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Tessitura Valdolona Srl

Industria

Industria Tessitura Valdolona srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Tessitura Valdolona srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di tessuti in cotone INDIRIZZO | Via dei Piave 70 | 21057 | Olgiate Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-649994 | F. 0331-642524 | www.valdolona.it L’avvio dell’attività (1947-1971) La storia dell’impresa prende avvio dalla vicenda personale di Pierino Ciapparelli che, nel periodo tra il 1935 e il 1952, lavora presso la manifattura Bernocchi di Legnano come capo produzione, una mansione di grande responsabilità. Nel secondo dopoguerra, Eraldo Bernocchi, propone a Ciapparelli di aprire, parallelamente all’attività di dipendente, una attività di terzista per la Bernocchi per sostenere la produzione di grandi volumi di filati e tessuti richiesti dal mercato Nasce così nel 1947 la Tessitura Valdolona che Pierino Ciapparelli fonda come società in accomandita semplice con il socio Bruno Borsani e altri tre soci accomandanti, liquidati già nell’anno seguente. La sede viene stabilita in via Cadorna 20 ad Olgiate Olona, presso alcuni capannoni della segheria, ancora in funzione, di proprietà del padre di Pierino, Carlo Ciapparelli, dove vengono ospitati i primi dieci telai. Nel 1950, l’impresa si trasforma in srl e avvia ormai, accanto all’attività di terzista, una propria produzione, nel ramo camiceria sportiva, indumenti femminili, e piquet per bambini. Nello stesso tempo, ricopre grande importanza anche la produzione di tessuti greggi, che raggiunge in breve tempo il milione di metri annui. Sul finire degli anni cinquanta, i lavori di raddoppio dell’autostrada Milano-Laghi interessano i terreni sui quali sorgono i capannoni della segheria e della Tessitura Valdolona e costringono all’abbandono della sede. Per circa due anni, la Tessitura chiude l’attività produttiva e si trasforma in una società commerciale commissionando il tessuto a terzisti. Contemporaneamente vengono avviati i lavori per la costruzione di una nuova sede con annessa l’abitazione, in via Piave 68, presso la quale l’impresa si trasferisce nel 1962 riprendendo la produzione di tessuti. Pierino Ciapparelli, vera anima dell’impresa, segue soprattutto la produzione e la commercializzazione del prodotto, occupandosi anche dei rapporti col personale. La moglie, Teresina Maggi, lo assiste nella contabilità e nell’amministrazione dell’impresa. Oltre all’impegno profuso nella propria attività, Ciapparelli dedica una parte importante del proprio tempo all’insegnamento ai periti tessili nelle scuole serali Bernocchi e ricopre la carica di sindaco di Olgiate Olona dal 1970 al 1977. L’attività dagli anni settanta agli anni novanta (1972-1999) L’impresa continua a vivere in questi anni una situazione caratterizzata da grandi volumi di produzione, arrivando a impiegare nella lavorazione cento telai. Il mercato di riferimento è quello italiano: l’ottimo andamento delle vendite, non spinge a ricercare clienti esteri. L’intraprendenza imprenditoriale di Pierino Ciapparelli non è condivisa dal socio Borsani, meno orientato a investire nell’azienda: il mancato rinnovamento che ne consegue, determina una obsolescenza dei macchinari (telai a navetta). Inoltre la divergenza di prospettive porta anche, ad un certo punto, Ciapparelli a prefigurare l’avvio di un’attività propria che si sarebbe dovuta chiamare Idea cotone, ipotesi che però non avrà seguito per la sua prematura scomparsa. Nonostante questi problemi interni, anche i primi anni ottanta si dimostrano particolarmente favorevoli e segnano forse il punto di massima redditività dell’impresa. Nel febbraio del 1985, come detto, Pierino Cepparelli viene a mancare improvvisamente. L’impresa rimane sulle spalle della moglie Teresina Maggi che lo sostituisce nella conduzione dell’attività. Il socio Bruno Borsani chiede di essere liquidato e ciò causa un conseguente intaccamento delle risorse patrimoniali. Teresina Maggi è coadiuvata, in questi anni, dal figlio Alberto che però divide la sua attività tra la tessitura e la professione di chirurgo plastico. L’impresa vive un momento di crisi: risente dei mancati investimenti che hanno impedito di passare dai telai a navetta a quelli a pinza, più moderni e veloci. L’obsolescenza dei telai, bisognosi di un controllo più assiduo, determina un maggior carico di manodopera e quindi ulteriori aggravi finanziari. Nel 1992, la moglie di Alberto Cepparelli, Federica Chierichetti, figlia di imprenditori chimici e con alle spalle una lunga esperienza nel settore finanziario prende la decisione di sostituirsi al marito, in aiuto alla suocera ormai anziana. Nel 1995 viene nominata procuratrice speciale della Tessitura Valdolona srl. Il personale viene ridotto e la tessitura interna chiusa non potendo rimanere competitiva sul mercato per l’utilizzo dei telai a navetta. La produzione del tessuto è affidata a terzisti, vengono viceversa mantenuti l’orditura e le altre lavorazioni minori. Rimangono in funzione pochi telai per soddisfare piccoli ordini che, in quanto tali, non possono essere demandati ad altri e per la preparazione delle campionature. Si cerca di dare nuovo impulso ai prodotti tipici della Tessitura Valdolona: la camiceria sportiva e i tessuti per bambino, soprattutto per neonato. Con quest’ultimo tipo di produzione, la Valdolona si inserisce in un settore dominato da grandi gruppi, quali la Chicco e Prenatal, e trova un suo punto di equilibrio. Dal 2000 al 2007 Nel 2000, gli sforzi compiuti per far sopravvivere l’azienda rischiano di essere vanificati dall’affacciarsi della concorrenza cinese che porta alla chiusura la maggior parte dei clienti della Valdolona. Ciò comporta il crollo in breve tempo delle vendite e una nuova grave crisi per l’impresa. Quando già si è determinato di chiudere alla fine del 2002, Alessandro , figlio unico di Alberto e Federica Chierichetti, appena terminati gli studi superiori, decide, nel 2001, di continuare nell’impresa di famiglia. Può contare sull’esperienza materna nella conduzione dell’impresa e sull’immissione di nuovi capitali da parte del padre Alberto, ben felice di contribuire alla rinascita della tessitura. Nel 2002, una azienda terzista della Valdolona chiude la propria attività e Alessandro ne rileva i telai per ammodernare in questo modo gli impianti dell’impresa. Pur continuando nel settore camiceria, in breve tempo matura l’idea di portare la produzione sul settore alberghiero: l’unico settore che permette una produzione di qualità ma allo stesso tempo caratterizzata da volumi importanti, necessari per poter tenere testa alla concorrenza straniera. L’impresa si indirizza così al consumatore finale: si salta in questo modo l’intermediazione del confezionista, e si aggira la concorrenza cinese, particolarmente temibile sui prodotti intermedi del ciclo di lavorazione. Dal 2004, il fatturato

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Società generale per l’industria della magnesia spa

Industria

Industria Società generale per l’industria della magnesia spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Società generale per l’industria della magnesia spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | L’acquisto, la produzione, la vendita di materie e prodotti chimici in particolare composti di magnesio di calcio INDIRIZZO | Via Varesina 1 | 21021 | Angera (VA) CONTATTI | T. 0331-939111 | F. 0331-931914 | www.solvay.it Dal 1900 al 1945 Alla fine dell’Ottocento Carlo Luigi Rodolfo, originario di Torino, opera nel settore estrattivo nelle cave intorno al Lago Maggiore. Dopo una prima esperienza ad Arona, decide di mettersi in proprio ad Angera iniziando la coltivazione di una nuova cava di dolomite per la produzione di ghiaietto per le massicciate stradali e costruendo, nel 1900, due fornaci per la produzione della calce dolomitica. In questi anni la zona collinare lungo le sponde del Lago Maggiore è un territorio favorevole per lo sviluppo dell’attività estrattiva per la produzione di calce e dà luogo alla nascita di numerose fornaci. Nel 1905 Emilio Rodolfo , figlio di Carlo Luigi, laureatosi al Politecnico di Milano nel 1899, rileva l’attività del padre e quattro anni dopo insieme a un compagno di studi dell’università, l’ingegner Giuseppe Rossetti, costituisce la società in accomandita semplice “Società italiana per la produzione del carbonato e dei coibenti di magnesia, ingegneri Rodolfo, Rossetti & C.” con sede a Milano e capitale sociale di lire 100.000. Rodolfo e Rossetti assumono la carica di gerenti mentre i soci accomandanti sono De Cristoforis e Canetti. Dopo pochi anni la direzione dello stabilimento è affidata al dott. Italo, fratello di Emilio. Le attività della società si svolgono ad Angera, in prossimità della cava di dolomite dalla quale veniva ricavata la materia prima per la produzione di prodotti magnesiaci. Al momento della fondazione sono impiegati 20 dipendenti. Nel 1910 la denominazione sociale muta in “Società generale per l’industria della magnesia ingegneri Rodolfo e Rossetti & c.”. Negli anni successivi si susseguirono piccoli aggiustamenti delle quote di proprietà dai vari membri della famiglia Rodolfo. In questi anni la società acquista le materie prime – la calce dolomitica e l’anidride carbonica – dalle fornaci che Emilio aveva rilevato dal padre (ditta “Ing. E. Rodolfo”). Attraverso il processo inglese Pattinson si producono carbonati di magnesio leggeri, adatti a inglobare molta aria nell’applicazione e quindi a favorire l’isolamento termico (come legante era usato l’amianto). Negli anni venti viene intrapresa anche la produzione di carbonato di calcio, inizialmente acquistando la calce calcarea come materia prima e successivamente introducendo la calcinazione del calcare all’interno del proprio stabilimento. Nel 1928 Italo lascia la direzione dello stabilimento; il capitale sociale viene diviso tra Emilio e la moglie Carla Prinetti. L’impresa conosce in questo periodo una forte espansione. Emilio Rodolfo negli anni trenta brevetta alcuni processi per la produzione di idrossidi e ossidi di magnesio pesanti per l’industria farmaceutica. In questi anni l’attività produttiva (dalla coltivazione della cava alla produzione dei sali di calcio e magnesio) comporta l’impiego di un elevato numero di manodopera, circa 250 persone. L’impresa utilizza il personale del territorio che integra l’attività nello stabilimento con il lavoro dei campi. L’estrazione e la lavorazione dei minerali non richiede elevate qualifiche professionali e quando sulle macchine gli operai acquisiscono maggiori competenze, vengono allettati da migliori salari delle imprese meccaniche della zona. Dal 1946 al 1989 L’impresa mantiene anche nel Secondo dopoguerra un forte connotato territoriale; il personale è reclutato ad Angera o nei comuni limitrofi e unisce l’attività in fabbrica con la gestione di piccoli appezzamenti terrieri. Spesso i ritmi dell’impresa trovano modo di conciliarsi con i cicli dei lavori agricoli e questa flessibilità rafforza il senso di appartenenza delle maestranze nei confronti della Magnesia. Nel 1948 muore l’ingegner Emilio. Egli aveva valutato la possibilità di vendere la società, non avendo figli maschi che garantissero la successione. Ciò non avviene e la conduzione dell’impresa rimane sempre a carattere famigliare: sono infatti le figlie Lorenza Rodolfo in Belloni e Stefania Rodolfo in Valerio a proseguire l’attività. Di lì a pochi anni sarà il figlio di Stefania, Marco Giulio, a prender e le redini della società, rilevando le quote della madre e della zia Lorenza. La nuova ragione sociale è “Società generale per l’industria della magnesia ‘ Ing. Rodolfo & C. di Valerio Marco Giulio ‘ sas. Negli anni cinquanta l’impresa sperimenta anche la vendita diretta della magnesia purgativa con il marchio Angelica destinata alle farmacie. Tuttavia questa strada non viene percorsa per molto tempo e si preferisce produrre il principio attivo, l’idrossido di magnesio, per le specifiche imprese del settore. Marco Giulio, insieme alla moglie Luisa Cederna, guiderà l’impresa fino al 1962, anno della sua scomparsa in un incidente stradale. La compagine sociale cambia nuovamente: ora le quote vengono suddivise tra Luisa, la figlia Giulia e la Waradsin, un’azienda chimica con sede in Liechtenstein. Tuttavia la presenza della famiglia Cederna nella gestione amministrativa della società aumenta sempre più in questi anni. Nel 1963 Enrico Cederna, cugino di Luisa, venne nominato procuratore e direttore generale della società; Giulia Valerio è impegnata nella direzione dell’area commerciale. La direzione dello stabilimento viene invece affidata a tecnici estranei alla famiglia che generalmente assumevano la carica di procuratori. Nel 1976 la sede legale della società viene trasferita da Milano ad Angera in via S. Martino, anche se nel capoluogo lombardo restavano gli uffici commerciali, e contabili. Due anni dopo l’impresa passa alla forma giuridica attuale di società per azioni con una presenza sempre maggiore della famiglia Cederna-Valerio nella divisione delle quote del capitale sociale. Enrico Cederna assume la carica di amministratore delegato a quella di direttore generale. Gli anni settanta e ottanta sono un periodo di forte sviluppo per l’impresa sottoposta a grandi interventi di rinnovamento degli impianti determinati sia dalla necessità di attuare le nuove norme entrate in vigore con la legge Merli del 1976, sia da quella di risparmiare energia. Notevole è la ricerca per la messa a punto e l’introduzione sul mercato di nuove tipologie di carbonati di calcio, in particolare quelli ultrafini rivestiti. Dal 1990 ad oggi All’inizio

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Slimpa spa

Industria

Industria Slimpa spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Slimpa spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e commercializzazione di apparecchiature e componenti elettronici per ascensori INDIRIZZO | Via don Speroni 28 | 21062 | Cadrezzate (VA) CONTATTI | T. 0331-910401 | F. 0331-910473 | www.kone.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1942-1959) Oreste Fasani, nato nel 1903, dopo gli studi da perito meccanico ed una breve esperienza presso la centrale idroelettrica delle cascate del Toce, si impiega nell’impresa aeronautica Siai Marchetti di Sesto Calende come caporeparto. Nel 1942 le difficoltà della guerra, il rischio quotidiano dei continui bombardamenti, in una zona considerata strategica per il tipo di produzione militare, lo convincono ad abbandonare il suo lavoro per avviare con il fratello Arturo, anch’esso ex dipendente Siai, una autonoma e piccola produzione di parti elettromeccaniche per ascensori. Inizialmente l’attività è ospitata a Leggiuno nella cantina della moglie di Arturo, poi nei locali di un vecchio pastificio, oggi Villa Ossola. La fornitura di questi componenti all’impresa Bassetti elevatori di Milano (il signor Bassetti era un vicino di casa di Fasani), permette l’aumento del lavoro e l’assunzione dei primi operai. Successivamente la sede dell’attività, per necessità di nuovi spazi, viene portata in un fabbricato attiguo alla casa dei genitori dei due fratelli Fasani. Nel frattempo Oreste Fasani conosce per lavoro l’ingegnere Alfredo Spagnolo, proprietario e amministratore delegato dell’impresa Fiam (Fabbrica italiana ascensori e montacarichi). Da questa conoscenza nasce un rapporto di collaborazione molto stretta che porta, nel 1950, alla fondazione della società Slimpa (Stampaggio lavorazione italiana materie plastiche ed affini) formata dai due fratelli Fasani e dallo stesso Spagnolo. Presidente della neonata società è Alberto Panzanini, con Oreste Fasani quale consigliere delegato. La nascita della Slimpa risponde alla necessità, avvertita dall’ingegnere Spagnolo, di sviluppare il ramo della componentistica per ascensori, in particolare i relais e i dispositivi di sicurezza. L’obiettivo per la Fiam è quello di avere prodotti dedicati migliori di quelli reperibili sul mercato e a prezzi più bassi; d’altra parte la Slimpa non deve sostenere spese di acquisizione di ordini né cercare di costruirsi un proprio mercato di sbocco, passando direttamente alla Fiam i propri componenti che seguono di conseguenza l’andamento delle vendite degli ascensori. Infatti, anche se la proprietà fra le due imprese è divisa, la Slimpa si comporta, di fatto, come una divisione componenti della Fiam che ha l’esclusiva sui suoi prodotti. Nel 1958 l’espansione dell’attività porta ad un nuovo cambiamento di sede con la costruzione di uno stabilimento in quella che era la periferia di Leggiuno. Nel 1959, Alberto Panzanini, divenuto direttore tecnico della Fiam, si dimette dalla carica di presidente. Gli anni sessanta e settanta (1960-1976) Negli anni sessanta, quello che fino ad allora è rimasto un lavoro artigianale, acquisisce caratteristiche industriali con l’ampliamento e il miglioramento della produzione. La Slimpa, infatti, conta ora su un proprio ufficio tecnico e si dota degli impianti e delle attrezzature necessarie, compresi i trattamenti galvanici e gli stampaggi delle materie plastiche, per poter ottenere un ciclo produttivo completo. Questa scelta si spiega se si considera la difficoltà, in questi anni, per un’impresa sorta in un luogo lontano dai centri industriali maggiori, di recuperare sul mercato le parti finite necessarie alla propria produzione. Già notevoli sono le difficoltà incontrate nel costruirsi autonomamente una rete di fornitori di materie prime quali la plastica. In questi anni di boom nell’edilizia, la Slimpa, sviluppando un processo di automazione delle macchine, riesce a produrre tutte le bottoniere Fiam. Se nei primi anni sessanta i dipendenti sono in tutto circa 40, nello stesso decennio il numero del personale sale a 80 addetti. Tutto il personale viene reclutato in zona e principalmente nel comune di Leggiuno, per la precisa scelta di Oreste Fasani di dare lavoro, prima di tutto, agli abitanti del suo paese di cui sarà sindaco per circa quindici anni. Fra la fine degli anni sessanta e i primi anni del decennio successivo, prosegue la spinta all’automazione per poter contenere i costi: non si tratta però di un’automazione esasperata, dal momento che si investe prevalentemente sull’attrezzatura delle singole macchine e non sulle macchine nel loro complesso, permettendo così di utilizzare le stesse per più fasi di lavorazione, in base alle necessità del momento. Gli anni settanta vivono alcuni problemi legati alla trasformazione tecnologica che porta gradualmente ad una predominanza delle parti elettroniche su quelle elettromeccaniche. Nel 1974 un nuovo avvicendamento aziendale conduce alla presidenza Stefano Bracaglia, genero dell’ingegnere Spagnolo, mentre Oreste Fasani rirmane consigliere delegato. Nel 1976 il capitale sociale viene aumentato a 20 milioni di lire; il nuovo consiglio d’amministrazione comprende anche Mario Danti, Oreste Catinelli ed Enrica Spagnolo, moglie di Bracaglia, e vede Oreste Fasani assumere la presidenza della società. Dal 1977 ad oggi (1977-2008) Nel 1977 Oreste Fasani esce dalla società e il consiglio d’amministrazione viene ridotto a due membri, Alfredo Spagnolo, presidente, e Nicola Russo, consigliere delegato. Nel 1979 la proprietà passa alla Fiam Partecipazioni. Nello stesso anno inizia la produzione di quadri a microprocessori cui seguono la produzione di schede elettroniche e l’assemblaggio dei quadri elettrici, poi trasferite dalla sede Fiam di Pero a Leggiuno. Si devono quindi abbandonare alcune produzioni elettromeccaniche e inserire la produzioni elettroniche, cambiamento che non provoca una variazione nel numero degli addetti, poiché l’impresa si limita a sostituire il personale in pensionamento con addetti dal nuovo profilo professionale, principalmente periti elettronici. Nel 1986 l’oggetto sociale della Slimpa include la commercializzazione di ascensori, montacarichi, scale mobili, marciapiedi mobili ed apparecchi di sollevamento e trasporto in genere. Nel 1987 la società entra a far parte del gruppo Kone, grande multinazionale finlandese da 18.000 dipendenti e 2.000 miliardi di lire di fatturato, tra i leader mondiali nel mercato degli ascensori e scale mobili. Giuseppe Confalonieri diviene presidente della società, amministratore delegato è Sergio Salvetti, cui succede Angelo Poletti. Con la metà degli anni novanta, Slimpa attraversa un ulteriore momento di trasformazione. La produzione elettronica che aveva caratterizzato la società fino ad allora, viene prima concentrata presso la capogruppo in Finlandia e successivamente sviluppata in outsourcing.

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Saporiti srl

Industria

Industria Saporiti srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Saporiti srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e installazione di macchine utensili INDIRIZZO | Via dei Patrioti 58 | 21058 | Solbiate Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-649196 | F. 0331-643136 | www.saporit.it Ditta individuale Carmelo Saporiti (1946-1970) Carmelo Saporiti, nato nel 1907 a Solbiate Olona, è un esperto operaio quando nel 1946 si mette in proprio e costituisce una ditta individuale per eseguire lavorazioni meccaniche. La sua esperienza tecnica proviene da anni di lavoro nelle grandi imprese di Milano, Busto Arsizio e Legnano, mentre sul piano imprenditoriale Carmelo è da poco uscito da una società costituita nel 1941 a Legnano con i signori Perico e Parini. Per liquidare la propria partecipazione, Saporiti porta con sé alcuni macchinari e li installa in via Matteotti a Solbiate Olona, dando così inizio alla propria attività nella cascina di proprietà della moglie Eleonora Filippini, dove i due si trasferiscono con il figlio Silvano nato nel 1935. In pochi anni il laboratorio assumedimensioniragguardevoli, arrivando ad impiegare 14 operai e una forza elettrica di 9 cavalli. Nel dopoguerra il mercato assorbe grandi quantità di macchinari per l’industria e la Saporiti si inserisce nell’espansione producendo torni e altri utensili. Laproduzione è destinata inizialmente all’Italia e dagli anni cinquanta anche all’estero: Germania, Stati Uniti, Messico, India e Sudafrica. Nell’impresa di Carmelo è impegnata da tempo anche la moglie Eleonora come dattilografa e segretaria e l’assunzione della prima impiegata avviene quando l’impresa ha già più di 25 operai. Nel 1957 Saporiti si trasferisce nell’attuale sede in via dei Patrioti, dove viene costruito un primo capannone che consente un ulteriore aumento dell’organico e una distribuzione più razionale degli spazi di produzione. Anche la nuova abitazione della famiglia Saporiti viene costruita adiacente all’industria. Alla fine degli anni cinquanta fa il suo ingresso nel nuovo stabilimento il figlio Silvano che ha conseguito all’Istituto Feltrinelli di Milano il diploma di perito meccanico e sta per completare il corso di laurea in ingegneria al Politecnico. Terminati gli studi, per alcuni anni Silvano è impegnato nell’insegnamento di meccanica, macchine e tecnologia presso l’Itis Bernocchi di Legnano. L’espansione del settore fino agli anni settanta favorisce in primo luogo i rivenditori di macchine utensili che mediano la relazione tra le aziende produttrici come la Saporiti e le industrie che comprano e utilizzano i macchinari.La politica messa in atto dai commercianti tende a comprimere i prezzi mettendo i fabbricanti in concorrenza tra loro e a sottovalutare l’importanza del servizio tecnico offerto ai clienti. I prodotti non portano nemmeno il marchio del produttore, ma sono venduti con un nome commerciale: le macchine della Saporiti, ad esempio, si chiamano Vampire, Super-Vampire e Comet. In seguito ad un’esperienza drammatica – nel 1963 la Saporiti si vede annullare un corposo ordine da un rivenditore – l’impresa corre ai ripari ridimensionando drasticamente l’organico e decidendo per il futuro di impegnarsi nella vendita diretta dei propri macchinari ai clienti industriali . La ristrutturazione, gestita da Carmelo con l’apporto determinante di Silvano è lunga e faticosa: nel corso degli anni sessanta i dipendenti scendono da 30 a 10 persone, per poi ridursi ulteriormente nei primi anni settanta. La produzione nello stesso periodo cala da 6 a 3 torni al mese. Il passaggio generazionale alla guida della società vede avvicendarsi due persone con tratti caratteristici ben distinti: Carmelo, formatosi nel lavoro, ha un approccio empirico nell’affrontare e risolvere i problemi tecnico-produttivi e ha una disposizione ottimistica che lo espone a brutte sorprese nel campo dei rapporti commerciali. Silvano, che negli studi ha maturato alte competenze nel disegno e nel calcolo, è più portato alla progettazione minuziosa e nelle scelte imprenditoriali si dimostra più pragmatico e prudente. Saporiti Costruzioni Meccaniche (1971-1992) Nel 1971 viene decisa la cessazione della ditta individuale con la costituzione di una società di fatto in cui Carmelo e Silvano sono soci con il 51 e il 49%, anche se è il figlio che da allora assume a tutti gli effetti la direzione delle attività. Assieme a Silvano, concentrato nella progettazione, si impegnano nella gestione amministrativa e commerciale la moglie Gabriella Brunelleschi, che subentra a Carmelo come socio dopo la sua morte nel 1980, e il padre di lei Fernando, in pensione dopo una carriera come impiegato della Pirelli. La nuova politica commerciale di relazione diretta con le imprese viene perseguita anche con l’impiego del marchio Saporiti sulle macchine, per dare maggiore visibilità al produttore. Superato il momento di maggiore difficoltà e attivati i canali per la vendita diretta, Silvano decide di non puntare sulla crescita dimensionale e sull’incremento della produzione ma di investire nella personalizzazione dei prodotti. Offre macchine più complesse dei torni paralleli per la lavorazione del metallo che rappresentavano il prodotto principale fino a tutti gli anni sessanta. I macchinari di maggiore successo per il rilancio della società diventano i torni a fresare, utilizzati per la filettatura delle viti per l’estrusione della plastica, industria che nel territorio di Varese è allora in forte sviluppo. In questi anni un freno all’espansione dell’impresa è rappresentato da un vincolo edilizio sull’area attorno al capannone, che per anni impedisce la costruzione di nuovi reparti. Mantenendo stabile la propria capacità produttiva, il numero di macchine realizzate diminuisce con il crescere della loro complessità e del loro valore unitario. A partire dagli anni novanta, quando inizia un restringimento del credito bancario, la capacità di esposizione finanziaria diventa un fattore determinante e la società inizia ad impiegare gli utili generati per sostenere lo sforzo produttivo. La produzione della Saporiti prosegue concentrata su prodotti altamente specializzati e destinati ad un mercato molto ristretto. Per consolidare e cercare di ampliare i propri sbocchi commerciali l’impresa deve cercare di essere presente a livello globale. A dare maggior respiro alla dimensione commerciale della Saporiti è l’ingresso nell’organizzazione di Sabrina, figlia di Silvano e Gabriella, che dalla fine degli anni ottanta comincia a seguire regolarmente le fiere specializzate sparse nel mondo, dalla Cina, alla Germania, agli Usa. In quegli anni Sabrina sta studiando ingegneria aerospaziale ma prima di

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Secondo Mona spa

Industria

Industria Secondo Mona spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Secondo Mona spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Industria aereonautica, meccanica, elettromeccanica ed elettronica in genere INDIRIZZO | Via Carlo Del Prete 1 | 21019 | Somma Lombardo (VA) CONTATTI | T. 0331-756111 | F. 0331-252334 | www.secondomona.com L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1903-1939) Nel 1903, Secondo Mona, figlio di Coronato e Giovanna che conducono una piccola attività di tessitura, apre di fronte al Castello visconteo di Somma Lombardo, in piazza d’Armi, una bottega per la costruzione, riparazione e vendita di cicli e motocicli . L’attività si sviluppa rapidamente, grazie al progresso in campo meccanico e dei trasporti. Dapprima nel settore dell’automobile, che vede Secondo Mona occuparsi della manutenzione delle vetture del marchese Visconti, divenendo poi esclusivista della marca FN Fabrique Nationale); successivamente in quello dell’aereonautica. Il territorio livellato favorisce le sperimentazioni in questo campo. Cascina Malpensa, isolata, utilizzata fino ad allora per manovre di cavalleria militare, garantisce la segretezza necessaria durante gli esperimenti: qui nel 1910 Gianni Caproni costruisce il suo primo hangar. Poco lontano anche Giovanni Agusta inizia a costruire biplani, nel 1913 a Varese nasce l’impresa aeronautica Macchi e sulle rive del Lago Maggiore, a Sesto Calende partono già gli idrovolanti della S.I.A.I (Società Idrovolanti Alta Italia) progettati dall’Ing. Tonini e, successivamente, dall’Ing. Conflenti. In tale contesto Secondo Mona svolge la sua attività che nel frattempo si amplia alla riparazione e costruzione di qualsiasi tipo di apparecchi elettrici e motori. Nel 1909 Secondo Mona assiste, insieme a Caproni, a Brescia, al primo Circuito aereo internazionale ed entra definitivamente in contatto con quello che sarà il suo mondo professionale. Dal 1913 inizia ad occuparsi della riparazione di motori aeronautici e dei sistemi di bordo, sviluppando molto presto un’attività di produzione di componenti diversi di aeroplano. Caproni gli affida compiti di primo piano quali la produzione di serbatoi per benzina in lega leggera, radiatori e pompe a stantuffo. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, Secondo Mona si è già ritagliato un posto di rilievo nel panorama aeronautico locale. Nel 1916 con l’ampliamento delle attività e l’aumento delle maestranze provenienti da tutta la zona circostante, compresa la parte piemontese al di là del Ticino e del Lago Maggiore, l’impresa si trasferisce in una nuova sede, sempre a Somma Lombardo, in località Mezzana. Negli anni venti, avvia la sua prima collaborazione internazionale con l’impresa francese Albert Moulet per la produzione di impianti carburante. Frutto di questa collaborazione sarà ad esempio una pompa meccanica che equipaggia l’S.64, aereo con il quale i piloti Arturo Ferrarin e Carlo Del Prete compiono il primo collegamento aereo con il Brasile. La Secondo Mona partecipa, infatti, negli anni venti e trenta a molte imprese aviatorie: circuiti di alta velocità, record di velocità, trasvolate atlantiche. Nel 1925 l’impresa è iscritta come ditta individuale alla Camera di commercio di Varese. Anche se l’impresa si specializza sempre più nella produzione di equipaggiamenti aeronautici, parallelamente si continua in una decisa politica di diversificazione dei prodotti. La Secondo Mona, ad esempio, diviene la prima ditta italiana per la costruzione di macchinari per calzature (comprese le prime macchine per l’allestimento delle calzature in serie) ottenendo alla mostra di Fiume del 1926 la medaglia d’oro e il primo premio nella specifica sezione. La produzione si estende però anche a macchine per cartotecnica, edilizia e sugherifici: la Supermiat, poi denominata nel suo modello più avanzato “Supermatic”, è una macchina che consente la produzione di seimila tappi di sughero l’ora e che conosce una diffusione e un successo di vendita internazionali. Secondo Mona si avvale ormai per la gestione dell’amministrazione della presenza della moglie, Marina Vanelli e del fratello di lei, il direttore amministrativo Alberto Vanelli. Dal 1940 al 1962 Durante la Seconda guerra mondiale le assunzioni arrivano a sfiorare quota 800 dipendenti, massimo storico per l’impresa. Nel 1943 la fabbrica viene occupata dai tedeschi, tuttavia l’ottima conoscenza della loro lingua da parte di Bruno Mona, figlio di Secondo, laureatosi nel 1932 al Politecnico di Zurigo e da qualche anno impegnato nell’impresa di famiglia, fa sì che le maestranze possano godere di una certa tranquillità. Nel 1945 muore Secondo Mona e l’impresa passa agli eredi: la moglie Marina Vanelli e il figlio Bruno ne proseguono l’attività come società di fatto “Mona Secondo”. Nel 1946 Bruno Mona, aiutato della Banca Alto Milanese di Busto Arsizio, costituisce parallelamente la società “Secondo Mona – officine meccaniche costruzioni aeronautiche fonderie spa” con sede a Milano. Bruno Mona si trova, quindi, improvvisamente, ad avere la responsabilità dell’intera azienda in un periodo difficile. Le regole imposte all’Italia dall’armistizio non consentono all’impresa di proseguire nel settore aereonautico, se non limitatamente a collaborazioni con l’Aeronautica militare per delle riparazioni. La situazione non facile induce quindi a puntare nuovamente sulla diversificazione della produzione. Il settore motociclistico, in particolare, assorbe molto lavoro grazie alla costruzione di corpi motore, cilindri, bielle, forcelle telescopiche per la Guzzi e la Motom. Anche per il settore automobilistico si producono pompe autoregolatrici con le quali vengono equipaggiate automobili da competizione dell’Alfa Romeo, della Lancia, della Ferrari e della Maserati. Si sviluppa, inoltre, una linea di prodotti rappresentata dal reparto cartotecnico: stampe a mano, stampe a macchina, stampe a pressione, per inchiostro, per doratura, macchine rotocalco da foglio a uno o più colori. In ultimo, si avvia anche la produzione di componenti di precisione per la Ibm, l’Olivetti e la Rimoldi. Accanto a questa grande diversità di prodotti, a partire dalla metà degli anni cinquanta riprendono le prime attività di progettazione e di equipaggiamento in campo aeronautico. Uno dei primi progetti, ad esempio, è il DO27, il Dornier27, un aereo leggero che ha avuto una grande diffusione in tanti paesi del mondo. L’impresa, che da sempre dà il suo contributo ad attività sociali locali, finanzia interamente, in questi anni, l’asilo di Somma Lombardo che porta ancora oggi il nome di Secondo Mona. Dal 1963 al 1989 Nel 1963 la società di fatto “Mona Secondo” cessa definitivamente la propria attività. Nel 1965 il consiglio di amministrazione della “Secondo

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Rossi d’Albizzate spa

Industria

Industria Rossi d’Albizzate spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Rossi d’Albizzate spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, realizzazione di divani, poltrone, compatibili e accessori INDIRIZZO | Via Mazzini 1 | 21041 | Albizzate (VA) CONTATTI | T. 0331-993200 | F. 0331-991583 | www.rossidialbizzate.it Poltrone e divani: un’impresa atipica rispetto al contesto (1935-1959) Nel 1923 Felice Rossi avvia un’attività di famiglia ad Arsago come ditta individuale per la produzione e il commercio di materassi, tappezzeria e selleria e con una succursale a Cavaria. Vi lavora anche il fratello più giovane Giuseppe che nel 1935 si divide da Felice e, con la moglie Maria Saporiti, dà vita a Cavaria ad una propria ditta individuale, limitandosi alla tappezzeria in stoffa. Nel 1937 regolarizza la propria situazione alla Camera di commercio mentre parallelamente il fratello Felice dichiara cessata l’attività della propria succursale in Cavaria. Con lo sviluppo delle attività, l’impresa prende in affitto un capannone industriale a Solbiate Arno, dove si svolge la produzione, che in breve tempo arriva ad occupare trenta operai. Giuseppe Rossi studia, disegna, realizza e perfeziona meccanismi che portano alla creazione di modelli dinamici fondati sulla trasformabilità delle funzioni racchiuse in forme estetiche adeguate: la poltrona che diventa letto, il letto che diventa poltrona. Nasce così, nel 1939, la poltrona letto Confortevole che, cogliendo una domanda emergente di nuova abitabilità, registra l’apprezzamento del mercato. È l’inizio di una lunga serie di invenzioni e brevetti, nonché la concretizzazione di una filosofia aziendale, che guiderà tutta l’evoluzione successiva: fare cose belle, utili e capaci di durare nel tempo. Durante la Seconda guerra mondiale l’impresa sospende la produzione, che riprende subito dopo la Liberazione, alimentata dalle idee nate nel frattempo. Nel 1946 vede la luce il divano letto Pullman e nel 1949 il set di soggiorno Gardone, entrambi oggetto di illustrazioni dell’artista Silvio Zanella. Esposti alla Fiera Campionaria di Milano, gli “ambienti” creati da Giuseppe Rossi e da Maria Saporiti riscontrano un notevole successo di pubblico, rispondendo alle esigenze diffuse di fungibilità degli spazi domestici che si affermano con le trasformazioni demografiche, urbanistiche e abitative del dopoguerra. Nel 1951 azienda e famiglia si trasferiscono ad Albizzate, dove sorge il nuovo stabilimento costruito su di un terreno agricolo di proprietà della famiglia di Maria Saporiti. Nel 1955 inizia la collaborazione con l’architetto Giampiero Vitelli, che durerà sino agli anni settanta. Un’impresa del settore legno-arredo costituisce un’evidente anomalia in un contesto produttivo caratterizzato dalla prevalenza di altri comparti industriali (meccanica, tessile, aeronautica). La specializzazione nel mobile “imbottito”, la cultura del progetto e la stessa distanza da un ambiente più dotato, ma nello stesso tempo più condizionante, come la Brianza diventano i punti di forza dell’impresa Rossi.Emblema del successo raggiunto è la vetrina espositiva realizzata nel 1958 lungo l’autostrada Milano-Varese, una sorta di grande acquario in vetro e metallo a forma di parallelepipedo, che si illumina di notte e al cui interno “galleggiano” letti, divani, poltrone i sogni degli italiani. Innovazione, design e internazionalizzazione (1960-1969) La famiglia Rossi vive in una casa adiacente alla fabbrica. Giuseppe è l’anima tecnica dell’azienda, sua moglie Maria quella commerciale, ma anche l’ispiratrice di soluzioni che aggiungono gusto e sentimento alle cose. I loro figli crescono e studiano respirando l’aria e i valori dell’impresa familiare. Luigi (nato nel 1935) è già da qualche anno operativo in azienda, dopo il diploma in ragioneria, affiancato più tardi dal fratello Piero (nato nel 1942), specializzatosi in architettura degli interni. L’impresa Rossi è tra i soggetti che nel 1961 fondano a Milano il Salone internazionale del mobile, nella cui direzione rimane a lungo Luigi Rossi, assumendo poi la vicepresidenza. Il Salone, destinato a diventare la grande vetrina mondiale della creatività italiana, nonché un appuntamento espositivo annuale (mai mancato) per la stessa impresa Rossi, costituisce uno stimolo potente per orientare l’attività degli architetti verso la creazione di mobili e oggetti di arredamento. In questo clima Luigi e Piero rafforzano, insieme ai genitori, le collaborazioni con architetti di fama nazionale e internazionale,facendo del design una componente strutturale delle produzioni Rossi. Si afferma così un modello produttivo fondato sull’interazione stretta tra imprenditore (l’idea particolare e concreta), il progettista (l’evoluzione mondiale del disegno) e gli artigiani esterni cui sono demandate alcune fasi lavorative. Nel 1964, l’impresa – trasformatasi nel frattempo (1962) in società di fatto – attrezza una divisione interna per la produzione di una schiuma poliuretanica a brevetto proprio (il Rofoam), che sostituisce la gomma piuma, garantendo una maggiore morbidezza e durata. Nasce il centro informativo a Milano in San Babila, presso la Galleria del Toro, che rimarrà aperto fino al 1975. Si sviluppa la rete commerciale tramite agenti che seguono una clientela (in genere aziende) destinataria di prodotti su commessa. Crescono le esportazioni, che si allargano dai paesi europei a Stati Uniti e Canada: Rossi è ormai un marchio mondiale. Nel 1969 viene realizzato, su progetto di Giampiero Vitelli e Titina Ammannati, il Grandangolo, un sistema di seduta senza interruzioni, a linee curve o diritte, destinato soprattutto ai grandi spazi (hall di hotel di lusso, sale vip di aeroporti, ville). In questo periodo l’azienda arriva a occupare quasi cento addetti, costituiti in gran parte da operai specializzati. Luigi e Piero continuato ad abitare, con le loro famiglie, accanto allo stabilimento di Albizzate, mentre i genitori si sono trasferiti, sin dal 1963, a Gallarate. Nuovi punti di forza: sartorizzazione e componibilità (1970-1989) Con gli anni settanta inizia l’era del componibile, una tecnologia costruttiva complessa fondata sulla “sartorizzazione” di numerose componenti , che consente di realizzare sistemi di seduta e arredo caratterizzati da una notevole flessibilità d’uso, oltre che da una particolare eleganza. Nel 1972 l’impresa assume la forma giuridica di società in accomandita semplice. Le creazioni Rossi di Albizzate sono esposte alle fiere internazionali di Colonia (1970) e Parigi (1971); quindi all’Eurodomus di Torino, alla Triennale di Milano e così via. Il 1972 è l’anno di Sit Sistem, ideato da Hans Von Klier, un sistema (sedute e scrivanie) rivolto al top management. Nel 1975 è inaugurato a Milano lo showroom aziendale di Largo Augusto,

