesso è il primo diplomato, ricoprendo per molti anni (sino al 1997) la carica di vice presidente, nonché di responsabile della commissione scientifica. Il presidente è Gianmaria Bucellati, nome storico della gioielleria italiana, le cui prestigiose creazioni trovano posto nelle vetrine del negozio Ceccuzzi. La società nel 1979 registra il proprio marchio d’impresa, il cosiddetto “ragno”, nato da un’idea di Maurio Milani, giovane designer emergente dell’epoca. Nel 1983 la ragione sociale muta in “Dino Ceccuzzi srl”. Bruno è coniugato con Paola Grampa, proveniente dalla borghesia professionale di Busto Arsizio; dall’unione nascono Alessandra (1967) e Dino (1971). Dopo una breve esperienza come insegnante di scuole medie, Paola Grampa, laureata in lettere, si diploma in gemmologia e inizia a lavorare nell’azienda del marito, occupandosi in particolare delle vendite e apportando una “ventata” di cultura umanistica. Paola instaura con i clienti rapporti fondati sul rispetto, sull’empatia e sulla fiducia , perché vendendo e comprando non si scambiano soltanto oggetti e denaro ma anche emozioni, bisogni, confidenze da cui spesso nascono vere e proprie amicizie. La crescita continua dell’attività porta nel 1986 all’apertura a Varese di un secondo negozio , la cui conduzione è affidata ad Alberto Ceccuzzi. Alessandra e Dino Ceccuzzi sono ormai diventati grandi e, da buoni figli d’imprenditore, mostrano interesse a lavorare nell’azienda di famiglia. Occorre però una sede più grande. L’occhio di Paola Grampa cade proprio lì, a due passi, sulla vecchia e fatiscente casa-bottega di una volta, che la famiglia Ceccuzzi acquista insieme a una parte del palazzo del Settecento in cui sorge, in realtà mai demolito e da poco messo in vendita. Verso la terza generazione (1989-2000) I primi anni novanta sono impegnativi e ricchi di novità. C’è la fatica del cantiere i cui lavori durano due anni, trattandosi della ristrutturazione conservativa di un immobile di valore storico, che deve fare i conti con i vincoli imposti dalla Sovrintendenza. Bruno raccoglie e mette da parte i chiodi del Settecento forgiati a mano, che spuntano dalle antiche travi di legno: ingentiliti con una piccola piastrina d’argento diventano il cadeau i clienti invitati alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede, disposta su tre piani, che avviene nel 1991. I coniugi Ceccuzzi trasferiscono qui la loro abitazione e così, dopo una separazione durata trent’anni, casa e negozio ritornano a stare insieme. Nel caveau gioielleria c’è

