Industria Venzaghi Centro Industriale Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Venzaghi Centro Industriale Srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Locazione di beni immobili propri INDIRIZZO | Via f.lli Cairoli 6 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632284 | F. 0331-632284 L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1871-1905) Nel 1871, l’appena ventenne Achille Venzaghi, dopo un breve periodo di apprendistato presso un’impresa locale, avvia a Busto Arsizio una piccola produzione di scialli di cotone basata su pochi telai a mano. L’iniziativa nasce sotto il nome del padre Giuseppe Venzaghi, un commerciante in oro che però, nell’ultima parte della sua attività lavorativa, si era occupato della commercializzazione di tessuti . Da qui deriva, probabilmente, la scelta di Achille che, grazie alle sue capacità, sviluppa ben presto la neonata ditta. Nel 1876, infatti, lo stesso Achille Venzaghi costituisce una società con gli zii Bossi e Restelli (Bossi, Restelli & C.) per poter ampliare l’attività. Nel 1881 la società si scioglie, sostituita dalla Ditta F.lli Venzaghi di Giuseppe che Achille fonda insieme ai suoi due fratelli, Luigi e Pietro, per la produzione di scialli e stoffe di cotone con telai a mano. La ditta viene installata in uno stabilimento di via XX Settembre ottenuto in affitto dalla Ditta Carlo Candiani. Dopo solo un anno, la F.lli Venzaghi è già in grado di far costruire degli stabilimenti propri, nell’attuale via Mazzini, adibiti a tintoria e a tessitura. Nel 1887, Achille Venzaghi compie il suo primo viaggio in America del Sud seguendo l’amico Enrico Dell’Acqua – un vero e proprio pioniere nella sua attività di apertura di sbocchi commerciali internazionali per l’industria tessile dell’Alto Milanese – proprio con lo scopo di organizzare una rete di vendita stabile per l’esportazione dei propri prodotti. La crescita delle ordinazioni di tessuti, dall’Italia e dall’estero, spinge l’impresa a sostituire i telai manuali con quelli meccanici per aumentare la capacità produttiva, impiantando così, nel 1892, uno dei primi stabilimenti di tessitura meccanica della zona. I telai meccanici, utilizzati per la fabbricazione di tessuti greggi e colorati per pantaloni, sono inizialmente cento ma aumentano continuamente fino a raggiungere il numero di 450. Negli stessi anni, Achille Venzaghi compie viaggi in Egitto e Turchia alla ricerca di nuovi mercati, ottenendo nuove commesse che contribuiscono alla continua crescita dell’impresa. Dal 1906 al 1928 Nel 1906, la Ditta Fratelli Venzaghi di Giuseppe, ormai una tra le più affermate aziende tessili bustesi, viene trasformata nella Società Anonima Cotonificio Venzaghi. A capo dell’impresa vi sono Achille Venzaghi, presidente del consiglio d’amministrazione, e il fratello Pietro. L’anno successivo, l’impresa attua un programma di ampliamento delle proprie attività con la costruzione di una filatura di cotone americano di circa 12.000 fusi. Questo processo di espansione non si arresta nemmeno dopo il 1907, anno in cui tutto il settore registra una prima crisi di sovrapproduzione. Nel 1909, infatti, viene decisa la creazione di un nuovo impianto di filatura e si perfeziona la capacità produttiva degli impianti completando i reparti tintoria e preparazione: l’obiettivo è il raggiungimento del ciclo completo di lavorazione del cotone, dalla materia prima al tessuto finito. L’avvento della Prima guerra mondiale porta gravi difficoltà all’industria cotoniera dell’Alto Milanese a causa della carenza di materia prima, di energia, di combustibile e per la chiusura dei mercati d’oltremare, tanto faticosamente conquistati pochi anni prima. Questo difficile periodo viene superato grazie alle importanti forniture commissionate per l’esercito italiano e anche francese che divengono, anzi, un’ulteriore occasione di crescita. A guerra conclusa, nel 1918, Achille Venzaghi, in memoria del figlio Carlo, deceduto durante il servizio militare, istituisce un fondo pensioni per i dipendenti del cotonificio divenuti inabili al lavoro ed una cassa di maternità per le proprie operaie gestanti. Nel 1920, nell’ambito di una politica di diversificazione degli investimenti, dovuta alle difficoltà che anche il Cotonificio Venzaghi si trova ad affrontare negli anni dell’immediato dopoguerra, la società partecipa alla costituzione dell’Istituto autonomo bustese per le case popolari, alla costituzione della Società agricola italo-somala e prende parte all’aumento del capitale sociale della Società anonima consorzio utenti nafta. Nel 1921, Achille Venzaghi si ritrova coinvolto senza colpa, in quanto socio fondatore, nello scandalo del fallimento della Banca Italiana di Sconto, un istituto ben articolato in Italia e all’estero, ma fondato ed operante in modo particolare nell’Alto Milanese. In questi anni Giovanni Venzaghi, figlio di Achille, dirige la società insieme ai cugini Silvio e Mario. Nel 1924, a seguito di una nuova ripresa della domanda di tessuti, il Cotonificio acquista dall’Anonima manifattura di Gemonio, uno stabilimento di tessitura situato a Cimbro, nei pressi di Vergiate, poi completamente rinnovato. Negli stessi anni, la fase di espansione del Cotonificio trova un freno nella riduzione della manodopera disponibile, rendendo necessario il reclutamento di forza lavoro in zone più lontane. L’impresa allora, inizia la costruzione di una casa operaia di 147 locali che concede in locazione solo alle famiglie di operai alle dipendenze della società stessa Fra il 1926 e il 1929, vi sono nuove acquisizioni di stabili adiacenti alla proprietà della società per la costituzione di nuove case operaie e per l’ampliamento della filatura – che aumenta nel 1928 a circa 24.000 fusi – e dei magazzini. Dal 1929 al 1939 La crisi economica dei primi anni trenta – col crollo dei prezzi all’ingrosso e la perdita di alcuni mercati esteri dovuti alla concorrenza delle industrie inglesi, americane e giapponesi – colpisce anche il Cotonificio Venzaghi che riduce l’orario lavorativo a quattro giornate settimanali. La grave crisi cotoniera e l’assoluta mancanza di ordini sia per l’esportazione sia per il mercato interno, costringono l’impresa a produrre per il magazzino allo scopo di non ridurre ulteriormente le giornate lavorative e, soprattutto, di non ricorrere a licenziamenti che saranno però necessari a partire dal 1932, anno in cui si assiste ad una migliore razionalizzazione del reparto filatura. Nel 1933, muore Achille Venzaghi, sostituito nella carica di presidente dal fratello Pietro. Nel 1934, entra nel consiglio di amministrazione Antonio Ferrario, marito di Maria Venzaghi, figlia di Achille. Viene creato un Fondo Achille Venzaghi,
Tessitura Valdolona Srl
Industria Tessitura Valdolona srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Tessitura Valdolona srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di tessuti in cotone INDIRIZZO | Via dei Piave 70 | 21057 | Olgiate Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-649994 | F. 0331-642524 | www.valdolona.it L’avvio dell’attività (1947-1971) La storia dell’impresa prende avvio dalla vicenda personale di Pierino Ciapparelli che, nel periodo tra il 1935 e il 1952, lavora presso la manifattura Bernocchi di Legnano come capo produzione, una mansione di grande responsabilità. Nel secondo dopoguerra, Eraldo Bernocchi, propone a Ciapparelli di aprire, parallelamente all’attività di dipendente, una attività di terzista per la Bernocchi per sostenere la produzione di grandi volumi di filati e tessuti richiesti dal mercato Nasce così nel 1947 la Tessitura Valdolona che Pierino Ciapparelli fonda come società in accomandita semplice con il socio Bruno Borsani e altri tre soci accomandanti, liquidati già nell’anno seguente. La sede viene stabilita in via Cadorna 20 ad Olgiate Olona, presso alcuni capannoni della segheria, ancora in funzione, di proprietà del padre di Pierino, Carlo Ciapparelli, dove vengono ospitati i primi dieci telai. Nel 1950, l’impresa si trasforma in srl e avvia ormai, accanto all’attività di terzista, una propria produzione, nel ramo camiceria sportiva, indumenti femminili, e piquet per bambini. Nello stesso tempo, ricopre grande importanza anche la produzione di tessuti greggi, che raggiunge in breve tempo il milione di metri annui. Sul finire degli anni cinquanta, i lavori di raddoppio dell’autostrada Milano-Laghi interessano i terreni sui quali sorgono i capannoni della segheria e della Tessitura Valdolona e costringono all’abbandono della sede. Per circa due anni, la Tessitura chiude l’attività produttiva e si trasforma in una società commerciale commissionando il tessuto a terzisti. Contemporaneamente vengono avviati i lavori per la costruzione di una nuova sede con annessa l’abitazione, in via Piave 68, presso la quale l’impresa si trasferisce nel 1962 riprendendo la produzione di tessuti. Pierino Ciapparelli, vera anima dell’impresa, segue soprattutto la produzione e la commercializzazione del prodotto, occupandosi anche dei rapporti col personale. La moglie, Teresina Maggi, lo assiste nella contabilità e nell’amministrazione dell’impresa. Oltre all’impegno profuso nella propria attività, Ciapparelli dedica una parte importante del proprio tempo all’insegnamento ai periti tessili nelle scuole serali Bernocchi e ricopre la carica di sindaco di Olgiate Olona dal 1970 al 1977. L’attività dagli anni settanta agli anni novanta (1972-1999) L’impresa continua a vivere in questi anni una situazione caratterizzata da grandi volumi di produzione, arrivando a impiegare nella lavorazione cento telai. Il mercato di riferimento è quello italiano: l’ottimo andamento delle vendite, non spinge a ricercare clienti esteri. L’intraprendenza imprenditoriale di Pierino Ciapparelli non è condivisa dal socio Borsani, meno orientato a investire nell’azienda: il mancato rinnovamento che ne consegue, determina una obsolescenza dei macchinari (telai a navetta). Inoltre la divergenza di prospettive porta anche, ad un certo punto, Ciapparelli a prefigurare l’avvio di un’attività propria che si sarebbe dovuta chiamare Idea cotone, ipotesi che però non avrà seguito per la sua prematura scomparsa. Nonostante questi problemi interni, anche i primi anni ottanta si dimostrano particolarmente favorevoli e segnano forse il punto di massima redditività dell’impresa. Nel febbraio del 1985, come detto, Pierino Cepparelli viene a mancare improvvisamente. L’impresa rimane sulle spalle della moglie Teresina Maggi che lo sostituisce nella conduzione dell’attività. Il socio Bruno Borsani chiede di essere liquidato e ciò causa un conseguente intaccamento delle risorse patrimoniali. Teresina Maggi è coadiuvata, in questi anni, dal figlio Alberto che però divide la sua attività tra la tessitura e la professione di chirurgo plastico. L’impresa vive un momento di crisi: risente dei mancati investimenti che hanno impedito di passare dai telai a navetta a quelli a pinza, più moderni e veloci. L’obsolescenza dei telai, bisognosi di un controllo più assiduo, determina un maggior carico di manodopera e quindi ulteriori aggravi finanziari. Nel 1992, la moglie di Alberto Cepparelli, Federica Chierichetti, figlia di imprenditori chimici e con alle spalle una lunga esperienza nel settore finanziario prende la decisione di sostituirsi al marito, in aiuto alla suocera ormai anziana. Nel 1995 viene nominata procuratrice speciale della Tessitura Valdolona srl. Il personale viene ridotto e la tessitura interna chiusa non potendo rimanere competitiva sul mercato per l’utilizzo dei telai a navetta. La produzione del tessuto è affidata a terzisti, vengono viceversa mantenuti l’orditura e le altre lavorazioni minori. Rimangono in funzione pochi telai per soddisfare piccoli ordini che, in quanto tali, non possono essere demandati ad altri e per la preparazione delle campionature. Si cerca di dare nuovo impulso ai prodotti tipici della Tessitura Valdolona: la camiceria sportiva e i tessuti per bambino, soprattutto per neonato. Con quest’ultimo tipo di produzione, la Valdolona si inserisce in un settore dominato da grandi gruppi, quali la Chicco e Prenatal, e trova un suo punto di equilibrio. Dal 2000 al 2007 Nel 2000, gli sforzi compiuti per far sopravvivere l’azienda rischiano di essere vanificati dall’affacciarsi della concorrenza cinese che porta alla chiusura la maggior parte dei clienti della Valdolona. Ciò comporta il crollo in breve tempo delle vendite e una nuova grave crisi per l’impresa. Quando già si è determinato di chiudere alla fine del 2002, Alessandro , figlio unico di Alberto e Federica Chierichetti, appena terminati gli studi superiori, decide, nel 2001, di continuare nell’impresa di famiglia. Può contare sull’esperienza materna nella conduzione dell’impresa e sull’immissione di nuovi capitali da parte del padre Alberto, ben felice di contribuire alla rinascita della tessitura. Nel 2002, una azienda terzista della Valdolona chiude la propria attività e Alessandro ne rileva i telai per ammodernare in questo modo gli impianti dell’impresa. Pur continuando nel settore camiceria, in breve tempo matura l’idea di portare la produzione sul settore alberghiero: l’unico settore che permette una produzione di qualità ma allo stesso tempo caratterizzata da volumi importanti, necessari per poter tenere testa alla concorrenza straniera. L’impresa si indirizza così al consumatore finale: si salta in questo modo l’intermediazione del confezionista, e si aggira la concorrenza cinese, particolarmente temibile sui prodotti intermedi del ciclo di lavorazione. Dal 2004, il fatturato
Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c.
Industria Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c. DENOMINAZIONE SOCIALE | Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tessitura di lino, canapa e cotone INDIRIZZO | Via Cappuccini 50 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-260547 | F. 0331-730112 | www.sironienrico.it Dal commercio all’industria (1893-1919) L’azienda nasce nel 1893 (secondo la tradizione famigliare nel 1892) per iniziativa di Enrico Sironi, uno dei diciassette figli di Giuseppe, detto Peppino, e di Paola Buffoni. La famiglia Sironi ha avviato a Gallarate molteplici attività imprenditoriali nel ramo tessile: Gaspare, nonno di Enrico, era stato un noto mercante di stoffe; lo zio Gaspare Germano aveva dato vita a un maglificio e il padre Peppino, alla sua morte nel 1879, aveva lasciato alla numerosa famiglia una prospera attività commerciale con sede in via Magenta 3. Enrico svolge nell’impresa di famiglia il suo apprendistato professionale sino a quando, stanco di dover dipendere dalle decisioni dei fratelli, decide di avviare un’attività individuale. Apre un negozio di tessuti di lino, cotone e affini presso la casa di famiglia nella piazza principale di Gallarate, l’attuale piazza Libertà. Ne affida la gestione alla moglie Angela Borgomanero, anche lei proveniente da una famiglia di imprenditori, e inizia a girare l’Italia per porre le basi di una solida rete di clienti. Nell’agosto 1899 Enrico muore improvvisamente lasciando la moglie con nove figli piccoli e il negozio da mandare avanti. Aiutata anche dal cognato Claudio, Angela sviluppa l’attività del negozio e quella produttiva, limitata a quel tempo ad un orditoio posto nella vecchia casa di Piazza Grande. Il filato dell’orditoio veniva distribuito al domicilio dei vari contadini e operai, che ritornavano in seguito il tessuto ultimato. Angela inserisce nell’attività i figli man mano che essi crescono. Carlo e Luigi detto Gino sono i primi ad affiancarla. Con il loro arrivo vengono acquistati alcuni telai meccanici che consentono di avviare in uno stabile della vicina via Borghi una prima diversificazione industriale dell’attività. Nel 1909 il Comune di Gallarate opera l’ampliamento urbanistico dell’allora piazza Vittorio Emanuele II e propone ai Sironi la permuta della casa nella piazza centrale con casa Sacconaghi sita in via Manzoni 12. Qui si trasferiscono i vari rami della famiglia e Angela Borgomanero vi trasferisce il negozio, successivamente affidato alle figlie Ida e Bambina, che lo gestiranno fino al marzo 1943. Lo sviluppo industriale (1920-1944 ) Nell’immediato dopoguerra, Carlo e Luigi – che nel frattempo hanno sposato due sorelle, Maria e Angelina Bertani, provenienti anche loro da una famiglia di imprenditori tessili – colgono l’occasione per dare all’impresa di famiglia una piena fisionomia industriale iniziando la costruzione di un ampio stabilimento in via Cappuccini 50, nel quartiere di Arnate, dove la tessitura risiede tuttora. La localizzazione deriva dal fatto che in quel luogo la madre possiede dei terreni, ma un ulteriore vantaggio consiste nel fatto che la zona di Arnate e Cardano al Campo è ancora agricola e quindi è facile reperirvi manodopera femminile. L’operazione è gestita attraverso la costituzione di due società anonime collegate da un accordo di esclusività: la Manifattura di Arnate che produce tessuti e la Enrico Sironi che ne commercializza la produzione. Le due imprese vedono la partecipazione proprietaria dei vari membri della famiglia e sono affidate alla gestione dei due fratelli coadiuvati dallo zio Claudio. Intanto nel 1923, attraverso un aumento di capitale, viene acquisito dalla Manifattura di Arnate lo stabilimento aperto nel 1879 dal nonno in via Magenta 3, nel quale vengono allocate attività produttive e amministrative in attesa del completamento dei locali in via Cappuccini. La suddivisione del lavoro tra le due imprese si accentua a metà degli anni venti quando la Manifattura di Arnate estende il proprio oggetto sociale all’attività immobiliare e muta la denominazione sociale in sa Immobiliare Arnate. Viene così introdotta una divisione tra produzione e proprietà immobiliare destinata a ritornare nel secondo dopoguerra. Nel 1928, sotto la spinta della crisi del settore, la Enrico Sironi assorbe la Immobiliare Arnate per ottenere le facilitazioni fiscali destinate a favorire la concentrazione di aziende. Nel corso degli anni venti l’impresa conquista un ruolo di primo piano nella produzione di telerie, tovaglierie, tessuti per calzaturifici e per sartoria e lo consolida con un aumento di capitale. Purtroppo gli strascichi della crisi del 1929 erodono il capitale e nel 1932 i soci preferiscono trasformare la società in un’accomandita semplice, sia pure di notevoli dimensioni. Nel 1933 l’impresa impiega 185 dipendenti nelle due sedi di via Cappuccini e via Magenta, dispone di 70 cavalli di forza elettrica, 200 telai, molti dei quali automatici o semiautomatici, anche se una trentina sono inattivi a causa della crisi. È dotata di 1.200 fusi per confezionare cops di canapa e lino, macchine incannatrici che possono produrre 6-7 mila metri giornalieri di tessuti di lino, canapa o misti di lino e canapa, lino e cotone, puro cotone. Sempre verso la fine degli anni trenta Felice e Luigi, nati rispettivamente nel 1919 e nel 1917 dal matrimonio tra Carlo e Maria Bertani, entrano nell’impresa come dipendenti, dopo aver completato gli studi l’uno di ragioneria, l’altro di perito tessile. Carlo, intanto, rimasto vedovo di Maria già nel 1930, si è risposato con Giuseppina Capè. La guerra mondiale e la conseguente crisi economica e sociale determinano la riduzione del capitale sociale. Inoltre nel marzo 1943 la vendita al dettaglio in via Manzoni 12 viene scorporata attraverso la costituzione della Ditta Fratelli Sironi fu Enrico e C. sas, che ha come gerenti accomandatari Carlo e Luigi mentre soci accomandanti sono gli altri membri della famiglia. Nel 1945, in seguito allo sciopero del 4-5 aprile, il prefetto di Varese ordina la chiusura dell’azienda a tempo indeterminato e blocca i salari. La terza generazione tra boom economico e sperimentazione del monoprodotto (1945-1979) Tra il 1944 e il 1948 muoiono i fratelli Carlo e Gino e si apre la via all’ingresso nella compagine sociale di una nuova generazione di cugini: Luigi e Felice figli del primo; Francesco
Società generale per l’industria della magnesia spa