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Riganti spa

Industria

Industria Riganti spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Riganti spa  FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Stampaggio a caldo dell’acciaio e lavorazioni meccaniche INDIRIZZO | Via Vittorio Veneto 1 | 21048 | Solbiate Arno (VA) CONTATTI | T. 0331-988600 | F. 0331-988699 | www.riganti.com Dalla fucina all’industria (1891-1940) Innocente Riganti di Giuseppe nasce a Solbiate Arno nel 1867. Nel 1891 inizia, in quella che sarebbe diventata poi la via Vittorio Veneto, l’attività artigiana di fucinatura per la produzione di attrezzi agricoli (aratri, pale, picconi) e fonda una propria ditta individuale. Dal matrimonio con Maria Grandi nascono sette figli tra cui Emilio che affiancherà Innocente nella conduzione dell’impresa. Il contesto locale, caratterizzato dalla presenza di storiche imprese di stampaggio, come Grandi e Longhini, stimola l’abile e intraprendente Riganti a sviluppare l’attività. Nasce quindi alla fine del secolo la società “Innocente Riganti e C.”, mentre l’officina si trasferisce in un più ampio capannone di Solbiate Arno, nei pressi del quale sorge l’abitazione della famiglia, una palazzina di inizio Novecento ancora oggi esistente. La Riganti aumenta via via la produzione, passando decisamente alla fase dello sviluppo industriale. I prodotti si rivolgono a una platea differenziata di clienti: dalle numerose industrie della zona, soprattutto tessili, alle compagnie ferroviarie, ai cantieri navali. Nel 1911 l’impresa assume la denominazione “Officine meccaniche Innocente Riganti ” e aderisce alla neonata Assonime, Associazione fra le società italiane per azioni. L’espansione produttiva porta al rapido aumento dei dipendenti, che già nel 1915 raggiungono le 150 unità. Rimasto vedovo, Innocente si sposa con Maria Macchi e da questo matrimonio nascono Nanda, Carlo e Giuseppe, detto Pino. Sospinto dal padre, Emilio studia ingegneria meccanica in Germania e nel 1915 inizia a svolgere le funzioni di direttore tecnico dell’azienda. Nel 1926, con la costituzione della società anonima, è nominato consigliere delegato, affiancando il padre presidente. Nel 1927 nasce Innocente, detto Tino, il primo figlio di Emilio, seguito nel 1929 da Franco. Nell’impresa lavorano quasi 220 operai, fucinatori e stampatori, attratti anche dall’area bergamasca e bresciana, mentre i tecnici vengono reclutati a Varese e Gallarate. I profondi effetti recessivi conseguenti alla crisi del 1929, particolarmente pesanti per l’industria metalmeccanica forte utilizzatrice di ferro e acciaio, costringono la società Riganti a richiedere il concordato preventivo. Il periodo di difficoltà e incertezza si protrae sino al 1936 e viene superato con il ricorso al prestito finanziario dell’Istituto mobiliare italiano. Tre anni dopo, nel 1939, muore Innocente Riganti, che era stato podestà del Comune di Solbiate Arno, iniziando una tradizione di famiglia proseguita poi dal figlio Emilio, anche lui nominato podestà nel periodo fascista. I problemi successori legati alla morte di Innocente, padre di dieci figli, vengono risolti al meglio, con la liquidazione delle figlie femmine ed evitando l’insorgere di nuovi scompensi finanziari. La conduzione dell’impresa passa quindi ai due figli maschi, con Emilio nel ruolo di presidente e Pino in quello di amministratore delegato. Nel 1940 il capitale sociale aumenta da uno a due milioni di lire. Magli e linee elettriche (1941-1960) Durante la Seconda guerra mondiale, la Officine Riganti, che a differenza di altre imprese della zona non fabbrica armi, contrae la produzione e le ore lavorate. Nello stesso tempo gli aumenti salariali e i prezzi non più remunerativi praticati ai vecchi clienti portano a un nuovo deficit di bilancio, che tuttavia non si traduce in crisi finanziaria ed economica. Nel dopoguerra, sotto la guida di Emilio e Pino – il primo preposto alla parte tecnologica e il secondo a quella amministrativa – l’impresa torna a crescere, cogliendo le opportunità offerte dallo sviluppo dei mezzi di trasporto e soprattutto dall’elettrificazione del paese. A partire dai primi anni cinquanta, la società Riganti inizia infatti a produrre equipaggiamenti per le linee elettriche ad alta tensione e si afferma rapidamente come impresa leader in Europa, fornendo morsetteria ai maggiori produttori di energia elettrica italiani (Enel, Sae, Sadelmi) ed esteri sparsi in Europa, Sud America e Africa. Tino e Franco Riganti interrompono gli studi universitari, il primo in ingegneria e il secondo in economia e commercio, e affiancano i loro padri in azienda. Nel 1953 la gestione del patrimonio immobiliare dell’impresa viene separata da quella produttiva. La prima prosegue sotto il cappello della società per azioni, è seguita operativamente da Pino e partecipata, in termini azionari, da sua moglie Ester Alemanno. La seconda dà invece luogo alla costituzione della società in accomandita semplice Officine Innocente Riganti. Alla fine del decennio Tino e Franco entrano nei consigli di amministrazione delle società , unici rappresentanti della terza generazione, in quanto il loro zio Pino non ha avuto figli. Nel 1960 nasce la società immobiliare per azioni Innocente Riganti, presieduta da Tino, che nello stesso anno, impegnato in politica oltre che in azienda, viene eletto nelle liste democristiane consigliere comunale di Solbiate Arno. La grande crescita (1961-1980) Nel 1962 muore Emilio Riganti, lasciando il fratello Pino alla guida delle Officine meccaniche. Questi, senza figli, decide di trasferire le proprie quote societarie ai nipoti Tino e Franco, che alla morte prematura dello zio, avvenuta nel 1967, assumono il comando dell’azienda. Nel 1968 Tino Riganti è eletto sindaco di Solbiate Arno, una carica ricoperta sino al 1975, durante la quale promuove tra l’altro la metanizzazione del paese, che porta a una netta riduzione dei fumi industriali. Con l’esaurirsi del processo di elettrificazione dell’Italia e degli altri paesi evoluti, l’attività di produzione di morsetteria conosce una progressiva contrazione , finché il relativo ramo d’azienda viene ceduto. Ciò consente ai fratelli Riganti di concentrare maggiormente gli investimenti sul business storico dell’azienda, quello della forgiatura dei metalli per la produzione di parti meccaniche (bielle, ingranaggi, giunti, valvole, ecc.). All’inizio degli anni settanta, il Solbiatese presenta le caratteristiche di un vero e proprio polo industriale specializzato nello stampaggio degli acciai. Al suo interno operano numerose imprese di minori dimensioni, nate dall’intraprendenza di operai specializzati che, favoriti dal ciclo economico positivo, si mettono in proprio. L’aumento della concorrenza spinge Tino e Franco a dotare l’azienda di un’adeguata organizzazione commerciale , seguita direttamente o appoggiata su una rete

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Rama spa

Industria

Industria Rama spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Rama spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Macellazione, lavorazione commercio all’ingrosso di carni e loro derivati INDIRIZZO | Via per Cedrate 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217078 | F. 0331-212221 | www.ramacarni.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1943-1970) Carlo Rabolli e Antonio Magnoni, commercianti di carni bovine nella valle del torrente Arno, costituiscono, nel 1943, la “Rabolli e Magnoni (RAMA) srl ”, con sede a Milano, assorbendo l’attività preesistente di Rabolli. Nel 1949, Rabolli si dimette dalla presidenza della società e l’anno seguente, insieme ad altri due soci, fonda la Omas snc per la costruzione di affettatrici e altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Virgilio Cajani è amministratore della Rama fino al 1953, quando viene sostituito da Pierino Carù, originario di Gallarate, che gestisce la società insieme al fratello Enrico. I fratelli Carù, hanno anch’essi alle spalle un’ampia esperienza imprenditoriale nel settore, perché costretti a continuare, ancora adolescenti e con l’aiuto della madre e della sorella maggiore Enrica, l’attività del padre Antonio , morto prematuramente. Inizialmente i Carù operavano tra l’Italia, la Svizzera e Trieste, da cui importavano bestiame vivo già nazionalizzato (le operazioni doganali erano già state eseguite al momento della compravendita) proveniente dai paesi dell’est. Il bestiame vivo era destinato all’allevamento sito in Cajello di Gallarate. Inoltre gestivano un macello nel trevigiano oltre a due macellerie a Oggiona con Santo Stefano e Solbiate Arno. Con l’entrata in Rama viene venduto il macello in Veneto e si sviluppa la macellazione , l’importazione e la commercializzazione nel nuovo stabilimento che impegnava una quindicina di persone. Nel 1959, pochi anni dopo la rivoluzione d’Ungheria, i fratelli Carù siglano il primo contratto a livello nazionale con l’unica impresa statale di allevamento e produzione carni del Paese, la ditta Terimpex, che disponeva di circa 15 macelli su tutto il territorio ungherese. Tale collaborazione durerà fino al 1980. Nello stesso anno l’impresa introduce anche il commercio all’ingrosso di carni congelate e stabilisce un duraturo rapporto commerciale con l’impresa statale ungherese Terimpex, con sede a Budapest, per l’importazione di bestiame. Nel 1960, si avvia anche dalla Polonia – con la ditta statale Animex di Warsavia – e dall’Austria l’importazione di carni poi rivendute nel mercato nazionale o utilizzate per forniture ospedaliere o per l’approvvigionamento delle industrie alimentari di trasformazione. Tre anni dopo la Rama è tra le prime imprese in Italia, insieme alle ditte Zerbi e Ronzoni & Perego, a acquistare cane congelata e importare bestiame vivo dal Sud America. In questi anni vengono stipulati contratti con la società Cap di Buenos Aires e la Swift. Dal 1971 al 1991 (1971-1991) Nel 1971 Antonio Magnoni si ritira dalla società, che rimane nelle mani della famiglia Carù con l’ingresso dapprima di Antonio e, qualche anno dopo, di Marco, entrambi figli di Pierino. Antonio si occupa principalmente della parte commerciale mentre Marco della produzione e della logistica. La moglie di Enrico, Luigia, cura invece l’amministrazione dell’impresa. Nel 1972 si avvia una completa ristrutturazione e un ampliamento dello stabilimento di via Cedrate a Oggiona Santo Stefano dove, tre anni dopo, viene portata la sede legale della Rama in occasione della sua trasformazione in società per azioni. In seguito agli elevati dazi imposti dalla Cee per le importazioni da paesi non appartenenti alla Comunità, l’impresa vive, in questi anni, un aumento dei costi e si orienta di conseguenza verso i mercati della Germania, della Francia e dell’Olanda. La macelleria di Oggiona Santo Stefano viene chiusa e successivamente nel 1987 ceduta in affitto. Nel 1988 la Rama viene contattata dal Gruppo Sme, per dar vita alla creazione della prima catena di fast-food italiana, chiamata “Burghy”. L’impresa diviene quindi l’unico produttore in Italia di hamburger freschi, vale a dire non congelati ma consegnati ai punti vendita tre volte alla settimana. Dal 1991 ad oggi (1991-2008) Verso la metà degli anni novanta cambia in modo significativo il commercio delle carni bovine poiché i principali acquirenti dell’impresa, come per l’intero settore, divengono le società della grande distribuzione, con una parallela e significativa perdita d’importanza delle vendite ai singoli macellai. Ciò comporta che la carne non venga più venduta nei suoi tagli principali e ancora con l’osso – demandando ai macellai la preparazione dei tagli per il consumo finale – ma che la stessa impresa si faccia carico del sezionamento e confezionamento sottovuoto, affinché sia pronta per la distribuzione e la preparazione finale al banco. A ciò si accompagna, sempre per la grande distribuzione, la preparazione di confezioni monoporzione, in atmosfera protettiva, già pronte per il consumatore. I processi di trasformazione divengono, quindi, sempre più importanti e complessi per l’impresa che si dota subito di un rigido sistema per il controllo della qualità, conquistando poi la certificazione Iso 9000. Infatti, la concentrazione di tutte le fasi della lavorazione della carne in un singolo stabilimento ha l’effetto di poter garantire un controllo sull’intera filiera e sulle lavorazioni stesse, con livelli igienici e qualitativi di molto superiori al passato. La Rama garantisce ai clienti la qualità delle carni attuando anche una serie di controlli negli allevamenti fornitori di bestiame. Nel 2000 muore Pierino Carù: Antonio Carù diventa presidente e Roberto Carù, figlio di Enrico, da poco attivo nell’impresa, amministratore delegato. A partire dal 2001, in concomitanza ed in seguito alla crisi della cosiddetta “mucca pazza”, la Rama intraprende una nuova ristrutturazione dei propri reparti. Vengono sostituite le celle frigorifere e viene realizzato un nuovo impianto per la produzione di carne macinata, destinata principalmente alla Bestfoods Italia, industria di trasformazione per la produzione di omogeneizzati con il marchio Gerber. Oltre all’adeguamento alle nuove normative sanitarie, l’impresa avvia anche l’informatizzazione di alcune procedure quali la pesatura e la marcatura di ogni taglio, in modo da avere una rintracciabilità rapida e certa della carne lavorata. Negli stessi anni la Rama affida ad imprese esterne la macellazione, la disossatura e la distribuzione del prodotto, compresa la gestione dei veicoli, e i servizi di manutenzione e pulizia. Il numero dei dipendenti dell’impresa si

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Pusterla 1880 spa

Industria

Industria Pusterla 1880 spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Pusterla 1880 spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, sviluppo e produzione di astucci pieghevoli in cartoncino e di scatole di cartone rivestite in carta o tessuto per profumeria e cosmetica, vins et spiriteux, bigiotteria, abbigliamento ed in genere per tutti i prodotti ” alto di gamma” che richiedono una presentazione adeguata INDIRIZZO | Via A. Pusterla 4 | 21040 | Venegono Inferiore (VA) CONTATTI | T. 0331–856500 | F. 0331–865335 | www.pusterla1880.com Alessandro Pusterla, un’impresa attraverso due eredità (1880-1921) Lo scatolificio Pusterla, dopo 132 anni di attività e diverse trasformazioni, mantiene nella denominazione il cognome del fondatore. Alessandro Pusterla costituì la società nel 1880, con sede a Milano in via Bramante e uno stabilimento per la produzione di scatole a Tradate, località di origine della famiglia Pusterla. Le scatole erano destinate principalmente all’industria farmaceutica che a Milano si stava sviluppando rapidamente e lo stabilimento di Tradate poté sfruttare la nuova linea ferroviaria che dal 1881 lo collegava direttamente con l’area industriale della Bovisa. Nella sede di Milano venivano stampate le etichette da applicare sulle scatole di cartone, che allora erano prodotte e consegnate già montate con un’etichetta applicata all’esterno. Dopo la morte del fondatore nel 1886, la società venne trasmessa in eredità alla vedova Teresa Sessa, che fu tenuta a proseguire l’attività rispettando negli anni seguenti le ultime volontà del marito. Nel proprio testamento infatti Alessandro Pusterla stabiliva che la firma della proprietaria fosse congiunta a quella del direttore Federico Sessa, cugino di Pusterla, e che venissero corrisposte a più di 20 dipendenti delle partecipazioni sugli utili annuali della società, che ammontavano a quasi l’ottanta per cento del totale. Nei tre decenni successivi l’attività proseguì con questo assetto societario ma le notizie disponibili sono poche. Attorno al 1900 la società si dotò di un terzo stabilimento ad Abbiategrasso specializzato nella confezione di scatole per scarpe anche se il principale polo produttivo restò quello di Tradate. Nel 1920, dopo la morte della signora Sessa, l’unità dell’impresa venne meno in quanto la proprietà immobiliare degli stabilimenti fu trasmessa all’orfanotrofio delle Stelline di Milano, mentre i macchinari con le scorte di magazzino andarono ai dipendenti. Venne allora costituita tra i lavoratori, sotto gli auspici delle Stelline, la società Cooperativa A. Pusterla con sede a Milano che tuttavia si trovò presto a corto di capitali e fu posta in liquidazione nel 1921. La famiglia Meana dall’energia elettrica allo scatolificio Pusterla (1922-1968) Nel 1922 venne fondata la Società anonima cooperativa A. Pusterla di Tradate. Per qualche anno venne mantenuto il legame con le realtà produttive di Milano e Abbiategrasso, legame che però di fatto sembra essere venuto meno già nel corso degli anni venti. Come presidente della nuova cooperativa fu scelto Giuseppe Meana, imprenditore che proveniva da tutt’altro settore e che venne coinvolto nel rilancio della fabbrica di Tradate da Filippo Zerbi, un amico che dirigeva l’agenzia del Credito italiano. L’incontro tra i due avvenne nel quadro del loro impegno cristiano e il coinvolgimento di Meana ebbe motivazioni non solo economiche ma anche etiche e sociali. Il legame con la famiglia Zerbi si consolidò in seguito con i matrimoni dei due figli di Giuseppe: Piero sposò Carlotta, figlia di Filippo, mentre il maggiore Albino sposò la cugina Giuditta Zerbi; la loro sorella Angela Meana sposò invece l’imprenditore Antonio Molina dell’omonimo piumificio di Cairate. Giuseppe Meana, dopo aver rinunciato ad una carriera come musicista, fu tra i fondatori della Società elettrica di Nova, costituita in forma anonima nel 1908 e attiva nella distribuzione di energia e acqua potabile nell’area di Bresso e Nova Milanese. L’esperienza della Società elettrica di Nova proseguì con buoni risultati sotto il controllo della famiglia Meana fino alla seconda metà degli anni sessanta quando l’attività di distribuzione venne assorbita dalla nuova rete Enel. Tornando allo scatolificio di Tradate, la piccola cooperativa, nata con una cinquantina di soci e un capitale poco più che simbolico, nel 1936 dovette trasformarsi in società di capitali per fronteggiare la crisi e la famiglia Meana assunse allora la maggioranza azionaria. L’attività produttiva proseguì al servizio dell’industria farmaceutica e nel periodo tra le due guerre vi fu il passaggio dalle scatole con etichetta agli astucci di cartoncino prestampato. Sul piano produttivo questo cambiamento significò per l’impresa introdurre nei reparti di stampa e piegatura macchinari più vasti e complessi. Nel 1950, alla morte di Giuseppe Meana, i suoi figli gli succedettero nella gestione delle due imprese familiari. Per quanto entrambi ricoprissero il ruolo di consigliere delegato nelle due società, Albino, residente a Bresso, fu maggiormente coinvolto nell’attività elettrica mentre da Saronno Piero e la moglie Carlotta Zerbi si interessarono dello scatolificio Pusterla. Le strade dei due fratelli si riunirono alla fine degli anni sessanta, quando la Società elettrica di Nova dovette cessare la propria attività storica in conseguenza della nazionalizzazione. A partire dalla seconda metà degli anni sessanta le prime occasioni di diversificazione produttiva vennero da clienti che ampliavano la propria gamma dal settore farmaceutico ad altri ambiti: tra questi la multinazionale americana Avon di Olgiate Comasco, attiva nel settore dei cosmetici, che con i propri alti standard qualitativi aiutò la Pusterla nel miglioramento dei processi interni. Per inserirsi in nuovi mercati innovando la propria offerta, lo scatolificio di Tradate necessitava tuttavia di notevoli investimenti che richiedevano una maggiore capitalizzazione della società. Dai medicinali a profumi e champagne (1969-1999) La Società elettrica di Nova, incassati gli indennizzi derivanti dalla nazionalizzazione, venne fusa nel 1969 con la Alessandro Pusterla sas dando vita alla Cartografica Pusterla spa. In seguito alla fusione la nuova società ebbe così la necessaria dotazione finanziaria per pianificare la propria espansione. Il primo passo fu compiuto nello stesso 1969 con l’acquisto dello stabilimento di Tradate dall’orfanotrofio delle Stelline di Milano, proprietario dai tempi dell’eredità della vedova Pusterla. Nella nuova società Carlotta Zerbi divenne presidente, Albino Meana amministratore delegato e Agostino Molina, figlio di Angela Meana, consigliere d’amministrazione, mentre Pietro Meana fu direttore generale per pochi anni prima della sua prematura scomparsa nel 1973. Fu

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Prealpi spa

Industria

Industria Prealpi spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Prealpi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di burro e formaggi INDIRIZZO | Viale Borri 40 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-275411 | F. 0332-275458 | www.burroprealpi.it L’avvio dell’attività fino ai primi anni trenta (1922-1932) Luigi Prevosti nasce nel 1897 a Caselle Lurani, nel Lodigiano, una delle culle dell’industria lattiero-casearia lombarda. Cresce nella piccola azienda agricola dei genitori dove acquisisce familiarità con i processi caseari e una base di competenze che risulteranno determinanti in futuro. Trasferitosi con i suoi familiari a Varese, Luigi partecipa come ufficiale dei bersaglieri alla Prima guerra mondiale rimanendo ferito. Negli anni faticosi del dopoguerra decide di mettere a frutto le proprie competenze avviando, sotto forma di ditta individuale, un’impresa casearia in un territorio con scarse tradizioni in questo settore. La sede è in via Robbioni, nel pieno centro di Varese, quasi davanti al palazzo comunale. Nel 1924 Luigi sposa Angela Mangano, di Varese, che da quella data lo affiancherà per tutta la vita nella gestione dell’impresa, curando in particolare l’amministrazione. Fino al 1932 la fabbricazione e il commercio all’ingrosso del burro, che resterà il prodotto principale nella storia quasi secolare dell’impresa, è affiancata da una rivendita al dettaglio in corso Roma, l’attuale corso Moro. Rispetto al modello di impresa tipico della bassa pianura lombarda, Prevosti non produce in proprio il latte necessario alle lavorazioni ma lo acquista da allevatori locali. Nel primo decennio di attività la dimensione del bacino territoriale di riferimento copre un’area limitata: il consumo di burro al di fuori delle aree urbane è ancora legato all’autoproduzione e si dovrà attendere la motorizzazione dei trasporti per un’espansione significativa della rete di distribuzione. Una prima soluzione logistica per integrare l’attività dello stabilimento di via Robbioni è la costituzione di centri per la raccolta del latte, dove viene eseguita la scrematura iniziale, a Casale Litta e a Luino, affiancati da piccoli allevamenti di suini, complementari alla gestione dei sottoprodotti di lavorazione. Dagli anni trenta agli anni cinquanta (1933-1959) Fino al secondo dopoguerra l’impresa è gestita in prima persona da Luigi e Angela, progressivamente affiancati dai figli Giovanni Battista (1928) e Giorgio Bruno (1935). La conduzione familiare dell’impresa, fondata sulla competenza amministrativa di Angela e su quella tecnica di Luigi, non contrasta con la capacità di innovare. Un esempio è l’identificazione del prodotto con un marchio, il quadrifoglio adottato negli anni trenta, che si dimostrerà negli anni una delle chiavi del successo commerciale. Altro esempio è il progetto studiato personalmente da Luigi Prevosti per il raffreddamento delle panne senza contatto con il ghiaccio, che ha rappresentato un salto tecnologico e igienico notevole nella lavorazione del burro. Negli anni trenta viene tentata anche una prima diversificazione del prodotto, con il lancio del formaggio “Varesino”, che però non ottiene grande successo di mercato e ha quindi vita breve. Dopo la guerra fanno la loro apparizione le prime macchine automatiche per l’impacchettamento del burro, operazione che per oltre vent’anni era stata effettuata a mano. Anche la rete distributiva della Prealpi a partire dagli anni trenta, si sviluppa notevolmente verso il Piemonte orientale, la Brianza e l’Alto Milanese. Dopo la parentesi del periodo bellico, la crescita prosegue e il marchio Prealpi arriva nel nord e nel centro Italia. La crescita impetuosa dei consumi, a cominciare da quelli alimentari, si appoggia su una rete capillare di piccoli negozi, diffusi in ogni angolo della penisola e riforniti grazie a depositi sparsi in tutto il nord Italia. Nel febbraio 1955 la Prealpi chiude la sede di via Robbioni per trasferirsi in una vasta area periferica acquisita in viale Borri, dove viene edificato uno stabilimento tecnologicamente all’avanguardia che ospita tuttora l’unico sito produttivo dell’impresa. Infine le modifiche societarie apportate nell’estate del 1955 sanciscono l’inizio di una nuova fase: Luigi cede ai figli una parte delle quote trasformando la ditta individuale in società in nome collettivo che assume la denominazione “Industria casearia Prealpi di L. Prevosti & figli”. Dalla anni sessanta agli anni ottanta (1960-1979) Con l’ingresso dei figli nella società e il trasferimento nella nuova sede la Prealpi si dota anche di una struttura manageriale in grado di fronteggiare le mutate dimensioni e le nuove tecnologie. Gli anni cinquanta e sessanta vedono proseguire l’affermazione del modello distributivo basato sui piccoli negozi generalisti e la rete Prealpi si estende a tutta la penisola: a seconda delle aree l’impresa è presente con proprie filiali, con concessionari o con agenti che riforniscono i punti vendita. Nel corso degli anni sessanta si cerca di ottimizzare la capillarità della rete distributiva affiancando al burro altri prodotti alimentari: non solo formaggini e altri prodotti caseari, che come il Prealpino e il Fontal avranno successo nel tempo, ma anche yogurt, preparati per budini e purè solubili, dadi e sughi pronti, che avranno vita più breve. In questo periodo riscuotono grande successo le raccolte di punti che aiutano a fidelizzare la clientela e anche la gestione logistica dei premi viene curata direttamente dall’impresa. In parallelo iniziano i primi investimenti consistenti in pubblicità, cogliendo con tempismo le opportunità del nascente mercato televisivo per lanciare i nuovi prodotti. La diversificazione produttiva richiede di impiantare in via Gasparotto uno stabilimento dedicato alle lavorazioni non casearie, che tuttavia non si sviluppano con sufficiente rapidità e vengono abbandonate pochi anni dopo. Negli anni settanta il mercato dei formaggini per l’infanzia incontra un momento di difficoltà: l’impresa risponde integrando la propria offerta con altri prodotti caseari di importazione, che in quel periodo stanno penetrando il mercato italiano. Nel 1968, quando viene trasformata in società per azioni, la Prealpi conta oltre 300 addetti. Sempre negli anni settanta la diffusione dei supermercati in Italia porta l’impresa ad attuare una profonda riorganizzazione della propriastruttura commerciale nel senso di una gestione più centralizzata. Nel campo produttivo invece l’innovazione fondamentale che si raggiunge alla fine degli anni settanta è quella del passaggio da una lavorazione discontinua a un processo di burrificazione in continuo. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2011) Nei primi anni ottanta ha inizio il secondo

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Pipe Brebbia

Industria

Industria Pipe Brebbia DENOMINAZIONE SOCIALE | Pipe Brebbia srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di pipe e vendita di accessori per la pipa INDIRIZZO | Via Piave 21 | 21020 | Brebbia (VA) CONTATTI | T. 0332-770286 | F. 0332-770265 | www.brebbiapipe.it La famiglia Buzzi e la nascita della Centrale elettrica di Brebbia (1893-1944) La storia dell’impresa Pipe Brebbia ha le sue radici nell’itinerario imprenditoriale della famiglia Buzzi , che prende avvio nel 1893 quando Achille, originario di Gallarate, costruisce una centrale elettrica a Brebbia sfruttando il corso d’acqua del fiume Bardello, emissario del Lago di Varese, e fornisce energia al territorio compreso tra Brebbia e Gavirate. Di formazione perito edile, Achille lavora anche per la costruzione della Galleria del Sempione. Sposa la figlia di un imprenditore tessile, Giuseppina Roncari, da cui nasce Carlo Andrea detto Gino. Quest’ultimo segue la vocazione della famiglia materna: diventa perito tessile e apre una tessitura a Gavirate. Si sposa con Lina Papa e vanno ad abitare in un’agiata dimora a Gavirate; dal loro matrimonio nascono Achille, Giuseppe (chiamato Peppino), Enea e Franca. La crisi del 1929 costringe Gino a cessare l’attività e a trasferire per alcuni anni la famiglia a Brebbia nei locali sopra la centrale elettrica per poter affittare l’appartamento di Gavirate. L’occasione per tornare nel settore tessile gli viene data da Luigi Ronzoni, che propone a Buzzi di diventare direttore del Cotonificio di Besozzo in cambio della fornitura di energia elettrica per dieci anni. Suo figlio Enea rimane segnato dalla difficoltà economiche del 1929: quest’esperienza incide sul suo carattere e lo porterà poi a cercare di sostenere economicamente la famiglia con il proprio apporto. Frequenta il collegio De Filippi ad Arona dove conosce futuri artisti quali il pittore Enrico Baj, lo scrittore Gianni Rodari e il filologo Dante Isella. Si iscrive poi all’Istituto Daverio a Varese e ottiene il diploma di ragioneria nel 1943. Partecipa alla Resistenza come partigiano insieme al fratello Achille e al termine della Guerra si iscrive all’Università Bocconi di Milano. Decide però di abbandonare gli studi dopo un anno per cercare lavoro. Inizialmente sfrutta il diploma di ragioneria e trova un’occupazione come impiegato all’Enel di Varese, ma in breve prevale in lui il desiderio di mettersi in proprio e intraprende il commercio di auto usate. Enea vive in una zona, quella di Gavirate, in cui il settore della produzione di pipe è particolarmente sviluppato. Conosce personalmente alcune delle realtà più fiorenti, come ad esempio la famiglia Rossi di Barasso e Alberto Paronelli. Proprio da un incontro con quest’ultimo Enea matura la scelta di avviare una fabbrica di pipe con un coperchio, che fa sì che si possa fumare anche quando piove. Ordina i macchinari da Carlo Giudici di Oltrona – che glieli consegnerà con un ritardo di due anni avendo privilegiato le imprese già avviate – ma non dispone dei capitali iniziali. Sarà uno zio della mamma Lina, Bernardo Papa, a fornire il supporto economico per avviare l’attività. Non sposato e senza figli, lo zio Papa ricopre un ruolo centrale per la famiglia Buzzi. Prima, con il cugino Guido Bossi, fonda il Caffè Chantal a Milano e successivamente è direttore del Casinò di Venezia dove trova un impiego ai fratelli di Enea, Achille e Peppino. Egli intuisce le premesse per lo sviluppo di un’attività di successo: la Centrale elettrica che offre energia senza costi, la vocazione imprenditoriale di Enea, un territorio caratterizzato dalla presenza di imprese produttrici di pipe. Tutto ciò lo convince a investire nell’idea di Enea e a coinvolgere anche Achille Savinelli, importante commerciante in articoli di fumo attivo a Milano, che conosce personalmente perché ha sposato una sua cugina, Dina. Savinelli si sarebbe occupato della parte commerciale mentre Enea della produzione, che avvia con tre operai provenienti da altre imprese del settore già esperti del mestiere, a cui vengono affidate mansioni precise: sgrossatore, tornitore e pulitore. La materia prima è la radica, proveniente dalla Maremma toscana, dalla Calabria e dalla Sicilia, mentre i bocchini sono fatti in ebanite. Tra i clienti figurano anche società del territorio come ad esempio la stessa ditta Rossi di Barasso. Nascita e affermazione della Pipe Brebbia (1944-1969) Una volta avviata l’attività si rende necessario strutturare la rete commerciale. Savinelli, disattendendo gli accordi iniziali, chiede a Enea di occuparsene in prima persona. Il mercato di riferimento è soprattutto quello anglosassone (l’Inghilterra con le sue colonie e gli Stati Uniti) e Londra costituisce la città di riferimento per instaurare rapporti commerciali. Enea conosce la lingua inglese a livello scolastico ma per necessità intraprende un viaggio nella capitale britannica che gli consente di ottenere ordini per i successivi cinque anni. Questa esperienza, unitamente alla volontà di non chiedere ulteriore denaro allo zio Bernardo, fa maturare in lui la consapevolezza che può tentare da solo la strada imprenditoriale. Il 1953 è un anno di grandi decisioni per Enea che matura una diversa visione del ruolo del socio sulle linee di sviluppo dell’impresa: pertanto ritira le quote di Achille Savinelli , che si riserva per quattro anni la vendita esclusiva delle pipe prodotte a Brebbia. Nello stesso anno si sposa con Mariantonia Sartorelli e dalla loro unione nasceranno Luciano, Achille e Isabella. Il 17 gennaio 1954 un incendio distrugge la fabbrica , risparmiando solo per un caso fortunoso la centrale elettrica al pianterreno. Allo sconforto iniziale Enea reagisce con forte spirito di volontà e, grazie agli ordini dei rappresentanti, in particolare Bernard Hocsteinen per gli Stati Uniti, ricostruisce la fabbrica nell’arco di un anno ridisegnando gli spazi in base alla sequenza di lavorazione della pipa, mentre inizialmente aveva dovuto adattarsi ai locali disponibili. In questi anni il mercato statunitense è quello che assorbe gli ordini maggiori, risentendo anche delle favorevoli possibilità introdotte dal Piano Marshall. Una volta ripresa l’attività e libero di scegliere, Enea investe nella realizzazione di pipe scolpite con figure di animali realizzate da artigiani della Val Gardena. È un’intuizione che aprirà nuovi mercati esteri grazie anche ai rapporti diretti con alcuni rappresentanti che collaboreranno per