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Cavalleri Mario & figli

Commercio

Commercio Cavalleri Mario & figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Cavalleri Mario & figli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Riparazione e commercio di radiatori per autoveicoli INDIRIZZO | Corso Sempione 15 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632568 | F. 0331-632568 L’avvio dell’attività (1938-1949) Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta (1950-1969) A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e la diffusione dell’automobile come mezzo di trasporto di massa, comporta anche per l’officina Cavalleri un rapido aumento del volume di lavoro. Le richieste per la riparazione di radiatori non fanno che aumentare, complice anche la scarsa longevità dei radiatori delle utilitarie. Si decide pertanto di investire nella costruzione di un nuovo edificio, su un terreno di proprietà in corso Sempione, che unisca nello stesso stabile l’abitazione e l’officina. Nel 1956 avviene il trasferimento in quella che tuttora rimane la sede dell’impresa. Mario Cavalleri viene aiutato nel lavoro dal figlio maggiore Bernardino e, a partire dai primi anni sessanta, anche dall’altro figlio, Attilio , entrambi da sempre coinvolti nell’attività di famiglia. In questi anni l’impresa giunge ugualmente a contare fino a 6 dipendenti per poter far fronte alle richieste dei clienti e rispettare i tempi di consegna, considerata l’elevata quantità di tempo necessaria per la riparazione di un singolo radiatore. Per i Cavalleri, la difficoltà in questi anni consiste nel trovare persone disposte a lavorare stabilmente nella riparazione dei radiatori : attività che costringe ad esporsi a fumi, acidi e a rimanere a diretto contatto con l’acqua (per poter testare i radiatori). Solo nel 1969 i due figli di Mario Cavalleri entrano ufficialmente in società che, da impresa individuale, diviene società di fatto con la denominazione “Riparazioni radiatori per auto di Cavalleri Mario e figli”. In realtà, da sempre l’attività di riparazione si estende ad ogni tipo di radiatore, qualsiasi sia la sua provenienza (automobili, camion, carrelli elevatori, mezzi meccanici per l’edilizia). Dagli anni settanta ad oggi (1970-2007) Nel corso degli anni settanta, l’attività di riparazione comincia lentamente a decrescere. Accade, infatti, sempre più frequentemente, che sia più conveniente sostituire il radiatore danneggiato piuttosto che ripararlo. Consapevoli di questo cambiamento in atto, i fratelli Bernardino e Attilio Cavalleri, divenuti nel 1978 unici soci e amministratori, iniziano a prendere contatto con i primi rappresentanti delle aziende produttrici per la commercializzazione di radiatori. Questa tendenza alla sostituzione del radiatore prende definitivamente il sopravvento con la comparsa dei radiatori realizzati in plastica e alluminio, non riparabili. Nel 1987, alla riparazione, sempre più limitata a casi particolari, si aggiunge l’attività di commercio all’ingrosso di radiatori. Si intraprende anche il commercio di accessori e ricambi per auto, fanali soprattutto, per ampliare il volume d’affari e garantire al cliente un servizio completo di sostituzione delle parti danneggiate. Nel 1991, l’impresa si trasforma in srl con i due fratelli, Bernardino e Attilio, come unici amministratori. L’attività commerciale si fa sempre più importante, con la scelta, tuttavia, di rinunciare ai fanali e agli accessori per auto e rimanere specialisti nel campo dei radiatori. Questa decisione è dettata dalla necessità di riduzione dei costi di magazzino, non compensati da una vendita che rimane invece limitata a causa di una concorrenza più ampia e soprattutto per la percezione che la clientela ha dell’officina Cavalleri come specialista unicamente in radiatori. Oggi l’impresa, grazie ad un ampio magazzino , è in grado di soddisfare le richieste dei clienti molto più celermente rispetto alla concorrenza. Questo permette all’Officina Cavalleri di mantenere una posizione di forza nella commercializzazione di radiatori nonostante l’evoluzione di questo settore le abbia fatto perdere il vantaggio derivante dalle capacità tecniche che poteva far valere nella riparazione. Bernardino e Attilio, sono oggi affiancati nell’impresa dai rispettivi figli, Giorgio e Riccardo che, in linea con la tradizione familiare, sostituiranno in futuro i padri nella società. Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e

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Mamba maglificio di Magnaghi Paolo