Industria Società generale per l’industria della magnesia spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Società generale per l’industria della magnesia spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | L’acquisto, la produzione, la vendita di materie e prodotti chimici in particolare composti di magnesio di calcio INDIRIZZO | Via Varesina 1 | 21021 | Angera (VA) CONTATTI | T. 0331-939111 | F. 0331-931914 | www.solvay.it Dal 1900 al 1945 Alla fine dell’Ottocento Carlo Luigi Rodolfo, originario di Torino, opera nel settore estrattivo nelle cave intorno al Lago Maggiore. Dopo una prima esperienza ad Arona, decide di mettersi in proprio ad Angera iniziando la coltivazione di una nuova cava di dolomite per la produzione di ghiaietto per le massicciate stradali e costruendo, nel 1900, due fornaci per la produzione della calce dolomitica. In questi anni la zona collinare lungo le sponde del Lago Maggiore è un territorio favorevole per lo sviluppo dell’attività estrattiva per la produzione di calce e dà luogo alla nascita di numerose fornaci. Nel 1905 Emilio Rodolfo , figlio di Carlo Luigi, laureatosi al Politecnico di Milano nel 1899, rileva l’attività del padre e quattro anni dopo insieme a un compagno di studi dell’università, l’ingegner Giuseppe Rossetti, costituisce la società in accomandita semplice “Società italiana per la produzione del carbonato e dei coibenti di magnesia, ingegneri Rodolfo, Rossetti & C.” con sede a Milano e capitale sociale di lire 100.000. Rodolfo e Rossetti assumono la carica di gerenti mentre i soci accomandanti sono De Cristoforis e Canetti. Dopo pochi anni la direzione dello stabilimento è affidata al dott. Italo, fratello di Emilio. Le attività della società si svolgono ad Angera, in prossimità della cava di dolomite dalla quale veniva ricavata la materia prima per la produzione di prodotti magnesiaci. Al momento della fondazione sono impiegati 20 dipendenti. Nel 1910 la denominazione sociale muta in “Società generale per l’industria della magnesia ingegneri Rodolfo e Rossetti & c.”. Negli anni successivi si susseguirono piccoli aggiustamenti delle quote di proprietà dai vari membri della famiglia Rodolfo. In questi anni la società acquista le materie prime – la calce dolomitica e l’anidride carbonica – dalle fornaci che Emilio aveva rilevato dal padre (ditta “Ing. E. Rodolfo”). Attraverso il processo inglese Pattinson si producono carbonati di magnesio leggeri, adatti a inglobare molta aria nell’applicazione e quindi a favorire l’isolamento termico (come legante era usato l’amianto). Negli anni venti viene intrapresa anche la produzione di carbonato di calcio, inizialmente acquistando la calce calcarea come materia prima e successivamente introducendo la calcinazione del calcare all’interno del proprio stabilimento. Nel 1928 Italo lascia la direzione dello stabilimento; il capitale sociale viene diviso tra Emilio e la moglie Carla Prinetti. L’impresa conosce in questo periodo una forte espansione. Emilio Rodolfo negli anni trenta brevetta alcuni processi per la produzione di idrossidi e ossidi di magnesio pesanti per l’industria farmaceutica. In questi anni l’attività produttiva (dalla coltivazione della cava alla produzione dei sali di calcio e magnesio) comporta l’impiego di un elevato numero di manodopera, circa 250 persone. L’impresa utilizza il personale del territorio che integra l’attività nello stabilimento con il lavoro dei campi. L’estrazione e la lavorazione dei minerali non richiede elevate qualifiche professionali e quando sulle macchine gli operai acquisiscono maggiori competenze, vengono allettati da migliori salari delle imprese meccaniche della zona. Dal 1946 al 1989 L’impresa mantiene anche nel Secondo dopoguerra un forte connotato territoriale; il personale è reclutato ad Angera o nei comuni limitrofi e unisce l’attività in fabbrica con la gestione di piccoli appezzamenti terrieri. Spesso i ritmi dell’impresa trovano modo di conciliarsi con i cicli dei lavori agricoli e questa flessibilità rafforza il senso di appartenenza delle maestranze nei confronti della Magnesia. Nel 1948 muore l’ingegner Emilio. Egli aveva valutato la possibilità di vendere la società, non avendo figli maschi che garantissero la successione. Ciò non avviene e la conduzione dell’impresa rimane sempre a carattere famigliare: sono infatti le figlie Lorenza Rodolfo in Belloni e Stefania Rodolfo in Valerio a proseguire l’attività. Di lì a pochi anni sarà il figlio di Stefania, Marco Giulio, a prender e le redini della società, rilevando le quote della madre e della zia Lorenza. La nuova ragione sociale è “Società generale per l’industria della magnesia ‘ Ing. Rodolfo & C. di Valerio Marco Giulio ‘ sas. Negli anni cinquanta l’impresa sperimenta anche la vendita diretta della magnesia purgativa con il marchio Angelica destinata alle farmacie. Tuttavia questa strada non viene percorsa per molto tempo e si preferisce produrre il principio attivo, l’idrossido di magnesio, per le specifiche imprese del settore. Marco Giulio, insieme alla moglie Luisa Cederna, guiderà l’impresa fino al 1962, anno della sua scomparsa in un incidente stradale. La compagine sociale cambia nuovamente: ora le quote vengono suddivise tra Luisa, la figlia Giulia e la Waradsin, un’azienda chimica con sede in Liechtenstein. Tuttavia la presenza della famiglia Cederna nella gestione amministrativa della società aumenta sempre più in questi anni. Nel 1963 Enrico Cederna, cugino di Luisa, venne nominato procuratore e direttore generale della società; Giulia Valerio è impegnata nella direzione dell’area commerciale. La direzione dello stabilimento viene invece affidata a tecnici estranei alla famiglia che generalmente assumevano la carica di procuratori. Nel 1976 la sede legale della società viene trasferita da Milano ad Angera in via S. Martino, anche se nel capoluogo lombardo restavano gli uffici commerciali, e contabili. Due anni dopo l’impresa passa alla forma giuridica attuale di società per azioni con una presenza sempre maggiore della famiglia Cederna-Valerio nella divisione delle quote del capitale sociale. Enrico Cederna assume la carica di amministratore delegato a quella di direttore generale. Gli anni settanta e ottanta sono un periodo di forte sviluppo per l’impresa sottoposta a grandi interventi di rinnovamento degli impianti determinati sia dalla necessità di attuare le nuove norme entrate in vigore con la legge Merli del 1976, sia da quella di risparmiare energia. Notevole è la ricerca per la messa a punto e l’introduzione sul mercato di nuove tipologie di carbonati di calcio, in particolare quelli ultrafini rivestiti. Dal 1990 ad oggi All’inizio
Slimpa spa
Industria Slimpa spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Slimpa spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e commercializzazione di apparecchiature e componenti elettronici per ascensori INDIRIZZO | Via don Speroni 28 | 21062 | Cadrezzate (VA) CONTATTI | T. 0331-910401 | F. 0331-910473 | www.kone.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1942-1959) Oreste Fasani, nato nel 1903, dopo gli studi da perito meccanico ed una breve esperienza presso la centrale idroelettrica delle cascate del Toce, si impiega nell’impresa aeronautica Siai Marchetti di Sesto Calende come caporeparto. Nel 1942 le difficoltà della guerra, il rischio quotidiano dei continui bombardamenti, in una zona considerata strategica per il tipo di produzione militare, lo convincono ad abbandonare il suo lavoro per avviare con il fratello Arturo, anch’esso ex dipendente Siai, una autonoma e piccola produzione di parti elettromeccaniche per ascensori. Inizialmente l’attività è ospitata a Leggiuno nella cantina della moglie di Arturo, poi nei locali di un vecchio pastificio, oggi Villa Ossola. La fornitura di questi componenti all’impresa Bassetti elevatori di Milano (il signor Bassetti era un vicino di casa di Fasani), permette l’aumento del lavoro e l’assunzione dei primi operai. Successivamente la sede dell’attività, per necessità di nuovi spazi, viene portata in un fabbricato attiguo alla casa dei genitori dei due fratelli Fasani. Nel frattempo Oreste Fasani conosce per lavoro l’ingegnere Alfredo Spagnolo, proprietario e amministratore delegato dell’impresa Fiam (Fabbrica italiana ascensori e montacarichi). Da questa conoscenza nasce un rapporto di collaborazione molto stretta che porta, nel 1950, alla fondazione della società Slimpa (Stampaggio lavorazione italiana materie plastiche ed affini) formata dai due fratelli Fasani e dallo stesso Spagnolo. Presidente della neonata società è Alberto Panzanini, con Oreste Fasani quale consigliere delegato. La nascita della Slimpa risponde alla necessità, avvertita dall’ingegnere Spagnolo, di sviluppare il ramo della componentistica per ascensori, in particolare i relais e i dispositivi di sicurezza. L’obiettivo per la Fiam è quello di avere prodotti dedicati migliori di quelli reperibili sul mercato e a prezzi più bassi; d’altra parte la Slimpa non deve sostenere spese di acquisizione di ordini né cercare di costruirsi un proprio mercato di sbocco, passando direttamente alla Fiam i propri componenti che seguono di conseguenza l’andamento delle vendite degli ascensori. Infatti, anche se la proprietà fra le due imprese è divisa, la Slimpa si comporta, di fatto, come una divisione componenti della Fiam che ha l’esclusiva sui suoi prodotti. Nel 1958 l’espansione dell’attività porta ad un nuovo cambiamento di sede con la costruzione di uno stabilimento in quella che era la periferia di Leggiuno. Nel 1959, Alberto Panzanini, divenuto direttore tecnico della Fiam, si dimette dalla carica di presidente. Gli anni sessanta e settanta (1960-1976) Negli anni sessanta, quello che fino ad allora è rimasto un lavoro artigianale, acquisisce caratteristiche industriali con l’ampliamento e il miglioramento della produzione. La Slimpa, infatti, conta ora su un proprio ufficio tecnico e si dota degli impianti e delle attrezzature necessarie, compresi i trattamenti galvanici e gli stampaggi delle materie plastiche, per poter ottenere un ciclo produttivo completo. Questa scelta si spiega se si considera la difficoltà, in questi anni, per un’impresa sorta in un luogo lontano dai centri industriali maggiori, di recuperare sul mercato le parti finite necessarie alla propria produzione. Già notevoli sono le difficoltà incontrate nel costruirsi autonomamente una rete di fornitori di materie prime quali la plastica. In questi anni di boom nell’edilizia, la Slimpa, sviluppando un processo di automazione delle macchine, riesce a produrre tutte le bottoniere Fiam. Se nei primi anni sessanta i dipendenti sono in tutto circa 40, nello stesso decennio il numero del personale sale a 80 addetti. Tutto il personale viene reclutato in zona e principalmente nel comune di Leggiuno, per la precisa scelta di Oreste Fasani di dare lavoro, prima di tutto, agli abitanti del suo paese di cui sarà sindaco per circa quindici anni. Fra la fine degli anni sessanta e i primi anni del decennio successivo, prosegue la spinta all’automazione per poter contenere i costi: non si tratta però di un’automazione esasperata, dal momento che si investe prevalentemente sull’attrezzatura delle singole macchine e non sulle macchine nel loro complesso, permettendo così di utilizzare le stesse per più fasi di lavorazione, in base alle necessità del momento. Gli anni settanta vivono alcuni problemi legati alla trasformazione tecnologica che porta gradualmente ad una predominanza delle parti elettroniche su quelle elettromeccaniche. Nel 1974 un nuovo avvicendamento aziendale conduce alla presidenza Stefano Bracaglia, genero dell’ingegnere Spagnolo, mentre Oreste Fasani rirmane consigliere delegato. Nel 1976 il capitale sociale viene aumentato a 20 milioni di lire; il nuovo consiglio d’amministrazione comprende anche Mario Danti, Oreste Catinelli ed Enrica Spagnolo, moglie di Bracaglia, e vede Oreste Fasani assumere la presidenza della società. Dal 1977 ad oggi (1977-2008) Nel 1977 Oreste Fasani esce dalla società e il consiglio d’amministrazione viene ridotto a due membri, Alfredo Spagnolo, presidente, e Nicola Russo, consigliere delegato. Nel 1979 la proprietà passa alla Fiam Partecipazioni. Nello stesso anno inizia la produzione di quadri a microprocessori cui seguono la produzione di schede elettroniche e l’assemblaggio dei quadri elettrici, poi trasferite dalla sede Fiam di Pero a Leggiuno. Si devono quindi abbandonare alcune produzioni elettromeccaniche e inserire la produzioni elettroniche, cambiamento che non provoca una variazione nel numero degli addetti, poiché l’impresa si limita a sostituire il personale in pensionamento con addetti dal nuovo profilo professionale, principalmente periti elettronici. Nel 1986 l’oggetto sociale della Slimpa include la commercializzazione di ascensori, montacarichi, scale mobili, marciapiedi mobili ed apparecchi di sollevamento e trasporto in genere. Nel 1987 la società entra a far parte del gruppo Kone, grande multinazionale finlandese da 18.000 dipendenti e 2.000 miliardi di lire di fatturato, tra i leader mondiali nel mercato degli ascensori e scale mobili. Giuseppe Confalonieri diviene presidente della società, amministratore delegato è Sergio Salvetti, cui succede Angelo Poletti. Con la metà degli anni novanta, Slimpa attraversa un ulteriore momento di trasformazione. La produzione elettronica che aveva caratterizzato la società fino ad allora, viene prima concentrata presso la capogruppo in Finlandia e successivamente sviluppata in outsourcing.
Saporiti srl
Industria Saporiti srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Saporiti srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e installazione di macchine utensili INDIRIZZO | Via dei Patrioti 58 | 21058 | Solbiate Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-649196 | F. 0331-643136 | www.saporit.it Ditta individuale Carmelo Saporiti (1946-1970) Carmelo Saporiti, nato nel 1907 a Solbiate Olona, è un esperto operaio quando nel 1946 si mette in proprio e costituisce una ditta individuale per eseguire lavorazioni meccaniche. La sua esperienza tecnica proviene da anni di lavoro nelle grandi imprese di Milano, Busto Arsizio e Legnano, mentre sul piano imprenditoriale Carmelo è da poco uscito da una società costituita nel 1941 a Legnano con i signori Perico e Parini. Per liquidare la propria partecipazione, Saporiti porta con sé alcuni macchinari e li installa in via Matteotti a Solbiate Olona, dando così inizio alla propria attività nella cascina di proprietà della moglie Eleonora Filippini, dove i due si trasferiscono con il figlio Silvano nato nel 1935. In pochi anni il laboratorio assumedimensioniragguardevoli, arrivando ad impiegare 14 operai e una forza elettrica di 9 cavalli. Nel dopoguerra il mercato assorbe grandi quantità di macchinari per l’industria e la Saporiti si inserisce nell’espansione producendo torni e altri utensili. Laproduzione è destinata inizialmente all’Italia e dagli anni cinquanta anche all’estero: Germania, Stati Uniti, Messico, India e Sudafrica. Nell’impresa di Carmelo è impegnata da tempo anche la moglie Eleonora come dattilografa e segretaria e l’assunzione della prima impiegata avviene quando l’impresa ha già più di 25 operai. Nel 1957 Saporiti si trasferisce nell’attuale sede in via dei Patrioti, dove viene costruito un primo capannone che consente un ulteriore aumento dell’organico e una distribuzione più razionale degli spazi di produzione. Anche la nuova abitazione della famiglia Saporiti viene costruita adiacente all’industria. Alla fine degli anni cinquanta fa il suo ingresso nel nuovo stabilimento il figlio Silvano che ha conseguito all’Istituto Feltrinelli di Milano il diploma di perito meccanico e sta per completare il corso di laurea in ingegneria al Politecnico. Terminati gli studi, per alcuni anni Silvano è impegnato nell’insegnamento di meccanica, macchine e tecnologia presso l’Itis Bernocchi di Legnano. L’espansione del settore fino agli anni settanta favorisce in primo luogo i rivenditori di macchine utensili che mediano la relazione tra le aziende produttrici come la Saporiti e le industrie che comprano e utilizzano i macchinari.La politica messa in atto dai commercianti tende a comprimere i prezzi mettendo i fabbricanti in concorrenza tra loro e a sottovalutare l’importanza del servizio tecnico offerto ai clienti. I prodotti non portano nemmeno il marchio del produttore, ma sono venduti con un nome commerciale: le macchine della Saporiti, ad esempio, si chiamano Vampire, Super-Vampire e Comet. In seguito ad un’esperienza drammatica – nel 1963 la Saporiti si vede annullare un corposo ordine da un rivenditore – l’impresa corre ai ripari ridimensionando drasticamente l’organico e decidendo per il futuro di impegnarsi nella vendita diretta dei propri macchinari ai clienti industriali . La ristrutturazione, gestita da Carmelo con l’apporto determinante di Silvano è lunga e faticosa: nel corso degli anni sessanta i dipendenti scendono da 30 a 10 persone, per poi ridursi ulteriormente nei primi anni settanta. La produzione nello stesso periodo cala da 6 a 3 torni al mese. Il passaggio generazionale alla guida della società vede avvicendarsi due persone con tratti caratteristici ben distinti: Carmelo, formatosi nel lavoro, ha un approccio empirico nell’affrontare e risolvere i problemi tecnico-produttivi e ha una disposizione ottimistica che lo espone a brutte sorprese nel campo dei rapporti commerciali. Silvano, che negli studi ha maturato alte competenze nel disegno e nel calcolo, è più portato alla progettazione minuziosa e nelle scelte imprenditoriali si dimostra più pragmatico e prudente. Saporiti Costruzioni Meccaniche (1971-1992) Nel 1971 viene decisa la cessazione della ditta individuale con la costituzione di una società di fatto in cui Carmelo e Silvano sono soci con il 51 e il 49%, anche se è il figlio che da allora assume a tutti gli effetti la direzione delle attività. Assieme a Silvano, concentrato nella progettazione, si impegnano nella gestione amministrativa e commerciale la moglie Gabriella Brunelleschi, che subentra a Carmelo come socio dopo la sua morte nel 1980, e il padre di lei Fernando, in pensione dopo una carriera come impiegato della Pirelli. La nuova politica commerciale di relazione diretta con le imprese viene perseguita anche con l’impiego del marchio Saporiti sulle macchine, per dare maggiore visibilità al produttore. Superato il momento di maggiore difficoltà e attivati i canali per la vendita diretta, Silvano decide di non puntare sulla crescita dimensionale e sull’incremento della produzione ma di investire nella personalizzazione dei prodotti. Offre macchine più complesse dei torni paralleli per la lavorazione del metallo che rappresentavano il prodotto principale fino a tutti gli anni sessanta. I macchinari di maggiore successo per il rilancio della società diventano i torni a fresare, utilizzati per la filettatura delle viti per l’estrusione della plastica, industria che nel territorio di Varese è allora in forte sviluppo. In questi anni un freno all’espansione dell’impresa è rappresentato da un vincolo edilizio sull’area attorno al capannone, che per anni impedisce la costruzione di nuovi reparti. Mantenendo stabile la propria capacità produttiva, il numero di macchine realizzate diminuisce con il crescere della loro complessità e del loro valore unitario. A partire dagli anni novanta, quando inizia un restringimento del credito bancario, la capacità di esposizione finanziaria diventa un fattore determinante e la società inizia ad impiegare gli utili generati per sostenere lo sforzo produttivo. La produzione della Saporiti prosegue concentrata su prodotti altamente specializzati e destinati ad un mercato molto ristretto. Per consolidare e cercare di ampliare i propri sbocchi commerciali l’impresa deve cercare di essere presente a livello globale. A dare maggior respiro alla dimensione commerciale della Saporiti è l’ingresso nell’organizzazione di Sabrina, figlia di Silvano e Gabriella, che dalla fine degli anni ottanta comincia a seguire regolarmente le fiere specializzate sparse nel mondo, dalla Cina, alla Germania, agli Usa. In quegli anni Sabrina sta studiando ingegneria aerospaziale ma prima di