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Parma Antonio & figli spa

Industria

Industria Parma Antonio & figli spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Parma Antonio & figli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di casseforti, impianti di sicurezza e scaffalature fisse e scorrevoli INDIRIZZO | Via Garibaldi 43 | 21047 | Saronno (VA) CONTATTI | T. 02-969851 | F. 02-96985232 | www.parmacasseforti.it Da Lainate al Venezuela (1870-1925) Antonio Parma nasce a Lainate nel 1854 e, dopo aver frequentato la sesta classe, si trasferisce a Milano, dove lavora come meccanico. Nel 1870 rientra a Lainate e, a soli sedici anni, inizia a produrre piccoli forzieri, torchi per copialettere, chiavi e serrature. Nel 1881 Antonio realizza un ingegnoso impianto corazzato a protezione del celebre “Pallio d’oro”, d’epoca carolingia opera del Volvinio, dell’altare maggiore della basilica di S. Ambrogio di Milano, in funzione fino al 1973. Il congegno è oggi esposto presso il Museo delle Industrie del Saronnese, con verniciatura ancora originale arricchita di borchie e fregi dorati. Forte della notorietà conseguita, il giovane Antonio avvia la produzione di casseforti per le banche, rompe il monopolio detenuto dai costruttori stranieri (tedeschi, inglesi e soprattutto austriaci) e diventa protagonista della nascente industria nazionale della sicurezza. Con l’elettrificazione dei processi produttivi e non essendo ancora il comune di Lainate servito dall’energia elettrica, nel 1901 Antonio trasferisce l’attività a Saronno, dove nasce un moderno stabilimento per la produzione di serie e la costruzione di impianti completi per caveaux bancari, che dà lavoro a oltre 100 persone. Con la qualità e la maneggevolezza dei suoi manufatti, la ditta Parma acquisisce nuovi clienti, anche in ambito non bancario e all’estero. Antonio – il cui primogenito Mario Giuseppe muore durante la prima guerra mondiale combattendo sul Carso, e il quartogenito Marco perisce nel lago di Como – coinvolge progressivamente nell’impresa i figli Ernesto, Angelo, Piero e Pio, che nel 1922 costituiscono la società in nome collettivo Ditta Antonio Parma e Figli. Un regio decreto dello stesso anno conferisce ad Antonio l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, un riconoscimento riservato a chi ha creato dal nulla un’impresa. Ma il 1922 è anche l’anno della morte di Antonio Parma. Tre anni dopo entra nella società anche il figlio più giovane, Ambrogio, diventato maggiorenne. La grande crescita (1926-1970) La società Parma primeggia anche nella costruzione di porti circolari per banche, una delle quali, dalle dimensioni imponenti, viene premiata all’Esposizione Internazionale di Barcellona del 1929. Dello stesso anno è la realizzazione per il Banco di Chiavari di una porta rettangolare di 600 quintali, che è tuttora la più pesante del mondo. Nel 1930 viene chiusa l’officina di Lainate. È di questi anni la fornitura di porte corazzate per la Real Casa Savoia, la sede Vaticana, la Banca d’Italia e le banche centrali di Perù, Colombia, Venezuela, tutte ancora perfettamente funzionanti La società dispone di propri uffici di rappresentanza in Italia e all’estero. Ha un ufficio tecnico per la progettazione di nuovi dispositivi, che vengono via via brevettati. Tutte le fasi di lavorazione (fresatura, saldatura, verniciatura, ecc.) si svolgono all’interno della fabbrica di Saronno, che conta già 300 dipendenti. Ad essa si affiancherà in seguito la Oscam, società di famiglia con stabilimento nel comune di Solaro, che produce mobili metallici. Nel 1937 muore Angelo Parma e nel 1938 il fratello Ernesto. Durante la seconda guerra mondiale la produzione si converte alle esigenze belliche: custodie, bossoli, caricatori. Con la morte di Piero avvenuta nel 1952, Ambrogio e Pio Parma rimangono i soli titolari della società, della quale, nel 1963, entrano a far parte i nuovi soci Luigi e Paolo Parma (figli di Pio), Edoardo, Mario e Piero (figli di Ambrogio). Il 1964 vede la trasformazione dell’impresa in società in accomandita semplice. Una società che è come una costellazione familiare periodicamente mutante. L’allargamento della compagine societaria, con i relativi aumenti di capitale sociale, è il segno che gli affari, per la società Parma, stanno andando bene. Con lo sviluppo industriale, finanziario, commerciale e turistico del Paese, nonchè degli apparati pubblici, la produzione di impianti per la sicurezza passiva (casseforti, porte blindate, armadi corrazzati, cassette di sicurezza, casse a muro) conosce infatti uno slancio notevole. La società che ha già una filiale a Roma e a Milano, ne apre altre a Verona, Padova, Genova, Firenze, Siena, Napoli e Palermo. La sfinge del marchio Parma è ormai il simbolo di un’impresa industriale di eccellenza apprezzata in Italia e nel mondo. Nel 1968 muoiono Ambrogio e Pio Parma. La terza generazione prende il comando dell’impresa. La modernizzazione (1971-2000) A partire dagli anni settanta – e si può dire sino ai giorni nostri – l’azienda conosce profonde trasformazioni produttive e organizzative. L’adozione delle nuove tecnologie di processo (macchine utensili a controllo numerico) e di taglio della lamiera (raggi laser) si combina con l’esternalizzazione di alcune fasi lavorative (come la verniciatura). Vengono quindi messi a punto sistemi avanzati di protezione, rivolti in particolare agli istituti di credito, che nascono dall’abbinamento dei tradizionali mezzi “pesanti” con quelli leggeri e sofisticati dell’elettronica. La società Parma è la prima impresa italiana a ottenere la certificazione Uni nel campo della sicurezza passiva, collaborando anzi, con i propri tecnici, alla definizione degli standard. Con il tempo si sviluppa anche il settore della sicurezza attiva, che fornisce oggi un’ampia gamma di prodotti (allarmi, rilevatori e sensori, sistemi video e digitali a circuito chiuso, ecc.). Nel 1982 avviene la trasformazione giuridica in società per azioni, di cui è nominato presidente Luigi Parma. In questi anni si deliberano diversi aumenti di capitale, mentre la Oscam di Solaro è posta in vendita. È del 1991 la nomina di un nuovo consiglio di amministrazione, la cui presidenza passa a Edoardo Parma. Intanto si continua a produrre per l’estero: nel 1990 vengono realizzate 13 porte corazzate con destinazione Jakuzia, glaciale regione della Siberia ricca di giacimenti auriferi. Nel 1998 la società si dota di un direttore generale, nella persona dell’ing. Giorgio Amedeo, mentre il capitale, a causa di perdite, viene ricostituito, evidenziandosi in ciò uno stato di crisi. Due anni dopo la Parma Antonio e figli Spa cede il

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Omas spa

Industria

Industria Omas spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Omas spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di affettatrici, affettacarne, tritacarne, segaossi, inteneritrici, formatrici di hamburger, tagliatrippa INDIRIZZO | Via IV novembre 6 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-214311 | F. 0331-214350 | www.omasspa.it L’avvio dell’attività: gli anni cinquanta (1950-1959) La Omas snc (Officine meccaniche affettatrici Santo Stefano) con sede a Oggiona con Santo Stefano viene fondata nel 1950 dai soci Carlo Rabolli, Francesco Possagno e Luciano Maineri. Carlo Rabolli proviene da una famiglia che possedeva delle macellerie ed è socio fondatore della società Rabolli e Magnoni srl (oggi Rama spa) di Oggiona con Santo Stefano, specializzata nel ramo della macellazione della carne. Abbandonata questa società, Carlo avvia un’attività nell’ambito della bonifica agraria e nel 1950 una nel settore delle macchine per la lavorazione delle carni. Il territorio di Oggiona e dei comuni circostanti vanta una tradizione nella produzione di bilance. Carlo intravede la possibilità di sfruttare questa caratteristica indirizzandola verso la costruzione di affettatrici e di altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Dal punto di vista commerciale, infatti, appare conveniente seguire l’abbinamento affettatrici-bilance nella fornitura alle macellerie e ai negozi di alimentari. Nasce così, tra il 1949 e il 1950, l’affettatrice a volano Omas, il modello S9, la prima prodotta nella zona. Già a partire dal 1953, però, gli altri due soci escono dalla società, che nel 1956 si trasforma in ditta individuale. La sede dell’impresa occupa una vasta area di proprietà di Carlo Rabolli, che vi affianca, come spesso accade, anche l’abitazione dove vive con la moglie Ines e i figli Walter e Clelia. Nel corso degli anni, lo stabilimento edificato nel 1950 subirà vari ampliamenti, di pari passo con lo sviluppo dell’attività. Gli anni sessanta (1960-1969) Nel 1962 Walter entra nell’impresa dopo aver completato gli studi di perito meccanico, ma già da tempo ne conosce la realtà; ha pratica soprattutto dell’ufficio tecnico dove, da studente, ha iniziato a disegnare i pezzi. All’inizio Walter si occupa perlopiù della produzione acquisendo le competenze pratiche che la scuola non poteva trasmettergli, ma porta anche un contributo originale nello sviluppo dei prodotti. L’apprendistato imprenditoriale si allarga poi fino a coprire tutti i settori commerciali: a Walter viene affidato anche il compito di seguire clienti in Francia e in Germania, dato che l’impresa ha raggiunto una presenza internazionale. Né ci si ferma alla sola Europa: dal 1962, la Omas ha già un distributore a Hong Kong ancora oggi attivo. Il rapporto con i distributori è particolarmente importante: in genere i contatti avvengono durante le fiere e si stabiliscono spesso rapporti che durano un’intera vita commerciale o si tramandano di padre in figlio. Negli anni sessanta l’impresa può contare su 70 dipendenti, con la maggior parte dei quali mantiene un rapporto di lavoro stabile nel tempo. In questo periodo l’incremento dell’attività è tale che nel 1964 Walter apre una fonderia d’alluminio per poter controllare le caratteristiche di fusione e di qualità dei componenti delle macchine. La fonderia – denominata inizialmente “Brw” e successivamente “Fonderia leghe leggere srl” – crescerà parallelamente all’attività dell’Omas sino a trovare autonomi spazi commerciali nella produzione di leghe di alluminio per vari settori merceologici (nautico, medicale, arredamento, illuminazione, macchine utensili). Sempre verso la metà degli anni sessanta l’impresa tenta anche uno sviluppo nel settore commerciale con un punto diretto di vendita a Milano in via Farini. L’esperimento non ha esito positivo anche per le difficoltà di controllarne a distanza l’attività. Dopo tre anni il negozio viene chiuso. Dagli anni settanta ai novanta (1970-1999) Nel corso degli anni sessanta e settanta, il settore si popola di nuove imprese, attratte dal carattere relativamente elementare delle competenze meccaniche richieste. La Omas riesce a mantenere il primato sugli altri produttori apportando continue migliorie ai propri modelli, di cui solo alcuni vengono brevettati. L’impresa infatti preferisce la strada della continua, veloce e costante innovazione tecnica alle garanzie del sistema brevettale. L’affettatrice con movimento automatico, ad esempio, è stata proposta per la prima volta da Omas in questi anni. Nel 1970, Walter entra in società con il padre e la Omas diviene una snc. Nel 1979 l’impresa supera i 90 dipendenti e diventa società per azioni: Carlo Rabolli è presidente del consiglio di amministrazione e Walter amministratore delegato. Nello stesso anno, viene acquisita la ditta Dampa, un’impresa di Golasecca riconvertita dalla produzione di materiale elettrico a quella di affettatrici e accessori per un mercato meno esigente. Ciò consente di coprire un segmento più ampio del mercato, senza compromettere la qualità del marchio Omas. Negli anni ottanta, beneficiando anche del cambio favorevole fra dollaro e lira, l’impresa apre una filiale negli Stati Uniti, la Omas Usa Inc. Per circa sei anni gli Stati Uniti divengono uno sbocco importante per l’attività, sino a quando l’inversione delle condizioni di cambio determina la conclusione dell’esperienza. Negli anni novanta, le nuove norme europee orientano la progettazione nel settore verso il primato della sicurezza degli operatori alle macchine. Le associazioni imprenditoriali sono coinvolte nella fase di formazione della normativa e Walter Rabolli si impegna direttamente assumendo la carica di presidente dell’Associazione costruttori affettatrici e tritacarne all’interno dell’Anima (Federazione delle Associazioni nazionali della industria meccanica varia e affine). Nel 1995 scompare Carlo Rabolli e Walter ne prende il posto alla presidenza della società. Dal 2000 al 2007 (2000-2007) Con il nuovo secolo, l’impresa conosce le prime difficoltà a mantenere le tendenze di sviluppo dei decenni precedenti . Tra i fattori di crisi, giocano quelli valutari, la generale contrazione dei consumi, l’incertezza politica nazionale e internazionale, l’emersione di nuovi produttori all’interno di un settore in fondo tecnologicamente maturo. L’innovazione di prodotto rimane importante per contrastare la concorrenza straniera, sempre più vicina ai livelli qualitativi delle produzioni italiane, ma avvantaggiata da costi minori. L’ultima affettatrice a volano comandata da microprocessori è un esempio dell’incontro tra innovazione e tradizione. Tuttavia, molto più che negli anni passati, è la promozione della vendita che consente di aggirare le difficoltà. L’impresa presenta oggi una forte diversificazione commerciale, dall’America all’Estremo Oriente,

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Nastro & Nastro srl

Industria

Industria Nastro & Nastro srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Nastro & Nastro srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tipografia INDIRIZZO | Via XV Agosto 7 | 21016 | Luino (VA) CONTATTI | T. 0332-531463 | F. 0332-510715 | www.nastroenastro.it Imprenditore a 50 anni: la nascita della Cerutti & Pozzi (1882-1920) La storia della Nastro & Nastro affonda le sue remote origini nella figura di Rocco Cerutti, nato nel 1856, che, dopo aver acquisito nel 1882 il diploma di “mastro operaio”, svolge l’apprendistato presso la prima tipografia di Luino, quella dei Bolognini Pusterla. Qualche anno prima, il giovane aspirante tipografo ha frequentato con profitto la Scuola di disegno della Società di mutuo soccorso locale, tra i cui fondatori figura il fratello Giovanni, di mestiere “droghiere e appaltatore”, che ne è anche il presidente. A 27 anni Rocco Cerutti si trasferisce a Milano, dove lavora in un’officina e sposa Clotilde Martinengo, maestra di professione e in stretti rapporti con la famiglia Vallardi, proprietaria dell’omonima casa editrice. È probabilmente in questo contesto di frequentazioni editoriali che Rocco matura l’idea di avviare una propria attività autonoma nel campo tipografico. Nel 1910, a 54 anni, ritorna quindi a Luino per attuare il suo progetto imprenditoriale. Nel 1913 si associa con Carlo Malagoli, dando vita alla ditta “Cerutti & Malagoli”, che alla produzione di stampati vari affianca la vendita di articoli di cartoleria. Soltanto un anno dopo il socio Carlo Malagoli recede dall’impresa, che torna ad essere proprietà di Cerutti. Questi nel 1920 associa nell’impresa la nipote Paolina Pozzi, figlia di Francesco e Marianna Cerutti, sorella di Rocco. Nasce così – con sede nel centro di Luino, prima in via Sant’Antonio e poi in via XV agosto – la snc “Cerutti & Pozzi” di Rocco Cerutti e Paolina Pozzi, il cui fratello Francesco partecipa all’attività aziendale in qualità di dipendente. L’impresa, con la tipografia artigiana nel retrobottega e la cartoleria affacciata sulla strada, è ormai un noto e frequentato punto di riferimento della realtà locale, offrendo un sempre più ricco catalogo di articoli utili alle esigenze di aziende, commercianti, scuole, famiglie e studenti. L’innesto della generazione Nastro (1921-1969) L’impegno in campo culturale costituisce, sin dall’inizio, uno dei tratti distintivi della società Cerutti & Pozzi. Nel 1921 inizia la pubblicazione del settimanale «Evoluzione», organo dell’Università proletaria luinese, nel quale si riflettono le simpatie socialiste di Rocco. Nel 1923 Paolina Pozzi sposa Antonio Nastro, originario di Caserta, che, giunto a Luino dopo la Prima guerra mondiale, prosegue la carriera militare (per impegnarsi successivamente in politica, nelle fila della Dc) senza mai ricoprire un ruolo nell’impresa partecipata dalla moglie. Nel 1931, con l’ingresso societario di Francesco Pozzi, l’impresa assume la ragione sociale di Cerutti & Pozzi di Francesco e Paolina Pozzi. Nel 1937, a 81 anni, muore Rocco Cerutti senza lasciare eredi. L’attività dell’impresa prosegue nelle affidabili mani della “sciura” Paolina, cartolaia divenuta una leggenda di Luino, e di Francesco, che si occupa della tipografia e della parte contabile. La crescita degli anni cinquanta induce la Cerutti & Pozzi ad acquistare nel 1956 la tipografia Bruno di Luino. Nello stesso anno prende il via la stampa del periodico «Il corriere del Verbano», che continuerà sino al 1993. Negli anni cinquanta Francesco Nastro, figlio di Paolina Pozzi e Antonio, nato nel 1926 e da già tempo attivo nell’impresa che frequentava fin da piccolo, assume la guida della tipografia, entrando poi a far parte della società nel 1968. Egli è ben più di un semplice braccio destro dello zio Francesco, il quale, in continuità con le idee dello stesso fondatore, milita nel Partito socialista, dedicando una parte importante del suo impegno alla vita politica locale. Prima Paolina Pozzi nel 1968 e poi il fratello Francesco nel 1969 recedono dalla società in favore di Francesco Nastro, che acquisisce i materiali, le merci e i macchinari della Cerutti & Nastro, diventando il titolare nel 1969 della ditta Cerutti & Pozzi di Nastro Francesco. Tra industria e cultura (1970-1990) Uomo aperto all’innovazione, nei primi anni settanta Francesco Nastro introduce in azienda profondi cambiamenti organizzativi e tecnologici. Nel 1973 fonda la ditta individuale Centrostampa e assume i dieci dipendenti del reparto tipografia, mentre condivide con la moglie Silvana Regazzi la titolarietà della Cerutti & Pozzi, che si occupa della cartoleria. Nel 1975, a pochi mesi di distanza l’una dall’altro, muoiono Paolina e Francesco Pozzi. Con la distinzione delle due attività e l’impiego delle nuove macchine a stampa offset a due colori, che sostituiscono lo storico sistema di composizione linotype basato sull’uso dei caratteri tipografici in piombo, Francesco Nastro imprime alla”nuova” tipografia, di cui cura direttamente gli aspetti commerciali, uno sviluppo di tipo industriale. In un territorio ancora caratterizzato dalla presenza di importanti insediamenti industriali, le aziende private, diverse delle quali localizzate nella vicina Svizzera, rappresentano i clienti privilegiati della Centrostampa, mentre le forniture per gli enti pubblici ricoprono un peso marginale. Francesco Nastro non è soltanto un uomo d’azienda, ma anche un appassionato imprenditore culturale. Nel 1978 edita il primo numero della rivista «La Rotonda», almanacco luinese fondato da Piero Chiara e Vittorio Sereni, ai quali Francesco è legato da profondi rapporti di amicizia. Dopo la morte di Piero Chiara nel 1986 e un’interruzione di due anni, la rivista riprende ad uscire con il nome nuovo di «Rondò». L’amore per i libri e per le cose ben fatte, spinge Francesco Nastro a realizzare, nel corso degli anni, diversi prodotti editoriali dedicati soprattutto alla cultura e alla storia locale e contraddistinti da un’alta qualità tipografica. L’impegno culturale si rafforza ulteriormente con l’apertura nel 1988 di un’elegante libreria nel centro di Luino, frequentata da una clientela fedele che proviene anche dal Canton Ticino. Nel 1988, la ditta Centrostampa cede una quota del 5% a Silvana Regazzi e assume la nuova ragione sociale di Nastro & Nastro snc di Nastro Francesco & C., cui fa seguito, qualche mese dopo, la trasformazione in srl. Anche l’attività della cartoleria – ovvero della ditta Cerutti & Pozzi di Regazzi Silvana & C., trasformatasi in snc nel

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Mole Abrasivi Ermoli

Industria

Industria Mole Abrasivi Ermoli DENOMINAZIONE SOCIALE | Mole abrasivi Ermoli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | La fabbricazione ed il commercio di mole abrasive ed altri prodotti abrasivi fabbricati in ogni tipo di materiale atto allo scopo INDIRIZZO | Via Cairoli 4 | 21046 | Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425114 | F. 0332-426742 | www.ermoli.it La nascita dell’impresa (1882-1925) Gaetano Ermoli, nel 1882, avvia una attività per la realizzazione delle mole abrasive a Malnate, in uno stabilimento in via Cairoli ove è collocata anche la residenza. Inizialmente sfrutta la pietra arenaria, chiamata molera, proveniente da cave affittate in località Malnate e Cantello e usata sia nell’edilizia sia per la realizzazione di mole da frantoio . In seguito si passa alla produzione di mole a smeriglio, utilizzando una pietra naturale proveniente dalle miniere dell’isola greca Naxos. Agli inizi del Novecento l’impresa di Ermoli, ormai denominata “Industria italiana dello smeriglio” consegue un importante riconoscimento: la medaglia d’oro all’Esposizione di Torino del 1911. Le mole abrasive hanno una grande importanza in due ambiti: l’industria edilizia e l’industria meccanica che avrà grande sviluppo sul territorio nel corso degli anni. Ciò porta l’impresa verso una diversificazione dei prodotti che vengono valorizzati attraverso l’adozione di marchi e attraverso la loro promozione commerciale. In questo periodo le mole si evolvono verso le mole abrasive a legante ceramico (un composto inorganico formato da mescola di argilla, caolino e feldspato). Nel 1923 Gaetano cede la propria ditta “Industria italiana dello smeriglio di Ermoli Gaetano” ai figli Luigi, Benigno e Giuseppe che operano come società di fatto registrandola in Camera di commercio nel 1925. L’attività dal 1926 fino alla Seconda Guerra Mondiale (1926-1945) Negli anni venti l’impresa conosce un periodo di crisi dovuta alla forte concorrenza. Giuseppe intraprende un viaggio in Germania per visitare diverse ditte all’avanguardia del settore che introducono la bachelite, una resina sintetica, nella lavorazione delle mole. Da qui importa campioni di bachelite che consentiranno l’avvio della produzione di nuove mole abrasive di tipo resinoide. Nascono così le mole “Diamante” particolarmente efficaci per il taglio di pietra e marmo. Nel 1928 la ragione sociale muta in “Società italiana mole abrasivi Ermoli” (Simae). All’interno dell’impresa Luigi si specializza nel ramo commerciale, Benigno si occupa della parte tecnica e Giuseppe cura l’amministrazione. Negli anni trenta lo sviluppo del territorio favorisce lo sviluppo della società testimoniata anche dall’attenzione posta alla celebrazione del cinquantenario dell’inizio dell’attività (1932). In questa fase l’azienda, insieme alla Richard Ginori detiene il monopolio della produzione italiana. Nel corso della Seconda guerra mondiale l’impresa muta la propria natura giuridica in srl. Dal periodo post-bellico agli anni Settanta (1946-1979) Dopo le difficoltà della guerra, la società riprende nuovo slancio nel corso degli anni cinquanta. In questi anni l’impresa raggiunge il numero massimo di 150 dipendenti provenienti dal territorio circostante, ed apre a Milano un deposito e agenzia di vendita. Lo stabilimento occupa due siti in via Cairoli 4 e 14. A questo periodo risale la costruzione di tre grandi forni circolari in mattone con soffitti a volta, di cui uno ancora oggi in uso. Negli anni sessanta Luigi, figlio di Luigi, entra nell’impresa e spinge per un ammodernamento dei macchinari e per una migliore organizzazione dell’attività. Pur mantenendo una conduzione familiare, con il passaggio alla terza generazione la società si trasforma in spa. È proprio in questi anni che vengono prodotte anche le mole da banco, utilizzate nelle officine meccaniche per l’affilatura degli utensili e vendute in tutte le ferramenta. Questo settore verrà meno negli anni ottanta con l’introduzione delle plachette usa e getta che una volta consumate vengono gettate via piuttosto che affilate nuovamente. In questo periodo cresce la produzione di mole per rettifica in tondo, tangenziale, interno, senza centri. Negli anni settanta viene costruito un nuovo capannone in via Cairoli 14 dove si accentra tutta l’area produttiva; l’edificio di via Cairoli 4 è destinato in parte agli uffici che si occupano dell’amministrazione e in parte viene affittato a terzi. Dagli anni Ottanta a oggi (1980-2006) Negli anni ottanta termina la produzione dei dischi “Diamante”. Nel 1985 Giorgio Ermoli, figlio di Luigi, inizia a lavorare nell’impresa. Dopo una prima esperienza nel settore produttivo che gli consente di apprendere le tecniche di lavorazione delle mole, all’inizio degli anni novanta affianca il padre nella gestione dell’azienda. Luigi Ermoli muore nel 1997 e il figlio prosegue l’attività. É un periodo ricco di riconoscimenti alla longevità dell’impresa. Nel 1989 l’impresa si trasforma in srl assumendo la denominazione attuale. Attualmente la produzione è indirizzata alle mole impiegate in ogni genere di rettifica , e quindi nelle diverse tipologie di officine meccaniche. Nonostante lo sviluppo tecnologico nel campo dell’automazione la lavorazione di questo tipo di mole presuppone ancora una forte manualità. La specializzazione in questo settore ha comportato per l’impresa una minore produzione di pezzi a fronte di un rapporto più forte con il cliente dato dalla vendita di mole personalizzate, dall’assistenza tecnica e dalla qualità del servizio in genere. Ciò fa dell’impresa un punto di riferimento importante per il mercato nonostante il ridimensionamento degli ultimi anni che ha visto scendere a 13 il numero dei dipendenti. Parallelamente, l’impresa ha dismesso una parte degli edifici occupati in passato che ora ospitano nuove attività economiche. Giorgio Ermoli individua l’originalità del proprio stile gestionale nell’attenzione ai clienti, ai fornitori e alle risorse umane, oltre che nell’interiorizzazione delle responsabilità – sociale, etica, ambientale – che oggi competono all’impresa. Gaetano Ermoli, nel 1882, avvia una attività per la realizzazione delle mole abrasive a Malnate, in uno stabilimento in via Cairoli ove è collocata anche la residenza. Inizialmente sfrutta la pietra arenaria, chiamata molera, proveniente da cave affittate in località Malnate e Cantello e usata sia nell’edilizia sia per la realizzazione di mole da frantoio . In seguito si passa alla produzione di mole a smeriglio, utilizzando una pietra naturale proveniente dalle miniere dell’isola greca Naxos. Agli inizi del Novecento l’impresa di Ermoli, ormai denominata “Industria italiana dello smeriglio” consegue un importante riconoscimento: la medaglia d’oro all’Esposizione di Torino del 1911.

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Mario Croci & figli srl

Industria

Industria Mario Croci & figli srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Mario Croci & figli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione di macchine per cantieri edili INDIRIZZO | Via Baracca 12/19 | 21046 | Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425279 | F. 0332-429626 | www.crocimario.com L’inizio dell’attività (1924-1945) Mario Croci nasce a Malnate nel 1898. Apprende il mestiere lavorando in una delle diverse aziende meccaniche presenti nel paese. Dal matrimonio con Angela Croci – stesso cognome ma nessuna parentela – nasce nel 1922 la primogenita Elsa, seguita nel 1925 da Imperia. Mario Croci decide presto di mettersi in proprioe nel 1924 costituisce una ditta individuale che svolge l’attività di costruzione di divisionali a intarsio da inserire in stampi per la realizzazione di piastrelle in cemento colorate. Ubicata dapprima in via Vittorio Emanuele, l’officina si trasferisce successivamente in via Brenta, rimanendo contigua all’abitazione di famiglia. Nel 1927 la ditta Croci, espone i proprimodelli alla Fiera campionaria di Tripoli. Nel 1929 nasce Piero e nel 1932 Valerio. Nel 1937 Luigi Croci entra come socio nella ditta del fratello Mario, che si trasforma così nella società di fatto “Mario & Luigi Croci”. Dopo appena un anno, Luigi, spinto da altri interessi, recede dalla società, che con il solo titolare Mario prosegue nella sua attività. Nel 1942 nasce Oretta, l’ultima dei cinque figli di Mario Croci. Negli anni della Seconda guerra mondiale l’impresa è ancora una piccola officina meccanica, che prosegue nella sua produzione ed effettua specifiche lavorazioni conto terzi subappaltate da imprese più grandi del comparto meccanico. Proprio in questo periodo di ristrettezze belliche accadono due fatti importanti, che pongono le basi dell’evoluzione futura della società: la produzione, a partire dal 1944, dei primi stampi manuali per tubi in calcestruzzo, nonché dei primi miscelatori di materiali per l’edilizia (sabbia, cemento, ghiaia). Dall’artigianato all’industria (1946-1966) Con la ricostruzione postbellica inizia la fase di crescita dell’impresa, che nel 1946, trasferisce l’attività dal “garage” di via Brenta al capannone del vicino viale delle Vittorie dove la famiglia sposta anche la propria abitazione. Mario Croci, persona autorevole e stimata, è presidente della Cooperativa di consumo di Malnate. I suoi figli maschi iniziano a lavorare nell’azienda paterna come dipendenti. Piero Croci, diplomatosi perito industriale, si occupa della progettazione e dei rapporti con i clienti. Il tecnigrafo con il quale realizza i progetti ed i disegni è posto nel seminterrato della casa in cui abita la famiglia, che funziona anche da ufficio amministrativo. Valerio segue invece la produzione in officina, gestendo le commesse e i rapporti con i fornitori. L’evoluzione tecnico-produttiva dell’impresa è testimoniata dalla messa a punto di un brevetto di invenzione industriale, depositato nel 1954, relativo a “dispositivo di supporto dotato di movimento rotatorio e assiale” che trova applicazione sulle tubiere a roto-compressione. La matrice artigiana permane in una produzione di piccola serie, a volte limitata a pochi esemplari, che viene personalizzata alle esigenze delle diverse imprese clienti, piccole o grandi che siano. Queste operano soprattutto nei numerosi cantieri della Lombardia e del Veneto, che assecondano lo sviluppo urbano e infrastrutturale di quegli anni. Nel 1954 dall’unione di Elsa Croci e Francesco Pavesi, che non riveste ruoli in azienda, nasce Massimo. Il capannone di viale delle Vittorie, collocato in una zona residenziale, ha poche possibilità di espandersi ed è divenuto ormai stretto per le esigenze produttive della ditta Mario Croci. Nel 1961 l’attività si trasferisce in una nuova e più ampia struttura in via Baracca, in posizione più periferica, dove ancora oggi ha sede l’impresa. Nel 1964 nasce Mauro, figlio di Piero. A partire dalla metà degli anni sessanta, i macchinari costruiti dall’impresa Croci iniziano ad affermarsi nei mercati esteri, sia dei paesi avanzati (come la Francia) che di quelli in via di sviluppo (dall’Africa al Sud America), sino alla lontana Australia. In questo primo sviluppo delle esportazioni gioca un ruolo importante la partecipazione alla Fiera campionaria di Milano, dove l’azienda espone i suoi prodotti e stringe nuovi rapporti commerciali. Partita come officina artigiana, la ditta Mario Croci presenta i caratteri di una piccola e dinamica impresa industriale basata sulla differenziazione delle strutture organizzative interne e sull’utilizzo di macchine utensili all’avanguardia. Tra seconda e terza generazione (1967-1990) A completamento della trasformazione organizzativa, nel 1967 si assiste a un cambiamento gestionale: Piero e Valerio entrano in qualità di soci nella ditta del loro padre, che si trasforma in società di fatto con la denominazione “Croci Mario e figli”. Alla crescita economica si accompagna l’ammodernamento tecnologico. Nel 1973 la Croci Mario e figli introduce, prima azienda in Italia, la tubiera a presso-vibrazione Mach 3 per la fabbricazione di tubi in calcestruzzo con altezza massima di un metro. L’ufficio tecnico, sempre seguito in prima persona da Piero Croci, si arricchisce di nuove risorse professionali reclutate all’esterno. Lo sviluppo dell’attività porta anche alla costruzione di un nuovo capannone sempre in via Baracca. A seguito della morte di Mario Croci, avvenuta nel 1974, le tre figlie del fondatore entrano nella compagine sociale, ma soltanto Oretta svolge un ruolo attivo in azienda, dove lavora da tempo come segretaria, mentre Elsa e Imperia tre anni dopo recedono dalla società. Nel 1979 la società di fatto viene regolarizzata in società a responsabilità limitata, il cui consiglio di amministrazione è composto dai fratelli Croci, con Piero presidente e Valerio amministratore delegato. Oretta Croci, l’unica donna rimasta in casa e non coniugata, è nominata procuratore speciale della società stessa, di cui cura gli aspetti amministrativi. Con i primi anni ottanta entrano in scena i protagonisti della terza generazione d’impresa, i cugini Massimo Pavesi e Mauro Croci , che si trovano ad operare in una moderna e dinamica realtà industriale con poco meno di 30 dipendenti, la cui officina frequentano sin da piccoli. Massimo, nato dieci anni prima Mauro e laureatosi in ingegneria civile, si occupa dello sviluppo commerciale e in particolare dei rapporti con i mercati esteri. Mauro, diploma di perito meccanico, s’inserisce un po’ alla volta, come dipendente, nei diversi reparti dell’attività aziendale: dall’ufficio tecnico, all’officina, al montaggio, sino ad occuparsi

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Italo Cremona

Industria

Industria Italo Cremona DENOMINAZIONE SOCIALE | NM srl a socio unico FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di occhiali e accessori moda INDIRIZZO | Via Italo Cremona 40 | 21045 | Gazzada Schianno (VA) CONTATTI | T. 0332-871911 | F. 0332-871929 Un’impresa, un paese (1922-1949) Italo Cremona, nato a Castiglione Olona nel 1891, lavora inizialmente come dipendente della Mazzucchelli, storica impresa di articoli in celluloide di Castiglione Olona, dove apprende i segreti del mestiere e conosce Angela Ghiringhelli, la futura moglie. Nel 1922 fonda l’omonima società in nome collettivo, con stabilimento a Gazzada, che l’anno seguente si trasforma in società in accomandita semplice. La famiglia Cremona vive in un appartamento ricavato al piano superiore della fabbrica, oggi adibito a uffici, dove nascono i due figli di Italo: Bruno nel 1926 e Fernando nel 1930. I primi articoli (pettini, occhiali, toeletteria) sono realizzati con la celluloide prodotta all’interno dello stabilimento, compresa quella madreperlacea utilizzata per il rivestimento delle fisarmoniche. Italo Cremona coinvolge nella partecipazione agli utili d’impresa alcuni “capi” interni responsabili di reparto, dando vita, in anticipo sui tempi, ad una forma di azionariato aziendale. La crescita è rapida: l’impresa occupa 300 persone circa, assorbendo di fatto quasi l’intera popolazione adulta del piccolo centro di Gazzada. Negli anni trenta Italo Cremona è il primo in Italia a sostituire la celluloide, altamente infiammabile, con l’acetato di cellulosa, acquistato dalla Rhodiatoce di Pallanza, e ad applicare, dopo la trasformazione in granuli, la tecnologia dello stampaggio ad iniezione con apposite presse, studiate e realizzate dall’impresa stessa per la produzione degli occhiali da sole. La guerra non interrompe del tutto l’attività. Nel 1942 avviene la trasformazione in società per azioni e si producono, utilizzando manodopera femminile, le “trousse” per i soldati italiani. Nello stesso anno l’impresa assorbe il reparto plastiche della Sampa di Buguggiate. Oltre a fare l’imprenditore, Italo Cremona svolge le funzioni di podestà e, in questa veste, unisce in un unico Comune Gazzada e Schianno, sino ad allora divisi. Nel 1944 la denominazione cambia in “Poliplastica spa” e, all’inizio del 1945, vengono trasferiti nello stabilimento i macchinari della Sampa. Nel 1946 Italo Cremona muore prematuramente e subentra il primogenito Bruno , al quale si affianca, due anni dopo, il fratello Fernando . Nel 1947 la società riassume, in memoria del fondatore, il nome originario di Italo Cremona, al quale verrà più tardi (nel 1962) intitolata la via per Schianno, dove sorge lo stabilimento. Con gli aiuti del Piano Marshall varato nel 1947 l’azienda rinnova il proprio parco macchine . Anche la realizzazione degli stampi dei prodotti viene progressivamente esternalizzata affidandola a imprese meccaniche della zona. Il grande sviluppo: occhiali, bambole, giocattoli (1950-1969) I giovani fratelli Cremona si trovano a gestire un’impresa che, con oltre 600 addetti, ha raggiunto dimensioni ragguardevoli. Bruno si occupa della parte amministrativa e commerciale, mentre Fernando, che per aiutare in azienda interrompe, come del resto aveva già fatto il fratello, gli studi universitari in ingegneria chimica, segue la parte tecnica. Gli occhiali da sole, realizzati in tante fogge diverse, costituiscono l’articolo guida e più popolare della società Cremona, il suo business principale, ma nello stesso tempo ne limitano lo sviluppo, concentrandosi le vendite nei soli mesi estivi. Occorre escogitare qualcosa che compensi la caduta dei mesi invernali ed eviti il rischio di rendere esuberante, se non di perdere, una manodopera specializzata, addetta all’officina meccanica interna come al disegno o alle varie operazioni di “finissaggio” (dal montaggio delle lenti alla lucidatura). I fratelli Cremona trovano presto la risposta vincente: bambole e giocattoli in plastica. La loro fabbricazione, prima in polistirolo e successivamente nel più morbido cloruro di polivinile, inizia nei primi anni cinquanta, riscontrando da subito un notevole successo di mercato. Accade così anche per il “Plastic City” , una scatola da costruzioni a incastro brevettata nel 1950, lanciata nel 1960 e destinata a fare la gioia di intere generazioni di ragazzi. Si aprono filiali in tutte le principali città italiane, cresce la rete dei grossisti, si stringono accordi commerciali con la Standa, La Rinascente Upim e il mondo della moda, si sviluppano le esportazioni verso i paesi esteri, si investe in pubblicità. Alla fine degli anni sessanta la Italo Cremona conta oltre 1000 dipendenti, senza considerare le centinaia di addetti delle imprese esterne cui sono demandate alcune fasi del ciclo produttivo. Bruno è diventato nel frattempo il presidente della società e Fernando l’amministratore delegato. Con loro è il cugino Renzo Broggini, nato a Varese nel 1933, uno dei protagonisti della storia dell’impresa. Intanto la bambola Rossana parla, canta e cammina, mentre il bambolotto Pipito beve e fa la pipì: successi mondiali. L’incontro con la moda e il design (1970-1989) Nel 1972 Bruno Cremona riceve l’onorificenza di cavaliere del lavoro . Nel corso della sua vita ricopre diversi incarichi associativi, tra i quali membro di giunta della Confindustria e presidente dell’Associazione fabbricanti giocattolo sia italiana che europea. Nell’estate del 1974, un incendio , causato da un corto circuito, distrugge la quasi totalità della fabbrica e tutti i magazzini. La rinascita successiva punta decisamente sull’innovazione dei processi e dei materiali, che portano progressivamente a una contrazione della forza lavoro, e sulla qualità dei prodotti, ora riposizionati nella fascia medio-alta. I reparti e gli ambiti creativi (scultori e designer, laboratori di ricerca, marketing e ricerche di mercato, centro fotografico) assumono un ruolo centrale. Si producono occhiali, e non soltanto da sole, su licenza di prestigiosi stilisti come Versace, Valentino, Krizia. Nel 1978 la Italo Cremona iscrive alla Camera di commercio di Varese la N.M. srl, una società che produce pettini a marchio Nihil Melius acquisita dalla Sordelli di Venegono Inferiore. Adottando le tecnologie più avanzate, nei primi anni ottanta la società arriva a produrre giornalmente tra i 15.000 e i 20.000 occhiali, su licenza o a marchio proprio, un milione di bambole e 1.600.000 scatole da costruzioni “Plastic City”, che con l’elettronica è divenuto un gioco animato. L’azienda entra nel settore degli accessori per auto lanciando un nuovo tipo di occhiali, il “Rally Delta