Artigianato

Artigianato Mamba maglificio di Magnaghi Paolo DENOMINAZIONE SOCIALE | Mamba maglificio di Magnaghi Paolo FORMA GIURIDICA | Ditta individuale ATTIVITÀ PRINCIPALE | maglieria INDIRIZZO | via A. Boito, 6 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331–635313 | F. 0331-635313 L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1930-1949) La storia del maglificio Mamba Magnaghi nasce nel 1947 a Busto Arsizio, quando Angelo Magnaghi costituisce una ditta individuale in via Rovetta.Angelo proviene da una famiglia che, secondo le migliori tradizioni varesine, ha nel sangue il lavoro e l’impresa.   I nonni di Angelo emigrarono in America in cerca di fortuna, il fratello Giovanni assieme al cognato Mario Tovaglieri avviò il maglificio Tovaglieri e Magnaghi a Busto Arsizio. Qui, il giovane Angelo, inizia il proprio apprendistato agli inizi degli anni trenta e già nel 1934 coglie l’occasione per mettersi in proprio trasferendosi con la moglie Maria Crespi a Torino. Nonostante il capitale esiguo, l’impresa è ben avviata e conta presto una decina di operai. A Torino la famiglia si ingrandisce perché nascono Eliana ed Ermanno, ma nel 1939 Angelo liquida l’attività per aprire una maglieria in via Molino a Busto. Lo scoppio della guerra e il richiamo alle armi lo costringono a liquidare il maglificio ricavando una somma cospicua che tuttavia, alla fine del conflitto, gli permetterà appena di acquistare una macchina tubolare ancora oggi in funzione. Gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta (1950-1969) A Busto, in via Rovetta, Angelo riprende la propria attività. Sono anni di sviluppo intenso, grazie anche alla piena dedizione al lavoro di entrambi i genitori. Maria Crespi, che prima della guerra aveva lavorato presso la tessitura Milani e Nipoti, affianca il marito accudendo contemporaneamente all’impresa e alla casa collocate nello stesso stabile. Angelo si occupa dei rapporti con i clienti e i fornitori, la moglie del personale e dell’amministrazione. Anche il piccolo Ermanno, tornando dalla scuola elementare, aiuta i genitori nei lavori più semplici. Da lì, progressivamente, passa a operare su tutte le macchine, acquisendo quella competenza globale sulla produzione che è caratteristica del lavoro artigiano. I macchinari per la maglieria sono tedeschi e inglesi perché il settore meccanotessile non si è ancora sviluppato sul territorio mentre i filati provengono dalle numerose filature presenti nella zona del bergamasco e bresciano. Prevalgono i misti lana e le fibre sintetiche, di qualità inferiore rispetto alla lana e al cotone. In questo ventennio la piccola impresa Magnaghi si costruisce uno spazio di nicchia riuscendo a sopravvivere tra grandi concorrenti: punta sulla differenziazione del colore nei prodotti e sulla realizzazione di capi particolari, il cui consumo limitato non consente produzioni di massa. Anche la commercializzazione dei prodotti avviene secondo forme diverse da quelle attuali: il produttore ha rapporti esclusivamente con il grossista e la vendita non è a capo, ma a peso. Con gli anni sessanta l’evoluzione del settore e il miglioramento del tenore di vita portano l’impresa ad abbandonare i filati misti e a utilizzare esclusivamente il cotone. Migliora anche l’attenzione al modo di presentare i prodotti: dalla vendita a peso si passa alla vendita a dozzine. Nel 1963 l’impresa si trasferisce nella sede attuale in via Boito, in un edificio costruito da Angelo Magnaghi dove risiede anche la famiglia. Gli anni Settanta e Ottanta (1970-1989) Nel 1973 Ermanno, sposatosi nel frattempo con Cristina Cabella, affianca il padre nell’impresa, che si trasforma in società di fatto “Mamba – di Magnaghi Angelo e Magnaghi Ermanno”. La moglie vi è coinvolta e si occupa dell’amministrazione e del rapporto con i dipendenti. La situazione economica è positiva e favorisce gli investimenti tecnologici: i nuovi macchinari sono rapidamente ammortizzati. Il numero di dipendenti è di 8. Con gli anni settanta, l’introduzione della normativa sull’iva rende più complessa la gestione amministrativa e impone un livello più ampio di formalità cui però l’impresa riesce a far fronte. Nel 1978 Angelo abbandona l’attività, Ermanno diventa titolare unico dell’impresa che torna alla forma giuridica della ditta individuale. Con la fine degli anni ottanta lavorano nell’azienda anche i figli di Ermanno, Manuela e Paolo. Per Manuela ciò comporta l’abbandono della facoltà di medicina, mentre per Paolo le competenze informatiche acquisite a scuola vengono applicate soprattutto nell’ambito amministrativo. Per entrambi i figli, l’inserimento nell’impresa è diverso da quello delle generazioni precedenti: soprattutto per Paolo, il punto di forza non è la competenza tecnico-professionale, bensì la costruzione di un rapporto solido con la clientela. Gli anni novanta (1990-2006) Gli anni novanta sono gli anni della crisi. La deindustrializzazione del territorio e la delocalizzazione delle imprese trasforma la struttura socio-economica del territorio. Spariscono le medie e grandi fabbriche di filati: i produttori si riforniscono della materia prima facendola affluire dai paesi in via di sviluppo e quindi si terziarizzano. La crisi ha determinato la chiusura di molte imprese, il calo dell’occupazione nel territorio e quindi la contrazione del potere d’acquisto della popolazione. Alla lunga, la terziarizzazione del comparto tessile si è ritorto contro le scelte degli industriali stessi. Paradossalmente, nel breve periodo la crisi delle grandi imprese non ha depresso la piccola impresa che, per un certo periodo, ha conosciuto un’espansione della propria fetta di mercato. Solo negli ultimi anni il riflusso ha investito anche le piccole imprese e ciò ne ha modificato l’organizzazione del lavoro: oggi la piccola impresa ricorre sempre di più alla collaborazione di terzisti che resistono specializzandosi su segmenti molto limitati della produzione. L’impresa acquista il filato, produce la maglia per realizzare la biancheria intima e le t-shirt. Il tessuto viene inviato nelle tintorie e nelle stamperie per essere tinto e candeggiato; al ritorno viene tagliato e rinviato all’esterno per il confezionamento. Infine, si controlla la qualità del prodotto, lo si stira, lo si imbusta e lo si vende. In altri termini, l’attività artigiana si trasforma mescolando le tradizionali funzioni produttive con nuove funzioni di coordinamento e controllo della qualità. La cessione di parte dell’attività manufatturiera ai terzisti consente di controllare meglio la formazione del prezzo e di dare all’impresa una struttura quanto più leggera possibile. Ne consegue che il numero degli occupati oggi è sceso a 3. Parallelamente, la