Secondo Mona spa
Industria Secondo Mona spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Secondo Mona spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Industria aereonautica, meccanica, elettromeccanica ed elettronica in genere INDIRIZZO | Via Carlo Del Prete 1 | 21019 | Somma Lombardo (VA) CONTATTI | T. 0331-756111 | F. 0331-252334 | www.secondomona.com L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1903-1939) Nel 1903, Secondo Mona, figlio di Coronato e Giovanna che conducono una piccola attività di tessitura, apre di fronte al Castello visconteo di Somma Lombardo, in piazza d’Armi, una bottega per la costruzione, riparazione e vendita di cicli e motocicli . L’attività si sviluppa rapidamente, grazie al progresso in campo meccanico e dei trasporti. Dapprima nel settore dell’automobile, che vede Secondo Mona occuparsi della manutenzione delle vetture del marchese Visconti, divenendo poi esclusivista della marca FN Fabrique Nationale); successivamente in quello dell’aereonautica. Il territorio livellato favorisce le sperimentazioni in questo campo. Cascina Malpensa, isolata, utilizzata fino ad allora per manovre di cavalleria militare, garantisce la segretezza necessaria durante gli esperimenti: qui nel 1910 Gianni Caproni costruisce il suo primo hangar. Poco lontano anche Giovanni Agusta inizia a costruire biplani, nel 1913 a Varese nasce l’impresa aeronautica Macchi e sulle rive del Lago Maggiore, a Sesto Calende partono già gli idrovolanti della S.I.A.I (Società Idrovolanti Alta Italia) progettati dall’Ing. Tonini e, successivamente, dall’Ing. Conflenti. In tale contesto Secondo Mona svolge la sua attività che nel frattempo si amplia alla riparazione e costruzione di qualsiasi tipo di apparecchi elettrici e motori. Nel 1909 Secondo Mona assiste, insieme a Caproni, a Brescia, al primo Circuito aereo internazionale ed entra definitivamente in contatto con quello che sarà il suo mondo professionale. Dal 1913 inizia ad occuparsi della riparazione di motori aeronautici e dei sistemi di bordo, sviluppando molto presto un’attività di produzione di componenti diversi di aeroplano. Caproni gli affida compiti di primo piano quali la produzione di serbatoi per benzina in lega leggera, radiatori e pompe a stantuffo. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, Secondo Mona si è già ritagliato un posto di rilievo nel panorama aeronautico locale. Nel 1916 con l’ampliamento delle attività e l’aumento delle maestranze provenienti da tutta la zona circostante, compresa la parte piemontese al di là del Ticino e del Lago Maggiore, l’impresa si trasferisce in una nuova sede, sempre a Somma Lombardo, in località Mezzana. Negli anni venti, avvia la sua prima collaborazione internazionale con l’impresa francese Albert Moulet per la produzione di impianti carburante. Frutto di questa collaborazione sarà ad esempio una pompa meccanica che equipaggia l’S.64, aereo con il quale i piloti Arturo Ferrarin e Carlo Del Prete compiono il primo collegamento aereo con il Brasile. La Secondo Mona partecipa, infatti, negli anni venti e trenta a molte imprese aviatorie: circuiti di alta velocità, record di velocità, trasvolate atlantiche. Nel 1925 l’impresa è iscritta come ditta individuale alla Camera di commercio di Varese. Anche se l’impresa si specializza sempre più nella produzione di equipaggiamenti aeronautici, parallelamente si continua in una decisa politica di diversificazione dei prodotti. La Secondo Mona, ad esempio, diviene la prima ditta italiana per la costruzione di macchinari per calzature (comprese le prime macchine per l’allestimento delle calzature in serie) ottenendo alla mostra di Fiume del 1926 la medaglia d’oro e il primo premio nella specifica sezione. La produzione si estende però anche a macchine per cartotecnica, edilizia e sugherifici: la Supermiat, poi denominata nel suo modello più avanzato “Supermatic”, è una macchina che consente la produzione di seimila tappi di sughero l’ora e che conosce una diffusione e un successo di vendita internazionali. Secondo Mona si avvale ormai per la gestione dell’amministrazione della presenza della moglie, Marina Vanelli e del fratello di lei, il direttore amministrativo Alberto Vanelli. Dal 1940 al 1962 Durante la Seconda guerra mondiale le assunzioni arrivano a sfiorare quota 800 dipendenti, massimo storico per l’impresa. Nel 1943 la fabbrica viene occupata dai tedeschi, tuttavia l’ottima conoscenza della loro lingua da parte di Bruno Mona, figlio di Secondo, laureatosi nel 1932 al Politecnico di Zurigo e da qualche anno impegnato nell’impresa di famiglia, fa sì che le maestranze possano godere di una certa tranquillità. Nel 1945 muore Secondo Mona e l’impresa passa agli eredi: la moglie Marina Vanelli e il figlio Bruno ne proseguono l’attività come società di fatto “Mona Secondo”. Nel 1946 Bruno Mona, aiutato della Banca Alto Milanese di Busto Arsizio, costituisce parallelamente la società “Secondo Mona – officine meccaniche costruzioni aeronautiche fonderie spa” con sede a Milano. Bruno Mona si trova, quindi, improvvisamente, ad avere la responsabilità dell’intera azienda in un periodo difficile. Le regole imposte all’Italia dall’armistizio non consentono all’impresa di proseguire nel settore aereonautico, se non limitatamente a collaborazioni con l’Aeronautica militare per delle riparazioni. La situazione non facile induce quindi a puntare nuovamente sulla diversificazione della produzione. Il settore motociclistico, in particolare, assorbe molto lavoro grazie alla costruzione di corpi motore, cilindri, bielle, forcelle telescopiche per la Guzzi e la Motom. Anche per il settore automobilistico si producono pompe autoregolatrici con le quali vengono equipaggiate automobili da competizione dell’Alfa Romeo, della Lancia, della Ferrari e della Maserati. Si sviluppa, inoltre, una linea di prodotti rappresentata dal reparto cartotecnico: stampe a mano, stampe a macchina, stampe a pressione, per inchiostro, per doratura, macchine rotocalco da foglio a uno o più colori. In ultimo, si avvia anche la produzione di componenti di precisione per la Ibm, l’Olivetti e la Rimoldi. Accanto a questa grande diversità di prodotti, a partire dalla metà degli anni cinquanta riprendono le prime attività di progettazione e di equipaggiamento in campo aeronautico. Uno dei primi progetti, ad esempio, è il DO27, il Dornier27, un aereo leggero che ha avuto una grande diffusione in tanti paesi del mondo. L’impresa, che da sempre dà il suo contributo ad attività sociali locali, finanzia interamente, in questi anni, l’asilo di Somma Lombardo che porta ancora oggi il nome di Secondo Mona. Dal 1963 al 1989 Nel 1963 la società di fatto “Mona Secondo” cessa definitivamente la propria attività. Nel 1965 il consiglio di amministrazione della “Secondo
Salumificio Minoli
Industria Salumificio Minoli DENOMINAZIONE SOCIALE | Minoli srl a socio unico FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di salumi freschi e stagionati INDIRIZZO | Via Pegoraro 3 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793367 | F. 0331-784531 | www.minoli.it Luigi Minoli e il figlio Andrea (1883-1912) Le origini dell’attività imprenditoriale della famiglia Minoli risalgono al 1883 quando Luigi apre un negozio di salumeria in via Mazzini nel centro di Gallarate . In pochi anni di attività il negozio guadagna una reputazione di eccellenza, anche grazie alla partecipazione a fiere e mostre di prodotti alimentari in Italia e all’estero dove Luigi ottiene lusinghieri riconoscimenti. Tra questi le tre medaglie d’oro assegnate nei primi anni del Novecento alla IV Esposizione campionaria di Roma, all’Esposizione culinaria di Parigi e a quella internazionale di Marsiglia.Assieme a Luigi inizia ben presto a lavorare il figlio Andrea, nato nel 1884 che, all’età di 23 anni, subentra formalmente a Luigi nella gestione di un seconda salumeria in piazza Garibaldi, non distante dal primo negozio del padre. Due anni più tardi nasce Luigi, il primo figlio di Andrea e della moglie Elisa Orsenigo.Nello stesso periodo con il padre e altri due soci, Gaudenzio e Stefano Tosi, Andrea promuove la costituzione di un’industria per la produzione dei salumi. La società in accomandita semplice assume la denominazione di Minoli Luigi & C. e lo stesso Luigi ne assume la gerenza come socio accomandatario. La sede viene stabilita nella zona di Cassina Verghera, lungo la strada provinciale che da Gallarate porta a Oleggio. In questo modo la famiglia Minoli attua un’integrazione vantaggiosa tra l’attività di produzione e vendita all’ingrosso di salumi e quella di commercializzazione al dettaglio nei propri punti vendita.In una lettera di presentazione inviata ai potenziali clienti si informa che lo stabilimento entrerà in funzione «nel prossimo mese di ottobre [1909]con macchinario moderno e perfetto in modo da assicurare alla Spettabile Clientela dei buoni prodotti di tipo costante e di piena soddisfazione». Negli anni seguenti Luigi si occupa principalmente della gestione della società e nel 1912 chiude il negozio di via Mazzini mentre il figlio Andrea mantiene la salumeria di piazza Garibaldi. Andrea Minoli e il figlio Luigi (1913-1939 ) Nel proprio negozio Andrea non si limita alla vendita dei prodotti del salumificio di famiglia ma ne commercializza anche altri di carne suina assieme a generi alimentari diversi. Non risultano documenti utili per seguire le sorti della società Luigi Minoli & C. di Verghera ma è plausibile supporre che sia cessata nel 1928 quando i Minoli acquistano un terreno nell’allora via Mario Brumana al numero 3, oggi via Pegoraro, impiantandovi un laboratorio per la macellazione suina e la produzione di salumi . Sul nuovo terreno, ai primi edifici produttivi, si affiancheranno nel tempo anche quelli destinati alle abitazioni per la famiglia. Nel 1930, quando Luigi è già ventenne, nasce Davide il secondogenito di Elisa e Andrea Minoli.Nel periodo tra la fine degli anni venti e degli anni trenta, anni di trasformazione nel tessuto urbano gallaratese, si può inoltre ricostruire, grazie alla documentazione storica, un’intensa attività di compravendita di altri negozi di alimentari. Nel 1928 viene ceduto alla ditta Tosone un negozio di salumeria a Gallarate in vicolo Orti; nel 1932 viene rilevato un negozio di salumeria in via Mercanti che viene anch’esso ceduto pochi mesi dopo; infine nel 1937 avviene la cessione di un altro esercizio, in questo caso una posteria, sito in via Novara.Nel 1934, mentre la sede principale dell’attività commerciale resta in piazza Garibaldi, Andrea Minoli apre un secondo negozio in via del Lavoro 35 dove, oltre a commercializzare i prodotti del proprio salumificio, avvia la vendita di carni bovine. Nel 1939, con la chiusura della storica salumeria in centro a Gallarate dove oggi si trova la sede di una banca, il negozio di via del Lavoro viene ampliato e diventa il principale canale di vendita dei prodotti del vicino macello di via Pegoraro. Andrea e il figlio maggiore Luigi sono sempre più concentrati sull’attività industriale e la loro competenza si affina anche nel settore, per loro essenziale, della conservazione refrigerata e manutenzione di frigoriferi. I fratelli Luigi e Davide Minoli (1940-1972) Nel 1941 la proprietà della ditta viene donata da Andrea al figlio Luigi. La presenza del padre, che offre esperienza all’interno e garantisce rapporti consolidati con l’esterno, prosegue comunque per alcuni anni: ancora nel 1946 una comunicazione formale dell’impresa al Comune di Gallarate e alla Camera di commercio di Varese è scritta su carta intestata della Salumeria Andrea Minoli e viene firmata da quest’ultimo.La differenza di età tra Luigi e il fratello Davide si rispecchia anche nella data del loro ingresso attivo nella società di famiglia. Se, come accennato, Luigi affianca il padre prima del 1930 e gli subentra come titolare nel 1941, l’apporto di Davide avviene alcuni anni più tardi direttamente al fianco del fratello maggiore, definito nei ricordi «quasi mio papà».Nel 1950 la famiglia Minoli abbandona l’attività commerciale cedendo la salumeria di via del Lavoro e si concentra nel settore della macellazione suina e della produzione di salumi.In seguito a questa decisione strategica e in concomitanza con l’ingresso di Davide, Luigi decide di chiudere la ditta individuale e i due fratelli costituiscono una società a responsabilità limitata denominata Salumificio Minoli di Fratelli Minoli. Due anni dopo la forma giuridica dell’impresa viene trasformata in società a nome collettivo.Da allora l’attività dei fratelli si concentra per circa vent’anni nella gestione del principale macello suino di Gallarate, quello di via Pegoraro 3: con cadenza settimanale decine di animali arrivavano dalla vicina stazione per essere trasformati in salumi. In questo periodo l’impresa raggiunge il massimo numero di dipendenti, circa 60, impegnati tra l’attività di macellazione e quella di preparazione e stagionatura dei prodotti finiti . Il prodotto più famoso dell’epoca è il Minoletto, con il diminutivo allora di moda per altri salami lombardi come il Negronetto e il Citterino.La differenza di età tra Luigi e Davide si riflette anche sulla quarta generazione imprenditoriale della famiglia Minoli: Enzo,
Rossi d’Albizzate spa
Industria Rossi d’Albizzate spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Rossi d’Albizzate spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, realizzazione di divani, poltrone, compatibili e accessori INDIRIZZO | Via Mazzini 1 | 21041 | Albizzate (VA) CONTATTI | T. 0331-993200 | F. 0331-991583 | www.rossidialbizzate.it Poltrone e divani: un’impresa atipica rispetto al contesto (1935-1959) Nel 1923 Felice Rossi avvia un’attività di famiglia ad Arsago come ditta individuale per la produzione e il commercio di materassi, tappezzeria e selleria e con una succursale a Cavaria. Vi lavora anche il fratello più giovane Giuseppe che nel 1935 si divide da Felice e, con la moglie Maria Saporiti, dà vita a Cavaria ad una propria ditta individuale, limitandosi alla tappezzeria in stoffa. Nel 1937 regolarizza la propria situazione alla Camera di commercio mentre parallelamente il fratello Felice dichiara cessata l’attività della propria succursale in Cavaria. Con lo sviluppo delle attività, l’impresa prende in affitto un capannone industriale a Solbiate Arno, dove si svolge la produzione, che in breve tempo arriva ad occupare trenta operai. Giuseppe Rossi studia, disegna, realizza e perfeziona meccanismi che portano alla creazione di modelli dinamici fondati sulla trasformabilità delle funzioni racchiuse in forme estetiche adeguate: la poltrona che diventa letto, il letto che diventa poltrona. Nasce così, nel 1939, la poltrona letto Confortevole che, cogliendo una domanda emergente di nuova abitabilità, registra l’apprezzamento del mercato. È l’inizio di una lunga serie di invenzioni e brevetti, nonché la concretizzazione di una filosofia aziendale, che guiderà tutta l’evoluzione successiva: fare cose belle, utili e capaci di durare nel tempo. Durante la Seconda guerra mondiale l’impresa sospende la produzione, che riprende subito dopo la Liberazione, alimentata dalle idee nate nel frattempo. Nel 1946 vede la luce il divano letto Pullman e nel 1949 il set di soggiorno Gardone, entrambi oggetto di illustrazioni dell’artista Silvio Zanella. Esposti alla Fiera Campionaria di Milano, gli “ambienti” creati da Giuseppe Rossi e da Maria Saporiti riscontrano un notevole successo di pubblico, rispondendo alle esigenze diffuse di fungibilità degli spazi domestici che si affermano con le trasformazioni demografiche, urbanistiche e abitative del dopoguerra. Nel 1951 azienda e famiglia si trasferiscono ad Albizzate, dove sorge il nuovo stabilimento costruito su di un terreno agricolo di proprietà della famiglia di Maria Saporiti. Nel 1955 inizia la collaborazione con l’architetto Giampiero Vitelli, che durerà sino agli anni settanta. Un’impresa del settore legno-arredo costituisce un’evidente anomalia in un contesto produttivo caratterizzato dalla prevalenza di altri comparti industriali (meccanica, tessile, aeronautica). La specializzazione nel mobile “imbottito”, la cultura del progetto e la stessa distanza da un ambiente più dotato, ma nello stesso tempo più condizionante, come la Brianza diventano i punti di forza dell’impresa Rossi.Emblema del successo raggiunto è la vetrina espositiva realizzata nel 1958 lungo l’autostrada Milano-Varese, una sorta di grande acquario in vetro e metallo a forma di parallelepipedo, che si illumina di notte e al cui interno “galleggiano” letti, divani, poltrone i sogni degli italiani. Innovazione, design e internazionalizzazione (1960-1969) La famiglia Rossi vive in una casa adiacente alla fabbrica. Giuseppe è l’anima tecnica dell’azienda, sua moglie Maria quella commerciale, ma anche l’ispiratrice di soluzioni che aggiungono gusto e sentimento alle cose. I loro figli crescono e studiano respirando l’aria e i valori dell’impresa familiare. Luigi (nato nel 1935) è già da qualche anno operativo in azienda, dopo il diploma in ragioneria, affiancato più tardi dal fratello Piero (nato nel 1942), specializzatosi in architettura degli interni. L’impresa Rossi è tra i soggetti che nel 1961 fondano a Milano il Salone internazionale del mobile, nella cui direzione rimane a lungo Luigi Rossi, assumendo poi la vicepresidenza. Il Salone, destinato a diventare la grande vetrina mondiale della creatività italiana, nonché un appuntamento espositivo annuale (mai mancato) per la stessa impresa Rossi, costituisce uno stimolo potente per orientare l’attività degli architetti verso la creazione di mobili e oggetti di arredamento. In questo clima Luigi e Piero rafforzano, insieme ai genitori, le collaborazioni con architetti di fama nazionale e internazionale,facendo del design una componente strutturale delle produzioni Rossi. Si afferma così un modello produttivo fondato sull’interazione stretta tra imprenditore (l’idea particolare e concreta), il progettista (l’evoluzione mondiale del disegno) e gli artigiani esterni cui sono demandate alcune fasi lavorative. Nel 1964, l’impresa – trasformatasi nel frattempo (1962) in società di fatto – attrezza una divisione interna per la produzione di una schiuma poliuretanica a brevetto proprio (il Rofoam), che sostituisce la gomma piuma, garantendo una maggiore morbidezza e durata. Nasce il centro informativo a Milano in San Babila, presso la Galleria del Toro, che rimarrà aperto fino al 1975. Si sviluppa la rete commerciale tramite agenti che seguono una clientela (in genere aziende) destinataria di prodotti su commessa. Crescono le esportazioni, che si allargano dai paesi europei a Stati Uniti e Canada: Rossi è ormai un marchio mondiale. Nel 1969 viene realizzato, su progetto di Giampiero Vitelli e Titina Ammannati, il Grandangolo, un sistema di seduta senza interruzioni, a linee curve o diritte, destinato soprattutto ai grandi spazi (hall di hotel di lusso, sale vip di aeroporti, ville). In questo periodo l’azienda arriva a occupare quasi cento addetti, costituiti in gran parte da operai specializzati. Luigi e Piero continuato ad abitare, con le loro famiglie, accanto allo stabilimento di Albizzate, mentre i genitori si sono trasferiti, sin dal 1963, a Gallarate. Nuovi punti di forza: sartorizzazione e componibilità (1970-1989) Con gli anni settanta inizia l’era del componibile, una tecnologia costruttiva complessa fondata sulla “sartorizzazione” di numerose componenti , che consente di realizzare sistemi di seduta e arredo caratterizzati da una notevole flessibilità d’uso, oltre che da una particolare eleganza. Nel 1972 l’impresa assume la forma giuridica di società in accomandita semplice. Le creazioni Rossi di Albizzate sono esposte alle fiere internazionali di Colonia (1970) e Parigi (1971); quindi all’Eurodomus di Torino, alla Triennale di Milano e così via. Il 1972 è l’anno di Sit Sistem, ideato da Hans Von Klier, un sistema (sedute e scrivanie) rivolto al top management. Nel 1975 è inaugurato a Milano lo showroom aziendale di Largo Augusto,