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Italiana Macchi

Industria

Industria Italiana Macchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Italiana Macchi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di bilance, strumenti per pesare, loro parti e food machinary INDIRIZZO | Via G. Matteotti 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217079 | F. 0331-218331 | www.italianamacchi.it Dalla stadera alla bilancia semiautomatica (1886-1929) Francesco Macchi nasce nel 1858 da una famiglia di “contadini possidenti” di Oggiona con Santo Stefano, un piccolo comune del Varesotto, suddiviso tra le frazioni di Oggiona e Santo Stefano, che all’epoca conta meno di 800 abitanti.Secondo la tradizione famigliare, dal 1871 Francesco lavora per 15 anni come operaio alle dipendenze della ditta “Buzzetti pesi e misure” di Gallarate, scuola di altri bilanciai-imprenditori della zona, e acquisisce così notevole esperienza in un settore il cui sviluppo sta originando nel territorio locale un polo di eccellenza industriale.Si segnala in parallelo la presenza di un documento dell’archivio camerale di Milano in base al quale Francesco ha un esercizio per la fabbricazione e il commercio di pesi e misure a Milano in corso Porta Ticinese n. 89. Nel 1886 Francesco Macchi con un amico, due giovani apprendisti e un capitale sociale di “quattro marenghi d’oro” costituisce a Santo Stefano la ditta “Francesco Macchi pesi e misure”, un’officina meccanica per la costruzione di stadere destinate alle piccole come alle grandi portate, che sorge in uno stanzone del centro del paese. Grazie a un fratello di Francesco emigrato in Argentina, l’impresa inizia presto a esportare bilance in alcuni paesi sudamericani.La crescita dell’attività conduce nel 1896 allo spostamento dell’officina nella sede più ampia di uno stabile di via Garibaldi, che sorge accanto all’abitazione di famiglia. Dotato di elevate capacità tecniche e ideative, Francesco Macchi progetta e produce, a partire dai primi anni del Novecento, la bilancia a pendolo. Silvio Macchi, il primogenito dei cinque figli di Francesco nato nel 1890, frequenta le scuole tecniche di Seregno e inizia giovanissimo a lavorare con il padre, seguito dal fratello Ercole, nato nel 1892; nascono quindi Rosa (1897), Enrico (1901) e Luigi (1905). Intorno al 1910 l’impresa, ormai affermatasi sul piano nazionale, ha una ventina di dipendenti ed esporta i suoi prodotti in Sud America, in Svizzera e in Egitto. Nel 1915 la gamma dei prodotti Macchi si arricchisce del bilancino di precisione per la misurazione delle piccole quantità. Nei primi anni venti il mercato degli strumenti di pesatura è interessato da una grande innovazione: l’invenzione e la diffusione della bilancia semiautomatica a due piatti, destinata a soppiantare la tradizionale stadera. L’ufficio tecnico della Macchi progetta, avvalendosi delle competenze di Enrico Blasi, teorico di metrologia, un proprio modello di bilancia semiautomatica.La collaborazione tra la Macchi e il cavalier Blasi porta alla costituzione della Sabai (Società anonima bilance automatiche italiane), marchio con il quale nel 1927 entra in produzione, nelle officine di Santo Stefano, la nuova bilancia. Essa è chiamata “l’Italiana” , per distinguerla dalla bilancia dell’olandese Berkel, molto diffusa in Italia, ma forse anche per essere in linea con l’ideologia nazionalista del periodo: lo slogan dell’azienda è “Preferite l’Italiana”. Due anni dopo, nel 1929, muore Francesco Macchi. Gli succedono i figli, i quali danno luogo ad una società di fatto la cui ragione sociale, “Francesco Macchi pesi e misure”, rimane invariata. Enrico affianca Silvio nel settore amministrativo, Ercole e Luigi sono responsabili tecnici, mentre Rosa, casalinga, non riveste ruoli operativi in azienda. La crescita industriale (1930-1965) Sciolta la Sabai, le bilance semiautomatiche marchiate Italiana Macchi, prima nel modello a due piatti e poi, a partire dal 1934, in quello a un piatto, che elimina l’uso dei pesi-campione, registrano un notevole successo di mercato. La società si dota di un’efficiente rete di rivenditori e concessionari, investe nella pubblicità, partecipa sin dalla prima edizione del 1920 alla Fiera campionaria di Milano. Nel 1939 i tecnici della Macchi progettano la bascula automatica a un giro, uno strumento sino ad allora importato dall’estero e prodotto per la prima volta da un’impresa italiana. Dopo la stasi della Seconda guerra mondiale, l’attività riprende con la fabbricazione, nel 1946, delle prime e “classiche” affettatrici a volano, seguite da quelle a gravità, nonché da altre attrezzature per l’industria alimentare (dal tritacarne al segaossa). Luciano Macchi, nato nel 1924, figlio di Silvio, diploma di perito industriale, fa il suo ingresso in azienda e ne assume in breve tempo la guida. Nel 1950 l’impresa, che ha raggiunto i 100 dipendenti, viene regolarizzata in snc. Poco distante dalla Macchi nasce nel 1950 la Omas, storica impresa del campo delle affettatrici, mentre diverse industrie più piccole del settore si affermano con il tempo in tutta la zona. Sono anni di grande fervore creativo , che vedono l’ufficio tecnico della Macchi particolarmente impegnato nella progettazione di nuovi prodotti. Nel 1951 nasce la bilancia per oreficerie e laboratori, seguita nel 1953 – con l’arrivo in azienda del giovane tecnico toscano Aldemaro Magni – dalla bilancia rotativa a giri multipli e dal design originale. Come a coronare una storia di successi che dura da oltre 70 anni, nel 1958 la snc “Francesco Macchi pesi e misure” si trasforma in società per azioni e assume la denominazione “Italiana Macchi”, che riecheggia il marchio Italma già adottato da tempo dall’azienda. Luciano Macchi è nominato amministratore delegato della nuova società, presieduta dallo zio Ercole, il capitale sociale passa da 1 a 25 milioni di lire. Lo stabilimento di via Garibaldi, ampliatosi nel corso degli anni, dispone di un grande salone di verniciatura interno. Nel 1960 muore Ercole Macchi e suo fratello Silvio viene designato nuovo presidente della società. Nel 1961, a ulteriore riprova della fase di crescita che l’impresa sta attraversando, entra in funzione una fonderia per la produzione di ghisa normale e sferoidale, di proprietà della Italiana Macchi, sita in frazione Oggiona su un’area di 7.500 metri quadrati. Per la gestione dello stabilimento viene costituita la Italfusioni spa, che nel 1965 è incorporata nella società madre. In questi anni inizia la fabbricazione di dosatori automatici e di moderni sistemi di pesatura industriale. Il contesto territoriale assume le caratteristiche

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Impresa Cornelio Bianchi

Industria

Industria Impresa Cornelio Bianchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Impresa Cornelio Bianchi sas di Bianchi ing. Gerolamo sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Lavorazione del legno e realizzazione di strutture e tetti in legno INDIRIZZO | Via Campo di Maggio 1 | 21020 | Brunello (VA) CONTATTI | T. 0332-463654 | F. 0332-511388 | www.impresabianchi.it L’epoca dei “capomastri” (1900-1939) L’origine dell’Impresa Cornelio Bianchi è databile intorno alla metà dell’Ottocento, quando il capomastro Luigi Bianchi costruisce alcuni edifici in Morazzone, il proprio comune di nascita nonché paese di costruttori ben collegato a Varese e Milano. Luigi Bianchi ha nove figli, di cui quattro maschi, ma soltanto Gerolamo prosegue l’attività paterna, edificando all’inizio del Novecento ville padronali sulle alture di Morazzone, che i milanesi apprezzavano come luogo di villeggiatura. L’intenso sviluppo industriale di quegli anni induce Gerolamo Bianchi ad investire soprattutto nella costruzione di fabbricati con destinazione produttiva, che diventa l’attività prevalente, anche se non esclusiva, dell’impresa. Gerolamo preferisce costruire immobili industriali e residenze rimanendo nella dimensione locale, mentre, data anche la ristrettezza del mercato nazionale, altri capomastri della zona lavorano all’estero . Nel 1910 Gerolamo Bianchi e il fratello Angelo costituiscono, insieme ad Amedeo Zirottini, la società di fatto “Bianchi & Zirottini”, avente sede a Gazzada. Con la diffusione del calcestruzzo armato e l’ulteriore industrializzazione del territorio, l’impresa di Gerolamo Bianchi registra una rapida crescita, arrivando ad occupare, tra gli anni venti e trenta del Novecento, oltre 100 dipendenti. In questi anni l’impresa partecipa alla costruzione dell’autostrada Milano-Varese. Mario, Luigi e Cornelio , figli di Gerolamo, diplomatisi come periti edili, collaborano attivamente con il padre nella conduzione dei cantieri. All’inizio del 1932 la Bianchi & Zirottini si aggiudica l’appalto per la costruzione del padiglione maternità e infanzia dello storico ospedale Circolo di Varese . L’opera, ancora oggi esistente quale valida testimonianza del periodo liberty, è progettata da Aurelio Bianchi, figlio di Gerolamo, che esercita la libera professione senza far parte dell’impresa di famiglia. Poco prima dell’affidamento dell’appalto, Gerolamo Bianchi viene improvvisamente a mancare e nella direzione dell’impresa subentra il figlio primogenito Mario, che insieme al fratello Luigi conduce e porta termine nel 1934 i lavori di costruzione del padiglione. Nel frattempo, nella primavera del 1933, la società Bianchi & Zirottini viene sciolta e posta in stato di liquidazione, che tuttavia si concluderà definitivamente molti anni dopo (1950). Mario Bianchi prosegue l’attività iscrivendosi come ditta individuale a Varese nel 1935. Dai rifugi antiaerei ai condomini (1940-1960) Durante la Seconda guerra mondiale Mario Bianchi costruisce ricoveri antiaerei a Varese, sottoscrivendo i relativi contratti con l’Organizzazione Todt, la grande impresa pubblica di costruzioni della Germania nazista, che è presente in Italia dal 1943 con proprie strutture operative, una delle quali ha sede proprio a Varese. Dopo il ritiro di Zirottini, nell’immediato dopoguerra riparte l’attività con la costruzione di edifici sia industriali (come il setificio Andreae di Besozzo, la Ceramica Ravelli di Laveno, la vetreria Locati di Milano) che residenziali (case popolari Pontiggia di Varese). Nel 1946 l’impresa acquista un autocarro dall’Arar (Azienda rilievo alienazione residuati). Le prove su cemento e calcestruzzo vengono affidate ai Laboratori prove materiali del Politecnico di Milano. Mario Bianchi, la cui vita professionale è caratterizzata da un forte impegno associativo, è tra i fondatori del Collegio degli edili di Varese. Nel 1947 Mario, Luigi e Cornelio Bianchi costituiscono la snc “F.lli Bianchi fu Gerolamo”. Si tratta di una società per la lavorazione e lo stampaggio di materie plastiche, un’attività industriale autonoma rispetto a quella delle costruzioni, ma che si propone di creare delle sinergie tra i due settori. L’impresa, ancora oggi attiva, conosce la sua massima espansione con lo sviluppo dell’occhialeria degli anni sessanta, un settore in cui all’epoca la provincia di Varese deteneva il primato nazionale, per poi ridimensionarsi e specializzarsi nella produzione di articoli tecnici. Nella metà degli anni cinquanta l’impresa di Mario Bianchi, stimolata della forte crescita della domanda abitativa, si rivolge più decisamente all’edilizia residenziale. È del 1955 la costruzione di quello che viene considerato il primo condominio di Varese, a cui se ne aggiungeranno altri negli anni immediatamente successivi. L’organizzazione del cantiere, con la manodopera che costa ancora relativamente poco, non è molto diversa da quella dei capomastri d’inizio secolo: ogni volta che se ne apre uno è come aprire un’impresa nuova . Il nuovo decennio si apre con l’edificazione di un condominio a Tradate e con i lavori di ampliamento e restauro della chiesa parrocchiale di Gazzada, un intervento quest’ultimo che si colloca in un ambito di attività, la costruzione di edifici religiosi , ricorrente in tutta la storia dell’impresa. Dai grandi cantieri all’inizio della fase postindustriale (1961-1980) Le operazioni di autopromozione immobiliare costituiscono una parte importante ma secondaria dell’attività della Bianchi, che continua a caratterizzarsi come impresa di costruzioni per conto terzi operante soprattutto nel campo dei fabbricati industriali. Durante gli anni sessanta prosegue il processo di industrializzazione del territorio varesino, che si traduce nella nascita di nuovi stabilimenti, aventi spesso grandi dimensioni. È il caso del calzificio Carabelli di Solbiate Arno , un enorme complesso industriale di 31 mila metri quadrati realizzato interamente con strutture prefabbricate, che l’impresa Bianchi costruisce nell’arco di quasi due decenni, ultimando i lavori nel 1970. In quest’occasione Cornelio Bianchi introduce un’innovazione costruttiva importante , riuscendo a creare e utilizzare un tipo di trave di lunga gittata prefabbricata in cemento armato, nota in quel periodo come “trave Carabelli”. Verso la metà degli anni sessanta Mario Bianchi si disimpegna, per motivi di salute, dalla conduzione dell’impresa. La responsabilità passa quindi al fratello Cornelio, diplomatosi in gioventù all’Istituto Bazzi di Milano, dove dal 1872 si formano intere generazioni di imprenditori edili. Nel 1967 l’impresa assume la nuova denominazione di “Cornelio Bianchi & C. sas”, con Cornelio Bianchi (nato nel 1903) socio accomandatario e il figlio Gerolamo (nato nel 1940) socio accomandante. Stesso nome del nonno, laureato in ingegneria civile al Politecnico di Milano, Gerolamo Bianchi si fa subito le ossa sul campo seguendo i lavori del grande cantiere Carabelli . Nel 1975 muore Mario Bianchi, che

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Isotessile

Industria

Industria Isotessile DENOMINAZIONE SOCIALE | Isotessile srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di laminati plastici termoindurenti e di isolanti elettrici INDIRIZZO | Via Piave 6 | 21019 | Somma Lombardo (VA) CONTATTI | T. 0331-256314 | F. 0332-252936 | www.isotessile.it L’avvio dell’attività (1939-1966) Negli anni venti del Novecento, Giovanni Perier, francese, giunge a Somma Lombardo come tecnico presso la ditta Itala – in seguito Itala-Pirelli – fabbrica produttrice di tubi flessibili ad alta pressione. Stabilitosi in Italia, avvia alla stessa professione il figlio, Luciano, che affianca e poi sostituisce il padre nella medesima azienda. Nel 1939, per soddisfare le esigenze di semilavorati necessari alla Itala-Pirelli, Luciano fonda la ditta individuale Isotessile costruendo lo stabilimento in un terreno prospiciente all’Itala. La società, amministrata da Luciano Perier , produce carte e tele oleate isolanti e nastri sterlingati (nastri in cotone o seta, impregnati di una particolare vernice, “sterling” appunto, che li rende isolanti elettrici per gli avvolgimenti di bobine di rame). Nel 1950 i fratelli Maurizio e Luciano Perier chiudono la ditta del padre e costituiscono la Isotessile srl proseguendone l’attività. Già nel 1951 l’impresa ha due rappresentanti con relativo deposito a Genova e a Torino e apre un proprio magazzino a Milano. Dal 1952 la produzione si amplia a lastre in tela e carta bakelite dai molteplici utilizzi. Le lastre in carta impregnata di resina fenolica, per le ottime proprietà isolanti, vengono utilizzate per la creazione di circuiti stampati e quadri elettrici. Con tessuto di puro cotone, ugualmente trattato con resina fenolica, si producono lastre e tubi di elevata resistenza meccanica. Dalle lastre, prodotte in svariati spessori, si ricavano particolari tagliati e torniti destinati a diversi impieghi come, ad esempio, gli ingranaggi utilizzati nei telai tessili. Infatti, alternando in uno stesso telaio ingranaggi metallici e in tela bakelite, si ha il vantaggio di aumentarne considerevolmente la silenziosità. I tubi di tela bakelite vengono spesso impiegati per costruire boccole per assi portaelica e per creare snodi per vagoni ferroviari e tram. Tra i clienti più importanti dell’impresa vi sono le Ferrovie dello Stato, l’Ansaldo e la Gte telecomunicazioni. Le vernici sterling e le resine impiegate dalla Isotessile sono tutte prodotte internamente. L’attività dagli anni sessanta agli anni novanta (1967-1989) Nel 1967, alla scomparsa di Luciano Perier, la guida dell’impresa è assunta da Sergio Garzonio genero di Luciano. Garzonio, perito chimico, abbandona la propria attività di produzione di calze per dedicarsi alla amministrazione dell’Isotessile. Sotto la sua guida, fra la metà degli anni sessanta e gli anni settanta, l’impresa vive il suo momento di massima espansione e arriva a contare 30 dipendenti. Nel 1974 Rudi Garzonio, figlio di Sergio, dopo la scuola di ragioneria e il servizio militare, affianca il padre nella gestione della produzione, esperienza che gli permette di conoscere a fondo i processi di lavorazione e che metterà a frutto nella conduzione dell’impresa. Negli anni ottanta, in seguito alle prime legislazioni antinquinamento, la società si dota di un post-combustore per ridurre le emissioni e decide di abbandonare la produzione ad uso interno delle resine per evitare l’onerosa costruzione di un depuratore per le acque di scarico. Nel 1984, Rudi Garzonio si sposa con Giovanna Picone che coinvolge nell’attività di amministrazione dell’impresa. Dagli anni novanta ad oggi (1990-2008) A partire dai primi anni novanta si verifica una contrazione del lavoro. La ragione risiede principalmente nel calo di produzione delle stesse aziende acquirenti: il numero dei clienti rimane invariato, ma il fabbisogno di tela e carta bakelite diminuisce. A ciò si aggiunge la concorrenza dei paesi asiatici, India e Cina soprattutto, cui l’Isotessile tenta di tenere testa puntando sulla qualità del prodotto, sulla rapidità di consegna e sui servizi di assistenza al cliente, ambiti in cui i produttori asiatici non possono competere. L’Isotessile, pur non avendo certificazioni di qualità ufficiali, punta su una qualità di fatto che cerca di proteggere con la rintracciabilità del prodotto. La volontà di creare particolari copertine alle lastre con il marchio Isotessile, in modo da riconoscerle anche una volta tagliate e lavorate, incontra l’opposizione dei rivenditori che temono di essere scavalcati dalle imprese acquirenti rendendo manifesta l’origine delle lastre comprate. Resta allora, come punto di forza dell’impresa, la possibilità offerta ai clienti di produrre lastre con spessori e dimensioni fuori standard – in modo da soddisfare ogni esigenza e qualsiasi urgente necessità – con una consegna del prodotto in tempi strettissimi. Nel 2003, Rudi Garzonio sostituisce il padre Sergio nel ruolo di amministratore. L’impresa oggi conta 8 dipendenti. Le figlie di Rudi Garzonio stanno completando il loro iter formativo per cui il problema della successione per il momento non si presenta. Negli anni venti del Novecento, Giovanni Perier, francese, giunge a Somma Lombardo come tecnico presso la ditta Itala – in seguito Itala-Pirelli – fabbrica produttrice di tubi flessibili ad alta pressione. Stabilitosi in Italia, avvia alla stessa professione il figlio, Luciano, che affianca e poi sostituisce il padre nella medesima azienda. Nel 1939, per soddisfare le esigenze di semilavorati necessari alla Itala-Pirelli, Luciano fonda la ditta individuale Isotessile costruendo lo stabilimento in un terreno prospiciente all’Itala. La società, amministrata da Luciano Perier , produce carte e tele oleate isolanti e nastri sterlingati (nastri in cotone o seta, impregnati di una particolare vernice, “sterling” appunto, che li rende isolanti elettrici per gli avvolgimenti di bobine di rame). Nel 1950 i fratelli Maurizio e Luciano Perier chiudono la ditta del padre e costituiscono la Isotessile srl proseguendone l’attività. Già nel 1951 l’impresa ha due rappresentanti con relativo deposito a Genova e a Torino e apre un proprio magazzino a Milano. Dal 1952 la produzione si amplia a lastre in tela e carta bakelite dai molteplici utilizzi. Le lastre in carta impregnata di resina fenolica, per le ottime proprietà isolanti, vengono utilizzate per la creazione di circuiti stampati e quadri elettrici. Con tessuto di puro cotone, ugualmente trattato con resina fenolica, si producono lastre e tubi di elevata resistenza meccanica. Dalle lastre, prodotte in svariati spessori, si ricavano particolari tagliati e torniti destinati

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Galli & C. Srl

Industria

Industria Galli & C. Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Galli & c. srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ideazione grafica, stampa litografica, legatoria, editoria e modulistica INDIRIZZO | Via Rosmini 20 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-810433 | F. 0332-265190 | www.tipografiagalli.it Una storica tipografia varesina tra editoria e stampa (1874-1945) Il nome della tipografia, le cui origini risalgono alla fine del XVIII secolo, si deve ad Eugenio Galli che nel 1874 rileva l’attività da Andrea Ubicini. Prima di loro la tipografia, che per oltre mezzo secolo è stata la sola attiva a Varese, era stata condotta dai Motta e Pedemonti e da Giuseppe Rainoldi. Di Eugenio Galli, nato nel 1849, sappiamo che è figlio di Santino e che ha preso parte in tenera età ad alcuni moti patriottici tra il 1859 e il 1861. Sotto la nuova gestione l’impresa mantiene per alcuni anni il nome di Ubicini e nel 1879 riceve una menzione alla Mostra industriale tipografica e delle arti affini di Milano. Una carta intestata degli anni ottanta riporta per esteso il dettaglio delle attività svolte: “Premiata Ditta Ubicini di Galli Eugenio in Varese, con Tipografia, Legatoria, Libreria e Rappresentanza in Litografia, Calcografia ed Incisioni”. Tra gli anni settanta e ottanta Galli apre una succursale anche ad Arona, abbandonando il nome del predecessore e assumendo il proprio nella denominazione. Con i tipi di Ubicini prima e di Galli poi vengono pubblicati volumi sulle attrazioni turistiche della città di Varese e del circondario, libretti teatrali, trattati scientifici e tecnici, sillabari e altri libri scolastici. La tipografia è tra le maggiori in città e secondo i dati del Ministero di agricoltura, industria e commercio, nel 1900 dispone di un motore a gas a due cavalli, tre macchine da stampa, un torchio a mano e sette operai. L’impresa conserva tuttora nella propria sede un torchio risalente alla seconda metà dell’Ottocento. L’attività di Eugenio Galli prosegue fino ai primi decenni del XX secolo e gli fa guadagnare la fama di buon editore e di severo principale. Nella ditta di Galli lavora come tipografo Michele Baioni, nato ad Azzate nel 1872. Nel febbraio 1929 Baioni costituisce con i soci Gino Nicora (Sant’Ambrogio Olona, 1905) e Luigi Ciotti (Comerio) la società in accomandita semplice Ditta Galli & C. di Baioni, Nicora & C. che rileva l’attività dal precedente titolare. L’apporto dei tre soci è diversificato: Baioni ha maturato una lunga esperienza nel settore tipografico e conosce la ditta dall’interno; il ventiquattrenne Nicora è ragioniere al momento della costituzione e diviene dottore commercialista pochi anni dopo. Di Luigi Ciotti abbiamo meno notizie: alla costituzione si definisce “esercente”, è socio accomandante e il suo apporto nella società si limita al capitale. I due soci accomandatari appartengono a generazioni diverse e nell’atto costitutivo questi indicano atipicamente come propri “eredi” il figlio Attilio nel caso di Baioni e il padre Giovanni nel caso di Nicora. La sede della tipografia, che si sviluppa su un piano terreno e un seminterrato, è nel centro di Varese, in piazza Giovine Italia 3. L’attività, sotto la guida di Baioni e con la supervisione amministrativa di Nicora, si sviluppa rapidamente e la produzione, che sotto la gestione di Galli aveva il punto di forza nella stampa di guide turistiche e testi teatrali, si afferma nel settore delle pubblicazioni mediche e amministrative. Alcuni esempi sono i protocolli del Regolamento organico per la condotta medico-chirurgica e quelli del Regolamento per la condotta ostetrica, entrambe pubblicati negli anni trenta e utilizzati dagli operatori sanitari della provincia. Nel 1942 Michele Baioni dona le proprie quote della società al figlio trentaduenne Attilio, tipografo come il padre. L’apprendistato di Attilio è un difficile itinerario tra i diversi impegni bellici che lo portano a combattere in Africa e in Spagna dopo il servizio militare; nel 1943 si trova in Sicilia e nel corso del difficile rientro a Varese si ferma qualche mese a lavorare come tipografo a Roma. Solo nel 1946 Attilio riesce a rientrare a Varese e a dedicarsi con continuità all’impresa. Gino Nicora, di pochi anni più grande del nuovo socio, presta servizio durante la guerra come alpino e, una volta rientrato a Varese, prosegue la propria attività professionale autonoma, mantenendo la responsabilità amministrativa della società. Dal dopoguerra agli anni settanta (1946-1980) La produzione di stampati per le amministrazioni pubbliche e gli enti locali, già avviata negli anni trenta, diviene uno dei settori di maggiore sviluppo per la tipografia nel periodo successivo alla guerra. Per la redazione di questi prodotti la tipografia si serve di un consulente esterno, il segretario di un comune della provincia, che è sempre ben informato su tutte le modifiche burocratiche e che aiuta l’impresa a fornire con tempismo materiali sempre aggiornati. Attilio Baioni è il referente commerciale della tipografia e questa attività rappresenta il suo impegno principale. Quando ha del tempo a disposizione dà il proprio contributo in laboratorio dove però, a causa della presenza saltuaria, non assume responsabilità su lavorazioni specifiche, preferendo assistere i propri collaboratori dove sia più utile volta per volta. Per la sua velocità nel lavoro manuale si dedica spesso a smontare le composizioni e riporre in ordine le lettere. La gestione e il coordinamento della produzione quotidiana sono affidati all’esperto collaboratore Angelo Buzzi, il cosiddetto “proto”. Il rapporto di Baioni con i propri collaboratori è improntato alla sincera amicizia e capita spesso che in occasione di festività e vacanze si frequentino con le rispettive famiglie. Il socio accomandante Luigi Ciotti muore nel 1955 e le quote di sua proprietà vengono ereditate dai tre figli Alessandro, Battista e Carla, senza un loro diretto coinvolgimento operativo. Un nipote di Luigi, Giorgio Ciotti, lavora invece per alcuni anni come operaio nella tipografia. I figli di Nicora e di Baioni si prestano come garzoni nell’impresa dei genitori durante le vacanze scolastiche: Giuseppe Nicora alla fine degli anni cinquanta e Michele Baioni a partire dalla metà degli anni sessanta. Quest’ultimo prosegue la collaborazione anche da maggiorenne, girando la provincia di Varese in auto per consegnare gli

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Fratelli Alberti

Industria

Industria Fratelli Alberti DENOMINAZIONE SOCIALE | Fratelli Alberti srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Costruzione di macchine e accessori per calzaturifici e pelletteria INDIRIZZO | Via Brunico 75 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-333619 | F. 0332-331761 | www.fratellialberti.com Le origini dell’impresa (1937-1949) Faustino Alberti, originario di Campo San Martino in Veneto, si sposta una prima volta nel Varesotto durante la Prima guerra mondiale, dovendo prestare servizio militare a Tradate, presso la fabbrica di motociclette Frera. Di ritorno in Veneto, diviene manutentore delle macchine agricole della famiglia Breda. Nel 1937, spinto da maggiori opportunità di lavoro, si trasferisce a Varese, senza mai stabilirvisi definitivamente, aprendo un negozio di ciclista in viale Belforte. Insieme a Faustino, in tempi diversi, si trasferiscono i figli: Alberto, maestro e poi impiegato nell’amministrazione centrale di Milano della Breda, Antenore, Arnaldo e Adelio che lavorano tutti alla Macchi. Una figlia, Lina, sarà anch’essa a Varese già nel 1938 come lavorante presso la Cornelia Conciaria. Nel negozio di ciclista, inizia una piccola attività parallela di lavorazione meccanica che darà alla luce il primo prototipo di macchina per calzaturifici e pelletteria. Nel 1945 la ditta Barenghi di Milano, importatrice delle macchine per pellami tedesche Fortuna, propone agli Alberti di produrre una macchina smussatrice fornendo l’attrezzatura necessaria che sarebbe stata ripagata in conto lavori. Alberto Alberti, viene convinto dai fratelli a lasciare il posto di lavoro alla Breda per curare l’amministrazione dell’azienda di famiglia. L’impresa nel 1949 viene registrata in Camera di Commercio, i soci sono i fratelli Arnaldo e Adelio e la moglie di Antenore, deceduto nel 1948, Emma Pierobon. Arnaldo si dedica alle pubbliche relazioni e alla parte commerciale, Adelio si occupa della produzione e del rapporto coi dipendenti. Emma Pierobon si impegna anch’essa nell’amministrazione. Già nel 1948 la F.lli Alberti tenta di valicare i confini nazionali avviando trattative, con una azienda del posto, per esportare in Argentina. L’attività dagli anni cinquanta e sessanta (1950-1969) L’impresa vive pienamente il periodo del boom economico. Dagli anni cinquanta, la produzione si divide in due grandi settori: quello delle macchine per calzaturifici e pelletterie e quello motoristico, intrapreso soprattutto per la passione comune ai tre fratelli per le corse motociclistiche . Nel 1954 si avvia la produzione di motori a scoppio per motocicli. In questo ambito sono numerose le imprese del territorio che si servono della F.lli Alberti. La prima fra essi è la Ganna di Varese, successivamente la Parilla, la Guzzi, la Bianchi, l’Harley-Davidson- AerMacchi. Sempre nel 1954 l’impresa si trasforma in snc e arriva a impiegare circa 50 dipendenti. Già a partire dagli anni sessanta però, il settore motoristico viene progressivamente abbandonato per dedicarsi completamente a quello, molto più redditizio, delle macchine per pellami.In questi anni infatti l’impresa deposita i primi brevetti di modifiche e migliorie apportate alle macchine. Gli anni settanta e ottanta (1970-1989) Nel 1975 Adelio apre, parallelamente al proprio impegno nella F.lli Alberti, una propria impresa per la produzione di coltelli a campana , un prodotto che non viene trattato dai suoi soci. Questa scelta trova spiegazione nella volontà di Adelio di dare ai propri cinque figli la possibilità di continuare nell’attività industriale, possibilità che allora non intravedeva nella F.lli Alberti per il folto numero di nipoti che avrebbero ereditato l’impresa una volta ritiratisi i fondatori. Nel 1978 Arnaldo esce dall’impresa cedendo le sue quote al fratello e alla cognata. Nel 1981 Luigi Alberti, figlio di Adelio, sostituisce lo zio Alberto nella cura dell’amministrazione e l’azienda torna ad essere una srl. Gli anni ottanta sono ancora anni positivi per la F.lli Alberti, attiva nella partecipazione alle fiere di settore e sempre più proiettata nell’esportazione dei propri prodotti. Alla fine degli anni ottanta però, l’uscita dall’impresa di Emma Pierobon, e la necessità di liquidarle la quota del 50%, costringe la F.lli Alberti a mantenere delle dimensioni limitate. Questo, inoltre, a fronte di un irrobustirsi della concorrenza, soprattutto sul territorio ma anche estera. Dagli anni Novanta ad oggi (1990-2006) La crisi, per la F.lli Alberti, inizia negli anni novanta a partire dalla prima guerra del Golfo. Soprattutto, si fa sempre più sentire la concorrenza estera: il decentramento della produzione calzaturiera e del pellame in paesi caratterizzati dal basso costo della manodopera, annulla il vantaggio relativo di una produzione meccanica più tecnologicamente avanzata come quella della F.lli Alberti. Per questo si decide di aprire una società in Cina , con un socio di Hong Kong, per abbassare i costi di produzione e soprattutto per essere presenti direttamente in un mercato dove ormai si produce circa l’80% della produzione mondiale di scarpe. Un’altra via per contrastare la crisi in corso del settore delle macchine per calzaturifici (che in pochi anni ha visto diminuire le vendite all’estero del 45%) è costituita dalla ricambistica. La stessa F.lli Alberti, deve ormai circa la metà del proprio fatturato alla produzione di ricambi. L’azienda vede ancora fortemente presente nella sua conduzione la famiglia Alberti in quanto sui 25 dipendenti attuali si contano i cinque figli di Adelio con due generi e la nuora. Faustino Alberti, originario di Campo San Martino in Veneto, si sposta una prima volta nel Varesotto durante la Prima guerra mondiale, dovendo prestare servizio militare a Tradate, presso la fabbrica di motociclette Frera. Di ritorno in Veneto, diviene manutentore delle macchine agricole della famiglia Breda. Nel 1937, spinto da maggiori opportunità di lavoro, si trasferisce a Varese, senza mai stabilirvisi definitivamente, aprendo un negozio di ciclista in viale Belforte. Insieme a Faustino, in tempi diversi, si trasferiscono i figli: Alberto, maestro e poi impiegato nell’amministrazione centrale di Milano della Breda, Antenore, Arnaldo e Adelio che lavorano tutti alla Macchi. Una figlia, Lina, sarà anch’essa a Varese già nel 1938 come lavorante presso la Cornelia Conciaria. Nel negozio di ciclista, inizia una piccola attività parallela di lavorazione meccanica che darà alla luce il primo prototipo di macchina per calzaturifici e pelletteria. Nel 1945 la ditta Barenghi di Milano, importatrice delle macchine per pellami tedesche Fortuna, propone agli Alberti di produrre una macchina smussatrice fornendo