Settembre 18, 2026 / Commenti disabilitati su Mamba maglificio di Magnaghi Paolo
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Antonluigi Castiglioni

Industria

Industria Antonluigi Castiglioni DENOMINAZIONE SOCIALE | Antonluigi Castiglioni sas di G. e A. Castiglioni & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Creazione disegni jacquard, padiglioni jacquard – trecce saxon’s INDIRIZZO | Via Confalonieri, 10 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-631463 | F. 0331- 631659 | www.jacquard-center.com La vocazione dello jacquard, dall’officina allo studio tessile (1863-1926) Nel 1863 Giovanni Castiglioni fonda a Busto Arsizio un’officina meccanica, con annessa fonderia, specializzata nella produzione di macchine jacquard, ratières ed accessori per tessitura. La ditta vive un importante momento di visibilità internazionale partecipando all’Esposizione universale di Parigi del 1889. Nel 1893 l’attività industriale passa nelle mani di due dei cinque figli del fondatore, Giuseppe e Carlo, mentre le sorelle Teresa e Delfina e il fratello Antonio seguono altre strade. In questa fase l’azienda sceglie di realizzare in proprio i disegni per i telai jacquard, acquistando macchine per leggere il disegno dalla messincarta e forare le corrispondenti matrici di cartone. Le macchine che escono dall’officina Castiglioni sono molto versatili: a una o due levate, applicabili a telai a mano o a quelli meccanici, in legno o in ghisa, sono in grado di raggiungere la ragguardevole velocità di oltre 200 colpi al minuto. I destinatari dei loro prodotti sono le manifatture tessili che fabbricano tessuti operati come fazzoletti, tovaglie, salviette e tele quadrettate. I principali clienti sono le tessiture locali ma i prodotti dell’azienda sono conosciuti anche in mercati lontani, come quello latino-americano. Disegno tecnico della montatura di un padiglione jacquard ad opera di Antonluigi Castiglioni. 1924, Archivio d’impresa. Nel 1897 Carlo lascia al fratello Giuseppe la guida di un’azienda che ha raggiunto grandi dimensioni, con due stabilimenti collocati su un’area di 5.000 metri quadri e più di cento operai, in grado di fabbricare molti tipi di macchine e accessori per l’industria tessile. Il figlio maggiore di Giuseppe e Martina Crespi, Giovanni, si dedica assieme alla moglie Nena De Silvestri ad una sfortunata attività imprenditoriale, un ricamificio a Tradate. Il figlio minore, Antonluigi (1899-1986), dopo aver combattuto poco più che adolescente nella Prima guerra mondiale, affina la sua abilità nel disegno manuale  lavorando nell’azienda di famiglia e precisamente nello studio tecnico per disegni di tessuti. All’epoca questo ufficio era di secondaria importanza rispetto alle attività produttive sviluppate dalle officine; forniva consulenze ed effettuava perizie per soddisfare le richieste della clientela più esigente. La scelta del titolare Giuseppe Castiglioni di riappianare i debiti contratti dal figlio Giovanni è all’origine dei problemi finanziari dell’azienda. Quella di Giovanni fallisce e lui trova lavoro come impiegato comunale; la ditta intestata a Giuseppe Castiglioni cessa invece l’attività intorno alla metà degli anni venti. La scelta di Antonluigi: dalla produzione alla consulenza tecnico-artistica (1927-1961) Antonluigi decide di proseguire per conto proprio l’attività già svolta in precedenza e nel gennaio 1927 dà vita ad una ditta individuale, la “G. Castiglioni di Antonluigi Castiglioni. Studio tecnico d’arte