Riganti spa
Industria Riganti spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Riganti spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Stampaggio a caldo dell’acciaio e lavorazioni meccaniche INDIRIZZO | Via Vittorio Veneto 1 | 21048 | Solbiate Arno (VA) CONTATTI | T. 0331-988600 | F. 0331-988699 | www.riganti.com Dalla fucina all’industria (1891-1940) Innocente Riganti di Giuseppe nasce a Solbiate Arno nel 1867. Nel 1891 inizia, in quella che sarebbe diventata poi la via Vittorio Veneto, l’attività artigiana di fucinatura per la produzione di attrezzi agricoli (aratri, pale, picconi) e fonda una propria ditta individuale. Dal matrimonio con Maria Grandi nascono sette figli tra cui Emilio che affiancherà Innocente nella conduzione dell’impresa. Il contesto locale, caratterizzato dalla presenza di storiche imprese di stampaggio, come Grandi e Longhini, stimola l’abile e intraprendente Riganti a sviluppare l’attività. Nasce quindi alla fine del secolo la società “Innocente Riganti e C.”, mentre l’officina si trasferisce in un più ampio capannone di Solbiate Arno, nei pressi del quale sorge l’abitazione della famiglia, una palazzina di inizio Novecento ancora oggi esistente. La Riganti aumenta via via la produzione, passando decisamente alla fase dello sviluppo industriale. I prodotti si rivolgono a una platea differenziata di clienti: dalle numerose industrie della zona, soprattutto tessili, alle compagnie ferroviarie, ai cantieri navali. Nel 1911 l’impresa assume la denominazione “Officine meccaniche Innocente Riganti ” e aderisce alla neonata Assonime, Associazione fra le società italiane per azioni. L’espansione produttiva porta al rapido aumento dei dipendenti, che già nel 1915 raggiungono le 150 unità. Rimasto vedovo, Innocente si sposa con Maria Macchi e da questo matrimonio nascono Nanda, Carlo e Giuseppe, detto Pino. Sospinto dal padre, Emilio studia ingegneria meccanica in Germania e nel 1915 inizia a svolgere le funzioni di direttore tecnico dell’azienda. Nel 1926, con la costituzione della società anonima, è nominato consigliere delegato, affiancando il padre presidente. Nel 1927 nasce Innocente, detto Tino, il primo figlio di Emilio, seguito nel 1929 da Franco. Nell’impresa lavorano quasi 220 operai, fucinatori e stampatori, attratti anche dall’area bergamasca e bresciana, mentre i tecnici vengono reclutati a Varese e Gallarate. I profondi effetti recessivi conseguenti alla crisi del 1929, particolarmente pesanti per l’industria metalmeccanica forte utilizzatrice di ferro e acciaio, costringono la società Riganti a richiedere il concordato preventivo. Il periodo di difficoltà e incertezza si protrae sino al 1936 e viene superato con il ricorso al prestito finanziario dell’Istituto mobiliare italiano. Tre anni dopo, nel 1939, muore Innocente Riganti, che era stato podestà del Comune di Solbiate Arno, iniziando una tradizione di famiglia proseguita poi dal figlio Emilio, anche lui nominato podestà nel periodo fascista. I problemi successori legati alla morte di Innocente, padre di dieci figli, vengono risolti al meglio, con la liquidazione delle figlie femmine ed evitando l’insorgere di nuovi scompensi finanziari. La conduzione dell’impresa passa quindi ai due figli maschi, con Emilio nel ruolo di presidente e Pino in quello di amministratore delegato. Nel 1940 il capitale sociale aumenta da uno a due milioni di lire. Magli e linee elettriche (1941-1960) Durante la Seconda guerra mondiale, la Officine Riganti, che a differenza di altre imprese della zona non fabbrica armi, contrae la produzione e le ore lavorate. Nello stesso tempo gli aumenti salariali e i prezzi non più remunerativi praticati ai vecchi clienti portano a un nuovo deficit di bilancio, che tuttavia non si traduce in crisi finanziaria ed economica. Nel dopoguerra, sotto la guida di Emilio e Pino – il primo preposto alla parte tecnologica e il secondo a quella amministrativa – l’impresa torna a crescere, cogliendo le opportunità offerte dallo sviluppo dei mezzi di trasporto e soprattutto dall’elettrificazione del paese. A partire dai primi anni cinquanta, la società Riganti inizia infatti a produrre equipaggiamenti per le linee elettriche ad alta tensione e si afferma rapidamente come impresa leader in Europa, fornendo morsetteria ai maggiori produttori di energia elettrica italiani (Enel, Sae, Sadelmi) ed esteri sparsi in Europa, Sud America e Africa. Tino e Franco Riganti interrompono gli studi universitari, il primo in ingegneria e il secondo in economia e commercio, e affiancano i loro padri in azienda. Nel 1953 la gestione del patrimonio immobiliare dell’impresa viene separata da quella produttiva. La prima prosegue sotto il cappello della società per azioni, è seguita operativamente da Pino e partecipata, in termini azionari, da sua moglie Ester Alemanno. La seconda dà invece luogo alla costituzione della società in accomandita semplice Officine Innocente Riganti. Alla fine del decennio Tino e Franco entrano nei consigli di amministrazione delle società , unici rappresentanti della terza generazione, in quanto il loro zio Pino non ha avuto figli. Nel 1960 nasce la società immobiliare per azioni Innocente Riganti, presieduta da Tino, che nello stesso anno, impegnato in politica oltre che in azienda, viene eletto nelle liste democristiane consigliere comunale di Solbiate Arno. La grande crescita (1961-1980) Nel 1962 muore Emilio Riganti, lasciando il fratello Pino alla guida delle Officine meccaniche. Questi, senza figli, decide di trasferire le proprie quote societarie ai nipoti Tino e Franco, che alla morte prematura dello zio, avvenuta nel 1967, assumono il comando dell’azienda. Nel 1968 Tino Riganti è eletto sindaco di Solbiate Arno, una carica ricoperta sino al 1975, durante la quale promuove tra l’altro la metanizzazione del paese, che porta a una netta riduzione dei fumi industriali. Con l’esaurirsi del processo di elettrificazione dell’Italia e degli altri paesi evoluti, l’attività di produzione di morsetteria conosce una progressiva contrazione , finché il relativo ramo d’azienda viene ceduto. Ciò consente ai fratelli Riganti di concentrare maggiormente gli investimenti sul business storico dell’azienda, quello della forgiatura dei metalli per la produzione di parti meccaniche (bielle, ingranaggi, giunti, valvole, ecc.). All’inizio degli anni settanta, il Solbiatese presenta le caratteristiche di un vero e proprio polo industriale specializzato nello stampaggio degli acciai. Al suo interno operano numerose imprese di minori dimensioni, nate dall’intraprendenza di operai specializzati che, favoriti dal ciclo economico positivo, si mettono in proprio. L’aumento della concorrenza spinge Tino e Franco a dotare l’azienda di un’adeguata organizzazione commerciale , seguita direttamente o appoggiata su una rete
Rama spa
Industria Rama spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Rama spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Macellazione, lavorazione commercio all’ingrosso di carni e loro derivati INDIRIZZO | Via per Cedrate 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217078 | F. 0331-212221 | www.ramacarni.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1943-1970) Carlo Rabolli e Antonio Magnoni, commercianti di carni bovine nella valle del torrente Arno, costituiscono, nel 1943, la “Rabolli e Magnoni (RAMA) srl ”, con sede a Milano, assorbendo l’attività preesistente di Rabolli. Nel 1949, Rabolli si dimette dalla presidenza della società e l’anno seguente, insieme ad altri due soci, fonda la Omas snc per la costruzione di affettatrici e altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Virgilio Cajani è amministratore della Rama fino al 1953, quando viene sostituito da Pierino Carù, originario di Gallarate, che gestisce la società insieme al fratello Enrico. I fratelli Carù, hanno anch’essi alle spalle un’ampia esperienza imprenditoriale nel settore, perché costretti a continuare, ancora adolescenti e con l’aiuto della madre e della sorella maggiore Enrica, l’attività del padre Antonio , morto prematuramente. Inizialmente i Carù operavano tra l’Italia, la Svizzera e Trieste, da cui importavano bestiame vivo già nazionalizzato (le operazioni doganali erano già state eseguite al momento della compravendita) proveniente dai paesi dell’est. Il bestiame vivo era destinato all’allevamento sito in Cajello di Gallarate. Inoltre gestivano un macello nel trevigiano oltre a due macellerie a Oggiona con Santo Stefano e Solbiate Arno. Con l’entrata in Rama viene venduto il macello in Veneto e si sviluppa la macellazione , l’importazione e la commercializzazione nel nuovo stabilimento che impegnava una quindicina di persone. Nel 1959, pochi anni dopo la rivoluzione d’Ungheria, i fratelli Carù siglano il primo contratto a livello nazionale con l’unica impresa statale di allevamento e produzione carni del Paese, la ditta Terimpex, che disponeva di circa 15 macelli su tutto il territorio ungherese. Tale collaborazione durerà fino al 1980. Nello stesso anno l’impresa introduce anche il commercio all’ingrosso di carni congelate e stabilisce un duraturo rapporto commerciale con l’impresa statale ungherese Terimpex, con sede a Budapest, per l’importazione di bestiame. Nel 1960, si avvia anche dalla Polonia – con la ditta statale Animex di Warsavia – e dall’Austria l’importazione di carni poi rivendute nel mercato nazionale o utilizzate per forniture ospedaliere o per l’approvvigionamento delle industrie alimentari di trasformazione. Tre anni dopo la Rama è tra le prime imprese in Italia, insieme alle ditte Zerbi e Ronzoni & Perego, a acquistare cane congelata e importare bestiame vivo dal Sud America. In questi anni vengono stipulati contratti con la società Cap di Buenos Aires e la Swift. Dal 1971 al 1991 (1971-1991) Nel 1971 Antonio Magnoni si ritira dalla società, che rimane nelle mani della famiglia Carù con l’ingresso dapprima di Antonio e, qualche anno dopo, di Marco, entrambi figli di Pierino. Antonio si occupa principalmente della parte commerciale mentre Marco della produzione e della logistica. La moglie di Enrico, Luigia, cura invece l’amministrazione dell’impresa. Nel 1972 si avvia una completa ristrutturazione e un ampliamento dello stabilimento di via Cedrate a Oggiona Santo Stefano dove, tre anni dopo, viene portata la sede legale della Rama in occasione della sua trasformazione in società per azioni. In seguito agli elevati dazi imposti dalla Cee per le importazioni da paesi non appartenenti alla Comunità, l’impresa vive, in questi anni, un aumento dei costi e si orienta di conseguenza verso i mercati della Germania, della Francia e dell’Olanda. La macelleria di Oggiona Santo Stefano viene chiusa e successivamente nel 1987 ceduta in affitto. Nel 1988 la Rama viene contattata dal Gruppo Sme, per dar vita alla creazione della prima catena di fast-food italiana, chiamata “Burghy”. L’impresa diviene quindi l’unico produttore in Italia di hamburger freschi, vale a dire non congelati ma consegnati ai punti vendita tre volte alla settimana. Dal 1991 ad oggi (1991-2008) Verso la metà degli anni novanta cambia in modo significativo il commercio delle carni bovine poiché i principali acquirenti dell’impresa, come per l’intero settore, divengono le società della grande distribuzione, con una parallela e significativa perdita d’importanza delle vendite ai singoli macellai. Ciò comporta che la carne non venga più venduta nei suoi tagli principali e ancora con l’osso – demandando ai macellai la preparazione dei tagli per il consumo finale – ma che la stessa impresa si faccia carico del sezionamento e confezionamento sottovuoto, affinché sia pronta per la distribuzione e la preparazione finale al banco. A ciò si accompagna, sempre per la grande distribuzione, la preparazione di confezioni monoporzione, in atmosfera protettiva, già pronte per il consumatore. I processi di trasformazione divengono, quindi, sempre più importanti e complessi per l’impresa che si dota subito di un rigido sistema per il controllo della qualità, conquistando poi la certificazione Iso 9000. Infatti, la concentrazione di tutte le fasi della lavorazione della carne in un singolo stabilimento ha l’effetto di poter garantire un controllo sull’intera filiera e sulle lavorazioni stesse, con livelli igienici e qualitativi di molto superiori al passato. La Rama garantisce ai clienti la qualità delle carni attuando anche una serie di controlli negli allevamenti fornitori di bestiame. Nel 2000 muore Pierino Carù: Antonio Carù diventa presidente e Roberto Carù, figlio di Enrico, da poco attivo nell’impresa, amministratore delegato. A partire dal 2001, in concomitanza ed in seguito alla crisi della cosiddetta “mucca pazza”, la Rama intraprende una nuova ristrutturazione dei propri reparti. Vengono sostituite le celle frigorifere e viene realizzato un nuovo impianto per la produzione di carne macinata, destinata principalmente alla Bestfoods Italia, industria di trasformazione per la produzione di omogeneizzati con il marchio Gerber. Oltre all’adeguamento alle nuove normative sanitarie, l’impresa avvia anche l’informatizzazione di alcune procedure quali la pesatura e la marcatura di ogni taglio, in modo da avere una rintracciabilità rapida e certa della carne lavorata. Negli stessi anni la Rama affida ad imprese esterne la macellazione, la disossatura e la distribuzione del prodotto, compresa la gestione dei veicoli, e i servizi di manutenzione e pulizia. Il numero dei dipendenti dell’impresa si
Pusterla 1880 spa
Industria Pusterla 1880 spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Pusterla 1880 spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, sviluppo e produzione di astucci pieghevoli in cartoncino e di scatole di cartone rivestite in carta o tessuto per profumeria e cosmetica, vins et spiriteux, bigiotteria, abbigliamento ed in genere per tutti i prodotti ” alto di gamma” che richiedono una presentazione adeguata INDIRIZZO | Via A. Pusterla 4 | 21040 | Venegono Inferiore (VA) CONTATTI | T. 0331–856500 | F. 0331–865335 | www.pusterla1880.com Alessandro Pusterla, un’impresa attraverso due eredità (1880-1921) Lo scatolificio Pusterla, dopo 132 anni di attività e diverse trasformazioni, mantiene nella denominazione il cognome del fondatore. Alessandro Pusterla costituì la società nel 1880, con sede a Milano in via Bramante e uno stabilimento per la produzione di scatole a Tradate, località di origine della famiglia Pusterla. Le scatole erano destinate principalmente all’industria farmaceutica che a Milano si stava sviluppando rapidamente e lo stabilimento di Tradate poté sfruttare la nuova linea ferroviaria che dal 1881 lo collegava direttamente con l’area industriale della Bovisa. Nella sede di Milano venivano stampate le etichette da applicare sulle scatole di cartone, che allora erano prodotte e consegnate già montate con un’etichetta applicata all’esterno. Dopo la morte del fondatore nel 1886, la società venne trasmessa in eredità alla vedova Teresa Sessa, che fu tenuta a proseguire l’attività rispettando negli anni seguenti le ultime volontà del marito. Nel proprio testamento infatti Alessandro Pusterla stabiliva che la firma della proprietaria fosse congiunta a quella del direttore Federico Sessa, cugino di Pusterla, e che venissero corrisposte a più di 20 dipendenti delle partecipazioni sugli utili annuali della società, che ammontavano a quasi l’ottanta per cento del totale. Nei tre decenni successivi l’attività proseguì con questo assetto societario ma le notizie disponibili sono poche. Attorno al 1900 la società si dotò di un terzo stabilimento ad Abbiategrasso specializzato nella confezione di scatole per scarpe anche se il principale polo produttivo restò quello di Tradate. Nel 1920, dopo la morte della signora Sessa, l’unità dell’impresa venne meno in quanto la proprietà immobiliare degli stabilimenti fu trasmessa all’orfanotrofio delle Stelline di Milano, mentre i macchinari con le scorte di magazzino andarono ai dipendenti. Venne allora costituita tra i lavoratori, sotto gli auspici delle Stelline, la società Cooperativa A. Pusterla con sede a Milano che tuttavia si trovò presto a corto di capitali e fu posta in liquidazione nel 1921. La famiglia Meana dall’energia elettrica allo scatolificio Pusterla (1922-1968) Nel 1922 venne fondata la Società anonima cooperativa A. Pusterla di Tradate. Per qualche anno venne mantenuto il legame con le realtà produttive di Milano e Abbiategrasso, legame che però di fatto sembra essere venuto meno già nel corso degli anni venti. Come presidente della nuova cooperativa fu scelto Giuseppe Meana, imprenditore che proveniva da tutt’altro settore e che venne coinvolto nel rilancio della fabbrica di Tradate da Filippo Zerbi, un amico che dirigeva l’agenzia del Credito italiano. L’incontro tra i due avvenne nel quadro del loro impegno cristiano e il coinvolgimento di Meana ebbe motivazioni non solo economiche ma anche etiche e sociali. Il legame con la famiglia Zerbi si consolidò in seguito con i matrimoni dei due figli di Giuseppe: Piero sposò Carlotta, figlia di Filippo, mentre il maggiore Albino sposò la cugina Giuditta Zerbi; la loro sorella Angela Meana sposò invece l’imprenditore Antonio Molina dell’omonimo piumificio di Cairate. Giuseppe Meana, dopo aver rinunciato ad una carriera come musicista, fu tra i fondatori della Società elettrica di Nova, costituita in forma anonima nel 1908 e attiva nella distribuzione di energia e acqua potabile nell’area di Bresso e Nova Milanese. L’esperienza della Società elettrica di Nova proseguì con buoni risultati sotto il controllo della famiglia Meana fino alla seconda metà degli anni sessanta quando l’attività di distribuzione venne assorbita dalla nuova rete Enel. Tornando allo scatolificio di Tradate, la piccola cooperativa, nata con una cinquantina di soci e un capitale poco più che simbolico, nel 1936 dovette trasformarsi in società di capitali per fronteggiare la crisi e la famiglia Meana assunse allora la maggioranza azionaria. L’attività produttiva proseguì al servizio dell’industria farmaceutica e nel periodo tra le due guerre vi fu il passaggio dalle scatole con etichetta agli astucci di cartoncino prestampato. Sul piano produttivo questo cambiamento significò per l’impresa introdurre nei reparti di stampa e piegatura macchinari più vasti e complessi. Nel 1950, alla morte di Giuseppe Meana, i suoi figli gli succedettero nella gestione delle due imprese familiari. Per quanto entrambi ricoprissero il ruolo di consigliere delegato nelle due società, Albino, residente a Bresso, fu maggiormente coinvolto nell’attività elettrica mentre da Saronno Piero e la moglie Carlotta Zerbi si interessarono dello scatolificio Pusterla. Le strade dei due fratelli si riunirono alla fine degli anni sessanta, quando la Società elettrica di Nova dovette cessare la propria attività storica in conseguenza della nazionalizzazione. A partire dalla seconda metà degli anni sessanta le prime occasioni di diversificazione produttiva vennero da clienti che ampliavano la propria gamma dal settore farmaceutico ad altri ambiti: tra questi la multinazionale americana Avon di Olgiate Comasco, attiva nel settore dei cosmetici, che con i propri alti standard qualitativi aiutò la Pusterla nel miglioramento dei processi interni. Per inserirsi in nuovi mercati innovando la propria offerta, lo scatolificio di Tradate necessitava tuttavia di notevoli investimenti che richiedevano una maggiore capitalizzazione della società. Dai medicinali a profumi e champagne (1969-1999) La Società elettrica di Nova, incassati gli indennizzi derivanti dalla nazionalizzazione, venne fusa nel 1969 con la Alessandro Pusterla sas dando vita alla Cartografica Pusterla spa. In seguito alla fusione la nuova società ebbe così la necessaria dotazione finanziaria per pianificare la propria espansione. Il primo passo fu compiuto nello stesso 1969 con l’acquisto dello stabilimento di Tradate dall’orfanotrofio delle Stelline di Milano, proprietario dai tempi dell’eredità della vedova Pusterla. Nella nuova società Carlotta Zerbi divenne presidente, Albino Meana amministratore delegato e Agostino Molina, figlio di Angela Meana, consigliere d’amministrazione, mentre Pietro Meana fu direttore generale per pochi anni prima della sua prematura scomparsa nel 1973. Fu