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Zoni spa

Commercio

Commercio Zoni spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Zoni spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio all’ingrosso e al minuto di articoli di ferramenta e materiali ferrosi in genere, carburo di calcio, bombole di acetilene e di ossigeno – commercio al minuto di vernici, colori e attrezzature inerenti. INDIRIZZO | Via Belforte 15 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0331-331919 | F. 0331-331414 Dalle origini al 1949 (1937-1949) Nel 1941, Marco Ferrari e Francesco Zoni rilevano dal cognato di quest’ultimo, Egisto Franzosi, un’attività di recupero rottami avviata dal 1937 a Varese in via Adamoli 2. Nasce la società in accomandita semplice “Ferrari Marco & C.” Ferrari è il socio accomandatario, Franzosi e Zoni gli accomandanti. Il recupero dei materiali ferrosi è particolarmente rilevante durante la guerra, dato che risponde alle esigenze delle varie imprese meccaniche del territorio coinvolte nello sforzo bellico. Nel settembre 1943 Francesco Zoni è deportato in Germania; l’attività, fortemente limitata nel giro d’affari, viene condotta da Marco Ferrari. Al rientro dalla prigionia, nel settembre 1945, Francesco Zoni diviene socio accomandatario e il suo nome è inserito nella ragione sociale. Nel 1946 sposa Gemma Bottinelli , figlia di un importante commerciante di vino di Varese. La moglie si inserisce nell’impresa curandone la contabilità e l’organizzazione. L’anno successivo muore Egisto Franzosi e la sua quota viene ceduta alle mogli degli altri due soci: Giacomina Boscaglia e Gemma Bottinelli. Al recupero dei rottami e all’attività di ferramenta, l’impresa accompagna il commercio di materiali ferrosi e di prodotti siderurgici di ogni tipo, particolarmente richiesti nel periodo della ricostruzione. Francesco Zoni recupera anche le rotaie del tram che vengono riutilizzate nelle riedificazioni in ambito civile e industriale. Si mette poi in contatto con la Locatelli ossigeno di Milano, la prima azienda in Italia a distribuire ossigeno e gas compressi, divenendone rivenditore per il mercato di Varese. Le bombole di gas sono utilizzate sia per il taglio nelle demolizioni sia per le saldature e quindi sono particolarmente importanti nei lavori di costruzione; la loro vendita consente di crescere rapidamente. Dagli anni cinquanta al 1982 (1950-1982) Gli anni cinquanta e sessanta vedono l’intenso sviluppo dell’impresa. L’attività di raccolta dei rottami viene abbandonata mentre cresce sempre più la vendita di prodotti siderurgici destinati alle costruzioni civili, alle carpenterie, alle officine meccaniche e all’industria. L’ampliamento del mercato favorisce lo sviluppo della concorrenza che tuttavia non crea problemi all’impresa, grazie alla capacità di rinnovare e diversificare i prodotti. In questo periodo inizia la collaborazione con la Dalmine per la rivendita di tubi senza saldature per acqua e gas. Nel 1955 l’impresa assume una più netta dimensione familiare: i coniugi Ferrari cedono a Zoni la loro quota e la denominazione si modifica in “Zoni Francesco e C. sas”. La famiglia investe nell’impresa il cui capitale sale a 100 milioni di lire nel 1964. Lo sviluppo del commercio porta con sé anche un miglioramento della logistica: il primo motocarro Guzzi degli anni cinquanta viene sostituito da camion più idonei al trasposto di materiali ferrosi e vengono assunti autisti. Soprattutto, nel 1964 la sede viene trasferita in viale Belforte per dotarsi di spazi e attrezzature (carri-ponte, bascule automatiche) adeguate. I dipendenti fissi sono circa otto, poiché l’azienda nei momenti di necessità si appoggia, per il carico e lo scarico dei camion rimorchio, a manovalanza esterna, in particolare alla ditta Carovana Facchini. Negli anni settanta, l’impresa estende il proprio raggio d’azione alla provincia di Como e a quella di Novara. Commercializza nuovi prodotti e tra questi i grigliati della Orsogril di Cantù che per prima fa conoscere e distribuisce in Varese e provincia. Si pone la necessità di far fronte con forze nuove alla situazione di crescita e i due figli di Francesco e Gemma, Luciano e Margherita, entrano nell’impresa: il primo come amministratore, la seconda inizialmente come coadiuvante. Luciano si è laureato in legge, mentre Margherita è ragioniera. L’introduzione dell’iva spinge l’impresa a meccanizzare prima e ad automatizzare dopo la contabilità che non può più essere redatta manualmente dalla madre. Con gli anni ottanta Luciano Zoni regolamenta il sistema dei pagamenti che si basava ancora su un rapporto fiduciario con il cliente, automatizza la gestione degli ordini e del magazzino, inizia ad assumere i primi venditori esterni per presentare i nuovi prodotti. Negli stessi anni Luciano partecipa attivamente alle riunioni dell’Assofermet. Dal 1983 ad oggi (1983-2006) Nel 1983, prevedendo un’ulteriore espansione dell’attività, la Zoni diviene una società per azioni, mantenendo pur sempre una conduzione familiare (anche Margherita Zoni entra infatti nel consiglio di amministrazione). Alla trasformazione societaria non segue però l’ampliamento previsto, a causa di un grave incidente che allontana Luciano Zoni dall’attività per alcuni anni. Superata questa fase critica, l’impresa riesce a stare alpasso di un mercato in continua evoluzione, legandosi aiprincipali partners del settore come grossista e ampliando sempre più la sfera dell’oggetto sociale fino ad includere nel 1988 un settore vernici e aprendo un punto vendita nello stesso immobile di proprietà della società. Questo passaggio risponde all’esigenza di offrire al cliente un prodotto quanto più vicino all’impiego diretto, così da incorporare una quota crescente di servizio. Seguendo questa strategia, l’impresa si orienta verso una semilavorazione che richiede anche la collaborazione con terzisti, ciò viene riconosciuto anche dal comune di Varese attraverso l’iscrizione all’Albo d’oro e il conferimento della medaglia d’oro nel 1991. Luciano inoltre ricopre il ruolo di consigliere all’interno dell’Ascom. Nel 2000 l’azienda ha 16 dipendenti. Nel 2001 Gemma Bottinelli assume la presidenza del consiglio di amministrazione, lasciando la gestione dell’amministrazione alla figlia Margherita e al figlio Luciano la cura della logistica. La società Zoni persegue tuttora una politica di ricerca di innovazione dei prodotti, come le recinzioni prefabbricate e i nuovi sistemi strutturali integrali di cancelli e cancellini. Nel 2005 viene ristrutturato il colorificio. Oggi l’impresa sta sperimentando l’ingresso della terza generazione e ciò fa ben sperare per la continuità della stessa in quanto impresa famigliare. Nel 1941, Marco Ferrari e Francesco Zoni rilevano dal cognato di quest’ultimo, Egisto Franzosi, un’attività di recupero rottami avviata dal 1937 a Varese in via

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Velati Srl

Commercio

Commercio Velati srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Velati srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ottica e optometria INDIRIZZO | Via G. Mazzini 24 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793537 | F. 0331-773435 | www.velati.it Dal bazar delle origini all’avvio dell’attività di ottico (1894-1949) Nel 1894 Giovanni Velati, commerciante di Rancio Valcuvia, giunge a Gallarate dove insieme alla moglie Severina Rocchi, pellicciaia e ricamatrice, apre un negozio nella piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza della Libertà) per la vendita di articoli vari: occhiali, binocoli, bambole, pellicce, cappelli, fuochi d’artificio, armi e così via. Un vero e proprio bazar. Nei primi anni venti, Gaetano Velati, figlio di Giovanni, inizia a lavorare, dopo la scuola di avviamento professionale, nel negozio paterno, mentre i fratelli e le sorelle prendono strade diverse. Un decreto regio del 1928 istituisce l’abilitazione professionale per l’esercizio della professione di ottico, considerata come “arte ausiliaria” della professione sanitaria e sino a quel momento svolta nella totale assenza di regole. Gaetano consegue la licenza in una scuola specializzata e diventa così il primo ottico “patentato” di Gallarate, iniziando a vendere gli occhiali fatti su misura e non solo quelli già predisposti. Nel 1932, alla morte del padre, Gaetano Velati assume la conduzione dell’impresa, affiancato dalla moglie Luigia Rigamonti. Dal loro matrimonio nascono Giovanni, Enrica e Giuliangelo (chiamato Giulio). Il negozio si trasferisce quindi in uno stabile di via Mazzini, attuale sede dell’impresa, dove, al piano superiore, viene ricavato l’appartamento di famiglia. In questi anni l’impresa esercita il commercio di generi di ottica, armi, fotografie e pellicceria. Durante il fascismo Gaetano Velati ricopre la carica di segretario del Pnf di Gallarate, una compromissione che, data la reputazione di rettitudine di cui gode l’uomo, non avrà conseguenze negative alla caduta del regime. Nel dopoguerra inizia, all’interno del negozio, la vendita di dischi musicali, affidata poi a Giovanni ed Enrica, figli maggiori di Gaetano. Lo sviluppo del comparto ottico per gli occhiali da vista (1950-1970) Con il boom economico e lo sviluppo dei consumi degli anni cinquanta e sessanta cresce anche la domanda di occhiali da vista, un bene salutista la cui importanza era sino ad allora sottovalutata. Il negozio Velati, cogliendo le nuove tendenze, perde progressivamente le iniziali caratteristiche di emporio, per affermarsi sempre più come negozio di ottica. Nel reparto occhiali si combinano due attività diverse seguite direttamente da Gaetano: una di tipo professionale, relativa alla misurazione, tramite il retinoscopio, della miopia e presbiopia; l’altra di tipo artigianale, consistente nel taglio, effettuato con la mola, delle lenti semilavorate provenienti dal Cadore, cui segue il montaggio degli occhiali. Luigia Rigamonti, donna forte e precisa, di formazione contabile, si occupa della parte commerciale e amministrativa, come continuerà a fare nel corso di tutta la sua lunga esistenza, svolgendo un ruolo fondamentale nella vita dell’impresa. Nel 1961 la sede del negozio è interessata da una prima ristrutturazione. Ne seguiranno diverse altre per rispondere alle ricorrenti esigenze di nuovi e più funzionali spazi, che nascono dalla crescita e professionalizzazione dell’attività di ottico. Nei primi anni sessanta cessa la vendita di dischi musicali seguita da Giovanni ed Enrica Velati, che spinti da altri interessi si disimpegnano dall’azienda, pur continuando a seguirne l’attività. Della varietà merceologica delle origini sono rimasti soltanto gli articoli pesca e le armi, cui si affianca il settore di apparecchi fotografici. A differenza dei suoi due fratelli Giulio Velati sceglie di impegnarsi nell’impresa di famiglia. Nel 1964, dopo il diploma di maturità e sospinto dal padre, consegue l’abilitazione di ottico. Nel 1968 muore Gaetano Velati e l’impresa, ereditata dai tre figli, passa sotto la guida di Giulio, che coinvolge nell’attività la sua futura moglie, Daniela Baila, con la quale si sposa nel 1970 e che da allora contribuisce con grande competenza e attenzione , a sviluppare l’attività attraverso la gestione della sua componente commerciale. Per rispetto della memoria del padre cacciatore, si continua la vendita delle armi, che viene però trasferita in un negozio di piazza Risorgimento e gestita, insieme ad altri due soci, da una società commerciale appositamente costituita. Dall’ottica all’optometria (1971-1990) All’inizio degli anni settanta si diffonde l’uso delle lenti a contatto morbide, progettate oltre dieci anni prima da due ricercatori cecoslovacchi, Lim e Wichterle, e prodotte, a partire dal 1971, dalla multinazionale americana Bausch&Lomb. Il successo riscontrato dalle nuove lenti da vista contribuisce ad espandere ulteriormente il settore ottico dell’impresa. Nel 1975 Giulio Velati si diploma in optometria presso l’Istituto superiore di scienze optometriche “Giuseppe Ricco” di Milano, imprimendo così all’attività della sua impresa una svolta tecnica e professionale destinata a contrassegnarne profondamente tutta l’evoluzione successiva. L’ottico optometrista esegue un’analisi complessa delle deficienze della vista, prescrive e fornisce il miglior sistema correttivo e se rileva l’eventuale esistenza di altri problemi non somministra farmaci ma indirizza l’utente verso i medici specialistici appropriati, svolgendo quindi anche una importante funzione di prevenzione sociale. Nel 1977 l’armeria Velati subisce una rapina da parte di un commando di brigatisti capitanato da Corrado Alunni; in conseguenza di ciò, ed essendo quel business di interesse secondario, la società viene venduta. Tra il 1978 e il 1982 Giulio Velati ricopre la carica di presidente dell’Assopto provinciale di Varese, che fa parte della rete nazionale di Federottica, la più importante associazione di categoria italiana del settore ottico e optometrico, presso la quale viene istituto l’Albo degli ottici optometristi per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti del settore. È l’inizio di un lungo e ininterrotto impegno associativo, che tuttora prosegue. Nel 1985 l’impresa Velati assume la forma giuridica di società in accomandita semplice. In questi anni l’industria italiana dell’occhialeria trova nuovo slancio attraverso la produzione delle montature e di occhiali da sole firmati dai più noti stilisti e designer, che arricchiscono l’assortimento dell’ottica Velati. Nella primavera del 1990 il negozio si trasferisce provvisoriamente in via Verdi per consentire i lavori di ristrutturazione dello storico e prestigioso stabile di via Mazzini, dove rientra nel settembre dello stesso anno. La terza generazione e gli sviluppi recenti (1991-2010) Nel rinnovato e più ampio negozio sono in funzione

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Turba interiors srl

Commercio

Commercio Turba interiors srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Turba interiors srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione di arredi, commercio al dettaglio di mobili antichi moderni e in stile, dipinti, tappeti e oggettistica INDIRIZZO | Via XX settembre 14 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-633205, 0331-847612 | F. 0331-633205 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1890-1959) Intorno al 1890, Narciso Turba avvia un’attività di tappezziere e materassaio a Busto Arsizio, in via Principessa Elena. L’impresa viene però registrata alla Camera di commercio solo nel 1911. Negli anni venti, il figlio di Narciso, Luigi Turba, affianca e poi subentra al padre nell’attività che si amplia al commercio e alla costruzione di mobili d’arredamento in stile. Nel 1933, la sede sociale si sposta nel nuovo negozio di corso XX Settembre 11. L’attività conta ormai, fra i suoi dipendenti, non solo tappezzieri ma anche falegnami; Luigi può inoltre avvalersi dell’aiuto della moglie Velia, di origini romane, che lo affianca attivamente nel negozio. Verso la metà degli anni quaranta entra in azienda, prima ancora di terminare gli studi di architettura presso il Politecnico di Milano, il figlio di Luigi, Antonio Turba. Anch’egli coadiuvato dalla moglie Lia Brugioli, accanto all’originale attività di tappezziere e commercio di mobili in stile, introduce il commercio di mobili d’antiquariato e di tappeti persiani e antichi. Nel 1950, gli viene affidato dal padre un nuovo negozio a Legnano che viene però chiuso dopo solo un anno. L’impresa vive il boom economico di questi anni ed è ormai in grado di ampliare l’offerta ai propri clienti provvedendo all’arredamento completo della casa: dai mobili ai tendaggi e ai divani. La ditta organizza al proprio interno l’intero ciclo produttivo sul quale lavorano 17 dipendenti come tappezzieri, falegnami e sarte. Per la necessità di rispondere ad una domanda crescente l’impresa coinvolge un numero equivalente di artigiani esterni. Nel 1956 Antonio diviene ufficialmente socio del padre e la ditta individuale viene così trasformata nella società di fatto “Narciso Turba di Luigi Turba & c.”. Gli anni sessanta e novanta (1960-1989) Antonio Turba diventa unico titolare della società nel 1966, dopo il ritiro del padre Luigi (tornando così alla forma della ditta individuale, con la denominazione “Narciso Turba di Antonio Turba”). Nel 1968 Luigi Turba, figlio di Antonio, dopo gli studi di economia e commercio, entra in azienda con la prospettiva di occuparsi dell’amministrazione dell’impresa. Nel 1969 si sposa con Letizia Fumagalli, di origini parmensi che ricorda la difficoltà ad ambientarsi in una città meno vivace e priva di eventi culturali e dove il tempo è scandito esclusivamente dagli impegni lavorativi. Dopo pochi anni Luigi trasferisce la propria abitazione sopra il negozio in via XX Settembre, nella casa costruita dal nonno Luigi e dove già abita il padre Antonio con la famiglia. Il carattere familiare dell’attività fa sì che, ben presto, Luigi si occupi anche della parte tecnica, disegnando e seguendo i lavori di realizzazione dei mobili d’arredamento. Pur mantenendo la vendita di mobili d’antiquariato e la fabbricazione di riproduzioni di alta qualità, nei primi anni settanta, l’impresa decide di trattare anche l’arredamento moderno. Si apre così un nuovo negozio, sempre in corso XX Settembre 11, in collaborazione con la Ditta Alberti Cucine, per la vendita di cucine e mobili moderni. Questo reparto viene seguito esclusivamente da Luigi Turba, dato che il padre Antonio non si lascia coinvolgere in questo ampliamento dell’attività. La necessità di preparare i disegni tecnici per mobili su misura (la maggior parte di quelli commissionati all’impresa) e seguire da vicino gli operai nella realizzazione dei lavori di falegnameria e di tappezzeria in tensione, impedisce a Luigi Turba di dedicarsi al nuovo settore che, dopo circa sei anni, viene abbandonato. L’impresa concentra le forze sul mobile e nell’arredo tradizionale. Negli stessi anni inizia la progressiva riduzione dei dipendenti, che verso la metà degli anni settanta scendono a 7 in quanto si affida la maggior parte delle lavorazioni ad artigiani esterni. Ciò non è dovuto a un calo del lavoro, che al contrario continua a crescere, ma è l’effetto del pensionamento e dell’esigenza di ridurre i costi. Il figlio di Antonio, Luigi, comincia a detenere una quota minima del capitale sociale a partire dal 1976 con la costituzione della società di fatto “Narciso Turba di Antonio & Luigi Turba”, tramutata l’anno seguente in società in nome collettivo. Anche gli anni ottanta segnano un momento positivo per l’impresa. La maggior parte delle commesse della clientela riguardano la progettazione e la fornitura dell’arredamento completo della casa (dai mobili alle tappezzerie, dai divani ai tendaggi). Dagli anni novanta ad oggi (1990-2008) Nel 1991 Antonio Turba si ritira dall’attività. Agli inizi degli anni novanta, la moglie di Luigi Turba, Letizia Fumagalli, affianca il marito nell’impresa. Cambia, contestualmente, la tipologia di lavoro: la minor disponibilità economica, spinge la clientela a richiedere l’arredo solo per singoli locali della propria casa, rinunciando ad arredarla nella sua interezza in un unico momento. Ciò provoca una diminuzione del lavoro dell’impresa che, verso la metà degli anni novanta, riduce ulteriormente il personale, mantenendo solo gli addetti per il montaggio e la riparazione, appoggiandosi invece per la produzione ad artigiani esterni che spesso hanno maturato la propria esperienza lavorando presso la famiglia Turba. Tale scelta si spiega anche con la crescente difficoltà nel trovare e formare in breve tempo nuovo personale che possa sostituire adeguatamente gli addetti andati in pensione. Parallelamente viene potenziato il reparto di complementi d’arredo e oggettistica di antica e di nuova produzione che si rivela essere, ben presto, una parte preponderante dell’attività. Nel 1994 Antonio Turba esce dalla società. Il figlio Luigi rimane socio di maggioranza insieme alla moglie e la ragione sociale diviene “Ditta Narciso Turba di Luigi Turba & c. – società in nome collettivo”. Nel dicembre del 2008 l’impresa decide, per scelte famigliari, di “cambiare pelle”. Viene sciolta la società fondata da Narciso Turba alla fine dell’Ottocento e l’azienda prosegue l’attività, nella nuova sede di corso XX settembre 14, come Turba Interiors srl. Gli attuali amministratori sono Letizia Fumagalli

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Taglietti sas di Bedogni Pierluigi & c.

Commercio

Commercio Taglietti DENOMINAZIONE SOCIALE | Taglietti sas di Bedogni Pierluigi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Riparazione e vendita all’ingrosso e al dettaglio di pneumatici e loro accessori INDIRIZZO | Via Cattaneo 24 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0331-797294 | F. 0331-7991084 | www.tagliettisnc.com L’avvio dell’attività (1921-1940) Luigi Taglietti, classe 1882, originario di Borgo San Giacomo in provincia di Brescia, presta servizio militare in aeronautica a Gallarate. Qui conosce e sposa Rosa Milani, figlia di un sarto e appartenente ad una famiglia benestante proprietaria di terreni. Dal loro matrimonio nascono Giuseppina nel 1919 e Adalgisa nel 1925. Grazie al sostegno economico della moglie, Luigi nel 1921, nell’attuale Largo Camussi, avvia un’attività di commercio e riparazione gomme, oltre al noleggio di auto con autisti per privati e per il servizio pubblico. Dopo circa tre anni è affiancato in questa attività dal fratello Giovanni che, dopo aver frequentato la scuola degli Artigianelli a Milano, si trasferisce a Gallarate. Da qui la decisione nel 1928 di registrarsi alla Camera di commercio di Varese come ditta individuale “F.lli Taglietti di Taglietti Luigi” dichiarando che l’impresa era attiva già da quattro anni e aveva allora sede in via Como (ora via Venegoni) nello stesso edificio dove abitava con la famiglia. Lo sviluppo della motorizzazione tra gli anni venti e trenta – è del 1924 l’inaugurazione della prima autostrada del mondo, la Milano-Gallarate – favorisce la nascita di officine per la sostituzione e riparazione di gomme. I fratelli Taglietti si specializzano proprio in questo settore, affiancando al commercio di pneumatici di grandi marche, come ad esempio la Dunlop e la Pirelli, l’attività di ricostruzione delle gomme anche attraverso il processo di vulcanizzazione. In questo periodo il raggio d’azione dell’impresa si amplia coprendo un territorio molto ampio, da Milano a Domodossola, e Luigi può servire i propri clienti con i tre negozi di Gallarate, Busto Arsizio e Varese. Tra il 1938 e la fine degli anni quaranta, forse per necessità di maggiori spazi, l’attività si svolge anche nei laboratori di via Marconi e via Battisti fino al definitivo trasferimento nell’attuale sede di via Cattaneo. Nel frattempo agli inizi degli anni quaranta, Giovanni decide di mettersi in proprio e apre un’officina a Pavia sempre per il commercio e la ricostruzione delle gomme. Dagli anni quaranta agli anni sessanta (1941-1967) Nel 1941 Giuseppina sposa Vittorio Bedogni, dal quale ha tre figli: Rossella nel 1942, Pierluigi nel 1946 e Massimo nel 1953. Come Luigi, anche Vittorio, perito industriale di Cesenatico, aveva lasciato la città natale a 17 anni per arruolarsi come motorista nell’Aeronautica militare presso il distaccamento di Gallarate. Alla fine della guerra, dopo una breve esperienza con il cognato Renzo Marobbio (marito di Adalgisa e padre di Rosalba, nata nel 1946) in una società di produzione di suole per scarpe e la collaborazione con gli amici Agusta nella realizzazione della prima moto MV, inizia a interessarsi e a impegnarsi attivamente nell’azienda del suocero. Avendo maturato una professionalità specifica nel campo della meccanica, con il suo ingresso l’attività subisce una nuova spinta, soprattutto nel settore della ricostruzione, con l’importazione dalla Germania di nuovi macchinari e la partecipazione alle fiere di settore. Sempre su impulso di Vittorio viene installato nell’officina di Gallarate da una società francese il primo impianto in Italia per la verifica della convergenza . In questi anni vengono ceduti i negozi di Busto e Varese e il lavoro si concentra nell’officina di Gallarate, dove operano anche Francesco e Paolo Martinelli, nipoti di Luigi. Nel 1948 Luigi costituisce la “Fratelli Taglietti srl” e coinvolge nell’apparato societario anche le figlie Giuseppina e Adalgisa. Nel 1955 l’impresa tornerà a essere una ditta individuale fino al 1959, anno dell’ingresso di Vittorio nella compagine sociale che modifica denominazione e natura giuridica nella società in nome collettivo “Vulcanizzazione Taglietti Luigi & C. snc”. Gli anni sessanta coincidono con l’ingresso di Pierluigi nell’impresa. Fin dall’adolescenza aveva dimostrato una passione per i motori, diventando pilota professionista di go-kart per la squadra dei Parilla di Milano con cui vince anche il titolo di campione italiano juniores.arese. L’amicizia fraterna che lo lega ad Angelo e Achille Parilla lo porterà, finito il servizio militare, ad una collaborazione saltuaria nella loro azienda di moto e questo lo spingerà, fino ai primi anni settanta, a dividersi tra Gallarate e Milano. Nel 1970 Pierluigi sposa Aurelia Ghiringhelli dalla quale nasceranno Matteo nel 1970 e Riccardo nel 1981. Le esigenze della sua nuova famiglia, le necessità dell’officina e le pressanti richieste del padre lo inducono a impegnarsi a tempo pieno nell’impresa di famiglia, che in questo periodo raggiunge il suo massimo di espansione commerciale e occupazionale con otto dipendenti. Dalla fine degli anni sessanta agli anni novanta (1968-1989) La fine degli anni sessanta segna un momento di svolta per l’impresa, che avrà conseguenze per gli anni successivi. Già nel 1968 infatti si prospetta la possibilità di chiudere l’attività di ricostruzione e di concentrare il lavoro solo sul commercio e cambio gomme. Luigi e il nipote Pierluigi sono favorevoli, mentre Vittorio è dubbioso. Si decide infine di vendere i macchinari a un concorrente che ha sede in Trentino e che proprio grazie alla ricostruzione svilupperà la propria impresa. L’attività di ricostruzione consentiva tuttavia alla Taglietti di avere utili più alti rispetto al solo commercio delle gomme e quindi questo cambiamento costringe l’impresa a modificare profondamente il proprio modo di lavorare. A questa situazione già instabile si aggiungono nel 1969 la scomparsa del fondatore Luigi e la presenza nell’azienda di collaboratori non particolarmente affidabili e attenti alla gestione del lavoro. Nonostante questi presupposti Vittorio e Pierluigi iniziano la riconversione dell’attività aziendale. Il magazzino si trasforma in un centro di stoccaggio e di distribuzione delle gomme strutturato per rispondere alle esigenze di una presenza più capillare nell’area tra Milano e Domodossola. Diventa allora fondamentale uscire dall’officina non solo per consolidare i legami esistenti con gommisti e imprese ma per creare una nuova clientela composta da meccanici, rivenditori, piccole e medie imprese perlopiù nel settore dei trasporti. Di

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Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas

Commercio

Commercio Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ristorante e catering INDIRIZZO | Via Olona 38 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 0332-200333 | F. 0332-200333 | www.davenanzio.com Venanzio e Giuditta Pedrinelli: il ristorante e la privativa-posteria (1923-1956) Venanzio Pedrinelli, classe 1893, è originario di Trenno, alle porte di Milano. Figlio di Luigi e Angela Arienti si trasferisce a Varese in cerca di un impiego, che trova come fuochista nello stabilimento della Birra Poretti a Induno Olona. Lì conosce Giuditta Mazzocchi, che lavora come cuoca in casa della famiglia Magnani, discendenti di Angelo Poretti e proprietari del birrificio. Dopo il loro matrimonio, nel 1923 Venanzio e Giuditta avviano un ristorante in una palazzina di due piani appartenente al complesso della Poretti, che diviene anche l’abitazione della famiglia. Due anni dopo all’esercizio del ristorante Venanzio aggiunge quello di una posteria con privativa di sali e tabacchi. Per i primi sei anni di attività Venanzio e Giuditta sono anche proprietari dell’immobile ma nel 1928 la Poretti lo riacquista e ne mantiene la proprietà fino al 2006. Negli anni quaranta Lucia e Renzo, nati nei primi anni di matrimonio di Venanzio e Giuditta, cominciano ad affiancare i genitori nella conduzione del negozio e del ristorante. Rimasto vedovo di Giuditta, Venanzio si sposa con la legnanese Ernestina Cerri e da questo secondo matrimonio nasce Carlo, che a differenza dei due figli di Giuditta, non ha parte nell’attività del ristorante. Nei primi anni il ristorante ha come principali clienti i carrettieri che vanno a caricare e scaricare le casse di birra alla Poretti, mentre il negozio di generi alimentari e di monopolio serve gli abitanti delle frazioni e delle cascine più vicine. Una miglioria apportata da Venanzio dopo alcuni anni di attività è la costruzione di alcuni campi da bocce, grazie a cui l’osteria diventa anche luogo di passatempo e di ritrovo per i vicini e per i clienti. Dopo il Secondo conflitto mondiale il locale si dota di una delle prime televisioni del circondario e accentua ancora di più il proprio ruolo di centro di aggregazione locale. Inoltre la tramvia turistica che collega Varese con Luino lungo la Valganna – funzionante dai primi del secolo fino al 1955 – fa una fermata non lontano dall’osteria, che diventa così un punto di ristoro per i villeggianti che utilizzano la linea. l controllo del birrificio viene ceduto nel 1939 dagli eredi Poretti alla famiglia Bassetti e nel corso di questo passaggio l’immobile che ospita l’attività della famiglia Pedrinelli viene mantenuto nella proprietà dell’azienda. Lo stretto legame con il birrificio Poretti diviene una delle linee di sviluppo del Ristorante Olona che, nato come ristoro per i carrettieri del birrificio, diventa con gli anni il luogo preferito per i pranzi di azionisti e dirigenti. I rapporti tra i vertici dell’impresa e la famiglia Pedrinelli sono improntati a familiarità e le sale del ristorante vengono utilizzate anche in occasione di piccole feste aziendali. Quando negli anni cinquanta lo stabilimento di Induno Olona diviene il principale centro produttivo del gruppo Poretti-Splugen, il ristorante ospita dirigenti e tecnici provenienti dalla Germania e dall’Alto Adige. Il Ristorante Olona di Renzo Pedrinelli, alta qualità per una clientela esclusiva (1957-1983) Alla morte di Venanzio nel 1957, la titolarità dell’impresa passa al figlio Renzo che la sviluppa con l’aiuto della sorella Lucia e della moglie Maria Carcano, detta Mariuccia. Nel passaggio di consegne Renzo decide di cessare l’attività di posteria e privativa, mantenendo in attività solamente il ristorante che può così aumentare la capienza fino a 50-60 posti a sedere. Nella nuova conduzione Renzo e Lucia lavorano principalmente in cucina alla preparazione delle pietanze mentre Mariuccia coordina il servizio in sala; oltre a loro sono attivi tre o quattro dipendenti tra cuochi, camerieri e lavapiatti. Renzo è appassionato di funghi, che raccoglie personalmente e introduce nel menu incontrando grande successo tra i clienti. La cucina del ristorante, ispirata alla tradizione lombarda, offre il meglio di sé nel corso dei mesi invernali quando le ricette sono più elaborate e sostanziose. La qualità del ristorante deve qualcosa anche alla selezione del vino, tra cui quello delle cantine Pio Cesare di Alba, storico fornitore già dai tempi di Venanzio, che viene acquistato sfuso e imbottigliato direttamente in casa. Nel 1961 nascono i due figli di Renzo e Mariuccia, i gemelli Venanzio e Chiara, che grazie all’identità tra casa e luogo di lavoro dei genitori crescono a stretto contatto con un’attività che imparano ad amare già da bambini e che in alcune occasioni assume i contorni della festa corale. Negli anni della loro infanzia la Poretti è l’unica realtà industriale in un contesto di cascine e insediamenti agricoli, da cui il ristorante si rifornisce delle principali materie prime: ortaggi, frutta, salumi, formaggi provengono dai dintorni, quando non vengono prodotti direttamente in casa. Il ristorante in questi anni aumenta la sua fama grazie alla frequentazione di importanti famiglie borghesi di Varese e di Milano, che ne apprezzano la cucina di tradizione e il clima familiare e che si tramandano questa passione di generazione in generazione. Alcuni di loro frequentano il ristorante da decenni perché sanno di potervi trovare i funghi in settembre e ottobre, la cassoeula in novembre e gli asparagi di Cantello a primavera. Un’altra fonte di intenso lavoro in questi anni è rappresentata dalla categoria dei rappresentanti di commercio, soprattutto nel settore delle calzature e della pelletteria, che per molti anni organizzano spesso pranzi di lavoro al Ristorante Olona. Nel corso degli anni settanta il ristorante riesce a costituire un bacino di clienti fedeli tra i frequentatori degli ippodromi di Varese e di Milano, anche grazie ad alcune manifestazioni sportive sponsorizzate dalla Birreria Poretti. Sfruttando la vicinanza all’Ippodromo delle Bettole e alcuni legami consolidati con personaggi del mondo dell’ippica, Renzo riesce in questi anni a portare a cena nel proprio ristorante una nuova clientela di prestigio, che a sua volta alimenta la

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Rigamonti Riccardo & c. snc

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Commercio Rigamonti Riccardo & c. snc DENOMINAZIONE SOCIALE | Rigamonti Riccardo & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Macinazione granoturco e commercio granaglie e generi alimentari INDIRIZZO | Via Varesina 40 | 21035 | Cunardo (VA) CONTATTI | T. 0332-716101 | F. 0332-716254 Un antico molino nelle valli varesine con il nome brianzolo (1787-1944) Il 27 aprile 1787 Carlo Rigamonti, originario di Barzago, località della Brianza lecchese, rileva da Pasquale Aimetti di Ganna il molino attivo a Cunardo, alimentato da una derivazione del torrente Margorabbia, emissario del Lago di Ghirla. Siamo a pochi chilometri dal confine con la Svizzera, in un’area agricola ricca di pascoli e seminativi posta a cavallo tra Valcuvia, Val Marchirolo, Valganna e Valtravaglia. La proprietà del molino passa in seguito a Natale Rigamonti, nipote di Carlo. Alla morte di Natale, nel 1903, la proprietà passa ai suoi figli maggiori, Pietro e Francesco, tra i quali si instaura la società di fatto Fratelli Rigamonti. Nel 1913, in seguito alla morte di Francesco Rigamonti avvenuta l’anno prima, entrano nella società i suoi figli: Luigi ed Ettore . Lo zio Pietro viene nominato tutore dei figli più giovani di Francesco, Riccardo, Alessandro, Giovanni. Maria, unica figlia femmina, non entra in società. L’impresa ha per oggetto l’attività di oleificio, molino, commercio al minuto di olio di semi e granaglie, con depositi in Luino, Lavena Ponte Tresa e Mesenzana. In memoria della sua antica origine il molino viene chiamato “Mulino Barzago”, nome con il quale è ancora oggi conosciuto. Nel 1931 muore Pietro Rigamonti che dal matrimonio con la maestra Ernesta Tonta non ha avuto figli. L’attività prosegue quindi con i nipoti Luigi ed Ettore. Il molino opera a pieno regime, spesso anche di notte, per la macinatura dei cereali (frumento, granoturco, orzo, avena, segale) conferiti dai contadini e proprietari della zona e la relativa produzione di farine e cascami, che trovano impiego nell’alimentazione umana e nella zootecnia. Accanto a ciò si produce olio di lino, il cui seme arriva dalla Sicilia e che sostituisce l’olio di oliva, all’epoca assente dalle valli prealpine, e ancora olio di mandorle, di noci e di ravizzone. Il vecchio molino è anche una fattoria dove si allevano mucche, cavalli e maiali, secondo un modello di economia rurale assai diffuso. Il prodotto principe è la farina di granoturco, la polenta, alimento base della cucina dell’epoca, acquistato e apprezzato anche dalle famiglie benestanti milanesi , che amano trascorrere la villeggiatura tra le campagne amene del vicino varesotto. Durante il secondo conflitto mondiale, l’attività del molino Rigamonti non subisce interruzioni, anzi si intensifica per venire incontro ai bisogni di una popolazione stremata dai disagi dalla guerra. Un mulino, un’impresa, due famiglie (1945-1969) Negli anni del dopoguerra l’impresa dei fratelli Rigamonti non conosce particolari cambiamenti: è uno dei tanti molini ad acqua attivi in un territorio punteggiato da aziende agricole e fattorie. I fratelli Luigi ed Ettore sposano le sorelle Candida e Rita Taglioretti. Le due famiglie vivono nella corte del molino. Sono due famiglie affiatate, dieci persone in tutto, quasi tutte impegnate in azienda, eccetto Alessandro e Maria, figli di Ettore, che scelgono strade diverse. La metà sono donne: Candida Taglioretti, moglie di Luigi, con le figlie Elena e Piera, e Rita Taglioretti, moglie di Ettore. I restanti due maschi sono Francesco, figlio di Luigi, e Riccardo, figlio di Ettore. L’impresa Rigamonti, con la sua attività artigiana di trasformazione, opera in un contesto economico e sociale ancora largamente caratterizzato dall’agricoltura e dall’allevamento, anche se non manca una tradizione industriale locale basata soprattutto sulla lavorazione della seta e della ceramica, peraltro in fase di declino. Nel 1951muore Luigi Rigamonti a cui succede il figlio Francesco, che affianca nella società lo zio e mugnaio Ettore, per diversi anni sindaco di Cunardo. Il figlio di quest’ultimo, Riccardo, appena ultimata la scuola di avviamento commerciale, inizia a lavorare nell’azienda di famiglia, occupandosi soprattutto della molitura. Il suo impegno aumenta quando, nel 1957, viene a mancare prematuramente Francesco, cui subentrano, quali eredi, l’anziana madre e le due sorelle Piera ed Elena, che condivide la firma sociale con lo zio Ettore. Seguendo l’esempio paterno, anche Riccardoricopre incarichi politici nell’amministrazione comunale, un impegno che proseguirà sino agli anni settanta. Nel frattempo cessa la produzione dell’olio di semi e, con lo sviluppo della motorizzazione, viene chiuso il deposito di Luino, mentre nel 1956 l’impresa è iscritta all’Albo artigiani. La consegna diretta dei prodotti presso i clienti, effettuata tramite un camioncino, rende necessaria, nel 1964, l’acquisizione della licenza di commercio ambulante. Nello stesso anno viene assunto come dipendente Renzo Borellini che sposerà nel 1971 Piera Rigamonti. Nel 1969 Ettore Rigamonti, che muore l’anno seguente, e Candida Taglioretti recedono dalla società, conferendo le loro quote ai figli, e conseguentemente l’impresa assume la nuova denominazione “Riccardo Rigamonti & C.” Nello stesso anno Riccardo Rigamonti sposa Renata Gironzini, diplomata in ragioneria, che collabora attivamente in azienda occupandosi della parte amministrativa. La coppia costruisce una casa nei prati circostanti il molino e vi si trasferisce. La lunga transizione verso l’impresa a prevalenza commerciale (1970-2011) Il paesaggio agrario è profondamente mutato: sempre meno coltivazioni e allevamenti, sempre più boschi e prati incolti. Molti mulini hanno chiuso i battenti, o stanno per farlo, ma non il mulino Barzago che, azionato dalla grande passione di Riccardo Rigamonti, ancora produce farine e cascami, seppure in quantità nettamente inferiori a quelle del passato. Alla contrazione dell’attività molitoria corrisponde, con l’inizio degli anni settanta, lo sviluppo di quella commerciale, svolta soprattutto presso la sede aziendale di via Varesina, che si arricchisce di nuovi articoli di vendita, come i terricci e i mangimi. Nel 1977 l’impresa Rigamonti è menzionata nell’Albo d’oro del lavoro, cui seguono altri riconoscimenti attribuiti (1981 e 1994) dalla Camera di commercio di Varese. Nel 1996 viene a mancare Renzo Borellini. L’anno successivo Elena e Piera Rigamonti recedono dalla società di fatto, cedendo la propria quota a Francesco Borellini, nato nel 1974 e diplomatosi in ragioneria. La società si trasforma in snc, i cui soci amministratori sono Riccardo