tessile” avente come scopo la produzione di messincarte e la creazione di disegni per tessuti. La sede resta a Busto Arsizio in un laboratorio di via San Michele 11. Decisivo per la nascita dello Studio è l’aiuto economico fornito dalla famiglia della moglie, Giuseppina Galli, maestra elementare, la cui sorella è un’imprenditrice serica di Nova Milanese. Nel 1927 nasce anche il primo figlio della coppia, Eugenio. Nel 1935 Antonluigi affianca all’attività di realizzazione di motivi grafici e disegni per la tessitura jacquard la produzione di padiglioni per macchine jacquard. Nel 1930 trasferisce la sede aziendale e la propria abitazione in via Poerio 3, in un edificio meno angusto del precedente e nel 1935 la famiglia si amplia con la nascita del secondogenito Giancarlo. Messincarta per tessuto tovagliato. 1960, Archivio d’impresa. La produzione di tessuti jacquard subisce una secca battuta d’arresto durante la Seconda guerra mondiale. Dapprima cala drasticamente la domanda dei tessuti più ricercati, decorati con disegni raffinati, indirizzandosi verso quelli più ordinari, finché il Governo non ne vieta espressamente la produzione. Pertanto lo Studio di Antonluigi deve momentaneamente sospendere la sua attività. Ancora una volta interviene in suo aiuto la famiglia Galli: Antonluigi durante la guerra lavora per la stamperia di foulard della cognata Rosa. Per conto di questa, ad esempio, decora con la tecnica della pirografia dei cuscini da spedire in Africa. L’antica attività dello studio tecnico nel settore delle forniture ai tessitori di jacquard riprende dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Eugenio consegue il diploma di ragioniere e inizia a collaborare con il padre. Antonluigi Castiglioni e la moglie Giuseppina Galli. 1962, Archivio di famiglia. Nel luglio 1954 viene fondata una società in accomandita semplice per la compravendita e la gestione di immobili con la ragione sociale “Galpi di Antonluigi Castiglioni & C.”. Il nome è composto dalle iniziali della moglie di Antonluigi, Galli Pina. Nella società vengono infatti affiancati al titolare come soci accomandanti la moglie Giuseppina e il figlio maggiore Eugenio. La”Galpi” e la “Antonluigi Castiglioni” cessano ufficialmente nel dicembre 1957. Il loro posto viene preso da una nuova società, la “Accomandita semplice Antonluigi Castiglioni & C.”. Fra i soci accomandanti questa volta compare anche Giancarlo, ormai maggiorenne, che si è preparato a proseguire l’attività di famiglia frequentando studi tecnici nel settore tessile. Alla fine degli anni cinquanta l’azienda ha alle sue dipendenze quindici operai e tre impiegati. Eugenio si sposa nel 1956 con Luisa Colombo. Per ampliare le potenzialità produttive dell’azienda e per consentire ai figli di avere un appartamento accanto al laboratorio, Antonluigi decide il trasferimento in via Federico Confalonieri 10, dove dal gennaio 1958 è stato approntato un nuovo e più capiente capannone e dove ancora oggi si trovano il laboratorio e gli uffici dell’azienda. Anche Giancarlo vi si trasferisce nel 1961, anno in cui si sposa con Laura Wagner. L’edificio storico di via Poerio, dove vivono Antonluigi e la moglie, non viene abbandonato e nel gennaio 1965 l’azienda vi apre un laboratorio di tessitura per conto terzi, che resterà in vita fino al 1969: si tratta di un reparto che esegue la tessitura di articoli di spugna.

Agosto 28, 2026 / Commenti disabilitati su Antonluigi Castiglioni
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