Prealpi spa
Industria Prealpi spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Prealpi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di burro e formaggi INDIRIZZO | Viale Borri 40 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-275411 | F. 0332-275458 | www.burroprealpi.it L’avvio dell’attività fino ai primi anni trenta (1922-1932) Luigi Prevosti nasce nel 1897 a Caselle Lurani, nel Lodigiano, una delle culle dell’industria lattiero-casearia lombarda. Cresce nella piccola azienda agricola dei genitori dove acquisisce familiarità con i processi caseari e una base di competenze che risulteranno determinanti in futuro. Trasferitosi con i suoi familiari a Varese, Luigi partecipa come ufficiale dei bersaglieri alla Prima guerra mondiale rimanendo ferito. Negli anni faticosi del dopoguerra decide di mettere a frutto le proprie competenze avviando, sotto forma di ditta individuale, un’impresa casearia in un territorio con scarse tradizioni in questo settore. La sede è in via Robbioni, nel pieno centro di Varese, quasi davanti al palazzo comunale. Nel 1924 Luigi sposa Angela Mangano, di Varese, che da quella data lo affiancherà per tutta la vita nella gestione dell’impresa, curando in particolare l’amministrazione. Fino al 1932 la fabbricazione e il commercio all’ingrosso del burro, che resterà il prodotto principale nella storia quasi secolare dell’impresa, è affiancata da una rivendita al dettaglio in corso Roma, l’attuale corso Moro. Rispetto al modello di impresa tipico della bassa pianura lombarda, Prevosti non produce in proprio il latte necessario alle lavorazioni ma lo acquista da allevatori locali. Nel primo decennio di attività la dimensione del bacino territoriale di riferimento copre un’area limitata: il consumo di burro al di fuori delle aree urbane è ancora legato all’autoproduzione e si dovrà attendere la motorizzazione dei trasporti per un’espansione significativa della rete di distribuzione. Una prima soluzione logistica per integrare l’attività dello stabilimento di via Robbioni è la costituzione di centri per la raccolta del latte, dove viene eseguita la scrematura iniziale, a Casale Litta e a Luino, affiancati da piccoli allevamenti di suini, complementari alla gestione dei sottoprodotti di lavorazione. Dagli anni trenta agli anni cinquanta (1933-1959) Fino al secondo dopoguerra l’impresa è gestita in prima persona da Luigi e Angela, progressivamente affiancati dai figli Giovanni Battista (1928) e Giorgio Bruno (1935). La conduzione familiare dell’impresa, fondata sulla competenza amministrativa di Angela e su quella tecnica di Luigi, non contrasta con la capacità di innovare. Un esempio è l’identificazione del prodotto con un marchio, il quadrifoglio adottato negli anni trenta, che si dimostrerà negli anni una delle chiavi del successo commerciale. Altro esempio è il progetto studiato personalmente da Luigi Prevosti per il raffreddamento delle panne senza contatto con il ghiaccio, che ha rappresentato un salto tecnologico e igienico notevole nella lavorazione del burro. Negli anni trenta viene tentata anche una prima diversificazione del prodotto, con il lancio del formaggio “Varesino”, che però non ottiene grande successo di mercato e ha quindi vita breve. Dopo la guerra fanno la loro apparizione le prime macchine automatiche per l’impacchettamento del burro, operazione che per oltre vent’anni era stata effettuata a mano. Anche la rete distributiva della Prealpi a partire dagli anni trenta, si sviluppa notevolmente verso il Piemonte orientale, la Brianza e l’Alto Milanese. Dopo la parentesi del periodo bellico, la crescita prosegue e il marchio Prealpi arriva nel nord e nel centro Italia. La crescita impetuosa dei consumi, a cominciare da quelli alimentari, si appoggia su una rete capillare di piccoli negozi, diffusi in ogni angolo della penisola e riforniti grazie a depositi sparsi in tutto il nord Italia. Nel febbraio 1955 la Prealpi chiude la sede di via Robbioni per trasferirsi in una vasta area periferica acquisita in viale Borri, dove viene edificato uno stabilimento tecnologicamente all’avanguardia che ospita tuttora l’unico sito produttivo dell’impresa. Infine le modifiche societarie apportate nell’estate del 1955 sanciscono l’inizio di una nuova fase: Luigi cede ai figli una parte delle quote trasformando la ditta individuale in società in nome collettivo che assume la denominazione “Industria casearia Prealpi di L. Prevosti & figli”. Dalla anni sessanta agli anni ottanta (1960-1979) Con l’ingresso dei figli nella società e il trasferimento nella nuova sede la Prealpi si dota anche di una struttura manageriale in grado di fronteggiare le mutate dimensioni e le nuove tecnologie. Gli anni cinquanta e sessanta vedono proseguire l’affermazione del modello distributivo basato sui piccoli negozi generalisti e la rete Prealpi si estende a tutta la penisola: a seconda delle aree l’impresa è presente con proprie filiali, con concessionari o con agenti che riforniscono i punti vendita. Nel corso degli anni sessanta si cerca di ottimizzare la capillarità della rete distributiva affiancando al burro altri prodotti alimentari: non solo formaggini e altri prodotti caseari, che come il Prealpino e il Fontal avranno successo nel tempo, ma anche yogurt, preparati per budini e purè solubili, dadi e sughi pronti, che avranno vita più breve. In questo periodo riscuotono grande successo le raccolte di punti che aiutano a fidelizzare la clientela e anche la gestione logistica dei premi viene curata direttamente dall’impresa. In parallelo iniziano i primi investimenti consistenti in pubblicità, cogliendo con tempismo le opportunità del nascente mercato televisivo per lanciare i nuovi prodotti. La diversificazione produttiva richiede di impiantare in via Gasparotto uno stabilimento dedicato alle lavorazioni non casearie, che tuttavia non si sviluppano con sufficiente rapidità e vengono abbandonate pochi anni dopo. Negli anni settanta il mercato dei formaggini per l’infanzia incontra un momento di difficoltà: l’impresa risponde integrando la propria offerta con altri prodotti caseari di importazione, che in quel periodo stanno penetrando il mercato italiano. Nel 1968, quando viene trasformata in società per azioni, la Prealpi conta oltre 300 addetti. Sempre negli anni settanta la diffusione dei supermercati in Italia porta l’impresa ad attuare una profonda riorganizzazione della propriastruttura commerciale nel senso di una gestione più centralizzata. Nel campo produttivo invece l’innovazione fondamentale che si raggiunge alla fine degli anni settanta è quella del passaggio da una lavorazione discontinua a un processo di burrificazione in continuo. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2011) Nei primi anni ottanta ha inizio il secondo
Pipe Brebbia
Industria Pipe Brebbia DENOMINAZIONE SOCIALE | Pipe Brebbia srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di pipe e vendita di accessori per la pipa INDIRIZZO | Via Piave 21 | 21020 | Brebbia (VA) CONTATTI | T. 0332-770286 | F. 0332-770265 | www.brebbiapipe.it La famiglia Buzzi e la nascita della Centrale elettrica di Brebbia (1893-1944) La storia dell’impresa Pipe Brebbia ha le sue radici nell’itinerario imprenditoriale della famiglia Buzzi , che prende avvio nel 1893 quando Achille, originario di Gallarate, costruisce una centrale elettrica a Brebbia sfruttando il corso d’acqua del fiume Bardello, emissario del Lago di Varese, e fornisce energia al territorio compreso tra Brebbia e Gavirate. Di formazione perito edile, Achille lavora anche per la costruzione della Galleria del Sempione. Sposa la figlia di un imprenditore tessile, Giuseppina Roncari, da cui nasce Carlo Andrea detto Gino. Quest’ultimo segue la vocazione della famiglia materna: diventa perito tessile e apre una tessitura a Gavirate. Si sposa con Lina Papa e vanno ad abitare in un’agiata dimora a Gavirate; dal loro matrimonio nascono Achille, Giuseppe (chiamato Peppino), Enea e Franca. La crisi del 1929 costringe Gino a cessare l’attività e a trasferire per alcuni anni la famiglia a Brebbia nei locali sopra la centrale elettrica per poter affittare l’appartamento di Gavirate. L’occasione per tornare nel settore tessile gli viene data da Luigi Ronzoni, che propone a Buzzi di diventare direttore del Cotonificio di Besozzo in cambio della fornitura di energia elettrica per dieci anni. Suo figlio Enea rimane segnato dalla difficoltà economiche del 1929: quest’esperienza incide sul suo carattere e lo porterà poi a cercare di sostenere economicamente la famiglia con il proprio apporto. Frequenta il collegio De Filippi ad Arona dove conosce futuri artisti quali il pittore Enrico Baj, lo scrittore Gianni Rodari e il filologo Dante Isella. Si iscrive poi all’Istituto Daverio a Varese e ottiene il diploma di ragioneria nel 1943. Partecipa alla Resistenza come partigiano insieme al fratello Achille e al termine della Guerra si iscrive all’Università Bocconi di Milano. Decide però di abbandonare gli studi dopo un anno per cercare lavoro. Inizialmente sfrutta il diploma di ragioneria e trova un’occupazione come impiegato all’Enel di Varese, ma in breve prevale in lui il desiderio di mettersi in proprio e intraprende il commercio di auto usate. Enea vive in una zona, quella di Gavirate, in cui il settore della produzione di pipe è particolarmente sviluppato. Conosce personalmente alcune delle realtà più fiorenti, come ad esempio la famiglia Rossi di Barasso e Alberto Paronelli. Proprio da un incontro con quest’ultimo Enea matura la scelta di avviare una fabbrica di pipe con un coperchio, che fa sì che si possa fumare anche quando piove. Ordina i macchinari da Carlo Giudici di Oltrona – che glieli consegnerà con un ritardo di due anni avendo privilegiato le imprese già avviate – ma non dispone dei capitali iniziali. Sarà uno zio della mamma Lina, Bernardo Papa, a fornire il supporto economico per avviare l’attività. Non sposato e senza figli, lo zio Papa ricopre un ruolo centrale per la famiglia Buzzi. Prima, con il cugino Guido Bossi, fonda il Caffè Chantal a Milano e successivamente è direttore del Casinò di Venezia dove trova un impiego ai fratelli di Enea, Achille e Peppino. Egli intuisce le premesse per lo sviluppo di un’attività di successo: la Centrale elettrica che offre energia senza costi, la vocazione imprenditoriale di Enea, un territorio caratterizzato dalla presenza di imprese produttrici di pipe. Tutto ciò lo convince a investire nell’idea di Enea e a coinvolgere anche Achille Savinelli, importante commerciante in articoli di fumo attivo a Milano, che conosce personalmente perché ha sposato una sua cugina, Dina. Savinelli si sarebbe occupato della parte commerciale mentre Enea della produzione, che avvia con tre operai provenienti da altre imprese del settore già esperti del mestiere, a cui vengono affidate mansioni precise: sgrossatore, tornitore e pulitore. La materia prima è la radica, proveniente dalla Maremma toscana, dalla Calabria e dalla Sicilia, mentre i bocchini sono fatti in ebanite. Tra i clienti figurano anche società del territorio come ad esempio la stessa ditta Rossi di Barasso. Nascita e affermazione della Pipe Brebbia (1944-1969) Una volta avviata l’attività si rende necessario strutturare la rete commerciale. Savinelli, disattendendo gli accordi iniziali, chiede a Enea di occuparsene in prima persona. Il mercato di riferimento è soprattutto quello anglosassone (l’Inghilterra con le sue colonie e gli Stati Uniti) e Londra costituisce la città di riferimento per instaurare rapporti commerciali. Enea conosce la lingua inglese a livello scolastico ma per necessità intraprende un viaggio nella capitale britannica che gli consente di ottenere ordini per i successivi cinque anni. Questa esperienza, unitamente alla volontà di non chiedere ulteriore denaro allo zio Bernardo, fa maturare in lui la consapevolezza che può tentare da solo la strada imprenditoriale. Il 1953 è un anno di grandi decisioni per Enea che matura una diversa visione del ruolo del socio sulle linee di sviluppo dell’impresa: pertanto ritira le quote di Achille Savinelli , che si riserva per quattro anni la vendita esclusiva delle pipe prodotte a Brebbia. Nello stesso anno si sposa con Mariantonia Sartorelli e dalla loro unione nasceranno Luciano, Achille e Isabella. Il 17 gennaio 1954 un incendio distrugge la fabbrica , risparmiando solo per un caso fortunoso la centrale elettrica al pianterreno. Allo sconforto iniziale Enea reagisce con forte spirito di volontà e, grazie agli ordini dei rappresentanti, in particolare Bernard Hocsteinen per gli Stati Uniti, ricostruisce la fabbrica nell’arco di un anno ridisegnando gli spazi in base alla sequenza di lavorazione della pipa, mentre inizialmente aveva dovuto adattarsi ai locali disponibili. In questi anni il mercato statunitense è quello che assorbe gli ordini maggiori, risentendo anche delle favorevoli possibilità introdotte dal Piano Marshall. Una volta ripresa l’attività e libero di scegliere, Enea investe nella realizzazione di pipe scolpite con figure di animali realizzate da artigiani della Val Gardena. È un’intuizione che aprirà nuovi mercati esteri grazie anche ai rapporti diretti con alcuni rappresentanti che collaboreranno per
Parma Antonio & figli spa
Industria Parma Antonio & figli spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Parma Antonio & figli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di casseforti, impianti di sicurezza e scaffalature fisse e scorrevoli INDIRIZZO | Via Garibaldi 43 | 21047 | Saronno (VA) CONTATTI | T. 02-969851 | F. 02-96985232 | www.parmacasseforti.it Da Lainate al Venezuela (1870-1925) Antonio Parma nasce a Lainate nel 1854 e, dopo aver frequentato la sesta classe, si trasferisce a Milano, dove lavora come meccanico. Nel 1870 rientra a Lainate e, a soli sedici anni, inizia a produrre piccoli forzieri, torchi per copialettere, chiavi e serrature. Nel 1881 Antonio realizza un ingegnoso impianto corazzato a protezione del celebre “Pallio d’oro”, d’epoca carolingia opera del Volvinio, dell’altare maggiore della basilica di S. Ambrogio di Milano, in funzione fino al 1973. Il congegno è oggi esposto presso il Museo delle Industrie del Saronnese, con verniciatura ancora originale arricchita di borchie e fregi dorati. Forte della notorietà conseguita, il giovane Antonio avvia la produzione di casseforti per le banche, rompe il monopolio detenuto dai costruttori stranieri (tedeschi, inglesi e soprattutto austriaci) e diventa protagonista della nascente industria nazionale della sicurezza. Con l’elettrificazione dei processi produttivi e non essendo ancora il comune di Lainate servito dall’energia elettrica, nel 1901 Antonio trasferisce l’attività a Saronno, dove nasce un moderno stabilimento per la produzione di serie e la costruzione di impianti completi per caveaux bancari, che dà lavoro a oltre 100 persone. Con la qualità e la maneggevolezza dei suoi manufatti, la ditta Parma acquisisce nuovi clienti, anche in ambito non bancario e all’estero. Antonio – il cui primogenito Mario Giuseppe muore durante la prima guerra mondiale combattendo sul Carso, e il quartogenito Marco perisce nel lago di Como – coinvolge progressivamente nell’impresa i figli Ernesto, Angelo, Piero e Pio, che nel 1922 costituiscono la società in nome collettivo Ditta Antonio Parma e Figli. Un regio decreto dello stesso anno conferisce ad Antonio l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, un riconoscimento riservato a chi ha creato dal nulla un’impresa. Ma il 1922 è anche l’anno della morte di Antonio Parma. Tre anni dopo entra nella società anche il figlio più giovane, Ambrogio, diventato maggiorenne. La grande crescita (1926-1970) La società Parma primeggia anche nella costruzione di porti circolari per banche, una delle quali, dalle dimensioni imponenti, viene premiata all’Esposizione Internazionale di Barcellona del 1929. Dello stesso anno è la realizzazione per il Banco di Chiavari di una porta rettangolare di 600 quintali, che è tuttora la più pesante del mondo. Nel 1930 viene chiusa l’officina di Lainate. È di questi anni la fornitura di porte corazzate per la Real Casa Savoia, la sede Vaticana, la Banca d’Italia e le banche centrali di Perù, Colombia, Venezuela, tutte ancora perfettamente funzionanti La società dispone di propri uffici di rappresentanza in Italia e all’estero. Ha un ufficio tecnico per la progettazione di nuovi dispositivi, che vengono via via brevettati. Tutte le fasi di lavorazione (fresatura, saldatura, verniciatura, ecc.) si svolgono all’interno della fabbrica di Saronno, che conta già 300 dipendenti. Ad essa si affiancherà in seguito la Oscam, società di famiglia con stabilimento nel comune di Solaro, che produce mobili metallici. Nel 1937 muore Angelo Parma e nel 1938 il fratello Ernesto. Durante la seconda guerra mondiale la produzione si converte alle esigenze belliche: custodie, bossoli, caricatori. Con la morte di Piero avvenuta nel 1952, Ambrogio e Pio Parma rimangono i soli titolari della società, della quale, nel 1963, entrano a far parte i nuovi soci Luigi e Paolo Parma (figli di Pio), Edoardo, Mario e Piero (figli di Ambrogio). Il 1964 vede la trasformazione dell’impresa in società in accomandita semplice. Una società che è come una costellazione familiare periodicamente mutante. L’allargamento della compagine societaria, con i relativi aumenti di capitale sociale, è il segno che gli affari, per la società Parma, stanno andando bene. Con lo sviluppo industriale, finanziario, commerciale e turistico del Paese, nonchè degli apparati pubblici, la produzione di impianti per la sicurezza passiva (casseforti, porte blindate, armadi corrazzati, cassette di sicurezza, casse a muro) conosce infatti uno slancio notevole. La società che ha già una filiale a Roma e a Milano, ne apre altre a Verona, Padova, Genova, Firenze, Siena, Napoli e Palermo. La sfinge del marchio Parma è ormai il simbolo di un’impresa industriale di eccellenza apprezzata in Italia e nel mondo. Nel 1968 muoiono Ambrogio e Pio Parma. La terza generazione prende il comando dell’impresa. La modernizzazione (1971-2000) A partire dagli anni settanta – e si può dire sino ai giorni nostri – l’azienda conosce profonde trasformazioni produttive e organizzative. L’adozione delle nuove tecnologie di processo (macchine utensili a controllo numerico) e di taglio della lamiera (raggi laser) si combina con l’esternalizzazione di alcune fasi lavorative (come la verniciatura). Vengono quindi messi a punto sistemi avanzati di protezione, rivolti in particolare agli istituti di credito, che nascono dall’abbinamento dei tradizionali mezzi “pesanti” con quelli leggeri e sofisticati dell’elettronica. La società Parma è la prima impresa italiana a ottenere la certificazione Uni nel campo della sicurezza passiva, collaborando anzi, con i propri tecnici, alla definizione degli standard. Con il tempo si sviluppa anche il settore della sicurezza attiva, che fornisce oggi un’ampia gamma di prodotti (allarmi, rilevatori e sensori, sistemi video e digitali a circuito chiuso, ecc.). Nel 1982 avviene la trasformazione giuridica in società per azioni, di cui è nominato presidente Luigi Parma. In questi anni si deliberano diversi aumenti di capitale, mentre la Oscam di Solaro è posta in vendita. È del 1991 la nomina di un nuovo consiglio di amministrazione, la cui presidenza passa a Edoardo Parma. Intanto si continua a produrre per l’estero: nel 1990 vengono realizzate 13 porte corazzate con destinazione Jakuzia, glaciale regione della Siberia ricca di giacimenti auriferi. Nel 1998 la società si dota di un direttore generale, nella persona dell’ing. Giorgio Amedeo, mentre il capitale, a causa di perdite, viene ricostituito, evidenziandosi in ciò uno stato di crisi. Due anni dopo la Parma Antonio e figli Spa cede il
Omas spa