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Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc

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Commercio Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc DENOMINAZIONE SOCIALE | Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ferramenta INDIRIZZO | Piazza Garibaldi 7 | 21013 | Gallarate (VA) Pasquale Minoli, “successore a Furla” (1903-1938) Nel 1903 Pasquale Minoli apre un negozio per il commercio di ferramenta in piazza Garibaldi 7 a Gallarate. Le notizie biografiche sul fondatore sono scarne: sappiamo che nasce a Crenna nel 1876 e che la sua famiglia, come quella della moglie Carolina Magnoni è piuttosto benestante. Ne è conferma il fatto che, all’avvio dell’impresa, Pasquale è in grado di acquistare l’intero immobile di piazza Garibaldi dove insedia il negozio e dove stabilisce la propria abitazione. Nel corso degli anni la disponibilità di ingenti spazi dove costituire magazzini e depositi si rivela molto importante per favorire la crescita dimensionale dell’impresa. Per alcuni anni Pasquale mantiene sulla carta intestata, sotto al proprio nome, la dicitura “successore a Furla”, dal che si deduce che l’impresa è stata avviata rilevando una preesistente attività di ferramenta con un proprio bacino di clienti. La lettura di questa carta intestata del 1906 ci consente anche di inquadrare la varietà di articoli in vendita e le specialità della ditta: in alto, sopra il nome, campeggiano le tre categorie “Ferramenta, Ottonami, Chincaglieria”; a sinistra del nome si legge “Assortimento in ferro smaltato e posateria, stufe, cucine e ghiacciaie per famiglie, articoli per capimastri, canali, e lamiere, utensili agricoli e industriali”; sulla destra troviamo “Specialità in ferri da taglio ed articoli per falegnami, grande deposito di chioderie, punterie, viti e bulloni, assortimento cordami, colla, carta e tela vetrata e smerigliata”; infine, più in basso, “Ranze e messorie marche Rosa, Serpente e Stella”. La varietà dell’assortimento è un segno di come il negozio si pone contemporaneamente al servizio dell’utenza professionale e di quella domestica, per quanto la distinzione tra le due destinazioni non fosse marcata come lo è oggi. Pasquale e Carolina lavorano insieme nel negozio e riescono in pochi anni a diventare un punto di riferimento in città per chiunque abbia bisogno di utensili da lavoro o di articoli per la casa. Dal loro matrimonio nel 1898 nascono tra il 1900 e il 1921 Maria, Francesco detto Franco, Adele, Gaetano detto Nino, Carlo e Arturo. Franco, Nino e Arturo, in tempi diversi a seconda dell’età, affiancano i genitori nella conduzione del negozio. Arturo si diploma in ragioneria presso il collegio San Carlo di Milano; Carlo prosegue negli studi e diventa farmacista, lavorando nella storica farmacia Daho’ in piazza Garibaldi, sul lato opposto rispetto alla ferramenta. La farmacia viene rilevata da Carlo e tuttora è attiva sotto la conduzione della dottoressa Renata Minoli, sua figlia. I tre figli di Pasquale. Una squadra ben assortita (1939-1966) Nel 1939, in seguito ad un atto di donazione da parte di Pasquale, i tre figli Franco, Nino e Arturo proseguono l’attività con una nuova società, la Ditta Minoli Pasquale snc, anche se è il padre, fino alla morte avvenuta nel 1943, a mantenere le maggiori responsabilità decisionali nell’impresa. Durante la Seconda guerra mondiale Arturo è l’unico dei tre chiamato al fronte, insieme a Carlo, mentre i due fratelli maggiori possono continuare nella conduzione del negozio. Subito dopo la guerra Arturo si sposa con Luciana Gaiazzi continuando ad abitare nella casa di famiglia. Dal matrimonio nascono Luisa, Franca e Alessandra. Con la scomparsa dei genitori tra il 1943 e il 1949 si forma la struttura operativa che sostiene l’attività per il successivo ventennio. Dei tre fratelli Franco è il capo amministrativo e rappresenta la massima autorità nell’organizzazione dell’impresa: la sua abitudine a gestire in nome proprio gli affari dell’impresa non viene messa in discussione dagli altri due fratelli. Nino è presente al banco di vendita dove lo affianca Arturo che, anche per un semplice dato anagrafico, è considerato dai fratelli il “jolly” per tutte le necessità del negozio. Le sorelle Maria e Adele non partecipano all’attività che, dopo la scomparsa di Carolina, diventa per alcuni decenni un ambito riservato agli uomini di famiglia. La disponibilità di ampi spazi per immagazzinare le merci in attesa della loro vendita è molto importante per garantire alla clientela un ampio assortimento. Il volume e il peso delle merci movimentate rendono necessaria la presenza di un organico di circa 10-12 persone, in parte addette alla vendita e alla gestione dei magazzini, in parte alla contabilità. Gli anni cinquanta e sessanta rappresentano un periodo di intenso lavoro per l’impresa, che rifornisce aziende e artigiani del territorio gallaratese. I settori con cui l’impresa lavora maggiormente sono quello meccanico e quello edilizio, il cui boom accompagna la crescita dell’impresa, mentre nel tempo perdono di importanza le forniture per la lavorazione del legno. Nel secondo dopoguerra l’assortimento del negozio si adegua alla rapida innovazione dei materiali: gli articoli casalinghi in ferro smaltato lasciano posto alla plastica e fanno la loro comparsa gli utensili elettrici. Nel pieno di questa fase di crescita l’impresa deve fare fronte ad un avvicendamento tanto inatteso quanto improvviso. Tra il febbraio e il luglio del 1966 muoiono i due fratelli maggiori e a loro subentrano come eredi il figlio maggiore di Franco, Pasquale detto Linuccio, nato nel 1933, che entra attivamente nella conduzione del negozio al fianco dello zio Arturo, e Ambrogio, nato nel 1940, che eredita le quote del padre Nino ma non gli subentra nel ruolo operativo. Arturo e Pasquale, tra seconda e terza generazione (1967-1986) Con la scomparsa dei fratelli maggiori Arturo deve farsi carico di crescenti responsabilità mentre il nipote Pasquale, rimasto fino ad allora lontano dall’attività, si inserisce occupandosi delle vendite. La transizione non è facile in quanto la presenza di Franco e Nino aveva mantenuto il fratello minore lontano da compiti decisionali e organizzativi. A partire da questo momento Arturo deve necessariamente dividersi tra la gestione degli acquisti e la vendita, mentre la parte amministrativa viene perlopiù delegata a suoi collaboratori. Arturo e il fratello Carlo vivono con le rispettive famiglie nello stesso immobile che ospita il

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Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas

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Commercio Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria, orologeria e ottica INDIRIZZO | Corso Aldo Moro 19 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-281020 | www.gioielleriaossola.com Gino Ossola, da artigiano a commerciante (1919-1949) Il fondatore di questa impresa commerciale di oreficeria e gioielleria è Giovanni Ossola, detto Gino, nato a Varese nel 1891 da Luigi e Maria Minonzio. Le notizie sulla formazione e l’apprendistato professionale di Gino sono scarne, così come i dati sull’avviamento della sua prima attività. Dalla testimonianza dei suoi due figli, attuali titolari dell’impresa, si può fare risalire agli anni immediatamente successivi la Prima guerra mondiale l’inizio dell’avventura imprenditoriale della famiglia Ossola. In questi stessi anni Gino si lega in matrimonio con Rosa Martignoni, madre del primogenito Franco (1921-1949). Attorno al 1919 Gino subentra in un’attività di orefice alla famiglia Santini: il fatto che per alcuni anni il nome dei precedenti proprietari sia rimasto nell’intestazione dell’impresa, “Ossola già Santini”, fa presupporre che Gino subentrasse ad una ditta già affermata, con un bacino di clienti propri. Nei primi anni Gino alterna periodi di lavoro in proprio ad esperienze di società con altri colleghi. Nel 1924, quando costituisce una ditta individuale a proprio nome, dichiara di succedere nell’attività alla “Faoro e Ossola”; nel 1930 cessa la ditta individuale per costituire con un tal Giorgi la società in nome collettivo “Ossola e Giorgi”, ma due anni più tardi apre una nuova ditta a proprio nome. Il trasferimento della sede di lavoro dalla zona di piazza della Motta, allora periferica, all’importante arteria di corso Roma risale ai primi anni venti, forse in coincidenza con la costituzione della prima ditta individuale, e segna il passaggio da un’attività puramente artigiana all’esercizio del commercio al dettaglio. Anche l’abitazione della famiglia Ossola viene spostata in un appartamento ubicato sopra il negozio, presi entrambi in affitto. Le poche informazioni su questo periodo di attività non consentono molti approfondimenti, salvo quello che ci viene tramandato dalle testimonianze degli eredi. Sulla base di queste si può ricostruire come Gino, nato professionalmente come artigiano orefice, abbia ampliato l’oggetto dell’attività nel corso degli anni trenta, estendendolo al commercio di strumenti ottici e fotografici. Ne emerge il profilo di un uomo in grado di abbinare la propria maestria di artigiano con l’intuito commerciale. Alla fortunata biografia imprenditoriale del fondatore fa da contraltare una vicenda personale travagliata: rimasto vedovo nei primi anni trenta, Gino sposa nel 1936 in seconde nozze Angela Civelli (1911-2010), nativa di Barasso dove i genitori gestivano un mulino tuttora esistente. Prima delle nozze Angela lavorava come segretaria amministrativa in una clinica privata e in seguito affiancherà Gino nella conduzione del negozio. Negli anni in cui la famiglia Ossola si completa con la nascita dei figli Luigi (1938) e Aldo (1945), il figlio maggiore è in procinto di iniziare una gloriosa quanto breve carriera sportiva. Franco infatti inizia a giocare a calcio nel Varese verso la fine degli anni trenta e nel 1939 si trasferisce a Torino, dove diventa una delle colonne portanti della storica compagine granata protagonista del tragico incidente aereo di Superga nel maggio 1949. Negli anni in cui si afferma la fama di Franco il negozio del padre diventa un punto di riferimento per gli appassionati sportivi della città. Pochi mesi prima della morte di Franco un’altra disgrazia colpisce la famiglia Ossola: di ritorno da Milano in autostrada, Gino e la moglie sono vittime di un incidente stradale in cui lui perde la vita. Angela si salva dopo essere rimasta in coma per alcuni giorni e si trova a fronteggiare da sola la difficile scelta di proseguire l’attività del negozio in nome e per conto dei figli minori, che nel 1949 hanno rispettivamente 11 e 4 anni. Angela Civelli Ossola: il dovere di imprenditrice (1950-1982) Dopo la morte di Gino e del figlio Franco i due rami della famiglia, pur mantenendo saldi e continui rapporti, separano le proprie attività. A Varese Angela prosegue l’attività del negozio, in cui viene successivamente affiancata dai figli, mentre gli eredi di Franco (la vedova Piera Bernardi e i figli Franchino e Daniela) si stabiliscono a Torino e abbandonano ogni interesse nel settore della gioielleria. La fama acquisita dal negozio nei primi trenta anni e la favorevole congiuntura economica del dopoguerra aiutano la vedova a risollevare le sorti dell’impresa, che cresce e si afferma come una delle realtà più in vista della città. Angela si rivela donna di forte volontà e ottime capacità imprenditoriali, assumendo in prima persona la gestione del negozio. Con la scomparsa di Gino vengono meno alcune delle competenze tecniche e artigiane del negozio e Angela decide dopo alcuni anni di cessare la vendita di articoli per la fotografia e di iniziare quella di alcuni prestigiosi marchi di orologeria svizzera. Un elemento di continuità con la precedente gestione e un supporto importante vengono dalla presenza di uno storico e affezionato dipendente, Emilio Bertani, che ogni mattina raggiunge Varese dall’alta Valganna. Un’altra dipendente, Antonietta Tosetti, viene invece assunta da Angela nei primi anni cinquanta e diventa in breve una fidata collaboratrice e un’amica anche fuori dal negozio. Il buon andamento dell’attività consente inoltre alla vedova di acquistare nel corso degli anni sessanta l’immobile contiguo dove vengono trasferiti sia il negozio che l’abitazione di famiglia e dove tuttora opera l’impresa. Nel 1959, in concomitanza con il raggiungimento della maggiore età da parte di Luigi, viene decisa la trasformazione della ditta individuale in società di fatto con la denominazione “Eredi di Ossola Gino”: Angela mantiene una quota minoritaria e i due figli entrano nella società. Nel 1966 anche Aldo diviene maggiorenne e anche per lui cessa la tutela della madre. Il supporto dei figli nella gestione del negozio, sebbene facilitato dalla compresenza di casa e bottega, si limita per molti anni ad aiuti sporadici, visto che anche Luigi e Aldo intraprendono carriere sportive che assorbono buona parte del loro tempo. Luigi, dopo una breve

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Pasticceria Veniani Sas di Clerici Alessandro & C.

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Commercio Pasticceria Veniani Sas di Clerici Alessandro & C. DENOMINAZIONE SOCIALE | Pasticceria Veniani sas di Clerici Alessandro & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Bar, caffè , commercio al minuto di pasticceria e gelati INDIRIZZO | Piazza Matteotti 4 | 21026 | Gavirate (VA) CONTATTI | T. 0332-743084 | F. 0332-743084 | www.bruttiebuoni.it Le origini: “Brutti e buoni” e tanto altro (1875-1901) Costantino Veniani nasce nel 1851 da una famiglia di proprietari terrieri di Ternate. Apprende sin da giovanissimo i segreti dell’arte dolciaria lavorando presso le primarie pasticcerie di Milano. Nel 1875 acquista a Gavirate una locanda per il cambio di cavalli, la trasforma e, con l’aiuto della moglie Giuseppina Anderwill, avvia l’attività di caffè pasticceria . Da allora Veniani vuol dire i “Brutti e buoni di Gavirate”, semplici e piccoli dolci a base di nocciole e mandorle tostate, nati da una ricetta originale di Costantino, che nel 1878 ottiene dal Ministero agricoltura industria e commercio del Regno d’Italia l’attestato di “privativa industriale”: mandorle di Avola, nocciole di Cuneo, fragranza mitteleuropea. Il locale è raffinato, l’atmosfera è quella spensierata della belle epoque. I clienti sono per lo più i notabili del posto ma anche avventori illustri richiamati dalla fama dei “Brutti e buoni”, tra i quali Giuseppe Verdi,la Regina Elena e Giosuè Carducci. Dietro l’euforia del locale, i macchinari del laboratorio artigiano movimentati dalle pulegge, il forno dal pesante sportello in ghisa caricato a fascine. Sopra, le stanze da letto sarà sempre così: la casa nel negozio, il negozio nella casa. Costantino non si limita ai “Brutti e buoni”, ma realizza un proprio ricettario che copre tutte le specialità possibili e immaginabili dell’epoca. Su di un piccolo quaderno annota minuziosamente le indicazioni per la preparazione di elisir, vermut, tonici e aperitivi, in cui diventa maestro. Tutto realizzato con tecnologie povere, con niente, ma con testa e cuore d’artista. E così sulla pasticceria Veniani iniziano a fioccare premi: medaglia di bronzo all’Esposizione regionale Varesina del 1886, medaglia d’oro per i “Brutti e buoni” all’Esposizione campionaria di Roma del 1898. Ma a Costantino Veniani rimane poco tempo per godersi la fama raggiunta: colpito da un attacco cardiaco muore improvvisamente a soli cinquant’anni nel 1901, lo stesso anno in cui muore il suo cliente più famoso: Giuseppe Verdi. Il consolidamento (1902-1951) La prematura scomparsa del marito non demoralizza Giuseppina Anderwill, che ha coraggio da vendere. Prende in mano la situazione, gestisce con polso fermo le maestranze (un pasticciere e un garzone di origine armena che alloggiano come ospiti nella “foresteria”), partecipa a fiere ed esposizioni, amplia negozio e abitazione acquistando, a forza di debiti, le piccole botteghe-case confinanti. È imprenditrice e madre insieme, dovendo provvedere alla cura del figlio Giuseppe (nato nel 1887), che è ancora ragazzo e frequenta con passione una scuola di elettrotecnica. In occasione di un’esposizione svoltasi a Torino, Giuseppina Anderwill conosce il conte Teofilo Rossi, sindaco della città e fondatore della Martini e Rossi, che le consiglia di registrare il marchio di fabbrica già concepito dal marito (e a tutt’oggi regolarmente rinnovato). Si tratta di una cartina che avvolge e infiocchetta a due a due i “Brutti e buoni” e riproduce, disegnati in stile liberty, scorci del paesaggio locale. Al centro riporta una frase a firma di Costantino, che mette in guardia dal non confondere i suoi “Brutti e buoni”, i soli originali, con quelli di altre pasticcerie che cercano di imitarli. Giuseppe abbandona presto i suoi sogni elettrici, gira mezza Europa per fare esperienza e diventa pasticciere provetto come il padre, aiutando così la madre. A 33 anni sposa Giuseppina Rossini e quando, nel 1928, muore sua madre, subentra nell’impresa costituendo la ditta individuale “Caffè Pasticceria Veniani di Veniani Giuseppe”. È il periodo del regime fascista ma la nuova Giuseppina è così affabile con tutti i clienti che la pasticceria è frequentata dal podestà come dai cospiratori. Ma anche dalle celebrità del tempo: Amedeo Nazzari, la scrittrice Mura, la cantante e attrice Elsa Merlini e il vignettista satirico Giuseppe Scalarini. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale la clientela, naturalmente, si dirada e le materie prime scarseggiano. La pasticceria è comunque un punto di ritrovo degli ufficiali alloggiati nella vicina caserma. Nel 1946 Giuseppe Veniani muore, stroncato da un infarto come suo padre. Attilio Rossini, già pasticciere a Milano presso l’Alemagna, affianca la sorella Giuseppina. Nel 1951 subentra la ditta individuale “Pasticceria Veniani di Rossini Giuseppina ved. Veniani”. L’impresa femminile (1952-1990) Giuseppina Veniani ha due figlie, Costantina e Augusta, che nella casa-negozio hanno studiato per conseguire un titolo di studio – diploma magistrale la prima, segretaria di azienda la seconda – apprendendo nello stesso tempo il mestiere della propria vita. Augusta è sposata con Claudio Clerici, un geometra che non si occuperà mai della pasticceria, facendo tutt’altro (sarà uno primi progettisti della nascente metropolitana di Milano). Costantina è nubile e lo rimarrà per sempre. A portare avanti l’azienda ci sono quindi tre donne. Augusta si occupa insieme al pasticciere di famiglia, Attilio, del laboratorio, che alla fine degli anni cinquanta viene completamento rinnovato. Giuseppina tira su la saracinesca del negozio dopo essere tornata dalla messa mattutina delle sei mentre la figlia Costantina la riabbassa intorno alla mezzanotte; e così per 365 giorni all’anno, festivi compresi, pomeriggio di Natale escluso. L’impresa femminile attraversa con successo i “gloriosi venti”, dagli anni cinquanta a tutti i sessanta. Arriva la televisione, crescono i ceti medi, giungono i migranti dal sud Italia. E la sera tutti da Veniani, che possiede l’unico televisore del quartiere, a guardare Lascia o raddoppia?. O soltanto per bersi un bicchiere e chiacchierare, incontrando magari gli atleti sponsorizzati da Giovanni Borghi, patron della grande Ignis. Sono gli anni d’oro del caffè-comunità. Andato in pensione Attilio Rossini, il laboratorio di pasticceria si avvarrà sempre di persone qualificate esterne all’azienda. La produzione dolciaria rimane notevole nonostante siano venute a mancare le forniture a rivenditori ed alberghi. Tra gli habitué c’è anche Guido Morselli, grande scrittore ignoto ai più e divenuto famoso solo post-portem, che

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Mario Crespi

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Commercio Mario Crespi DENOMINAZIONE SOCIALE | Mario Crespi Spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio semilavorati metalli non ferrosi grezzi e rottami INDIRIZZO | Viale Milano 153 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-792028 | F. 0331-793883 | www.crespimetalli.com L’avvio dell’attività fino agli anni Sessanta Garibaldi (1938-1959) L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di integrare l’attività paterna, Mario avvia in proprio un’attività di raccoglitore ambulante di rottami metallici munito di motofurgoncino, con sede in via Birago 22 a Gallarate. Nel 1947 Mario Crespi esercita il commercio dei semilavorati metallici non ferrosi e grezzi nonché dei rottami. La sede dell’impresa viene trasferita in piazza Montegrappa, dal 1957 via Galilei. Qui il capannone e l’abitazione si fronteggiano divisi da un ampio cortile e si crea pertanto un forte connubio tra l’attività imprenditoriale e la vita famigliare al punto che alcuni dipendenti facevano da babysitter ai figli di Mario, Giorgio e Silvano. Gli anni cinquanta vedono l’impresa strutturarsi e ampliare la propria attività. Il numero dei dipendenti sale a 20 e nel 1955 viene aperto un deposito a Gozzano, in provincia di Novara in quello che poi diverrà il distretto industriale del Cusio. L’anno successivo prende avvio l’attività di trasformazione dei prodotti già commerciati con lavorazione presso terzi. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1960-1979) Nel 1968 la ditta si trasferisce nella sede attuale, in viale Milano. Qui vengono costruiti ampi spazi di magazzino, strutture tecnologiche (carri-ponte) adatte allo spostamento di grandi pesi, uffici moderni che utilizzano le nuove soluzioni architettoniche dell’open space. Le dimensioni della sede e la modernità degli impianti esprimono le aspettative di crescita che all’inizio degli anni settanta sembravano aprirsi all’economia italiana. Sulla spinta dell’aumento dei volumi del commercio, anche le dimensioni occupazionali crescono: il numero dei dipendenti sale fino a 30, di cui 8 autisti. In questi anni il rapporto di fidelizzazione con il cliente e con i dipendenti è molto forte tanto che l’azienda arriva ad organizzare viaggi all’estero a cui partecipano entrambi. Anche la struttura societaria si sviluppa coerentemente con la crescita economica: nel 1971 la ditta individuale si trasforma nella società di fatto “Mario Crespi & C.” con l’ingresso in società della moglie Maria Bruna Giraldo e dei figli Giorgio e Silvano. Nel 1972 entra nella società anche il figlio minore Alessandro. Nel 1980 avviene la trasformazione in società per azioni. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2006) Nel 1982 muore Mario Crespi e Silvano Crespi viene nominato amministratore unico. La successione coincide con una forte trasformazione del mercato che si riflette sull’andamento e sull’organizzazione dell’impresa. Nelle zone di maggior consumo, si diffondono i magazzini dei produttori di semilavorati che vendono direttamente ai clienti, scavalcando l’intermediazione mercantile. La Crespi riesce a mantenere una certa quota di mercato grazie alla vendita di barre forate – largamente utilizzate per la produzione di rubinetterie nel distretto del Cusio – e alla solidità dei rapporti di collaborazione costruiti nei decenni precedenti sia con i clienti, sia con importanti produttori. La quantità del prodotto lasciato all’intermediazione commerciale si riduce sempre più e questo aumenta la concorrenza tra intermediari. Diventa necessario ricorrere alla conoscenza del mercato, conoscerne le nicchie e sfruttarle dedicandosi a prodotti una volta trascurati. Per l’impresa, ad esempio, è stato importante inserire il settore del semilavorato. Le imprese manufatturiere utilizzano leghe particolari di alto valore unitario. Le lavorazioni producono naturalmente scarti che rappresentano un costo sensibile per i produttori. A partire dagli anni ottanta la Crespi ritira questi rifiuti dai propri clienti e li ricicla: servendosi di terzisti, li trasforma in nuovi semilavorati. In questo modo l’impresa consente ai clienti di ottimizzare gli scarti e rafforza i rapporti reciproci di solidarietà e fedeltà. Negli anni cambia il modo di conservare e movimentare i prodotti in magazzino: da assetti verticali si passa ad assetti orizzontali. Nel deposito di via Cavallotti il materiale veniva spostato a mano e collocato in verticale contro le pareti. Nel nuovo deposito in viale Milano, l’operazione viene invece effettuata grazie al carro-ponte: il materiale, che giace orizzontalmente, è sollevato da terra e caricato su carri aperti. Attualmente l’utilizzo dei container al posto dei carri aperti comporta la sostituzione del carro ponte con i muletti. Ciò crea una nuova modalità di stoccaggio del materiale su più livelli che permette di sfruttare meglio lo spazio. Nel 2000 la Mario Crespi spa ha 18 dipendenti. Oggi l’attività dell’impresa è influenzata dalla crescente internazionalizzazione dei mercati e dalle modificazioni che i prezzi delle materie prime subiscono quotidianamente. Il prezzo si forma suoi mercati internazionali, soprattutto alla Borsa di Londra e ciò significa che i contratti con i clienti devono essere stipulati rapidamente. Grazie al rapporto fiduciario con il cliente, gli accordi vengono conclusi verbalmente e solo successivamente la transazione viene formalizzata. La rapidità nella consegna è l’elemento che rende concorrenziale l’impresa nei confronti dei produttori. Ciò è conseguenza del mutamento di cicli produttivi sempre più fondati su una variabilità dei prodotti cui occorre rispondere con tempestività; ma deriva anche dalla necessità dell’impresa che i flussi di scarti in entrata e di semilavorati riciclati in uscita siano equilibrati in modo da non generare scompensi sul bilancio aziendale. Oggi l’impresa è dimensionalmente più piccola – gli occupati sono scesi da 30 a 14 nell’arco di un ventennio – ma al contempo sempre più pronta a rispondere agli stimoli che vengono dal mercato. Attualmente il magazzino di via Galilei ospita la collezione d’arte privata di Giorgio Crespi. L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di

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M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc

Commercio

Commercio M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc DENOMINAZIONE SOCIALE | M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Libreria, cartoleria. INDIRIZZO | Corso Moro 3 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-282182 | F. 0332-232369 | www.libreriapontiggia.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1890-1959) Marco Pontiggia alla fine dell’Ottocento lavora come libraio presso una cartoleria e libreria in piazza Monte Grappa a Varese di proprietà di una anziana signora, Gaetana Perfetti, che, non avendo eredi disposti a continuarne l’attività, gli cede il negozio nel 1890. Nel 1930, Marco lascia l’attività nelle mani del figlio Antonio (1892-1981) il quale nel 1934 trasferisce il negozio in corso Roma (dal 1979 ridenominato corso Aldo Moro). In quell’occasione, l’impresa viene registrata in Camera di commercio come ditta individuale. Nel 1928 Antonio sposa Elsa Minola Cattaneo che dà grande impulso alla libreria diversificando i prodotti commerciati: accanto ai libri, la vendita si apre a generi complementari o da regalo quali la pelletteria (servizi da scrittoio, cartellette), gli articoli religiosi, le cornici in metallo e cuoio. Nel 1936 nasce Eligio, figlio di Antonio ed Elsa, che, per la compresenza nello stesso stabile di abitazione e negozio, si trova a vivere sin dall’infanzia in libreria. Nel 1946 l’impresa si trasforma in società di fatto con l’ingresso di Elsa Minola accanto ad Antonio. La struttura è a composizione prevalentemente familiare: in negozio sono presenti anche una sorella di Antonio, Maria Augusta due commesse e un fattorino. Ad essi si aggiunge nel 1953 Eligio che, superando alcuni dubbi sul futuro del settore, decide di abbandonare gli studi liceali per aiutare i genitori nella conduzione dell’attività. Gli anni sessanta e settanta (1960-1979) Nel 1964 Eligio Pontiggia entra ufficialmente in società e vive in prima persona l’intenso sviluppo degli anni sessanta che farà della libreria un punto di riferimento culturale a Varese. Egli comprende che gestire una grande libreria richiede una solida preparazione culturale e competenze da bibliotecario: bisogna conoscere quanto prodotto dalle varie case editrici, saper guidare il cliente nella scelta e, soprattutto, offrire la disponibilità del libro cercato. Di conseguenza, una libreria importante conserva in sede una elevata quantità di pubblicazioni, indipendentemente dal loro successo editoriale. Tutto questo impone un ampliamento degli spazi espositivi e l’incremento del personale. Posta dinanzi all’opzione della crescita e stimolata dall’affacciarsi di nuovi concorrenti, la famiglia Pontiggia decide di accettare la sfida, confortata anche dai buoni risultati di vendita. Il negozio viene strutturato su più piani e nel 1967 viene acquistato un vicino magazzino per sgomberare i sotterranei dove viene collocato il reparto cartoleria. Seguendo il modello della Feltrinelli di Firenze, il negozio si dispone ora su più piani. Per l’occasione viene acquistato l’arredamento necessario in Germania dalla ditta Bruback, specializzata in arredo per cartoleria. Nel 1969 Eligio sposa Maria Teodora Casalis che, dopo la nascita dei tre figli, Antonio, Anna Giulia e Chiara, affianca dal 1974 il marito in libreria. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2008) Nei primi anni ottanta i genitori di Eligio lasciano la conduzione dell’attività al figlio che coinvolge anche la moglie Maria Teodora Casalis nell’assetto societario. Nel 1981, dopo la morte di Antonio Pontiggia l’impresa si trasforma in società in nome collettivo. Due anni dopo l’oggetto sociale viene ampliato alla legatoria di libri, alla riproduzione di disegni tecnici con macchine eliografiche, fotocopiatrici e duplicatrici e alla vendita di articoli per disegno e belle arti. Nello stesso anno viene aperto un magazzino in via Ugo Foscolo in vista di un nuovo e definitivo ampliamento degli spazi commerciali. A partire dal 1985, in seguito a una definizione di successione fra Eligio Pontiggia e la sorella Giovanna, si ha la seconda e definitiva espansione di sede, con l’acquisizione degli spazi appartenuti all’ex Calzaturificio di Varese, al primo piano. Il 1985 è anche l’anno in cui viene avviata la riorganizzazione informatica dell’impresa che ancora oggi ne garantisce l’efficenza gestionale. Viene introdotto un sistema per la gestione dei titoli che consente di conoscere in tempo reale i guadagni o le perdite con i singoli editori. La libreria entra a fare parte di una rete informativa (il Gruppo Libris) e riesce a garantire al cliente una più efficace reperibilità dei volumi richiesti. Il ricorso all’informatica consente poi di ridurre la merce in giacenza e ciò porta alla cessione del magazzino nel 1995. Negli anni novanta l’andamento delle vendite subisce una forte contrazione a causa della nascita della catena “Il Libraccio” specializzata nei testi scolastici. Se infatti la libreria Pontiggia poteva fino ad allora contare su un fatturato di circa un miliardo di lire all’anno solo sui testi scolastici, l’avvento di questa catena di negozi, incentrata molto sulla compravendita di libri usati, fa scendere il giro d’affari a trecento milioni di lire. Seguendo l’esempio di quanto avviene in altri settori, l’impresa diviene più “leggera” e può contenere i costi finanziari. Anche il personale scende progressivamente da 18 ai 14 dipendenti del 2000, tra cui i figli di Eligio, Antonio e Anna Giulia. La libreria Pontiggia negli anni è diventata un punto di riferimento culturale della città di Varese: tra i visitatori e i clienti illustri spiccano i nomi di Piero Chiara, Guido Morselli, Renato Guttuso, Giovanni Spadolini. Il fatturato si mantiene alto ma i costi di gestione si fanno sentire nell’andamento dell’attività. Tra i 357.000 titoli che gestisce, Eligio Pontiggia mantiene, anche edizioni di piccole case editoriali che comportano vendite esigue e bassi ritorni economici. E tuttavia è importante tenerle perché lo spirito di servizio al cliente, la varietà e la completezza d’offerta prevalgono sul calcolo economico. Oggi la libreria risente di due problemi strutturali. Da un lato pesa il declino del territorio che non è limitato unicamente alla deindustrializzazione: il ridimensionamento del progetto Euratom, che nel passato portava a Varese una popolazione di 5/6.000 addetti, tra cui molti ricercatori esteri, ha costituito un grave impoverimento qualitativo per la provincia. Dall’altro, l’effetto congiunto del calo del potere d’acquisto e dell’espansione della grande distribuzione commerciale determinano un calo delle vendite. Questo, sia

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G. Bianchi

Commercio

Commercio G. Bianchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Società per azioni Giuseppe Bianchi alimentari e coloniali FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio all’ingresso di generi alimentari e coloniali INDIRIZZO | Via Roma 21/a | 21045 | Gazzada Schianno (VA) CONTATTI | T. 0332-872111 | F. 0332-870803 | www.gbianchi.it Origini e primi sviluppi (1908-1926) Giuseppe Bianchi, nato a Tradate nel 1883, a venticinque anni ha già preso le decisioni fondamentali della sua vita: si sposa con Paola Bernasconi, abbandona gli studi universitari, lavora presso le imprese altrui per poi metterne in piedi una propria. Questa nasce nel 1908 con l’apporto decisivo di capitali di uno zio della moglie, ingegnere ferroviario in Argentina, che crede nelle capacità dell’intraprendente Giuseppe: una piccola drogheria nel centralissimo corso Matteotti di Varese, all’epoca corso Vittorio Emanuele. Ma è con la successiva esperienza che Giuseppe si fa le ossa da imprenditore. Insieme alla moglie e grazie anche al sostegno dell’allora Credito varesino, Giuseppe affianca presto alla drogheria un esercizio all’ingrosso di generi alimentari, che apre i battenti in via Sempione sempre a Varese. È l’intuizione giusta, perché la nuova attività conosce da subito una crescita straordinaria, intercettando le trasformazioni economiche dell’epoca, basate sullo sviluppo dei traffici coloniali e delle vie di comunicazione, che richiedono strutture commerciali più moderne e idonee alla concentrazione e distribuzione delle merci. Sotto la spinta del crescente bisogno di spazio, nel 1926 l’attività di commercio all’ingrosso si trasferisce a Gazzada , un piccolo comune contiguo a Varese, dove ha tuttora sede la società. La scelta del luogo è particolarmente felice, perché situato tra la strada provinciale che collega Varese a Gallarate e la linea ferroviaria statale che congiunge il nord al sud. E, oggi, con l’aeroporto Malpensa a due passi. Sorge così, sempre con l’aiuto della “banca amica”, un grande e per l’epoca moderno complesso commerciale, che rappresenta anche una delle prime edificazioni in cemento armato realizzate nella provincia di Varese. Insomma, l’impresa giusta al momento giusto nel posto giusto. La grande crescita (1927-1969) La drogheria di Varese è l’emporio al minuto per le famiglie, dove si trova e si compra di tutto e si respirano odori di cui si è persa la memoria. Altre drogherie Bianchi verranno in seguito aperte nei comuni di Tradate, Gallarate, Mortara, Novara e Milano, contribuendo a rafforzare l’immagine dell’impresa, anche se cesseranno via via l’attività. Il centro ingrosso di Gazzada è invece al servizio delle piccole aziende commerciali sparse nella zona. Dispone di un efficiente raccordo ferroviario, di grandi piazzali per gli autotreni e di magazzini per lo stoccaggio e la conservazione delle merci. Proprietario dei terreni sui quali sorge il complesso, Giuseppe Bianchi fonda, alla fine degli anni trenta, una propria società immobiliare. L’attività si allarga al ramo industriale, con la produzione diretta di concentrato di pomodoro in Emilia, l’acquisizione in Libia di una tonnara per la pesca e la lavorazione del tonno. È del 1941 l’apertura a Lissone di un’azienda, l’Acsal, che inizia a produrre scatolette di carne conservata in gelatina (la famosa carne Montana), registrando un enorme successo. Anche Gazzada è un po’ come uno stabilimento dove si confeziona un’incredibile varietà di prodotti. La moltiplicazione e la valorizzazione di una pluralità di marchi propri (come ad esempio il Molino Rosso) o di fabbrica rappresenta un aspetto peculiare della strategia commerciale perseguita dall’impresa. Questo orientamento al fare “tutto in casa” verrà negli anni abbandonato con la crescente focalizzazione sull’attività distributiva in senso stretto. Nel 1951 la ditta Bianchi si trasforma in “Commerciale Giuseppe Bianchi spa”, con sede legale a Milano e sede operativa a Gazzada. In quel periodo l’impresa ha 100 addetti circa, una dimensione che rimarrà sostanzialmente invariata nel tempo.L’intesa con il Credito varesino non viene mai meno, al punto che Giuseppe Bianchi, detentore di un consistente pacchetto di azioni, ne diventa consigliere. E se il Credito varesino è la banca di Giuseppe, questi è a sua volta la “banca” dei suoi clienti, ai quali concede di ritardare i pagamenti. Una generosità che Giuseppe mostra anche nei riguardi dei dipendenti, specie se bisognosi, ai quali è legato da un rapporto di genuino e affabile paternalismo. Alla fine degli anni sessanta la vecchia drogheria amplia i propri spazi con la totale ristrutturazione dell’immobile all’angolo tra corso Matteotti e piazza Carducci. Poco dopo la società realizza in via Manzoni un imponente edificio, caratterizzato da una serie di gallerie di raccordo tra alcune vie cittadine, che ospitano negozi e boutique di un certo livello. Ancora una volta Giuseppe, ormai anziano, ha colto i segni del tempo: l’evoluzione degli stili di vita e l’affermarsi di consumi più sofisticati, che di certo trovano nella ricca Varese un ambiente particolarmente favorevole al loro sviluppo. Dall’ingrosso tradizionale al cash & carry (1970-1999) L’ultraottantenne Giuseppe è alle prese con il problema della trasmissione dell’impresa. Ha avuto due figlie, che non si sono mai occupate dell’azienda, mentre i nipoti sono ancora troppo giovani per poterlo fare. Coinvolge allora alcuni dei collaboratori più meritevoli di fiducia, tra cui l’attuale amministratore delegato Gianpaolo Bianchi, riservando loro l’intero aumento di capitale (da 300 a 450 milioni di lire) deliberato dall’assemblea straordinaria dei soci nell’ottobre del 1970 con l’obiettivo di rilanciare l’azione della società, che contestualmente incorpora al suo interno il ramo immobiliare. L’anno successivo – dopo l’adeguamento degli immobili di Gazzada e la razionalizzazione organizzativa con l’istituzione di tre direzioni (generale, vendite e acquisti) – inizia l’attività di cash & carry . La Bianchi è uno dei primi operatori di commercio all’ingrosso italiani ad adottare questa formula moderna – nata negli Stati Uniti e sviluppatasi poi in Europa nei primi anni sessanta – che è in buona sostanza un ingrosso self-serviceriservato agli operatori autorizzati non consumatori finali. Questo cambiamento, avvenuto senza alcun aiuto finanziario, non implica però lo smantellamento della rete degli agenti di vendita, che continuano a curare il rapporto diretto con i clienti. Nel 1972, a quasi novant’anni, il commendator Giuseppe Bianchi muore, proprio mentre nasce il Consorzio C3 , un gruppo di acquisto tra grossisti, di cui poco dopo diventa

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Fratelli Dario

Commercio

Commercio Fratelli Dario DENOMINAZIONE SOCIALE | F.lli Dario di Dario Giulia & Dario Giovanna snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di articoli da regalo, casalinghi, apparecchi elettrodomestici, lista nozze, ecc. INDIRIZZO | Via San Cristoforo 35 | 21042 | Saronno (VA) CONTATTI | T. 02-9602954 | F. 02-9608951 | L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1944-1969) Giovanni Dario, agli inizi del Novecento, è attivo nella zona di Saronno come commerciante di bestiame. Alla sua morte, nel 1928, la figlia Giulia e il figlio Francesco sono costretti a lavorare da dipendenti rispettivamente come sarta e come impiegato presso la ditta Genetti di Saronno. Nel 1944 però in pieno periodo bellico, con l’aiuto economico della madre, aprono un negozio di ferramenta sotto la ditta Dario Francesco fu Giovanni. Le difficoltà iniziali non sono piccole: le dimensioni iniziali del negozio sono minime, 20-30 metri quadri al piano terreno di uno stabile che, al piano superiore, ospita l’abitazione della famiglia; spesso inoltre Francesco deve recarsi in bicicletta fino a Milano per procurarsi i prodotti da vendere. Negli anni del dopoguerra, con il boom economico, gli articoli trattati si diversificano comprendendo bombole a gas ed elettrodomestici. Ciò permette una notevole espansione dell’attività, sostenuta principalmente dalla vendita dei cosiddetti elettrodomestici bianchi (lavatrici, frigoriferi, ecc.). L’andamento degli affari e le rilevanti dimensioni dei prodotti venduti rendono necessario un primo allargamento del negozio: nel 1954 viene acquistato un appartamento al piano superiore che consente di strutturare l’attività su due piani, mentre in altri spazi vengono organizzati i magazzini. Nel 1962, all’età di 46 anni, Francesco sposa Vera Cossu e l’anno seguente nasce Giovanni. La nuova famiglia si trasferisce in via T. Grossi mentre Giulia continua ad abitare nel vecchio appartamento sopra il negozio. Questa situazione rende opportuno operare una trasformazione dell’impresa da ditta in società di fatto, con l’ingresso ufficiale di Giulia Dario. La denominazione muta in “Fratelli Dario di Francesco & Giulia Dario”. Nel 1964 si apre una sede staccata in via Monti, pensando al possibile ingresso in società del terzo fratello Angelo, ma il tentativo non ha poi sviluppo. Nel frattempo Francesco e Giulia iniziano a introdurre anche porcellane, cristalli, casalinghi e articoli da regalo, mentre il reparto ferramenta viene via via ridimensionato. Tra gli anni sessanta e gli anni settanta la trasformazione è accentuata da due fenomeni. La sostituzione del gas di città con il metano ridimensiona il mercato delle bombole a gas; lo sviluppo del mercato degli elettrodomestici porta alla nascita di catene di distribuzione specializzate difficilmente contrastabili sul piano dell’assortimento e del prezzo. Ne consegue la rapida e definitiva riconversione del negozio sui prodotti di qualità per la casa e l’arredo. Dagli anni settanta agli anni novanta (1970-1990) Già negli anni settanta, Giovanni inizia ad essere coinvolto, anche se occasionalmente, nel negozio che, del resto, è stato palestra dei suoi giochi infantili. Nonostante l’insistenza con cui il padre lo spinge verso la laurea e la libera professione, egli si sente attratto dall’attività di famiglia. Nel 1980, l’improvvisa scomparsa del padre porta Giovanni a fare delle scelte. Non essendo ancora maggiorenne assume la titolarità del negozio sotto la tutela della madre. Può così affiancarsi nella gestione alla zia Giulia contribuendo alla continuità dell’impresa. Nel 1983, terminati gli studi di ragioneria e assolto l’obbligo militare, si occupa a tempo pieno dell’impresa di famiglia. È questa una fase in cui il maggior peso della conduzione dell’attività grava sulla zia. Il rapporto di grande affetto che la lega al nipote Giovanni, fa sì che l’intesa nella gestione sia piena: per entrambi il futuro del negozio sta nei casalinghi, oggetti di uso comune che godono di uno smercio giornaliero, e negli oggetti di maggior valore come le porcellane e i complementi d’arredo. Gli anni ottanta vedono un ulteriore ampliamento degli spazi dell’attività con l’acquisizione nello stesso stabile dei locali che dividevano precedentemente il negozio dai magazzini. Giovanni concentra il proprio intervento nell’informatizzazione delle procedure contabili e amministrative . All’inizio degli anni ottanta viene introdotta la moneta elettronica mentre, verso la fine del decennio, è la volta della gestione del magazzino e del registratore di cassa. Dinanzi a queste trasformazioni, Giulia Dario nonostante sia aperta alle novità e rivolta al futuro per quanto concerne la scelta dei prodotti o l’arredo del negozio, rivela un atteggiamento poco favorevole; esse turbano la quotidianità della sua vita nel negozio per cui preferisce delegarne la gestione al nipote. Nel 1987 la società di fatto viene trasformata in snc. Nello stesso anno Giovanni torna a viver insieme alla mamma nell’appartamento sopra il negozio, in concomitanza con la ristrutturazione della mansarda. Dagli anni novanta ad oggi (1991-2008) Con gli anni novanta, si fa sentire più forte la concorrenza della grande distribuzione, per cui l’impresa si specializza ulteriormente nel settore del complemento d’arredo e dell’articolo da regalo. Ciò porta ad una maggiore attenzione nella gestione del magazzino – ulteriormente evoluta con l’utilizzo dei codici a barre – e dell’assortimento, garantendo la rotazione dei prodotti messi a disposizione della clientela. In determinati periodi dell’anno, come il Natale, è necessario però per l’impresa avere un gran numero di articoli in magazzino, per il cui acquisto, e per ridurre al minimo la quantità di invenduto, si fa riferimento agli andamenti delle vendite degli anni precedenti. La gestione si arricchisce pertanto dello strumento del budget che consente di controllare l’andamento delle vendite e mettere a punto le strategie finanziarie. In questi anni, si decide anche per un nuovo e importante intervento strutturale con il rinnovo di uno dei due saloni del piano superiore: il negozio raggiunge così i 200 metri quadri di superficie di vendita. Nel 1995 Giovanni sposa Milena Colombo che lascia un’attività nel settore dell’abbigliamento per lavorare in negozio col marito. Dopo due anni entra nella società, come amministratrice, subentrando a Giulia Dario che acconsente alla conservazione del proprio nome nella denominazione della ditta. L’arrivo di Milena Colombo, forte della sua esperienza nel settore commerciale, e della sorella Monica come dipendente, porta nuovi stimoli ed un nuovo aiuto nella scelta

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Ditta Giannino Tosi & C. Sas

Commercio

Commercio Ditta Giannino Tosi & C. Sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Giannino Tosi & C. Sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio di tessuti e stoffe INDIRIZZO | Via Dante 4 ang. Via Mazzini | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-631088 | F. 0331-631088 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1930-1959) Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929, decide di abbandonare il settore produttivo e dedicarsi al commercio al dettaglio e all’ingrosso di tessuti per abbigliamento. Dalla metà degli anni trenta e per tutti gli anni quaranta, Giannino Tosi è socio di negozi di tessuto, fino a quando, nel 1949, apre un negozio in proprio in via Montebello (vicolo Custodi) a Busto Arsizio, costituendo con la moglie Maria Farioli una società per il commercio di tessuti denunciata l’anno seguente. Il negozio viene trasferito presso la sede attuale nel luglio 1959 in locali in affitto. La data è significativa nella storia dell’impresa perché il trasferimento consente di espandere l’attività al commercio di biancheria da casa, compresi tappeti e tendaggi. Nello stesso anno, inoltre, il figlio di Giannino, Danilo Tosi, si sposa con Maria Landini e abbandona definitivamente gli studi in economia e commercio per dedicarsi all’attività di famiglia. Anche la moglie di Danilo, sollecitata dalla famiglia Tosi, abbandona l’insegnamento per ricoprire il ruolo di capocommessa in negozio, che giunge così ad impegnare quattro membri della famiglia Tosi e due commessi. Giannino Tosi si riserva il compito principale e delicato della scelta dei tessuti e degli articoli da acquistare, mentre il resto della famiglia lavora in negozio senza una precisa divisione delle mansioni. Gli anni sessanta e settanta (1961-1986) L’impresa mantiene e sviluppa, in questi anni, la propria attività sia nel commercio al dettaglio sia in quello all’ingrosso. Tosi, infatti, per poter spuntare i prezzi migliori, acquista direttamente presso aziende tessili biellesi volumi importanti di tessuto, comprando pezze e rivendendo in tagli piccoli soprattutto ad ambulanti, operando così da grossista. La necessità crescente di spazi per lo stoccaggio della merce, spinge l’impresa a prendere in affitto un magazzino nello stesso stabile del negozio e ciò consente di aumentare l’offerta ai clienti per la vendita al dettaglio. Nel 1972 entra nella società il figlio Danilo e la ragione sociale viene modificata in “Tosi Giannino & C. di Tosi Giovanni Farioli Maria Tosi Danilo”. Già nel 1976 Danilo Tosi, ancor prima della morte del padre avvenuta nello stesso anno, diviene in pratica l’unico responsabile della società, con l’attribuzione del 98% delle quote sociali. Gli anni settanta segnano un lento declino delle vendite del tessuto per l’abbigliamento, compensate però dal commercio della biancheria da casa che assume sempre maggiore importanza. Ciò porta l’impresa a prendere in affitto dei locali contigui, dapprima occupati da un’altra attività commerciale, che vengono utilizzati come magazzino. All’affacciarsi degli anni ottanta è ormai chiara la preponderanza del commercio al dettaglio e il quasi totale abbandono delle vendite all’ingrosso anche a causa di nuove normative di legge che impongono un registro di carico e scarico del magazzino. Nel 1981, la vedova di Giannino Tosi si ritira dalla società che passa quindi interamente al figlio e alla moglie di questi che partecipa alla proprietà con una quota dell’ 1%. Il cambio di proprietà viene sancito dalla nuova denominazione “Tosi Giannino & C. di Tosi Danilo e Landini Maria”. Verso la terza generazione (1987-2008) Nel 1987 l’impresa diviene una società in accomandita semplice: i coniugi Danilo e Maria Tosi sono gli unici soci con quote rispettivamente del 60 e 40% del capitale. La scelta degli articoli da acquistare per il negozio viene effettuata da entrambi, che approfittano della chiusura del lunedì per visitare le varie imprese tessili. Spesso anche Andrea Tosi, figlio di Danilo, accompagna i genitori, conoscendo così direttamente i fornitori e maturando una certa esperienza. Coinvolto fin dall’infanzia nella vita dell’impresa di famiglia, complice il fatto che l’abitazione si trova esattamente sopra i locali del negozio. Anche la scelta degli studi (perito tessile) è indirizzata all’attività di famiglia. Conseguito il diploma nel 1980, tre anni dopo Andrea entra nell’impresa come coadiuvante. Nel 1989 partecipa ufficialmente alla società come socio accomandante. Gli articoli e i tessuti commerciati dal negozio Tosi si mantengono su livelli di qualità medio-alti, con una particolare attenzione alla soddisfazione del cliente. Nel 1991 muore Danilo Tosi e l’anno seguente Andrea diviene socio accomandatario, mentre la sorella Paola entra nella società come socio accomandante per pochi mesi, non essendo mai coinvolta operativamente nell’impresa. In questi stessi anni, a fronte di un continuo calo della vendita dei tessuti, si decide di dare maggiore visibilità al settore dell’arredo e della biancheria da casa in continua crescita sfruttando le vetrine dei locali del magazzino, raddoppiando così la superficie del negozio. Andrea Tosi si occupa dell’amministrazione dell’impresa e, insieme alla madre, degli acquisti. La vendita dei tessuti è ora influenzata sempre più dalle mode stagionali cui si cerca di adeguarsi, ascoltando le proposte dei rappresentanti delle aziende fornitrici e coinvolgendo nella scelta degli articoli anche le commesse che sono a diretto contatto con le esigenze dei clienti. Ne deriva una difficoltà di fondo poiché, spesso, la produzione dei tessuti precede anche di un anno le tendenza moda degli abiti confezionati e la necessità di acquistare dei metraggi lunghi non consente all’impresa di inseguire ogni proposta del settore del pronto moda. Peraltro non si può tralasciare il settore dell’abbigliamento classico e l’impresa deve così, anche a seguito della rarefazione di questo tipo di negozi, offrire la maggiore varietà possibile, dal classico al pronto moda. Per questo, il magazzino, un tempo ricchezza per l’impresa, diviene un peso economico e gli acquisti si fanno più frequenti e di minor volume. Nel tempo la famiglia Tosi ha costruito con i clienti un rapporto di servizio fondato sulla continuità. Per alcune famiglie del luogo l’acquisto del corredo in questo negozio è diventato pertanto una tradizione. Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929,

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Ditta Cristina

Commercio

Commercio Ditta Cristina DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Cristina di Finato Maria e c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di cappelli, pelletteria e accessori INDIRIZZO | Piazza della Libertà 12 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-795620 | F. 0331-795620 Il primo negozio di Mario Cristina in piazza Garibaldi (1910-1916) Cesare Cristina, detto Mario, apre nel 1910 con l’aiuto della moglie Maria Silvera un negozio di cappelli da uomo e ombrelli a Gallarate, nella centralissima piazza Garibaldi alle spalle della chiesa di San Pietro. I due coniugi Cristina, nati rispettivamente nel 1887 e 1886, sono originari di Invorio, borgo agricolo sulle colline novaresi che si affaccia sul Lago Maggiore e decidono di trasferirsi a Gallarate per tentare la fortuna nel settore del commercio. Il loro negozio ottiene un rapido successo, dovuto anche alla posizione centrale nel “salotto” di Gallarate, la zona in cui si passeggia in compagnia e ci si ritrova nelle giornate di festa, quello che con termini attuali può essere definito un “centro commerciale naturale”. Il cappello da uomo a quei tempi è un accessorio imprescindibile, soprattutto per gli esponenti dei ceti borghesi e aristocratici che lo portano quotidianamente e sono attenti alle mode internazionali. L’utilizzo del cappello allora non risente di sensibili picchi stagionali, fattore che invece condiziona fortemente il commercio degli ombrelli. La cappelleria Cristina ha tra i propri fornitori le principali industrie del tempo come Panizza, Frigerio e soprattutto Borsalino: Teresio Borsalino, figlio del fondatore Giuseppe, frequenta personalmente il negozio per concordare gli ordinativi con Mario Cristina. I due titolari non hanno figli che li assistono nel lavoro ma nel 1917 viene loro affidata la nipote, Margherita Silvera, che lascia Invorio all’età di quattro anni e viene cresciuta dagli zii a Gallarate, dove il negozio diviene la sua seconda casa. Il legame di parentela della nipote con i due zii è doppio: Margherita infatti è figlia di un fratello di Maria e di una sorella di Mario. In piazza della libertà, all’angolo del “bar Cristina” (1927-1959) Nel 1927 la cappelleria di Mario Cristina si trasferisce di pochi metri, lasciando piazza Garibaldi per stabilirsi nell’adiacente piazza Vittorio Emanuele che, dopo la Seconda guerra mondiale, prende il nome di piazza della Libertà. Il nuovo negozio viene progettato secondo canoni moderni per l’epoca, l’arredo e le vetrine sono realizzati su misura e vengono utilizzati ancora oggi. La posizione, al termine dei portici di casa Piantanida (oggi conosciuta come casa Peroni), è ancora più favorevole della precedente: situata di fronte al sagrato della Basilica di Santa Maria, la cappelleria diviene un luogo familiare per i gallaratesi. I ragazzi si danno appuntamento sotto i portici per trascorrere le ore insieme, i più giovani a giocare e schiamazzare, i più grandi ad aspettare le ragazze che escono dalla messa. Chi non ha l’età e i soldi per frequentare i caffè della piazza adotta come ritrovo quell’angolo dei portici, che per tanti ragazzi diventa noto come il “Bar Cristina” . Mario li intrattiene inventando un motivetto pubblicitario che diventa rapidamente un successo in piazza: «Non c’è bambino che non abbia mai comprato un cappello da Cristina». In quegli anni la maggior parte della clientela del negozio è costituita da persone benestanti e la torma di ragazzi davanti al negozio viene talvolta dispersa da Margherita armata di una scopa. Anche lei diviene una figura familiare per tanti giovani e con il passare degli anni sarà nota a tutti come la zia Rita. Nel secondo dopoguerra altri membri della famiglia si trasferiscono da Invorio: prima Jolanda, sorella minore di Margherita, che sposa il milanese Carlo Rattazzi con cui si stabilisce a Busto Arsizio; Guarda le fotoin seguito anche il padre di Margherita e Jolanda, Carlo Silvera, rimasto vedovo decide di raggiungere la figlia maggiore a Gallarate. Per qualche anno è attivo anche lui in negozio, occupandosi della riparazione di ombrelli e di cappelli. Con gli anni cinquanta e sessanta il negozio amplia la propria offerta con altri accessori come guanti, cinture, foulard di seta, cappelli femminili da cerimonia e borse. Questo aspetto della diversificazione merceologica si rivela fondamentale per la sopravvivenza dell’attività nei decenni a venire, in quanto il mercato del cappello in feltro da uomo subisce un drastico ridimensionamento. Il primo passaggio generazionale: dallo zio Mario alle nipoti Silvera (1960-1994) Nel 1960, con la scomparsa della moglie Maria, Mario inizia a predisporre la propria successione e nel 1961 decide di cessare la ditta individuale e di farle subentrare la società in nome collettivo “Cristina Cesare & C. In questo periodo di transizione la cappelleria si avvale del lavoro di una commessa, unico episodio di apporto di lavoro esterno nella secolare storia di questa impresa, che si caratterizza per la continua presenza in negozio di membri della famiglia. Mario Cristina muore nel 1965 e le quote della società vengono divise tra le due nipoti Silvera: Margherita e Jolanda. Quest’ultima decide in quel frangente di trasferirsi con il marito Carlo Rattazzi e i figli Loredana, Marina e Aldo a Gallarate, per condividere con Margherita la casa lasciata dagli zii Cristina. In negozio le due sorelle vengono affiancate dalla figlia maggiore di Jolanda, Loredana Rattazzi, assunta come commessa e attiva al loro fianco per trent’anni. A partire dagli anni sessanta l’industria e il commercio di cappelli, in particolare quelli da uomo, subiscono un forte ridimensionamento: le abitudini e le mode cambiano radicalmente. La crisi del settore ha effetti sia sul versante industriale che su quello distributivo, che portano alla chiusura di molti punti vendita specializzati. Come già accennato, l’attività della famiglia Cristina-Silvera può contare su un’offerta varia ma soprattutto su un rapporto solido con la propria clientela di riferimento. Ad alcuni clienti di riguardo , esponenti delle dinastie imprenditoriali della zona, capitava che la zia Margherita dedicasse anche la domenica mattina. Inoltre molti dei ragazzi che passavano il loro tempo davanti al “Bar Cristina” con il passare degli anni diventano clienti del negozio, che diviene in un certo senso simbolo di ascesa sociale. Nel corso

Settembre 24, 2026 / Commenti disabilitati su Ditta Cristina
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Dino Ceccuzzi

Commercio

Commercio Dino Ceccuzzi DENOMINAZIONE SOCIALE | Dino Ceccuzzi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria e oreficeria INDIRIZZO | Piazza San Giovanni 1 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632867 | F. 0331-632644 | www.dinoceccuzzi.it Origini, nascita e primi sviluppi (1935-1961) Verso la metà degli anni trenta Dino Ceccuzzi, nato a Montepulciano nel 1915, giunge a Gallarate dove il padre, ferroviere “girovago”, si è trasferito con la famiglia. Qui inizia l’apprendistato presso la gioielleria Ganosa, diventando in poco tempo non solo un provetto orologiaio ma anche un abile venditore. Nel 1939 si sposa con Maria Taverna da cui ha due figli, Bruno nel 1941 e Alberto nel 1949. Qualche anno dopo passa alle dipendenze dell’orologeria-oreficeria Mazzucchelli di Busto Arsizio, essendo attratto dalla promessa di rilevarne l’attività nel momento del ritiro del titolare, i cui figli non sono interessati al negozio. Nel 1949 Dino Ceccuzzi subentra al suo datore di lavoro e la ditta assume la denominazione “G. Mazzucchelli di Dino Ceccuzzi”. Dino, coadiuvato dalla moglie, espande l’attività, amplia le vetrine del negozio, che si apre nel palazzo settecentesco di piazza San Giovanni: al piano terra la zona giorno del lavoro, al piano superiore la zona notte del riposo. Il laboratorio di riparazioni si dota di strumenti all’avanguardia come, ad esempio, il crono comparatore che consente di leggere con precisione il funzionamento di un orologio. All’angolo del negozio compare l’insegna luminosa degli orologi Rolex, di cui la ditta Ceccuzzi è concessionaria, una novità assoluta per i bustocchi. Il piccolo Bruno respira l’atmosfera del negozio paterno , rimanendone affascinato. Gioca in un cortile che è un microcosmo pulsante di vita commerciale e dove aiuta il padre a fondere l’oro, che una volta fuso sembra un «tuorlo d’uovo cotto sulla piastra». Dopo la terza media è combattuto tra la passione per lo studio e il desiderio del padre che lo vorrebbe subito a bottega, consapevole della precarietà delle proprie condizioni di salute. Decide infine per il ginnasio che frequenta con ottimi risultati fino a quando lo stato di salute del padre non lo costringe ad abbandonare gli studi e a fare un apprendistato di due anni (tra il 1956 e il 1958) presso un maestro orologiaio di Milano. Rientrato a casa, frequenta la scuola serale di ragioneria; studia di notte e lavora di giorno, acquisendo con il diploma una formazione amministrativa utile al lavoro. All’inizio degli anni sessanta viene ventilata la demolizione dell’antico palazzo in cui sin dal 1918 ha sede l’ex orologeria Mazzucchelli. Dino Ceccuzzi predispone tutto il necessario per il trasferimento del negozio in uno stabile vicino ma nel 1961, poco prima dell’inaugurazione della nuova sede, a soli 46 anni, cessa di vivere. Il ventenne Bruno si trova improvvisamente a doversi fare carico dell’attività, potendo comunque contare sull’indispensabile aiuto della madre: la denominazione della ditta muta quindi in “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi”. Dalla ditta alla società di capitale (1962-1988) Nel corso degli anni Ceccuzzi diventa la gioielleria per antonomasia di Busto Arsizio, che offre i prodotti delle migliori marche: non occorre più andare a Milano per comprare un orologio Vacheron Constantin o un gioiello di Pomellato. Il personale impara le tecniche della vetrinistica, perché la cura dell’esposizione è di primaria importanza per comunicare l’identità di ogni singolo prodotto: quel Rolex è diverso da quel Le Coultre. Nel 1971 Bruno e il fratello Alberto entrano in qualità di soci nell’impresa, che si trasforma nella società di fatto “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi e figli”. Due anni dopo Bruno fonda insieme ad altri “amici” l’Istituto gemmologico italiano per la diffusione della cultura gemmologica tra gli operatori e la formazione di gemmologi qualificati, e di cui egli stesso è il primo diplomato, ricoprendo per molti anni (sino al 1997) la carica di vice presidente, nonché di responsabile della commissione scientifica. Il presidente è Gianmaria Bucellati, nome storico della gioielleria italiana, le cui prestigiose creazioni trovano posto nelle vetrine del negozio Ceccuzzi. La società nel 1979 registra il proprio marchio d’impresa, il cosiddetto “ragno”, nato da un’idea di Maurio Milani, giovane designer emergente dell’epoca. Nel 1983 la ragione sociale muta in “Dino Ceccuzzi srl”. Bruno è coniugato con Paola Grampa, proveniente dalla borghesia professionale di Busto Arsizio; dall’unione nascono Alessandra (1967) e Dino (1971). Dopo una breve esperienza come insegnante di scuole medie, Paola Grampa, laureata in lettere, si diploma in gemmologia e inizia a lavorare nell’azienda del marito, occupandosi in particolare delle vendite e apportando una “ventata” di cultura umanistica. Paola instaura con i clienti rapporti fondati sul rispetto, sull’empatia e sulla fiducia , perché vendendo e comprando non si scambiano soltanto oggetti e denaro ma anche emozioni, bisogni, confidenze da cui spesso nascono vere e proprie amicizie. La crescita continua dell’attività porta nel 1986 all’apertura a Varese di un secondo negozio , la cui conduzione è affidata ad Alberto Ceccuzzi. Alessandra e Dino Ceccuzzi sono ormai diventati grandi e, da buoni figli d’imprenditore, mostrano interesse a lavorare nell’azienda di famiglia. Occorre però una sede più grande. L’occhio di Paola Grampa cade proprio lì, a due passi, sulla vecchia e fatiscente casa-bottega di una volta, che la famiglia Ceccuzzi acquista insieme a una parte del palazzo del Settecento in cui sorge, in realtà mai demolito e da poco messo in vendita. Verso la terza generazione (1989-2000) I primi anni novanta sono impegnativi e ricchi di novità. C’è la fatica del cantiere i cui lavori durano due anni, trattandosi della ristrutturazione conservativa di un immobile di valore storico, che deve fare i conti con i vincoli imposti dalla Sovrintendenza. Bruno raccoglie e mette da parte i chiodi del Settecento forgiati a mano, che spuntano dalle antiche travi di legno: ingentiliti con una piccola piastrina d’argento diventano il cadeau i clienti invitati alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede, disposta su tre piani, che avviene nel 1991. I coniugi Ceccuzzi trasferiscono qui la loro abitazione e così, dopo una separazione durata trent’anni, casa e negozio ritornano a stare insieme. Nel caveau gioielleria c’è

Settembre 23, 2026 / Commenti disabilitati su Dino Ceccuzzi
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Corvi

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Commercio Corvi DENOMINAZIONE SOCIALE | Corvi Alfredo fioraia snc di Alfredo e Giovanni Corvi FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fiorista, coltivazione di bonsai e orchidee, noleggio piante per manifestazioni e allestimento floreale per celebrazioni INDIRIZZO | Corso Matteotti 39 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-284121 | F. 0332-831250 | www.corvi.it Alfredo Corvi e Adelaide Masini (1919-1954) Alfredo Corvi, varesino nato nel 1888, è figlio di Cesare e di Teresa Bossi. Quando ha circa vent’anni inizia la propria attività di floricoltura in alcune serre nella zona di Biumo Superiore. Sono i primi anni del secolo e anche se non rimane traccia nei documenti di un’impresa formalizzata, vi sono alcuni pubblici riconoscimenti di mostre e società floricole a testimonianza del suo precoce successo.La formazione di Alfredo si svolge tra Varese, dove frequenta la Scuola d’arte applicata all’industria Giuseppe Bernascone, e Milano, dove trascorre alcuni periodi come apprendista. Nel 1919 Alfredo apre il proprio negozio in corso Vittorio Emanuele 33 nel centro di Varese e costituisce la ditta individuale “Fioraia di Alfredo Corvi”, nome che gli eredi hanno conservato fedelmente in tutti questi anni. Sposa nel 1921 Adelaide Masini di Buguggiate e nel 1924 nasce la loro prima figlia Annamaria, seguita da Gianni Battista, detto Gianbattista, nel 1930. La presenza di Adelaide in negozio è fondamentale, mentre Alfredo può dividersi tra il lavoro in serra, in negozio e le consegne nella provincia .Dagli anni trenta la Fioraia di Alfredo Corvi è corrispondente per la provincia di Varese dell’Unione fioristi Italia, che costituisce una pioneristica rete di distribuzione sul territorio degli ordinativi provenienti da tutta Italia.Nel dopoguerra questa associazione tra fioristi si svilupperà a livello internazionale contribuendo alla costituzione di Interflora. Dopo dieci anni di attività Corvi apre un negozio filiale in via San Giulio a Cassano Magnago, che viene ceduto nel 1945 alla ditta di Carlo Ferrario.L’attività della famiglia Corvi in quegli anni spazia dalla coltivazione di fiori e piante nelle serre di via Reni, alla vendita al dettaglio nei negozi di Varese e Cassano Magnago.Il negozio principale viene trasferito nel 1931 di pochi metri, dal civico 31 al 39, dove ha sede ancora oggi e dove la famiglia Corvi si stabilisce occupando i piani superiori. Anche Maria Corvi, una sorella di Alfredo, lavora nel settore vendendo fiori in un chiosco sotto i portici della vicina piazza San Vittore. L’attività di Maria è autonoma ma si può giovare dell’integrazione con quella più ampia del fratello che la può rifornire di fiori e piante. Come accennato, Alfredo Corvi gode presto di ottima fama come floricoltore: le prime orchidee della provincia di Varese vengono coltivate da lui nella villa del senatore Piero Puricelli; la sua specialità sono i garofani e i suoi fiori sono noti e ammirati anche fuori dal territorio varesino. In questo periodo e per molti anni ancora non vi è un confine netto tra l’attività agricola e l’attività commerciale, che inizia a delinearsi con la seconda generazione e matura con il passaggio alla terza generazione della famiglia Corvi. Terminate le scuole dell’obbligo, nell’immediato dopoguerra Gianbattista inizia a lavorare e nel 1948 costituisce una ditta a proprio nome che affianca quella paterna subentrando nella licenza di vendita ambulante della zia Maria Corvi. Gianbattista Corvi e Maria Tagnochetti (1955-1979) Nel 1955 Gianbattista sposa Maria Tagnochetti, anche lei figlia di commercianti. Nel 1956 nasce Alfredo, cui seguono Giancarla, Vittorina, Ferdinando e Maria Adele tra il 1957 e il 1963 e Giovanni nel 1970. Nella seconda metà degli anni cinquanta avviene la transizione dalla gestione di Alfredo e Adelaide a quella di Gianbattista e Maria. Il fondatore muore nel 1962 ma la sua salute lo allontana dal lavoro già alcuni anni prima. Invece Adelaide prosegue a collaborare con il figlio e la nuora per altri vent’anni, fino quasi alla morte avvenuta nel 1983. Per qualche anno l’impresa di Alfredo e quella del figlio procedono in parallelo. La sede della seconda è presso l’abitazione di famiglia, in via Ferrari 20, sul retro del corso che dal secondo dopoguerra viene intitolato a Giacomo Matteotti. La sua attività di vendita ambulante viene trasferita nel 1957 da piazza San Vittore in un’edicola in via Milano, con l’insegna “Casina dei fiori” , e ha come clientela i villeggianti che utilizzano le vicine stazioni ferroviarie. Nel gennaio 1961 avviene formalmente il passaggio di consegne da Alfredo al figlio, con un atto notarile che denota una totale identificazione di famiglia e impresa: Alfredo cede le attività della propria ditta in corso Matteotti e in via Reni al figlio Gianbattista che contestualmente – in modo atipico per un’impresa – si impegna a versare ai genitori un vitalizio mensile e a fornire loro assistenza in caso di bisogno. A questo punto l’impresa di Alfredo cessa, mentre quella di Gianbattista si insedia nel negozio storico, proseguendo l’esercizio del chiosco in viale Milano. La produzione e il commercio dei fiori, che fino alla Seconda guerra mondiale erano rimasti limitati su scala locale, diventano nel corso degli anni cinquanta e sessanta un mercato su vasta scala. Il miglioramento delle reti e dei mezzi di trasporto rende possibile il rifornimento di merci a distanze notevoli e la Fioraia è tra le prime imprese a rifornirsi direttamente dal mercato olandese e da altre regioni italiane. L’attività di floricoltura subisce un conseguente ridimensionamento e non riguarda più l’intero ciclo di vita vegetale, ma più spesso vengono acclimatate e portate a fioritura piante acquistate già “mature”. Nel campo delle composizioni floreali Gianbattista si forma una solida competenza nell’arte giapponese dell’ikebana , di cui diviene uno degli esperti sul territorio. Il 1973 è un anno ricco di eventi nella storia dell’impresa. In gennaio Gianbattista associa la moglie Maria e la ditta individuale viene trasformata in società di fatto. Nello stesso anno viene chiusa la Casina dei fiori di viale Milano e viene aperto un negozio in via Vittorio Veneto 12, dove negli anni seguenti lavoreranno le sorelle Giancarla e Vittorina Corvi. L’insegna “Ci” è un’estrema contrazione del cognome Corvi e la concezione del punto vendita

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Cooperativa Acli di Gavirate