Industria Omas spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Omas spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di affettatrici, affettacarne, tritacarne, segaossi, inteneritrici, formatrici di hamburger, tagliatrippa INDIRIZZO | Via IV novembre 6 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-214311 | F. 0331-214350 | www.omasspa.it L’avvio dell’attività: gli anni cinquanta (1950-1959) La Omas snc (Officine meccaniche affettatrici Santo Stefano) con sede a Oggiona con Santo Stefano viene fondata nel 1950 dai soci Carlo Rabolli, Francesco Possagno e Luciano Maineri. Carlo Rabolli proviene da una famiglia che possedeva delle macellerie ed è socio fondatore della società Rabolli e Magnoni srl (oggi Rama spa) di Oggiona con Santo Stefano, specializzata nel ramo della macellazione della carne. Abbandonata questa società, Carlo avvia un’attività nell’ambito della bonifica agraria e nel 1950 una nel settore delle macchine per la lavorazione delle carni. Il territorio di Oggiona e dei comuni circostanti vanta una tradizione nella produzione di bilance. Carlo intravede la possibilità di sfruttare questa caratteristica indirizzandola verso la costruzione di affettatrici e di altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Dal punto di vista commerciale, infatti, appare conveniente seguire l’abbinamento affettatrici-bilance nella fornitura alle macellerie e ai negozi di alimentari. Nasce così, tra il 1949 e il 1950, l’affettatrice a volano Omas, il modello S9, la prima prodotta nella zona. Già a partire dal 1953, però, gli altri due soci escono dalla società, che nel 1956 si trasforma in ditta individuale. La sede dell’impresa occupa una vasta area di proprietà di Carlo Rabolli, che vi affianca, come spesso accade, anche l’abitazione dove vive con la moglie Ines e i figli Walter e Clelia. Nel corso degli anni, lo stabilimento edificato nel 1950 subirà vari ampliamenti, di pari passo con lo sviluppo dell’attività. Gli anni sessanta (1960-1969) Nel 1962 Walter entra nell’impresa dopo aver completato gli studi di perito meccanico, ma già da tempo ne conosce la realtà; ha pratica soprattutto dell’ufficio tecnico dove, da studente, ha iniziato a disegnare i pezzi. All’inizio Walter si occupa perlopiù della produzione acquisendo le competenze pratiche che la scuola non poteva trasmettergli, ma porta anche un contributo originale nello sviluppo dei prodotti. L’apprendistato imprenditoriale si allarga poi fino a coprire tutti i settori commerciali: a Walter viene affidato anche il compito di seguire clienti in Francia e in Germania, dato che l’impresa ha raggiunto una presenza internazionale. Né ci si ferma alla sola Europa: dal 1962, la Omas ha già un distributore a Hong Kong ancora oggi attivo. Il rapporto con i distributori è particolarmente importante: in genere i contatti avvengono durante le fiere e si stabiliscono spesso rapporti che durano un’intera vita commerciale o si tramandano di padre in figlio. Negli anni sessanta l’impresa può contare su 70 dipendenti, con la maggior parte dei quali mantiene un rapporto di lavoro stabile nel tempo. In questo periodo l’incremento dell’attività è tale che nel 1964 Walter apre una fonderia d’alluminio per poter controllare le caratteristiche di fusione e di qualità dei componenti delle macchine. La fonderia – denominata inizialmente “Brw” e successivamente “Fonderia leghe leggere srl” – crescerà parallelamente all’attività dell’Omas sino a trovare autonomi spazi commerciali nella produzione di leghe di alluminio per vari settori merceologici (nautico, medicale, arredamento, illuminazione, macchine utensili). Sempre verso la metà degli anni sessanta l’impresa tenta anche uno sviluppo nel settore commerciale con un punto diretto di vendita a Milano in via Farini. L’esperimento non ha esito positivo anche per le difficoltà di controllarne a distanza l’attività. Dopo tre anni il negozio viene chiuso. Dagli anni settanta ai novanta (1970-1999) Nel corso degli anni sessanta e settanta, il settore si popola di nuove imprese, attratte dal carattere relativamente elementare delle competenze meccaniche richieste. La Omas riesce a mantenere il primato sugli altri produttori apportando continue migliorie ai propri modelli, di cui solo alcuni vengono brevettati. L’impresa infatti preferisce la strada della continua, veloce e costante innovazione tecnica alle garanzie del sistema brevettale. L’affettatrice con movimento automatico, ad esempio, è stata proposta per la prima volta da Omas in questi anni. Nel 1970, Walter entra in società con il padre e la Omas diviene una snc. Nel 1979 l’impresa supera i 90 dipendenti e diventa società per azioni: Carlo Rabolli è presidente del consiglio di amministrazione e Walter amministratore delegato. Nello stesso anno, viene acquisita la ditta Dampa, un’impresa di Golasecca riconvertita dalla produzione di materiale elettrico a quella di affettatrici e accessori per un mercato meno esigente. Ciò consente di coprire un segmento più ampio del mercato, senza compromettere la qualità del marchio Omas. Negli anni ottanta, beneficiando anche del cambio favorevole fra dollaro e lira, l’impresa apre una filiale negli Stati Uniti, la Omas Usa Inc. Per circa sei anni gli Stati Uniti divengono uno sbocco importante per l’attività, sino a quando l’inversione delle condizioni di cambio determina la conclusione dell’esperienza. Negli anni novanta, le nuove norme europee orientano la progettazione nel settore verso il primato della sicurezza degli operatori alle macchine. Le associazioni imprenditoriali sono coinvolte nella fase di formazione della normativa e Walter Rabolli si impegna direttamente assumendo la carica di presidente dell’Associazione costruttori affettatrici e tritacarne all’interno dell’Anima (Federazione delle Associazioni nazionali della industria meccanica varia e affine). Nel 1995 scompare Carlo Rabolli e Walter ne prende il posto alla presidenza della società. Dal 2000 al 2007 (2000-2007) Con il nuovo secolo, l’impresa conosce le prime difficoltà a mantenere le tendenze di sviluppo dei decenni precedenti . Tra i fattori di crisi, giocano quelli valutari, la generale contrazione dei consumi, l’incertezza politica nazionale e internazionale, l’emersione di nuovi produttori all’interno di un settore in fondo tecnologicamente maturo. L’innovazione di prodotto rimane importante per contrastare la concorrenza straniera, sempre più vicina ai livelli qualitativi delle produzioni italiane, ma avvantaggiata da costi minori. L’ultima affettatrice a volano comandata da microprocessori è un esempio dell’incontro tra innovazione e tradizione. Tuttavia, molto più che negli anni passati, è la promozione della vendita che consente di aggirare le difficoltà. L’impresa presenta oggi una forte diversificazione commerciale, dall’America all’Estremo Oriente,
Nastro & Nastro srl
Industria Nastro & Nastro srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Nastro & Nastro srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tipografia INDIRIZZO | Via XV Agosto 7 | 21016 | Luino (VA) CONTATTI | T. 0332-531463 | F. 0332-510715 | www.nastroenastro.it Imprenditore a 50 anni: la nascita della Cerutti & Pozzi (1882-1920) La storia della Nastro & Nastro affonda le sue remote origini nella figura di Rocco Cerutti, nato nel 1856, che, dopo aver acquisito nel 1882 il diploma di “mastro operaio”, svolge l’apprendistato presso la prima tipografia di Luino, quella dei Bolognini Pusterla. Qualche anno prima, il giovane aspirante tipografo ha frequentato con profitto la Scuola di disegno della Società di mutuo soccorso locale, tra i cui fondatori figura il fratello Giovanni, di mestiere “droghiere e appaltatore”, che ne è anche il presidente. A 27 anni Rocco Cerutti si trasferisce a Milano, dove lavora in un’officina e sposa Clotilde Martinengo, maestra di professione e in stretti rapporti con la famiglia Vallardi, proprietaria dell’omonima casa editrice. È probabilmente in questo contesto di frequentazioni editoriali che Rocco matura l’idea di avviare una propria attività autonoma nel campo tipografico. Nel 1910, a 54 anni, ritorna quindi a Luino per attuare il suo progetto imprenditoriale. Nel 1913 si associa con Carlo Malagoli, dando vita alla ditta “Cerutti & Malagoli”, che alla produzione di stampati vari affianca la vendita di articoli di cartoleria. Soltanto un anno dopo il socio Carlo Malagoli recede dall’impresa, che torna ad essere proprietà di Cerutti. Questi nel 1920 associa nell’impresa la nipote Paolina Pozzi, figlia di Francesco e Marianna Cerutti, sorella di Rocco. Nasce così – con sede nel centro di Luino, prima in via Sant’Antonio e poi in via XV agosto – la snc “Cerutti & Pozzi” di Rocco Cerutti e Paolina Pozzi, il cui fratello Francesco partecipa all’attività aziendale in qualità di dipendente. L’impresa, con la tipografia artigiana nel retrobottega e la cartoleria affacciata sulla strada, è ormai un noto e frequentato punto di riferimento della realtà locale, offrendo un sempre più ricco catalogo di articoli utili alle esigenze di aziende, commercianti, scuole, famiglie e studenti. L’innesto della generazione Nastro (1921-1969) L’impegno in campo culturale costituisce, sin dall’inizio, uno dei tratti distintivi della società Cerutti & Pozzi. Nel 1921 inizia la pubblicazione del settimanale «Evoluzione», organo dell’Università proletaria luinese, nel quale si riflettono le simpatie socialiste di Rocco. Nel 1923 Paolina Pozzi sposa Antonio Nastro, originario di Caserta, che, giunto a Luino dopo la Prima guerra mondiale, prosegue la carriera militare (per impegnarsi successivamente in politica, nelle fila della Dc) senza mai ricoprire un ruolo nell’impresa partecipata dalla moglie. Nel 1931, con l’ingresso societario di Francesco Pozzi, l’impresa assume la ragione sociale di Cerutti & Pozzi di Francesco e Paolina Pozzi. Nel 1937, a 81 anni, muore Rocco Cerutti senza lasciare eredi. L’attività dell’impresa prosegue nelle affidabili mani della “sciura” Paolina, cartolaia divenuta una leggenda di Luino, e di Francesco, che si occupa della tipografia e della parte contabile. La crescita degli anni cinquanta induce la Cerutti & Pozzi ad acquistare nel 1956 la tipografia Bruno di Luino. Nello stesso anno prende il via la stampa del periodico «Il corriere del Verbano», che continuerà sino al 1993. Negli anni cinquanta Francesco Nastro, figlio di Paolina Pozzi e Antonio, nato nel 1926 e da già tempo attivo nell’impresa che frequentava fin da piccolo, assume la guida della tipografia, entrando poi a far parte della società nel 1968. Egli è ben più di un semplice braccio destro dello zio Francesco, il quale, in continuità con le idee dello stesso fondatore, milita nel Partito socialista, dedicando una parte importante del suo impegno alla vita politica locale. Prima Paolina Pozzi nel 1968 e poi il fratello Francesco nel 1969 recedono dalla società in favore di Francesco Nastro, che acquisisce i materiali, le merci e i macchinari della Cerutti & Nastro, diventando il titolare nel 1969 della ditta Cerutti & Pozzi di Nastro Francesco. Tra industria e cultura (1970-1990) Uomo aperto all’innovazione, nei primi anni settanta Francesco Nastro introduce in azienda profondi cambiamenti organizzativi e tecnologici. Nel 1973 fonda la ditta individuale Centrostampa e assume i dieci dipendenti del reparto tipografia, mentre condivide con la moglie Silvana Regazzi la titolarietà della Cerutti & Pozzi, che si occupa della cartoleria. Nel 1975, a pochi mesi di distanza l’una dall’altro, muoiono Paolina e Francesco Pozzi. Con la distinzione delle due attività e l’impiego delle nuove macchine a stampa offset a due colori, che sostituiscono lo storico sistema di composizione linotype basato sull’uso dei caratteri tipografici in piombo, Francesco Nastro imprime alla”nuova” tipografia, di cui cura direttamente gli aspetti commerciali, uno sviluppo di tipo industriale. In un territorio ancora caratterizzato dalla presenza di importanti insediamenti industriali, le aziende private, diverse delle quali localizzate nella vicina Svizzera, rappresentano i clienti privilegiati della Centrostampa, mentre le forniture per gli enti pubblici ricoprono un peso marginale. Francesco Nastro non è soltanto un uomo d’azienda, ma anche un appassionato imprenditore culturale. Nel 1978 edita il primo numero della rivista «La Rotonda», almanacco luinese fondato da Piero Chiara e Vittorio Sereni, ai quali Francesco è legato da profondi rapporti di amicizia. Dopo la morte di Piero Chiara nel 1986 e un’interruzione di due anni, la rivista riprende ad uscire con il nome nuovo di «Rondò». L’amore per i libri e per le cose ben fatte, spinge Francesco Nastro a realizzare, nel corso degli anni, diversi prodotti editoriali dedicati soprattutto alla cultura e alla storia locale e contraddistinti da un’alta qualità tipografica. L’impegno culturale si rafforza ulteriormente con l’apertura nel 1988 di un’elegante libreria nel centro di Luino, frequentata da una clientela fedele che proviene anche dal Canton Ticino. Nel 1988, la ditta Centrostampa cede una quota del 5% a Silvana Regazzi e assume la nuova ragione sociale di Nastro & Nastro snc di Nastro Francesco & C., cui fa seguito, qualche mese dopo, la trasformazione in srl. Anche l’attività della cartoleria – ovvero della ditta Cerutti & Pozzi di Regazzi Silvana & C., trasformatasi in snc nel
Mole Abrasivi Ermoli
Industria Mole Abrasivi Ermoli DENOMINAZIONE SOCIALE | Mole abrasivi Ermoli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | La fabbricazione ed il commercio di mole abrasive ed altri prodotti abrasivi fabbricati in ogni tipo di materiale atto allo scopo INDIRIZZO | Via Cairoli 4 | 21046 | Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425114 | F. 0332-426742 | www.ermoli.it La nascita dell’impresa (1882-1925) Gaetano Ermoli, nel 1882, avvia una attività per la realizzazione delle mole abrasive a Malnate, in uno stabilimento in via Cairoli ove è collocata anche la residenza. Inizialmente sfrutta la pietra arenaria, chiamata molera, proveniente da cave affittate in località Malnate e Cantello e usata sia nell’edilizia sia per la realizzazione di mole da frantoio . In seguito si passa alla produzione di mole a smeriglio, utilizzando una pietra naturale proveniente dalle miniere dell’isola greca Naxos. Agli inizi del Novecento l’impresa di Ermoli, ormai denominata “Industria italiana dello smeriglio” consegue un importante riconoscimento: la medaglia d’oro all’Esposizione di Torino del 1911. Le mole abrasive hanno una grande importanza in due ambiti: l’industria edilizia e l’industria meccanica che avrà grande sviluppo sul territorio nel corso degli anni. Ciò porta l’impresa verso una diversificazione dei prodotti che vengono valorizzati attraverso l’adozione di marchi e attraverso la loro promozione commerciale. In questo periodo le mole si evolvono verso le mole abrasive a legante ceramico (un composto inorganico formato da mescola di argilla, caolino e feldspato). Nel 1923 Gaetano cede la propria ditta “Industria italiana dello smeriglio di Ermoli Gaetano” ai figli Luigi, Benigno e Giuseppe che operano come società di fatto registrandola in Camera di commercio nel 1925. L’attività dal 1926 fino alla Seconda Guerra Mondiale (1926-1945) Negli anni venti l’impresa conosce un periodo di crisi dovuta alla forte concorrenza. Giuseppe intraprende un viaggio in Germania per visitare diverse ditte all’avanguardia del settore che introducono la bachelite, una resina sintetica, nella lavorazione delle mole. Da qui importa campioni di bachelite che consentiranno l’avvio della produzione di nuove mole abrasive di tipo resinoide. Nascono così le mole “Diamante” particolarmente efficaci per il taglio di pietra e marmo. Nel 1928 la ragione sociale muta in “Società italiana mole abrasivi Ermoli” (Simae). All’interno dell’impresa Luigi si specializza nel ramo commerciale, Benigno si occupa della parte tecnica e Giuseppe cura l’amministrazione. Negli anni trenta lo sviluppo del territorio favorisce lo sviluppo della società testimoniata anche dall’attenzione posta alla celebrazione del cinquantenario dell’inizio dell’attività (1932). In questa fase l’azienda, insieme alla Richard Ginori detiene il monopolio della produzione italiana. Nel corso della Seconda guerra mondiale l’impresa muta la propria natura giuridica in srl. Dal periodo post-bellico agli anni Settanta (1946-1979) Dopo le difficoltà della guerra, la società riprende nuovo slancio nel corso degli anni cinquanta. In questi anni l’impresa raggiunge il numero massimo di 150 dipendenti provenienti dal territorio circostante, ed apre a Milano un deposito e agenzia di vendita. Lo stabilimento occupa due siti in via Cairoli 4 e 14. A questo periodo risale la costruzione di tre grandi forni circolari in mattone con soffitti a volta, di cui uno ancora oggi in uso. Negli anni sessanta Luigi, figlio di Luigi, entra nell’impresa e spinge per un ammodernamento dei macchinari e per una migliore organizzazione dell’attività. Pur mantenendo una conduzione familiare, con il passaggio alla terza generazione la società si trasforma in spa. È proprio in questi anni che vengono prodotte anche le mole da banco, utilizzate nelle officine meccaniche per l’affilatura degli utensili e vendute in tutte le ferramenta. Questo settore verrà meno negli anni ottanta con l’introduzione delle plachette usa e getta che una volta consumate vengono gettate via piuttosto che affilate nuovamente. In questo periodo cresce la produzione di mole per rettifica in tondo, tangenziale, interno, senza centri. Negli anni settanta viene costruito un nuovo capannone in via Cairoli 14 dove si accentra tutta l’area produttiva; l’edificio di via Cairoli 4 è destinato in parte agli uffici che si occupano dell’amministrazione e in parte viene affittato a terzi. Dagli anni Ottanta a oggi (1980-2006) Negli anni ottanta termina la produzione dei dischi “Diamante”. Nel 1985 Giorgio Ermoli, figlio di Luigi, inizia a lavorare nell’impresa. Dopo una prima esperienza nel settore produttivo che gli consente di apprendere le tecniche di lavorazione delle mole, all’inizio degli anni novanta affianca il padre nella gestione dell’azienda. Luigi Ermoli muore nel 1997 e il figlio prosegue l’attività. É un periodo ricco di riconoscimenti alla longevità dell’impresa. Nel 1989 l’impresa si trasforma in srl assumendo la denominazione attuale. Attualmente la produzione è indirizzata alle mole impiegate in ogni genere di rettifica , e quindi nelle diverse tipologie di officine meccaniche. Nonostante lo sviluppo tecnologico nel campo dell’automazione la lavorazione di questo tipo di mole presuppone ancora una forte manualità. La specializzazione in questo settore ha comportato per l’impresa una minore produzione di pezzi a fronte di un rapporto più forte con il cliente dato dalla vendita di mole personalizzate, dall’assistenza tecnica e dalla qualità del servizio in genere. Ciò fa dell’impresa un punto di riferimento importante per il mercato nonostante il ridimensionamento degli ultimi anni che ha visto scendere a 13 il numero dei dipendenti. Parallelamente, l’impresa ha dismesso una parte degli edifici occupati in passato che ora ospitano nuove attività economiche. Giorgio Ermoli individua l’originalità del proprio stile gestionale nell’attenzione ai clienti, ai fornitori e alle risorse umane, oltre che nell’interiorizzazione delle responsabilità – sociale, etica, ambientale – che oggi competono all’impresa. Gaetano Ermoli, nel 1882, avvia una attività per la realizzazione delle mole abrasive a Malnate, in uno stabilimento in via Cairoli ove è collocata anche la residenza. Inizialmente sfrutta la pietra arenaria, chiamata molera, proveniente da cave affittate in località Malnate e Cantello e usata sia nell’edilizia sia per la realizzazione di mole da frantoio . In seguito si passa alla produzione di mole a smeriglio, utilizzando una pietra naturale proveniente dalle miniere dell’isola greca Naxos. Agli inizi del Novecento l’impresa di Ermoli, ormai denominata “Industria italiana dello smeriglio” consegue un importante riconoscimento: la medaglia d’oro all’Esposizione di Torino del 1911.