Commercio

Commercio Cooperativa Acli di Gavirate DENOMINAZIONE SOCIALE | Società cooperativa Acli di Gavirate FORMA GIURIDICA | Società cooperativa ATTIVITÀ PRINCIPALE | La cooperativa persegue scopi mutualistici e svolge attività sociali a favore dei soci e dei non soci in modo diretto o indiretto anche in collaborazione con l’Associazione A.C.L.I. ed il relativo patronato Caf INDIRIZZO | Via Corridoni 4 | 21026 | Gavirate (VA) CONTATTI | T. 0332-745296 | F. 0332-745296 Dal 1947 al 1971 La Società cooperativa a responsabilità limitata Acli nasce il 5 ottobre 1947 per volontà di cinque soci fondatori che, per divergenze politiche con la Casa del popolo di Gavirate affiliata alla Lega delle cooperative, decidono di fondare un nuovo organismo ispirato ai principi della cooperazione bianca . La nuova cooperativa di consumo ha sede in via Corridoni 2 e ha per oggetto la gestione di una trattoria (inizialmente in un locale in centro a Gavirate, in via XXV aprile, prestato da un socio commerciante) e di uno spaccio di vino e liquori , di generi alimentari e di abbigliamento. I soci raggiungono in tempi rapidissimi il numero di 255. Fin dai primi anni, la società avvia l’attività di vinificazione con pigiatura diretta dell’uva, acquistata prevalentemente dalla ditta Bottinelli di Varese, impiantando un torchio e grandi botti di legno nelle cantine del locale di via Corridoni. Nel 1955 l’attività prevalente risulta già essere la gestione diretta della trattoria e lo spaccio di vino. La società è ormai nota come il “Circolino” di Gavirate, sede anche di un’intensa pratica del gioco delle bocce, grazie ai campi realizzati dalla cooperativa stessa che provvede alla costituzione della “sezione bocce”. Nello stesso anno i soci della cooperativa decidono di associarsi alla Confederazione delle cooperative italiane di ispirazione cattolica e di conseguenza all’Unione provinciale delle cooperative di Varese. Negli anni successivi vengono realizzati nuovi campi da bocce e rinnovato l’arredamento dei locali della trattoria. In questo periodo il numero dei nuovi iscritti non supera le 25 unità: questo è forse dovuto al fatto che la società non è più, di fatto, una cooperativa di consumo con vendita di prodotti a prezzi vantaggiosi, ma si identifica con la trattoria, attraendo quindi come soci i soli frequentatori del circolino. Nel 1967 in occasione dei venti anni dalla fondazione, l’assemblea dei soci decide di prorogare la durata della società fino al 31 dicembre 2000. Dal 1972 al 1987 Dal 1972 l’attività va in perdita e la cooperativa inizia a non distribuire più utili ai soci. L’anno seguente la situazione non migliora, ma si decide di rinnovare ugualmente la cucina della trattoria. Il bilancio del 1973 è ancora in perdita ed alcuni soci mettono in discussione l’opportunità di continuare l’attività della cooperativa. L’assemblea dei soci decide, però, di proseguire l’attività pur prendendo atto che gli scopi per i quali la cooperativa era stata fondata non sono più attuabili a causa delle necessità e dei tempi mutati. Nel 1975 l’appartamento al primo piano dello stabile della trattoria, prima occupato dal gerente, viene adibito a uffici e utilizzato, dietro pagamento di un rimborso spese, per ospitare le sezioni locali del Club Varese e della Democrazia cristiana. Negli anni successivi questi locali verranno lasciati in fruizione, per un giorno alla settimana, a numerosi altri gruppi: il Gruppo alpini Gavirate, la Società ciclistica gaviratese, il Moto club Gavirate, la Pallacanestro Gavirate, la Scuola di taglio e cucito, la Società scacchistica. Si mettono poi a disposizione spazi per l’associazione Acli, in particolare per il Patronato Acli. Nel 1982, anniversario dei trentacinque anni di attività, la Società decide di affidare la propria gestione amministrativa, fiscale e contabile all’Unione delle cooperative di Varese. La sempre minor produzione di vino e lo scandalo del metanolo che determina l’introduzione di una normativa più severa in Italia, spinge la società a cessare l’attività di vendita al dettaglio e vinificazione. L’anno seguente la gestione diretta dell’attività commerciale di bar-trattoria, fino a quel momento affidata ad un gerente con stipendio fisso più una percentuale sulle vendite, divenuta di difficile gestione esoprattutto troppo onerosa dinnanzi ad un continuo sbilanciamento tra costi e ricavi, viene sostituita, per decisione dell’assemblea dei soci, con l’affitto delle licenze relative alla gestione dell’attività. Nel 1987 la cooperativa apre i suoi spazi anche alla locale Schola cantorum. Dal 1988 a oggi Dal 1988 il numero dei soci (di cui circa l’80% è costituito da pensionati) torna a salire grazie al ripristino delle feste tradizionali della cooperativa, come le gare di bocce e l’annuale sagra dell’uva, ma anche grazie all’idea di rilanciare l’attività di vendita intesa soprattutto come attività di servizio per le persone anziane che non possono muoversi da casa. Nel 1992 la società si accorda con la proprietà dell’immobile per l’avvio di importanti lavori di ristrutturazione ottenendo in cambio la stipula di un vantaggioso contratto d’affitto a lungo termine che prevede anche il diritto di prelazione in caso di vendita. I lavori sono completati l’anno seguente. Nel 1996 il consiglio aderisce alla nuova Cooperativa S. Egidio di Tornavento da cui parte il “Progetto Comunità” proposto dall’Unione cooperative di Varese per rilanciare la cooperazione. Il Presidente della Cooperativa di Gavirate, Luigi Giromini, in questa occasione viene eletto consigliere provinciale nel consiglio dell’Unione suddetta. Nello stesso anno si vota il prolungamento della Società fino al 2050 e sempre in questo periodo la Casa del popolo di Gavirate chiudeva l’attività così che il Circolino rimane la sola realtà cooperativa locale.Nel 1997 viene deciso il restauro della statua della Madonna Orante : statua divenuta simbolo della cooperativa stessa e posta, esattamente cento anni prima, dai progenitori delle famiglie proprietarie dello stabile. Nel 2001, alla morte della proprietaria Lidia Bravo, l’edificio, ormai sede storica della società, viene ereditato dai figli che, dopo una contrattazione durata circa un anno, ne decidono la vendita alla cooperativa stessa. L’intera assemblea dei soci procede così all’acquisto dello stabile grazie all’attivazione di un mutuo ventennale, confidando nelle entrate costituite dagli affitti dell’attività della trattoria. Nel 2006 la trattoria funziona anche come pizzeria, riscontrando notevole successo e richiamando anche una clientela giovane per

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Cavalleri Mario & figli

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Commercio Cavalleri Mario & figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Cavalleri Mario & figli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Riparazione e commercio di radiatori per autoveicoli INDIRIZZO | Corso Sempione 15 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632568 | F. 0331-632568 L’avvio dell’attività (1938-1949) Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta (1950-1969) A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e la diffusione dell’automobile come mezzo di trasporto di massa, comporta anche per l’officina Cavalleri un rapido aumento del volume di lavoro. Le richieste per la riparazione di radiatori non fanno che aumentare, complice anche la scarsa longevità dei radiatori delle utilitarie. Si decide pertanto di investire nella costruzione di un nuovo edificio, su un terreno di proprietà in corso Sempione, che unisca nello stesso stabile l’abitazione e l’officina. Nel 1956 avviene il trasferimento in quella che tuttora rimane la sede dell’impresa. Mario Cavalleri viene aiutato nel lavoro dal figlio maggiore Bernardino e, a partire dai primi anni sessanta, anche dall’altro figlio, Attilio , entrambi da sempre coinvolti nell’attività di famiglia. In questi anni l’impresa giunge ugualmente a contare fino a 6 dipendenti per poter far fronte alle richieste dei clienti e rispettare i tempi di consegna, considerata l’elevata quantità di tempo necessaria per la riparazione di un singolo radiatore. Per i Cavalleri, la difficoltà in questi anni consiste nel trovare persone disposte a lavorare stabilmente nella riparazione dei radiatori : attività che costringe ad esporsi a fumi, acidi e a rimanere a diretto contatto con l’acqua (per poter testare i radiatori). Solo nel 1969 i due figli di Mario Cavalleri entrano ufficialmente in società che, da impresa individuale, diviene società di fatto con la denominazione “Riparazioni radiatori per auto di Cavalleri Mario e figli”. In realtà, da sempre l’attività di riparazione si estende ad ogni tipo di radiatore, qualsiasi sia la sua provenienza (automobili, camion, carrelli elevatori, mezzi meccanici per l’edilizia). Dagli anni settanta ad oggi (1970-2007) Nel corso degli anni settanta, l’attività di riparazione comincia lentamente a decrescere. Accade, infatti, sempre più frequentemente, che sia più conveniente sostituire il radiatore danneggiato piuttosto che ripararlo. Consapevoli di questo cambiamento in atto, i fratelli Bernardino e Attilio Cavalleri, divenuti nel 1978 unici soci e amministratori, iniziano a prendere contatto con i primi rappresentanti delle aziende produttrici per la commercializzazione di radiatori. Questa tendenza alla sostituzione del radiatore prende definitivamente il sopravvento con la comparsa dei radiatori realizzati in plastica e alluminio, non riparabili. Nel 1987, alla riparazione, sempre più limitata a casi particolari, si aggiunge l’attività di commercio all’ingrosso di radiatori. Si intraprende anche il commercio di accessori e ricambi per auto, fanali soprattutto, per ampliare il volume d’affari e garantire al cliente un servizio completo di sostituzione delle parti danneggiate. Nel 1991, l’impresa si trasforma in srl con i due fratelli, Bernardino e Attilio, come unici amministratori. L’attività commerciale si fa sempre più importante, con la scelta, tuttavia, di rinunciare ai fanali e agli accessori per auto e rimanere specialisti nel campo dei radiatori. Questa decisione è dettata dalla necessità di riduzione dei costi di magazzino, non compensati da una vendita che rimane invece limitata a causa di una concorrenza più ampia e soprattutto per la percezione che la clientela ha dell’officina Cavalleri come specialista unicamente in radiatori. Oggi l’impresa, grazie ad un ampio magazzino , è in grado di soddisfare le richieste dei clienti molto più celermente rispetto alla concorrenza. Questo permette all’Officina Cavalleri di mantenere una posizione di forza nella commercializzazione di radiatori nonostante l’evoluzione di questo settore le abbia fatto perdere il vantaggio derivante dalle capacità tecniche che poteva far valere nella riparazione. Bernardino e Attilio, sono oggi affiancati nell’impresa dai rispettivi figli, Giorgio e Riccardo che, in linea con la tradizione familiare, sostituiranno in futuro i padri nella società. Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e

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Anganuzzi

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Commercio Anganuzzi DENOMINAZIONE SOCIALE | Eredi di Anganuzzi Ampellio sas di Cerrozzi Dora & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandata semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria in oro e in argento e bomboniere INDIRIZZO | Corso Matteotti 62 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-280206 La prima orologeria di Varese (1909-1935) Efrem Anganuzzi, nato nel 1880 a Gravedona (oggi Gravedona ed Uniti), un piccolo centro rivierasco del lago di Como, apprende il mestiere di orologiaio lavorando presso l’argenteria Bernasconi di Milano, bottega fondata nel 1872 e ancora oggi attiva con il suo prestigioso negozio situato in Galleria Vittorio Emanuele II. Dopo aver avviato un’attività autonoma con lo stesso Bernasconi, nel 1909 Efrem apre a Varese – nell’allora corso Vittorio Emanuele, poi corso Matteotti – un laboratorio artigiano per la riparazione di orologi, sveglie e pendole: nasce così quello che può essere considerato il primo negozio di orologeria della città. La ditta individuale Efrem Anganuzzi dispone anche di un recapito a Gavirate , che apre soltanto il venerdì, giorno di mercato, per servire la clientela del circondario. Nel 1913 Efrem Anganuzzi sposa Emilia Giuseppina Bottini, nata nel 1891, che s’inserisce come coadiuvante nell’impresa del marito. Dal matrimonio nascono Rosita nel 1913 e Ampellio nel 1920. L’attività cresce rapidamente e il laboratorio di riparazioni, che si trova al piano superiore del locale, confinante con l’abitazione di famiglia, arriva a contare ben otto dipendenti, tutti orologiai. La data di riparazione e il nome della ditta vengono incisi all’interno delle casse degli orologi riparati, funzionando da garanzia per il cliente . Ogni lunedì Efrem e i suoi operai, e in seguito anche suo figlio Ampellio, si recano nelle ville dei “signori”, molti dei quali milanesi, per ricaricare le preziose pendole. Al lavoro di riparazione e manutenzione si affianca la vendita di gioielli (fedi nuziali, anelli, orecchini, spille, collane) e argenteria varia. Il giovane Ampellio frequenta la scuola di orologeria della Società umanitaria di Milano e a soli quindici anni vince un premio per la creazione di un orologio a pendolo. Di padre in figlio passando per la madre (1936-1962) Finita la scuola, Ampellio inizia a lavorare nella bottega del padre, mentre sua sorella Rosita intraprende una strada diversa. Durante la Seconda guerra mondiale il giovane, arruolato, è fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania. Con l’emanazione delle leggi razziali molti ebrei che fuggono in Svizzera entrano nel negozio degli Anganuzzi per vendere i loro gioielli, ma l’onesto Efrem non ne approfitta, preferendo indirizzarli altrove. Rientrato a Varese e ripreso il lavoro, nel 1947, onorando un lungo fidanzamento, Ampellio Anganuzzi sposa Dora Cerrozzi, nata nel 1926, di professione stenodattilografa e impiegata negli anni della guerra presso la sede di Varese della Cassa nazionale dei lavoratori dello spettacolo sfollati nella città varesina. Nel 1949 muore Efrem Anganuzzi e la titolarità dell’impresa passa alla moglie Emilia Bottini, coadiuvata dal figlio, che nel 1950, con la nascita di Daniela, diventa padre. Negli anni successivi si assiste alla quasi completa trasformazione commerciale del negozio, che porta alla chiusura del laboratorio di riparazioni. Queste sono ora eseguite nel retrobottega dal solo Ampellio, aiutato nei momenti di punta da un orologiaio esterno. Nel 1958 nasce Raffaela, la seconda figlia di Ampellio. Questi, nel 1961, subentra alla madre ormai anziana e la ditta assume la denominazione “Oreficeria Anganuzzi Efrem di Ampellio Anganuzzi”, mentre sua sorella Rosita, che non ha mai partecipato all’attività del negozio, viene liquidata per la sua parte. Dora Cerrozzi inizia a lavorare con il marito , occupandosi anche della contabilità e tenendo i rapporti commerciali con i rappresentanti e fornitori, tra i quali detiene, ancora oggi, un ruolo particolarmente importante la gioielleria Lattuada di Milano nata nel 1930. Nel 1962 cessa l’attività del recapito di Gavirate. Dagli orologi ai bijoux (1963-2012) Nel corso degli anni sessanta si afferma la vendita della posateria in argento, con marchi importanti quali Mantel e Clementi di Casalecchio di Reno. Si sviluppa altresì il settore orologeria, con marche note, come gli orologi svizzeri Cyma e Lorenz, molto apprezzati da Ampellio, il cui lavoro comprendeva, oltre la riparazione, anche il semplice controllo degli orologi portati in negozio dai clienti. Cresime, anniversari, fidanzamenti e matrimoni costituiscono le occasioni più ricorrenti per la vendita di oggetti di valore, che si concentra soprattutto nel mese di dicembre. Nel negozio si predispongono anche le sorprese in oro o in argento per le uova pasquali confezionate da una pasticceria locale. L’orologeria e gioielleria Anganuzzi conta su una cerchia di clienti fedeli, molti dei quali hanno conosciuto direttamente il fondatore o ne ricordano la figura quando da piccoli frequentavano il negozio insieme ai loro nonni o genitori. Clienti che diventano “amici” in un lungo rapporto di fiducia e stima. Le figlie di Ampellio Anganuzzi e Dora Cerrozzi hanno inizialmente e per lungo tempo un rapporto del tutto occasionale con l’attività dei genitori, preferendo intraprendere altri percorsi di vita, che dopo gli studi portano entrambe alla professione di insegnante. Il 3 giugno 1988, mentre la famiglia sta per celebrare le nozze di Raffaela e in un periodo in cui gli affari vanno piuttosto bene, il negozio subisce una rapina. Lo storico rapporto fiduciario che lega la ditta al proprio fornitore di gioielli Lattuada si rivela una risorsa preziosa per far fronte all’emergenza. L’offerta merceologica conosce un profondo cambiamento: si riduce il peso degli orologi, mentre, a partire dagli anni duemila, compaiono gli articoli di bigiotteria di qualità in argento, che a loro volta sostituiscono progressivamente i più costosi gioielli tradizionali, di cui sono peraltro una “perfetta imitazione”. Nel 2007 muore Ampellio Anganuzzi, presente in negozio sino agli ultimi giorni della sua vita. L’attività prosegue con la costituzione della società in accomandita semplice “Eredi di Anganuzzi Ampellio di Cerrozzi Dora & C.” con Dora Cerrozzi come socio accomandatario e le due figlie socie accomandanti. La vedova – che dopo la morte del marito abita nell’antico appartamento di famiglia posto al piano superiore del negozio, entrambi da sempre in affitto – assume la conduzione dell’impresa, con la consueta professionalità, supportata dalle

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Casa del popolo di Venegono Superiore

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Commercio Casa del popolo di Venegono Superiore DENOMINAZIONE SOCIALE | Casa del popolo di Venegono superiore società cooperativa FORMA GIURIDICA | Società cooperativa ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gestione centri di aggregazione sociale, educativa, culturale sportiva. INDIRIZZO | Via C. Battisti 52 | 21040 | Venegono Superiore (VA) CONTATTI | T. 0331-850361 Dai primi del Novecento alla seconda guerra mondiale (1914-1944) La storia della Casa del popolo di Vengono Superiore affonda le radici in una tradizione cooperativa che risale al primo decennio del Novecento. Nel 1914, a Venegono, nasce ad opera del movimento socialista una Casa del popolo sita in via dei Prati (oggi via Pasubio). Questa, come avviene anche altrove, svolge sia una funzione di luogo di ritrovo e assistenza per i lavoratori, sia quella di cooperativa di consumo e circolo ricreativo . Venegono è, in questo periodo, un piccolo paese in cui la principale fonte di reddito è costituita dall’impiego nelle attività edilizie del Milanese. I bassi salari sono integrati dalla coltivazione di piccoli appezzamenti di terra che le famiglie del paese si tramandano di generazione in generazione. La cooperativa di consumo svolge, quindi, una funzione particolarmente importante poiché consente di contenere i prezzi dei generi alimentari, dei prodotti casalinghi e dell’abbigliamento. La scissione comunista del 1921 dal Psi, porta alla creazione in paese di una nuova Casa del Popolo, a Monterosso, grazie alla donazione del terreno da parte di un simpatizzante e al lavoro gratuito, nei fine settimana, degli iscritti. Vengono aperti anche due punti vendita: uno in via Garibaldi e l’altro in piazza Montegrappa. Con l’avvento del fascismo le attività politiche cessano ma la cooperativa di consumo continua a funzionare, spesso in modo clandestino, tollerata dallo stesso regime per la necessità della popolazione di avere una fonte di approvvigionamento alimentare . Dal Dopoguerra agli anni settanta (1945-1979) Alla fine della guerra la cooperativa di consumo viene ricostituita sotto il nome di “Circolo famigliare cooperativa venegonese – società cooperativa a responsabilità limitata” da Carlo Brogli (primo presidente), Carlo Cattaneo, Vittorio Pogliani, Carlo Cattaneo (fu Antonio), di professione muratori, e Natale Zanchini, operaio, i quali sottoscrivono una quota di capitale di 500 lire a testa. La sede rimane in via Pasubio e tre anni dopo, nel 1948, cambia denominazione in “Casa del popolo di Venegono Superiore – Società cooperativa a responsabilità limitata”. Nello stesso anno viene anche acquistato un terreno per edificare una nuova sede sociale (in via Alpini), costruita dai soci stessi e inaugurata il 1° maggio 1949. Nell’ottobre 1950, viene aperta anche una succursale in via Garibaldi per la vendita di generi alimentari, e nel 1954 il socio Carlo Uslenghi cede alla Casa del popolo la propria trattoria. Il locale viene chiuso già l’anno successivo ma la licenza viene trasferita alla sede sociale. In questo periodo, infatti, l’attività prevalente è lo spaccio di bevande che si accompagna al mantenimento di una dispensa da cui i soci possono rifornirsi dei beni di prima necessità. La Casa del popolo organizza anche attività puramente ricreative quali intrattenimenti danzanti, incontri di pugilato e il gioco delle bocce. Il nuovo statuto del 1971 aggiorna di conseguenza le finalità sociali, orientandole maggiormente verso le attività culturali e politiche piuttosto che verso l’originale cooperazione di consumo. La Casa del popolo viene nuovamente trasferita, nel 1974, in via Battisti, all’esterno del centro paese, in una sede più accessibile. Dagli anni ottanta ad oggi (1980-2008) Dal 1981 la cooperativa affitta la gestione diretta del circolo percependo un compenso forfetario. La scelta si rivela positiva sul lato economico, ma impone limitazioni nell’utilizzo degli spazi per l’organizzazione e la promozione di attività culturali e sociali. A partire dal 1983 alcuni soci ricoprono cariche nell’amministrazione comunale di Venegono. Questo nuovo impegno distoglie energie dalla cooperativa che non riesce ad affrontare il problema del ricambio degli organi direttivi. Il numero degli iscritti cala in questi decenni da circa 150 alla settantina di soci attuali, quasi tutti pensionati e subentrati nel possesso delle azioni aipropri padri, come previsto dallo statuto sociale. Questa diminuzione è dovuta anche al distacco progressivo dalla partecipazione politica attiva della maggior parte dei cittadini, soprattutto dei giovani, e all’incremento dei luoghi di aggregazione e di svago. Anche la cooperativa di consumo si vede superata nelle sue finalità dalla disponibilità di prodotti e dall’abbassamento dei prezzi conseguenti alla nascita e allo sviluppo della grande distribuzione. La cooperativa oggi è attiva nel recuperare le adesioni degli eredi dei soci passati, nel tentativo di rinnovare lo spirito cooperativo e di riprendere il costume dell’assistenza e dell’informazione politica – ora in pratica demandata solo alla televisione – affinché la Casa del Popolo ritorni ad essere un luogo di incontro e di confronto. La storia della Casa del popolo di Vengono Superiore affonda le radici in una tradizione cooperativa che risale al primo decennio del Novecento. Nel 1914, a Venegono, nasce ad opera del movimento socialista una Casa del popolo sita in via dei Prati (oggi via Pasubio). Questa, come avviene anche altrove, svolge sia una funzione di luogo di ritrovo e assistenza per i lavoratori, sia quella di cooperativa di consumo e circolo ricreativo . Venegono è, in questo periodo, un piccolo paese in cui la principale fonte di reddito è costituita dall’impiego nelle attività edilizie del Milanese. I bassi salari sono integrati dalla coltivazione di piccoli appezzamenti di terra che le famiglie del paese si tramandano di generazione in generazione. La cooperativa di consumo svolge, quindi, una funzione particolarmente importante poiché consente di contenere i prezzi dei generi alimentari, dei prodotti casalinghi e dell’abbigliamento. La scissione comunista del 1921 dal Psi, porta alla creazione in paese di una nuova Casa del Popolo, a Monterosso, grazie alla donazione del terreno da parte di un simpatizzante e al lavoro gratuito, nei fine settimana, degli iscritti. Vengono aperti anche due punti vendita: uno in via Garibaldi e l’altro in piazza Montegrappa. Con l’avvento del fascismo le attività politiche cessano ma la cooperativa di consumo continua a funzionare, spesso in modo clandestino, tollerata dallo stesso regime per la necessità della popolazione di avere una fonte di approvvigionamento

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Ambrosetti

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Commercio Ambrosetti DENOMINAZIONE SOCIALE | Ambrosetti di Lorenzo Ambrosetti & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di valigeria, pelletteria e accessori INDIRIZZO | Via Mazzini 6 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-281206 | F. 0332-281206 | www.valigeriaambrosetti.it Una piccola realtà artigiana e commerciale (1930-1949) Nel 1930, all’età di 44 anni, Emma Gottardi apre, sotto forma di ditta individuale, un negozio a Varese in via Donizetti 11 (l’attuale via Mazzini 6) per la fabbricazione e il commercio al minuto di borse per la spesa. Emma è nata in Algeria nel 1886 da emigranti italiani. Trasferitasi a Varese, nel 1910 vi ha sposato Enrico Ambrosetti residente a Biumo superiore e dalla loro unione nel 1913 è nato Giancarlo. Con il figlio oramai diciassettenne, Emma può dedicarsi pienamente alla produzione artigianale di borse, probabilmente legata all’attività di Enrico che i familiari ricordano connessa ai lavori di selleria. Cucendo a macchina nel retro del negozio pezzi di pelli provenienti da scarti di lavorazione, Emma realizza robuste borse di foggia triangolare vendute poi al minuto assieme a ombrelli e ad altri prodotti di pelletteria. Il locale, in affitto, è piccolo, ha due vetrine ma è situato al centro di una zona commercialmente interessante servita da una linea tramviaria e frequentata sia per via della fiera del bestiame che si teneva ogni lunedì in piazza (l’attuale piazza Repubblica), sia per la presenza di importanti calzaturifici i cui operai effettuano gli acquisti durante la pausa lavorativa, affollando così il negozio a mezzogiorno. Macchina da cucire Singer utilizzata per le riparazioni. Anni trenta, Archivio d’impresa. L’attività è molto impegnativa: Emma segue anche la parte amministrativa e trascorre in negozio l’intera giornata scaldando il pranzo che le viene portato dai familiari. A sera torna a piedi a Casbeno, in via Monterosa, dove dal 1935 la famiglia si è trasferita. Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1942, Giancarlo sposa Ines Marinelli e vanno ad abitare in via Monterosa, accanto ai genitori. Nel 1944 nasce Lorenzo. Alla conclusione del conflitto, Giancarlo segue per qualche anno la sua inclinazione sportiva per il calcio giocando nel Varese ma la morte del padre nel 1946 e le necessità della famiglia lo portano a dedicarsi interamente al lavoro. Lo sviluppo commerciale (1950-1966) Nel 1950 Giancarlo apre presso l’abitazione di via Monterosa una fabbrica di valige di fibra, un prodotto elementare molto richiesto in un Paese investito da forti flussi migratori. Anche l’attività commerciale, affidata al ramo femminile della famiglia, conosce un importante salto di qualità: aiutata dalla nuora Ines, che le fa da supporto anche sulla parte amministrativa, Emma cessa la produzione artigianale di borse da spesa focalizzando l’attività sul solo commercio di borsette e oggetti di moda. Nel 1956 l’attività si arricchisce di un tassello importante: Ines avvia un negozio a Milano, nella centralissima via Solferino 9 con il supporto di una commessa. Così, ogni giorno, al mattino aiuta la suocera in negozio a Varese e nel pomeriggio va in treno a Milano. Con i primi anni sessanta l’incremento dell’attività del negozio di Varese rende necessaria la collaborazione di una commessa che affianchi Emma e Ines. La presenza di queste figure familiari porta il piccolo Lorenzo ad avere nel negozio un punto di riferimento affettivo: frequenta le scuole nel centro di Varese e, al termine delle lezioni, si reca in negozio dove mangia nel retro con la mamma e la nonna e passa il pomeriggio a fare i compiti. Nella memoria dell’imprenditore, questa stagione sarà indissolubilmente legata al profumo della minestra che egli avverte varcando la soglia e alla possibilità di incontrare fugacemente la mamma in partenza per Milano. Giancarlo, dal canto suo, è assorbito dall’attività del laboratorio di via Monterosa che assume dimensioni di un certo peso e dà lavoro a venti operai. Diplomatosi in ragioneria nel 1964, Lorenzo è subito coinvolto nelle attività di famiglia: il laboratorio e il negozio. Spesso poi si reca in auto a prendere la mamma a Milano o alla stazione di Varese per alleviarle la fatica del ritorno a casa. La seconda generazione (1967-1991) Il biennio 1967-68 rappresenta un anno di svolta nella vicenda della famiglia e dell’impresa. L’attività avviata da Giancarlo è a un bivio: occorre decidere se svilupparla profondendovi nuove energie e cavalcando le trasformazioni tecnologiche introdotte nel settore dall’arrivo di nuovi marchi (Samsonite, Roncato) o se abbandonarla. L’interesse di Lorenzo è orientato al negozio, le risorse umane su cui la piccola famiglia Ambrosetti può contare sono già sovraccaricate per cui Giancarlo, in precarie condizioni di salute, decide nel 1967 di chiudere il laboratorio. Per gli stessi motivi Ines cede il negozio di Milano. Parallelamente si presenta l’opportunità di acquistare la proprietà dei muri del negozio e, per l’occasione, ne viene effettuata una prima ristrutturazione. Nello stesso anno Lorenzo sposa Maria Iori, occupata presso uno studio professionale di paghe e contributi. Emma accoglie il nipote Lorenzo in ditta come socio trasformando la ditta individuale in una società di fatto denominata “Ditta Ambrosetti di Emma e Renzo Ambrosetti”. In questa situazione di intensi cambiamenti, Maria si inserisce nella nuova famiglia portandovi un contributo importante. Grazie alle sue competenze professionali fa fronte alla gestione amministrativa del negozio – che ora conta due commesse – e assiste Emma presso l’Ufficio delle imposte per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Maria non può garantire la presenza diretta in negozio perché deve accudire i figli nati dal matrimonio (Marco nel 1970, Paolo nel 1972 e Giancarlo nel 1977) e tuttavia anche da casa svolge un’importante opera di supporto preparando il pranzo per gli altri. Accompagna inoltre il marito e il suocero a Torino presso gli alberghi che organizzano le esposizioni dei pellettieri (la Fiera di Milano e il Mipel erano ancora lontani) e segue il percorso che negli anni settanta porterà al negozio marchi importanti quali Coccinelle, Samsonite e Gherardini. Nel 1972 muore Emma e nella società di fatto subentra Giancarlo: la denominazione muta in “Ditta Ambrosetti di Giancarlo e Renzo Ambrosetti”. Nello stesso anno viene acquistato un

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Brusa

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Commercio Brusa DENOMINAZIONE SOCIALE | Brusa srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Forniture idrauliche, sanitarie e arredamento bagno INDIRIZZO | Via Giusti, 3 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-275320 | F. 0332-275315 | www.brusasrl.it L’ascesa di Eugenio Brusa, da garzone a proprietario (1923-1945) È il 23 settembre 1923 quando Eugenio Brusa registra l’omonima ditta individuale  che effettua impianti e riparazioni di attrezzature idrauliche e il commercio al minuto di materiale del medesimo settore merceologico. Nato a Varese da Antonio ed Elisabetta Vedani il 29 dicembre 1890, Eugenio frequenta le scuole elementari e poi una scuola di disegno. Rimasto orfano di padre, entra come garzone nell’impresa idraulica di Paolo Castiglioni, che opera a Varese dagli inizi del secolo. Il titolare è ormai avanti con gli anni e i figli non sono interessati a proseguire l’attività. Pertanto Eugenio decide di rilevarla, dapprima prendendo in affitto il negozio con magazzino in via Magatti 4 a Varese, e in seguito acquistando dalla vedova di Castiglioni tutto lo stabile di tre piani. Il capitale iniziale per entrambe le acquisizioni gli viene prestato da un rappresentante di prodotti idraulici con cui Eugenio lavora. I suoi fornitori sono prevalentemente a Milano, città dove Eugenio si reca frequentemente col camioncino per acquistare i materiali all’ingrosso. La ditta ha quattro dipendenti. Eugenio non dimentica l’aiuto di cui ha usufruito e quando l’attività si è consolidata a sua volta aiuta molti idraulici che hanno scelto di aprire ditte individuali nei paesi del varesotto. Eugenio è sposato con Giuseppina Cappelli, originaria di Azzate. La moglie è sarta ed esercita il suo lavoro a casa, dove ospita spesso giovani apprendiste. Nel 1925 nasce il primo figlio, Gianluigi. La secondogenita, Maria, muore in tenerissima età nel 1929. Gianluigi compie gli studi elementari a Varese e, dalla seconda ginnasio, al Collegio arcivescovile di Desio. Si iscrive al Politecnico di Milano ma abbandona gli studi dopo un diverbio con un docente. Nel contempo aiuta il padre tenendo i contatti con i fornitori a Milano. Sono gli anni della lotta di Liberazione. Il punto di riferimento di Gianluigi è don Franco Rimoldi, assistente all’Oratorio di San Vittore, attivo nella rete che favorisce espatri clandestini di ebrei, disertori e antifascisti. Con don Franco Rimoldi Gianluigi aveva iniziato dall’età di sedici anni l’attività di volontariato che lo impegnerà per tutta la vita: il trasporto dei malati nei santuari italiani e a Lourdes. Nel novembre 1943 Gianluigi comincia a distribuire volantini e manifesti clandestini e a nascondere in casa qualche pistola, collaborando attivamente con la Brigata partigiana cattolica “Bruno Passerini”, che opera tra Varese e Induno Olona. Avvertito da un’amica dell’imminente retata, nel settembre 1944 si rifugia presso una zia nel rione di Casbeno. In seguito si nasconde a Gemonio, presso la zia di un colono che coltiva un terreno di proprietà dei Brusa nella frazione varesina delle Bustecche. Eugenio, ignaro dell’attività del figlio, di cui è al corrente invece la madre, viene incarcerato nel settembre 1944. In carcere con lui finiscono alcuni dirigenti dell’Aeronautica Macchi e il futuro sindaco democristiano di Varese, Mario Ossola. Viene rilasciato dopo un paio di settimane, essendo stata dimostrata la sua estraneità ai capi d’imputazione. Finita la guerra, Gianluigi affianca stabilmente il padre nella conduzione dell’azienda. Dall’installazione alla vendita: la svolta di Gianluigi (1946-1974) Il 1 gennaio 1946 segna un momento di svolta: la “Eugenio Brusa” cessa di installare impianti ed effettuare riparazioni per dedicarsi esclusivamente alla compravendita di materiali idraulici. L’attività impiantistica viene lasciata alla “Vedani & C.”, intestata al cugino di Gianluigi, Giuseppe Vedani, e ai soci Egidio Bianchi ed Emilio Ambrogini. La scelta di specializzarsi nel settore della vendita è dovuta a due fattori: innanzitutto Gianluigi ha maturato esperienze prevalentemente nel settore commerciale, che gli risulta più congeniale; in secondo luogo, sulla piazza di Varese non c’è ancora nessun grossista in grado di servire gli altri installatori e procurare il materiale necessario. Nel 1951 Gianluigi sposa Amalia Antonia Cozzi, maestra elementare, nata a Nerviano (Mi) e trasferitasi a Varese con la famiglia al seguito del padre doganiere. Dal 1951 fino al 2001 Gianluigi sarà presidente dell’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati Lourdes santuari internazionali) di Varese. A questa attività può dedicare molto tempo grazie all’assenso incondizionato della moglie e alla preziosa collaborazione di due dipendenti che lavoreranno quarant’anni per la ditta, seguendo uno la parte commerciale e l’altro la consulenza ai clienti. Pochi mesi dopo la nascita del primogenito Alessandro, nel 1952, muore Eugenio. Essendo Gianluigi l’unico erede, il 13 settembre 1952 viene registrata una nuova ditta, la “Brusa Eugenio di Brusa Gianluigi”. La famiglia Brusa si ingrandisce ancora con l’arrivo di altri figli: Eugenia nel 1953, Annalisa nel 1955, Ariberto nel 1956, Paola nel 1961. La moglie Amalia prosegue con l’insegnamento fino alla nascita della secondogenita, poi sceglie di dedicarsi alla cura della famiglia. Pur non rivestendo un ruolo stabile nell’organigramma della ditta, aiuta il marito nella contabilità. Gianluigi consolida ed ingrandisce l’attività ereditata dal padre, sfruttando anche le opportunità offerte dall’espansione edilizia del boom economico. Per questa attività imprenditoriale riceverà nel 1999 l’onorificenza di grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica, che assommerà ad altri titoli conferiti da Ordini religiosi. La terza generazione: Ariberto e i fratelli (1972-1995) Nel 1975 Ariberto si è appena diplomato all’Istituto tecnico di Varese come perito meccanico. Vorrebbe studiare ingegneria, ma viene sollecitato energicamente ad entrare in azienda a causa di una malattia del padre. Un aggravamento della malattia di Gianluigi nel 1987 lo costringerà a farsi carico maggiormente della gestione aziendale, impegno che ancora oggi assolve con una responsabilità assimilabile a quella di direttore. Ariberto è l’erede di Gianluigi anche nel consiglio dell’Associazione commercianti di Varese. Gianluigi ricopre la carica dal 1986 fin quando deve ritirarsi per raggiunti limiti di età ed è sostituito dal figlio. La tradizione di volontariato espressa per decenni dall’attività di Gianluigi con gli ammalati viene in qualche modo proseguita da Ariberto, che è donatore di sangue e, assieme alla moglie Daniela Colonna Preti, dirigente della Polha, Polisportiva per disabili di Varese.

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CAMERA DI COMMERCIO DI VARESE

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