Mario Croci & figli srl
Industria Mario Croci & figli srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Mario Croci & figli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione di macchine per cantieri edili INDIRIZZO | Via Baracca 12/19 | 21046 | Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425279 | F. 0332-429626 | www.crocimario.com L’inizio dell’attività (1924-1945) Mario Croci nasce a Malnate nel 1898. Apprende il mestiere lavorando in una delle diverse aziende meccaniche presenti nel paese. Dal matrimonio con Angela Croci – stesso cognome ma nessuna parentela – nasce nel 1922 la primogenita Elsa, seguita nel 1925 da Imperia. Mario Croci decide presto di mettersi in proprioe nel 1924 costituisce una ditta individuale che svolge l’attività di costruzione di divisionali a intarsio da inserire in stampi per la realizzazione di piastrelle in cemento colorate. Ubicata dapprima in via Vittorio Emanuele, l’officina si trasferisce successivamente in via Brenta, rimanendo contigua all’abitazione di famiglia. Nel 1927 la ditta Croci, espone i proprimodelli alla Fiera campionaria di Tripoli. Nel 1929 nasce Piero e nel 1932 Valerio. Nel 1937 Luigi Croci entra come socio nella ditta del fratello Mario, che si trasforma così nella società di fatto “Mario & Luigi Croci”. Dopo appena un anno, Luigi, spinto da altri interessi, recede dalla società, che con il solo titolare Mario prosegue nella sua attività. Nel 1942 nasce Oretta, l’ultima dei cinque figli di Mario Croci. Negli anni della Seconda guerra mondiale l’impresa è ancora una piccola officina meccanica, che prosegue nella sua produzione ed effettua specifiche lavorazioni conto terzi subappaltate da imprese più grandi del comparto meccanico. Proprio in questo periodo di ristrettezze belliche accadono due fatti importanti, che pongono le basi dell’evoluzione futura della società: la produzione, a partire dal 1944, dei primi stampi manuali per tubi in calcestruzzo, nonché dei primi miscelatori di materiali per l’edilizia (sabbia, cemento, ghiaia). Dall’artigianato all’industria (1946-1966) Con la ricostruzione postbellica inizia la fase di crescita dell’impresa, che nel 1946, trasferisce l’attività dal “garage” di via Brenta al capannone del vicino viale delle Vittorie dove la famiglia sposta anche la propria abitazione. Mario Croci, persona autorevole e stimata, è presidente della Cooperativa di consumo di Malnate. I suoi figli maschi iniziano a lavorare nell’azienda paterna come dipendenti. Piero Croci, diplomatosi perito industriale, si occupa della progettazione e dei rapporti con i clienti. Il tecnigrafo con il quale realizza i progetti ed i disegni è posto nel seminterrato della casa in cui abita la famiglia, che funziona anche da ufficio amministrativo. Valerio segue invece la produzione in officina, gestendo le commesse e i rapporti con i fornitori. L’evoluzione tecnico-produttiva dell’impresa è testimoniata dalla messa a punto di un brevetto di invenzione industriale, depositato nel 1954, relativo a “dispositivo di supporto dotato di movimento rotatorio e assiale” che trova applicazione sulle tubiere a roto-compressione. La matrice artigiana permane in una produzione di piccola serie, a volte limitata a pochi esemplari, che viene personalizzata alle esigenze delle diverse imprese clienti, piccole o grandi che siano. Queste operano soprattutto nei numerosi cantieri della Lombardia e del Veneto, che assecondano lo sviluppo urbano e infrastrutturale di quegli anni. Nel 1954 dall’unione di Elsa Croci e Francesco Pavesi, che non riveste ruoli in azienda, nasce Massimo. Il capannone di viale delle Vittorie, collocato in una zona residenziale, ha poche possibilità di espandersi ed è divenuto ormai stretto per le esigenze produttive della ditta Mario Croci. Nel 1961 l’attività si trasferisce in una nuova e più ampia struttura in via Baracca, in posizione più periferica, dove ancora oggi ha sede l’impresa. Nel 1964 nasce Mauro, figlio di Piero. A partire dalla metà degli anni sessanta, i macchinari costruiti dall’impresa Croci iniziano ad affermarsi nei mercati esteri, sia dei paesi avanzati (come la Francia) che di quelli in via di sviluppo (dall’Africa al Sud America), sino alla lontana Australia. In questo primo sviluppo delle esportazioni gioca un ruolo importante la partecipazione alla Fiera campionaria di Milano, dove l’azienda espone i suoi prodotti e stringe nuovi rapporti commerciali. Partita come officina artigiana, la ditta Mario Croci presenta i caratteri di una piccola e dinamica impresa industriale basata sulla differenziazione delle strutture organizzative interne e sull’utilizzo di macchine utensili all’avanguardia. Tra seconda e terza generazione (1967-1990) A completamento della trasformazione organizzativa, nel 1967 si assiste a un cambiamento gestionale: Piero e Valerio entrano in qualità di soci nella ditta del loro padre, che si trasforma in società di fatto con la denominazione “Croci Mario e figli”. Alla crescita economica si accompagna l’ammodernamento tecnologico. Nel 1973 la Croci Mario e figli introduce, prima azienda in Italia, la tubiera a presso-vibrazione Mach 3 per la fabbricazione di tubi in calcestruzzo con altezza massima di un metro. L’ufficio tecnico, sempre seguito in prima persona da Piero Croci, si arricchisce di nuove risorse professionali reclutate all’esterno. Lo sviluppo dell’attività porta anche alla costruzione di un nuovo capannone sempre in via Baracca. A seguito della morte di Mario Croci, avvenuta nel 1974, le tre figlie del fondatore entrano nella compagine sociale, ma soltanto Oretta svolge un ruolo attivo in azienda, dove lavora da tempo come segretaria, mentre Elsa e Imperia tre anni dopo recedono dalla società. Nel 1979 la società di fatto viene regolarizzata in società a responsabilità limitata, il cui consiglio di amministrazione è composto dai fratelli Croci, con Piero presidente e Valerio amministratore delegato. Oretta Croci, l’unica donna rimasta in casa e non coniugata, è nominata procuratore speciale della società stessa, di cui cura gli aspetti amministrativi. Con i primi anni ottanta entrano in scena i protagonisti della terza generazione d’impresa, i cugini Massimo Pavesi e Mauro Croci , che si trovano ad operare in una moderna e dinamica realtà industriale con poco meno di 30 dipendenti, la cui officina frequentano sin da piccoli. Massimo, nato dieci anni prima Mauro e laureatosi in ingegneria civile, si occupa dello sviluppo commerciale e in particolare dei rapporti con i mercati esteri. Mauro, diploma di perito meccanico, s’inserisce un po’ alla volta, come dipendente, nei diversi reparti dell’attività aziendale: dall’ufficio tecnico, all’officina, al montaggio, sino ad occuparsi
Mazzucchelli 1849 spa
Industria Mazzucchelli 1849 spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Mazzucchelli 1849 spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di lastre in acetato di cellulosa INDIRIZZO | Via S. e P. Mazzucchelli 7 | 21043 | Castiglione Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-826299 | F. 0331-826341 | www.mazzucchelli1849.it Santino Mazzucchelli e l’epopea del corno bovino (1849-1890) Santino Mazzucchelli nasce nel 1827 a Venegono Superiore, sesto dei nove figli di Angelo Custode, piccolo proprietario agricolo. Rimasto orfano per la prematura morte del padre e poi anche della madre, non ancora quindicenne lavora come apprendista muratore a Milano. Nel 1845 rientra in paese e apprende il mestiere della sua vita lavorando presso una delle tante botteghe artigiane specializzate nella produzione di bottoni in corno bovino. Il 1849 è per Santino un anno di svolta: sposa Giuseppa Larghi, con la quale avrà cinque figli, e fonda una propria ditta per la fabbricazione di bottoni in corno di bue, cui si aggiunge presto quella di pettini. Due anni dopo si trasferisce nuovamente a Milano con la moglie e il primogenito Angelo, nato nel 1850, per sviluppare l’attività. Nel 1858 Santino Mazzucchelli rientra nella zona di origine e impianta a Castiglione Olona un opificio che sfrutta la forza motrice dal vicino fiume Olona per alimentare i macchinari. La materia prima è importata soprattutto dall’America, paese assai ricco di allevamenti, mentre gli scarti della lavorazione vengono impiegati come concimi in agricoltura. L’impresa Mazzucchelli si afferma rapidamente come una delle principali realtà produttive e commerciali della Lombardia: nel 1869 conta già 160 dipendenti – che quattro anni dopo diventano 200 –, di cui 25 donne.Lo stabilimento è dotato di impianti e tecnologie all’avanguardia e funziona secondo i principi della moderna organizzazione tayloristica del lavoro.La distribuzione commerciale di pettini e bottoni è basata su una rete di grossisti estesa all’intero territorio nazionale, che consente di contrastare il predominio sino ad allora detenuto nel mercato italiano dai produttori francesi e tedeschi. In questi anni iniziano inoltre le esportazioni verso gli Stati Uniti. Nel 1871 Santino Mazzucchelli è nominato sindaco del Comune di Castiglione Olona, dove già ricopriva la carica di assessore anziano.All’attività di imprenditore egli affianca quindi un importante impegno politico e sociale, che si esprime in un’azione volta soprattutto a migliorare la qualità della vita locale attraverso la realizzazione di nuovi servizi e infrastrutture (dalle ferrovie, alla viabilità, agli spacci alimentari, alla formazione, alla società di mutuo soccorso sorta tra gli operai della sua stessa azienda). Intorno al 1875 Santino si trasferisce ancora a Milano insieme alla moglie e al loro ultimo figlio Mario, di 4 anni: questa decisione appare di certo sorprendente soprattutto agli occhi di Angelo, che da diversi anni collabora con il padre. Santino non si dimentica però della sua impresa e a Milano costruisce un deposito dove vengono concentrate le merci prodotte dallo stabilimento di Castiglione Olona. Egli, in realtà, sta anche preparando il passaggio della guida della sua impresa ai figli Angelo e Pompeo, passaggio che avviene nel 1877 con la nascita della società in accomandita semplice “Fratelli Mazzucchelli e C.”, avente sede a Castiglione Olona. Santino è socio accomandante, Angelo e Pompeo sono i soci “solidali e responsabili”. Pompeo, nato nel 1857 e quindi ancora minorenne, viene emancipato dal padre il giorno prima della fondazione della società. Il relativo atto di costituzione contempla, tra le diverse “istruzioni”, una misura a favore del piccolo Mario, nato nel 1870, in base alla quale i fratelli maggiori Angelo e Pompeo si impegnano a farlo entrare in futuro nella società in quanto “socio solidario e responsabile”, cosa che di fatto poi non avverrà. Allontanandosi dall’impresa di Castiglione Olona, Santino Mazzucchelli concentra le proprie risorse e attenzioni nel promettente e dinamico settore immobiliare milanese, attività nella quale coinvolge la figlia Luigia. Nel 1886 Angelo Mazzucchelli esce dalla società di famiglia, che prosegue con il fratello Pompeo. Nel 1888 muore Giuseppa Larghi. L’anno successivo la Mazzucchelli partecipa con i suoi prodotti all’esposizione universale di Parigi. Nel 1890 Santino, non potendo trovare pace dopo la morte della moglie, mette volontariamente fine alla sua vita. La rivoluzione della celluloide (1891-1934) Pompeo Mazzucchelli, attento alle conquiste del progresso scientifico e industriale, inizia ad interessarsi attivamente alla celluloide , il rivoluzionario materiale nato per sostituire l’avorio nella produzione delle palle da biliardo. Cogliendo subito le opportunità di sviluppo che la prima “materia termoplastica” della storia offre alla sua impresa, Pompeo avvia nel 1895 un laboratorio per sperimentarne l’utilizzo. Il giovane imprenditore, seguendo l’esempio del padre, si impegna pubblicamente per il progresso del territorio. Divenuto membro del consiglio della Camera di commercio e arti di Varese, nel 1890 Pompeo viene incaricato di stendere un progetto per la realizzazione di una ferrovia della Valle Olona, un vero e proprio “asse” industriale punteggiato da numerosi opifici, che nel 1907 si arricchisce della presenza del nuovo stabilimento della ditta Mazzucchelli dedicato alla lavorazione della celluloide. I nuovi prodotti, destinati a soppiantare quelli tradizionali in corno bovino o in avorio, si affermano rapidamente in Italia e all’estero. Una delegazione dei grandi magazzini londinesi Harrods visita la fabbrica di Castiglione Olona, rimanendo colpita non solo dalla sua organizzazione moderna, ma anche dall’attenzione riservata al personale, come testimoniano la casa ad uso dormitorio e refettorio per la manodopera femminile. Durante la Grande guerra la Mazzucchelli riconverte gli impianti alla produzione di nitrocellulosa per usi bellici. Terminato il conflitto, fa il suo ingresso in azienda Silvio Mazzucchelli, figlio di Pompeo, nato nel 1892. Laureatosi nel 1918 in giurisprudenza all’Università di Pavia ma animato da forti interessi tecnici, frequenta corsi di specializzazione a Vienna e Zurigo. Silvio compie una serie di viaggi in Italia e all’estero per approfondire le conoscenze tecniche e incontrare imprenditori, nella prospettiva di dare corpo all’ambizioso progetto del padre: la creazione di un complesso industriale gestito secondo i più moderni criteri della società per azioni e in grado non solo di lavorare la celluloide, ma anche di produrla. Nasce così, nel dicembre del 1921, la “Società anonima Mazzucchelli” (Sam) per la lavorazione della celluloide e
Lindt & Sprüngli
Industria Lindt & Sprüngli DENOMINAZIONE SOCIALE | Lindt & Sprüngli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni con socio unico ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione e vendita all’ingrosso e al minuto di cioccolato, caramelle, confetture e prodotti dolciari in genere INDIRIZZO | Largo Edoardo Bulgheroni 1 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 0332-209111 | F.0332-203505 | www.lindt.com Dalla nascita agli anni quaranta (1909-1949) Nel 1909, dopo una lunga esperienza maturata presso la ditta dolciaria Luigi Lanzavecchia , Antonio Bulgheroni, nato nel 1866, fonda a Varese, insieme a Giuseppe Longhi ed Edoardo Chiesa, la società in nome collettivo “Longhi Bulgheroni e Comp.”, avente per oggetto la produzione e la vendita di caramelle, pastiglie e affini. La sede è in via privata Bernascone sino a quando non viene realizzato il nuovo edificio su progetto dell’architetto Ulisse Stacchini. Nel 1911 la società rileva una pasticceria di Varese e apre un proprio negozio, che però ha vita breve. Durante la Prima guerra mondiale, anche a causa del razionamento dello zucchero, lo sviluppo dell’attività si contrae notevolmente per poi riprendere negli anni successivi. Nel 1920 Edoardo Chiesa recede dalla società, che assume la denominazione “Longhi e Bulgheroni”. In questo periodo i figli di Antonio Bulgheroni, Edoardo e Ottorino, iniziano a prestare la loro opera in azienda. Nel 1928 muore Giuseppe Longhi, le cui figlie ed eredi, disinteressate a partecipare alla vita dell’impresa, cedono le proprie quote ad Antonio Bulgheroni, amministratore unico della nuova società società anonima “A. Bulgheroni & Figli”. Con la morte di Antonio Bulgheroni, avvenuta nel 1934, la seconda generazione assume le redini dell’impresa: Edoardo, che si occupa della parte commerciale, è nominato amministratore unico, mentre Ottorino (detto anche Rino) responsabile dell’area tecnica, diventa direttore generale. I due fratelli s’impegnano a fondo per rinnovare gli impianti e i macchinari di un’azienda che conta ormai una cinquantina di addetti. La Seconda guerra mondiale, con Edoardo e Ottorino Bulgheroni chiamati alle armi, porta alla paralisi della produzione ma non alla dismissione dello stabilimento, che nel 1943 viene temporaneamente dato in affitto alla Casa musicale Ricordi di Milano, sinistrata dagli eventi bellici. I fratelli Bulgheroni, finita la guerra, riordinano l’azienda ma soprattutto pensano di allargare l’attività ai prodotti in cioccolato . Edoardo si reca a Zurigo, dove incontra Robert Sprüngli, l’allora direttore della storica Lindt & Sprüngli (nata nel 1845), seguito subito dopo da Ottorino, che visita gli stabilimenti della società svizzera. È del 1947 la svolta decisiva: la Bulgheroni assume la concessione esclusiva per l’Italia della fabbricazione e vendita dei prodotti della Lindt & Sprüngli. In quello stesso anno, a causa di un incidente, muore improvvisamente Ottorino Bulgheroni. Edoardo – coadiuvato dal nuovo direttore tecnico Emanuele Bignone e dagli stessi tecnici svizzeri – realizza un impegnativo piano di riconversione produttiva e ampliamento infrastrutturale della fabbrica, che adegua gli impianti e si dota di un grande deposito merci e di un nuovo magazzino per le scorte. Anni cinquanta e sessanta (1950-1969) Nel 1950 nasce la “Bulgheroni Società per Azioni”, con presidente Paolo Bianchi, già direttore commerciale dal 1934, e amministratore delegato Edoardo Bulgheroni , evidenziandosi in ciò l’impronta non solo familiare ma anche manageriale dell’impresa. I prodotti in cioccolato di qualità, caratterizzati da un più elevato valore aggiunto e da un maggiore contenuto tecnologico, sostituiscono gradualmente la fabbricazione delle più “povere” caramelle. Tra queste sono presenti le famose Pascall alla frutta, prodotte dalla Bulgheroni sulla base di un accordo sottoscritto nel 1956 con la casa inglese James Pascall. Il mercato italiano, caratterizzato da bassi consumi pro-capite di cioccolato, presenta ampi margini di crescita, a fronte di una domanda comunque dinamica proveniente soprattutto dalle famiglie a reddito medio-alto del nord Italia. La Bulgheroni occupa un peso crescente in un contesto competitivo nazionale che vede la presenza di imprese storiche come Perugina, Ferrero, Caffarel, Tobler, oltre che di produttori locali attivi nella provincia di Varese. Nel 1956 Edoardo Bulgheroni, a seguito della morte di Paolo Bianchi, è nominato presidente della società. Alla fine degli anni cinquanta lo stabilimento di viale Valganna dà lavoro a 250 dipendenti. A riprova della rilevante dimensione economica raggiunta, nel 1961 la società delibera l’aumento di capitale sociale da 10 a 100 milioni di lire, mentre due anni dopo entrano a far parte del consiglio di amministrazione i consiglieri svizzeri Jurg Jegher e Rudoplh Sprüngli. Nel 1968 fa il suo ingresso ufficiale in azienda, ricoprendo il ruolo di direttore generale, Antonio Bulgheroni , nato a Varese nel 1943, figlio unico di Edoardo e laureato in giurisprudenza. Noto giocatore della Pallacanestro Varese , Antonio Bulgheroni si avvale di diversi collaboratori con i quali sviluppa un forte spirito di squadra nella conduzione quotidiana dell’impresa. Nel 1969 egli viene cooptato nel consiglio di amministrazione della società al posto del dimissionario Jegher. Anni settanta e ottanta (1970-1989) La crescita della Bulgheroni prosegue ininterrottamente, senza conoscere momenti di crisi. Ha alle spalle una grande impresa di successo internazionale come la Lindt & Sprüngli, che privilegia la ricerca continua della qualità e investe sull’innovazione (dalle tecnologie di produzione e confezionamento, agli imballaggi, alla politica commerciale, al marketing). Il nome Bulgheroni continua a comparire sulle confezioni di cioccolato prodotte dalla fabbrica italiana, anche se il marchio è Lindt. Il know how svizzero incontra una tradizione di alto artigianato che affonda le radici nella storia locale. Nel 1974 Antonio Bulgheroni è nominato amministratore delegato della società. L’espansione produttiva necessita di spazi adeguati. Dopo un ulteriore aumento di capitale da 100 a 400 milioni, nel 1981 viene decisa la realizzazione di un nuovo stabilimento localizzato a Induno Olona, che apre i battenti nel 1984, anno in cui il capitale sociale viene portato a 4 miliardi di lire. In questo periodo l’azienda conta oltre 500 dipendenti, compresi i lavoratori stagionali, contro i 240 del 1975. La prossimità con la confinante birreria Poretti (oggi Carlsberg) dà luogo ad un fenomeno di pendolarismo dei lavoratori stagionali tra le due fabbriche dovuto ai diversi picchi di produzione (inverno per la Bulgheroni, estate per la Poretti). Il 95% del fatturato annuale è ormai costituito dalla
Italo Cremona
Industria Italo Cremona DENOMINAZIONE SOCIALE | NM srl a socio unico FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di occhiali e accessori moda INDIRIZZO | Via Italo Cremona 40 | 21045 | Gazzada Schianno (VA) CONTATTI | T. 0332-871911 | F. 0332-871929 Un’impresa, un paese (1922-1949) Italo Cremona, nato a Castiglione Olona nel 1891, lavora inizialmente come dipendente della Mazzucchelli, storica impresa di articoli in celluloide di Castiglione Olona, dove apprende i segreti del mestiere e conosce Angela Ghiringhelli, la futura moglie. Nel 1922 fonda l’omonima società in nome collettivo, con stabilimento a Gazzada, che l’anno seguente si trasforma in società in accomandita semplice. La famiglia Cremona vive in un appartamento ricavato al piano superiore della fabbrica, oggi adibito a uffici, dove nascono i due figli di Italo: Bruno nel 1926 e Fernando nel 1930. I primi articoli (pettini, occhiali, toeletteria) sono realizzati con la celluloide prodotta all’interno dello stabilimento, compresa quella madreperlacea utilizzata per il rivestimento delle fisarmoniche. Italo Cremona coinvolge nella partecipazione agli utili d’impresa alcuni “capi” interni responsabili di reparto, dando vita, in anticipo sui tempi, ad una forma di azionariato aziendale. La crescita è rapida: l’impresa occupa 300 persone circa, assorbendo di fatto quasi l’intera popolazione adulta del piccolo centro di Gazzada. Negli anni trenta Italo Cremona è il primo in Italia a sostituire la celluloide, altamente infiammabile, con l’acetato di cellulosa, acquistato dalla Rhodiatoce di Pallanza, e ad applicare, dopo la trasformazione in granuli, la tecnologia dello stampaggio ad iniezione con apposite presse, studiate e realizzate dall’impresa stessa per la produzione degli occhiali da sole. La guerra non interrompe del tutto l’attività. Nel 1942 avviene la trasformazione in società per azioni e si producono, utilizzando manodopera femminile, le “trousse” per i soldati italiani. Nello stesso anno l’impresa assorbe il reparto plastiche della Sampa di Buguggiate. Oltre a fare l’imprenditore, Italo Cremona svolge le funzioni di podestà e, in questa veste, unisce in un unico Comune Gazzada e Schianno, sino ad allora divisi. Nel 1944 la denominazione cambia in “Poliplastica spa” e, all’inizio del 1945, vengono trasferiti nello stabilimento i macchinari della Sampa. Nel 1946 Italo Cremona muore prematuramente e subentra il primogenito Bruno , al quale si affianca, due anni dopo, il fratello Fernando . Nel 1947 la società riassume, in memoria del fondatore, il nome originario di Italo Cremona, al quale verrà più tardi (nel 1962) intitolata la via per Schianno, dove sorge lo stabilimento. Con gli aiuti del Piano Marshall varato nel 1947 l’azienda rinnova il proprio parco macchine . Anche la realizzazione degli stampi dei prodotti viene progressivamente esternalizzata affidandola a imprese meccaniche della zona. Il grande sviluppo: occhiali, bambole, giocattoli (1950-1969) I giovani fratelli Cremona si trovano a gestire un’impresa che, con oltre 600 addetti, ha raggiunto dimensioni ragguardevoli. Bruno si occupa della parte amministrativa e commerciale, mentre Fernando, che per aiutare in azienda interrompe, come del resto aveva già fatto il fratello, gli studi universitari in ingegneria chimica, segue la parte tecnica. Gli occhiali da sole, realizzati in tante fogge diverse, costituiscono l’articolo guida e più popolare della società Cremona, il suo business principale, ma nello stesso tempo ne limitano lo sviluppo, concentrandosi le vendite nei soli mesi estivi. Occorre escogitare qualcosa che compensi la caduta dei mesi invernali ed eviti il rischio di rendere esuberante, se non di perdere, una manodopera specializzata, addetta all’officina meccanica interna come al disegno o alle varie operazioni di “finissaggio” (dal montaggio delle lenti alla lucidatura). I fratelli Cremona trovano presto la risposta vincente: bambole e giocattoli in plastica. La loro fabbricazione, prima in polistirolo e successivamente nel più morbido cloruro di polivinile, inizia nei primi anni cinquanta, riscontrando da subito un notevole successo di mercato. Accade così anche per il “Plastic City” , una scatola da costruzioni a incastro brevettata nel 1950, lanciata nel 1960 e destinata a fare la gioia di intere generazioni di ragazzi. Si aprono filiali in tutte le principali città italiane, cresce la rete dei grossisti, si stringono accordi commerciali con la Standa, La Rinascente Upim e il mondo della moda, si sviluppano le esportazioni verso i paesi esteri, si investe in pubblicità. Alla fine degli anni sessanta la Italo Cremona conta oltre 1000 dipendenti, senza considerare le centinaia di addetti delle imprese esterne cui sono demandate alcune fasi del ciclo produttivo. Bruno è diventato nel frattempo il presidente della società e Fernando l’amministratore delegato. Con loro è il cugino Renzo Broggini, nato a Varese nel 1933, uno dei protagonisti della storia dell’impresa. Intanto la bambola Rossana parla, canta e cammina, mentre il bambolotto Pipito beve e fa la pipì: successi mondiali. L’incontro con la moda e il design (1970-1989) Nel 1972 Bruno Cremona riceve l’onorificenza di cavaliere del lavoro . Nel corso della sua vita ricopre diversi incarichi associativi, tra i quali membro di giunta della Confindustria e presidente dell’Associazione fabbricanti giocattolo sia italiana che europea. Nell’estate del 1974, un incendio , causato da un corto circuito, distrugge la quasi totalità della fabbrica e tutti i magazzini. La rinascita successiva punta decisamente sull’innovazione dei processi e dei materiali, che portano progressivamente a una contrazione della forza lavoro, e sulla qualità dei prodotti, ora riposizionati nella fascia medio-alta. I reparti e gli ambiti creativi (scultori e designer, laboratori di ricerca, marketing e ricerche di mercato, centro fotografico) assumono un ruolo centrale. Si producono occhiali, e non soltanto da sole, su licenza di prestigiosi stilisti come Versace, Valentino, Krizia. Nel 1978 la Italo Cremona iscrive alla Camera di commercio di Varese la N.M. srl, una società che produce pettini a marchio Nihil Melius acquisita dalla Sordelli di Venegono Inferiore. Adottando le tecnologie più avanzate, nei primi anni ottanta la società arriva a produrre giornalmente tra i 15.000 e i 20.000 occhiali, su licenza o a marchio proprio, un milione di bambole e 1.600.000 scatole da costruzioni “Plastic City”, che con l’elettronica è divenuto un gioco animato. L’azienda entra nel settore degli accessori per auto lanciando un nuovo tipo di occhiali, il “Rally Delta
Lazzati
Industria Lazzati DENOMINAZIONE SOCIALE | Lazzati industria grafica srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione grafica e stampa di cataloghi, brochure, magazine, calendari, poster, cartelli da banco e vetrina, packaging & etichette, modulistica per enti pubblici ed associazioni e moduli continui INDIRIZZO | Via Via 2 giugno 47 | 21030 | Casorate Sempione (VA) CONTATTI | T. 0331-768330 | F. 0331-768357 | www.lazzati.biz Dalle origini ottocentesche ai primi del Novecento (1802-1912 ) La Lazzati industria grafica ha la propria origine storica in una “stamperia e libreria” fondata a Gallarate nel 1802 da Giovanni Croci. L’industria tipografica conosce in quegli anni, soprattutto in Germania, una forte evoluzione tecnologica. Nel 1814 il tedesco Koenig costruisce la prima pressa piano-cilindrica, che consente di aumentare notevolmente la capacità di stampa. La tipografia si sviluppa rapidamente con il successore di Giovanni Croci, il figlio Marino, ingegnere con la passione della carta stampata, che nel 1851 ottiene il permesso da parte delle autorità di aprire una succursale a Busto Arsizio. Nel 1884 la tipografia Croci viene rilevata da un dipendente, Marino Bellinzaghi, che rinnova gli impianti e incrementa ulteriormente l’attività, rivolta soprattutto alla produzione di stampati per gli enti comunali. Nel frattempo sono nate la rotativa e la stampa in quadricromia. Avendo necessità di nuovi spazi, l’azienda sposta la propria sede in piazza Ponti . Alla fine del secolo subentra nella gestione Carlo Lazzati, nato a Bellano (allora in provincia di Como, oggi di Lecco) nel 1869, e l’impresa assume un nome destinato a durare sino ai giorni nostri. Carlo Lazzati rafforza l’anima editoriale della tipografia, curando con competenza la realizzazione di numerose pubblicazioni. Tra i suoi clienti figura anche la casa editrice Hoepli di Milano. Nel 1909 fa il suo ingresso in azienda Eugenio Salmini , nato a Casorate nel 1893 in una famiglia di commercianti, che avrà un peso di rilievo nello sviluppo dell’impresa. Dagli anni venti agli anni cinquanta (1920-1959) In occasione del censimento del 1925 Carlo Lazzati iscrive la propria impresa come ditta individuale alla Camera di commercio e industria di Milano (sotto la cui competenza territoriale ricade il Comune di Gallarate) per l’esercizio di attività di tipolitografia, che viene svolta da trentaquattro operai in gran parte addetti alla composizione manuale dei testi. Lo sviluppo economico-industriale dell’area fa crescere il peso dei clienti privati, tra i quali figurano diverse imprese storiche del varesino come Siai Marchetti, Aermacchi, Parma casseforti, Lanificio di Somma. La sede dell’azienda si trasferisce in via Cavour. Nel 1937 muore Carlo Lazzati, lasciando la tipografia in eredità alle figlie Maria e Giulia, che tuttavia non proseguono l’attività paterna. L’anno successivo nasce così la società in accomandita semplice “Stabilimento tipolitografico Carlo Lazzati”, partecipata dalle stesse figlie di Carlo, socie accomandanti, e dal suo braccio destro aziendale Eugenio Salmini , socio accomandatario, che assume la guida dell’impresa . Appassionato di fotografia, questi accentua la dimensione creativa e comunicazionale dell’attività. L’ulteriore crescita si traduce in un nuovo cambiamento di sede, che viene trasferita, sembra quasi un destino, in via Marino Croci, il titolare di cento anni prima e cittadino benemerito del Comune di Gallarate, di cui è stato sindaco. Alla stasi della Seconda guerra mondiale segue, con gli anni cinquanta, un intenso ciclo di sviluppo della tipografia Lazzati, di cui è protagonista Antonio Salmini (1932) che, in seguito a una malattia del padre Eugenio, abbandona gli studi universitari per dedicarsi completamente all’azienda. Nel 1958 Antonio Salmini diventa socio e amministratore della citata sas, che con la cessione delle quote sociali da parte di Maria e Giulia Lazzati si trasforma nell’anno successivo in società in nome collettivo, assumendo la nuova denominazione “Tipolitografia Lazzati di Salmini A. & C.”. Dagli anni sessanta agli anni novanta (1960-1999) Negli anni sessanta si affermano nuove tecnologie, come la stampa offset che sostituisce quella litografica su pietra levigata, migliorando la qualità dei prodotti. Antonio Salmini, sostenendo non pochi sacrifici, attua un ampio piano di investimenti per il rinnovo dei macchinari, operazione che implica anche lo svecchiamento del personale e conferisce alla tipografia l’aspetto di una moderna azienda industriale. Aiutato da una sorella che si occupa della contabilità, nel 1967 fa un breve ingresso nella società Maria Elena Masera, moglie di Antonio Salmini. Si sviluppano intanto nuovi prodotti, come i cataloghi e le brochure aziendali. Negli anni settanta l’impresa affronta alcuni momenti di crisi di liquidità dovuti ai ritardi nei pagamenti degli enti pubblici, mentre da parte sua non viene mai meno al principio di onorare le scadenze verso i propri fornitori. Nel 1974 la forma giuridica cambia nuovamente in società in accomandita semplice. Con gli anni ottanta i due figli di Antonio Salmini, Roberto (1962) e Laura (1965), entrambi diplomati in ragioneria, affiancano il padre nella gestione di un’azienda sempre più complessa e impegnativa, la cui atmosfera hanno respirato sin da piccoli. Roberto si occupa soprattutto degli aspetti tecnologici , Laura di quelli amministrativi e commerciali, affermandosi come prima donna imprenditrice dell’azienda di famiglia. Nel 1987 Roberto Salmini fonda, con l’aiuto del padre e insieme al socio Luciano De Vecchi, proveniente da una lunga esperienza maturata presso la storica Smolars di Trieste, una società indipendente da quella di famiglia: la Ldv snc , dedicata alla produzione del modulo continuo , ossia di tabulati e cancelleria per stampanti a trascinamento, il cui successo è legato allo sviluppo dell’informatica e dei sistemi di elaborazione dati. Roberto fa la spola tra le due società, riportando nell’azienda originaria le competenze acquisite in quella di nuova costituzione. La recessione economica del 1993 spinge la Lazzati e la Ldv ad ampliare l’offerta dei prodotti, come ad esempio gli espositori o la piccola cartotecnica a elevato contenuto manuale, e ad acquisire quindi altri clienti. Grazie all’apertura del nuovo aeroporto di Malpensa aumentano le forniture per le compagnie aeree (biglietti, etichette, riviste di bordo, manuali per i piloti ecc.). Gli anni 2000 (2000-2011) La crescita aziendale rende insufficiente la sede di via Croci che, collocata nel centro storico di Gallarate, è soggetta a vincoli di espansione. Nel 2003, dopo lunghe
Italiana Macchi
Industria Italiana Macchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Italiana Macchi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di bilance, strumenti per pesare, loro parti e food machinary INDIRIZZO | Via G. Matteotti 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217079 | F. 0331-218331 | www.italianamacchi.it Dalla stadera alla bilancia semiautomatica (1886-1929) Francesco Macchi nasce nel 1858 da una famiglia di “contadini possidenti” di Oggiona con Santo Stefano, un piccolo comune del Varesotto, suddiviso tra le frazioni di Oggiona e Santo Stefano, che all’epoca conta meno di 800 abitanti.Secondo la tradizione famigliare, dal 1871 Francesco lavora per 15 anni come operaio alle dipendenze della ditta “Buzzetti pesi e misure” di Gallarate, scuola di altri bilanciai-imprenditori della zona, e acquisisce così notevole esperienza in un settore il cui sviluppo sta originando nel territorio locale un polo di eccellenza industriale.Si segnala in parallelo la presenza di un documento dell’archivio camerale di Milano in base al quale Francesco ha un esercizio per la fabbricazione e il commercio di pesi e misure a Milano in corso Porta Ticinese n. 89. Nel 1886 Francesco Macchi con un amico, due giovani apprendisti e un capitale sociale di “quattro marenghi d’oro” costituisce a Santo Stefano la ditta “Francesco Macchi pesi e misure”, un’officina meccanica per la costruzione di stadere destinate alle piccole come alle grandi portate, che sorge in uno stanzone del centro del paese. Grazie a un fratello di Francesco emigrato in Argentina, l’impresa inizia presto a esportare bilance in alcuni paesi sudamericani.La crescita dell’attività conduce nel 1896 allo spostamento dell’officina nella sede più ampia di uno stabile di via Garibaldi, che sorge accanto all’abitazione di famiglia. Dotato di elevate capacità tecniche e ideative, Francesco Macchi progetta e produce, a partire dai primi anni del Novecento, la bilancia a pendolo. Silvio Macchi, il primogenito dei cinque figli di Francesco nato nel 1890, frequenta le scuole tecniche di Seregno e inizia giovanissimo a lavorare con il padre, seguito dal fratello Ercole, nato nel 1892; nascono quindi Rosa (1897), Enrico (1901) e Luigi (1905). Intorno al 1910 l’impresa, ormai affermatasi sul piano nazionale, ha una ventina di dipendenti ed esporta i suoi prodotti in Sud America, in Svizzera e in Egitto. Nel 1915 la gamma dei prodotti Macchi si arricchisce del bilancino di precisione per la misurazione delle piccole quantità. Nei primi anni venti il mercato degli strumenti di pesatura è interessato da una grande innovazione: l’invenzione e la diffusione della bilancia semiautomatica a due piatti, destinata a soppiantare la tradizionale stadera. L’ufficio tecnico della Macchi progetta, avvalendosi delle competenze di Enrico Blasi, teorico di metrologia, un proprio modello di bilancia semiautomatica.La collaborazione tra la Macchi e il cavalier Blasi porta alla costituzione della Sabai (Società anonima bilance automatiche italiane), marchio con il quale nel 1927 entra in produzione, nelle officine di Santo Stefano, la nuova bilancia. Essa è chiamata “l’Italiana” , per distinguerla dalla bilancia dell’olandese Berkel, molto diffusa in Italia, ma forse anche per essere in linea con l’ideologia nazionalista del periodo: lo slogan dell’azienda è “Preferite l’Italiana”. Due anni dopo, nel 1929, muore Francesco Macchi. Gli succedono i figli, i quali danno luogo ad una società di fatto la cui ragione sociale, “Francesco Macchi pesi e misure”, rimane invariata. Enrico affianca Silvio nel settore amministrativo, Ercole e Luigi sono responsabili tecnici, mentre Rosa, casalinga, non riveste ruoli operativi in azienda. La crescita industriale (1930-1965) Sciolta la Sabai, le bilance semiautomatiche marchiate Italiana Macchi, prima nel modello a due piatti e poi, a partire dal 1934, in quello a un piatto, che elimina l’uso dei pesi-campione, registrano un notevole successo di mercato. La società si dota di un’efficiente rete di rivenditori e concessionari, investe nella pubblicità, partecipa sin dalla prima edizione del 1920 alla Fiera campionaria di Milano. Nel 1939 i tecnici della Macchi progettano la bascula automatica a un giro, uno strumento sino ad allora importato dall’estero e prodotto per la prima volta da un’impresa italiana. Dopo la stasi della Seconda guerra mondiale, l’attività riprende con la fabbricazione, nel 1946, delle prime e “classiche” affettatrici a volano, seguite da quelle a gravità, nonché da altre attrezzature per l’industria alimentare (dal tritacarne al segaossa). Luciano Macchi, nato nel 1924, figlio di Silvio, diploma di perito industriale, fa il suo ingresso in azienda e ne assume in breve tempo la guida. Nel 1950 l’impresa, che ha raggiunto i 100 dipendenti, viene regolarizzata in snc. Poco distante dalla Macchi nasce nel 1950 la Omas, storica impresa del campo delle affettatrici, mentre diverse industrie più piccole del settore si affermano con il tempo in tutta la zona. Sono anni di grande fervore creativo , che vedono l’ufficio tecnico della Macchi particolarmente impegnato nella progettazione di nuovi prodotti. Nel 1951 nasce la bilancia per oreficerie e laboratori, seguita nel 1953 – con l’arrivo in azienda del giovane tecnico toscano Aldemaro Magni – dalla bilancia rotativa a giri multipli e dal design originale. Come a coronare una storia di successi che dura da oltre 70 anni, nel 1958 la snc “Francesco Macchi pesi e misure” si trasforma in società per azioni e assume la denominazione “Italiana Macchi”, che riecheggia il marchio Italma già adottato da tempo dall’azienda. Luciano Macchi è nominato amministratore delegato della nuova società, presieduta dallo zio Ercole, il capitale sociale passa da 1 a 25 milioni di lire. Lo stabilimento di via Garibaldi, ampliatosi nel corso degli anni, dispone di un grande salone di verniciatura interno. Nel 1960 muore Ercole Macchi e suo fratello Silvio viene designato nuovo presidente della società. Nel 1961, a ulteriore riprova della fase di crescita che l’impresa sta attraversando, entra in funzione una fonderia per la produzione di ghisa normale e sferoidale, di proprietà della Italiana Macchi, sita in frazione Oggiona su un’area di 7.500 metri quadrati. Per la gestione dello stabilimento viene costituita la Italfusioni spa, che nel 1965 è incorporata nella società madre. In questi anni inizia la fabbricazione di dosatori automatici e di moderni sistemi di pesatura industriale. Il contesto territoriale assume le caratteristiche
Impresa Cornelio Bianchi
Industria Impresa Cornelio Bianchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Impresa Cornelio Bianchi sas di Bianchi ing. Gerolamo sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Lavorazione del legno e realizzazione di strutture e tetti in legno INDIRIZZO | Via Campo di Maggio 1 | 21020 | Brunello (VA) CONTATTI | T. 0332-463654 | F. 0332-511388 | www.impresabianchi.it L’epoca dei “capomastri” (1900-1939) L’origine dell’Impresa Cornelio Bianchi è databile intorno alla metà dell’Ottocento, quando il capomastro Luigi Bianchi costruisce alcuni edifici in Morazzone, il proprio comune di nascita nonché paese di costruttori ben collegato a Varese e Milano. Luigi Bianchi ha nove figli, di cui quattro maschi, ma soltanto Gerolamo prosegue l’attività paterna, edificando all’inizio del Novecento ville padronali sulle alture di Morazzone, che i milanesi apprezzavano come luogo di villeggiatura. L’intenso sviluppo industriale di quegli anni induce Gerolamo Bianchi ad investire soprattutto nella costruzione di fabbricati con destinazione produttiva, che diventa l’attività prevalente, anche se non esclusiva, dell’impresa. Gerolamo preferisce costruire immobili industriali e residenze rimanendo nella dimensione locale, mentre, data anche la ristrettezza del mercato nazionale, altri capomastri della zona lavorano all’estero . Nel 1910 Gerolamo Bianchi e il fratello Angelo costituiscono, insieme ad Amedeo Zirottini, la società di fatto “Bianchi & Zirottini”, avente sede a Gazzada. Con la diffusione del calcestruzzo armato e l’ulteriore industrializzazione del territorio, l’impresa di Gerolamo Bianchi registra una rapida crescita, arrivando ad occupare, tra gli anni venti e trenta del Novecento, oltre 100 dipendenti. In questi anni l’impresa partecipa alla costruzione dell’autostrada Milano-Varese. Mario, Luigi e Cornelio , figli di Gerolamo, diplomatisi come periti edili, collaborano attivamente con il padre nella conduzione dei cantieri. All’inizio del 1932 la Bianchi & Zirottini si aggiudica l’appalto per la costruzione del padiglione maternità e infanzia dello storico ospedale Circolo di Varese . L’opera, ancora oggi esistente quale valida testimonianza del periodo liberty, è progettata da Aurelio Bianchi, figlio di Gerolamo, che esercita la libera professione senza far parte dell’impresa di famiglia. Poco prima dell’affidamento dell’appalto, Gerolamo Bianchi viene improvvisamente a mancare e nella direzione dell’impresa subentra il figlio primogenito Mario, che insieme al fratello Luigi conduce e porta termine nel 1934 i lavori di costruzione del padiglione. Nel frattempo, nella primavera del 1933, la società Bianchi & Zirottini viene sciolta e posta in stato di liquidazione, che tuttavia si concluderà definitivamente molti anni dopo (1950). Mario Bianchi prosegue l’attività iscrivendosi come ditta individuale a Varese nel 1935. Dai rifugi antiaerei ai condomini (1940-1960) Durante la Seconda guerra mondiale Mario Bianchi costruisce ricoveri antiaerei a Varese, sottoscrivendo i relativi contratti con l’Organizzazione Todt, la grande impresa pubblica di costruzioni della Germania nazista, che è presente in Italia dal 1943 con proprie strutture operative, una delle quali ha sede proprio a Varese. Dopo il ritiro di Zirottini, nell’immediato dopoguerra riparte l’attività con la costruzione di edifici sia industriali (come il setificio Andreae di Besozzo, la Ceramica Ravelli di Laveno, la vetreria Locati di Milano) che residenziali (case popolari Pontiggia di Varese). Nel 1946 l’impresa acquista un autocarro dall’Arar (Azienda rilievo alienazione residuati). Le prove su cemento e calcestruzzo vengono affidate ai Laboratori prove materiali del Politecnico di Milano. Mario Bianchi, la cui vita professionale è caratterizzata da un forte impegno associativo, è tra i fondatori del Collegio degli edili di Varese. Nel 1947 Mario, Luigi e Cornelio Bianchi costituiscono la snc “F.lli Bianchi fu Gerolamo”. Si tratta di una società per la lavorazione e lo stampaggio di materie plastiche, un’attività industriale autonoma rispetto a quella delle costruzioni, ma che si propone di creare delle sinergie tra i due settori. L’impresa, ancora oggi attiva, conosce la sua massima espansione con lo sviluppo dell’occhialeria degli anni sessanta, un settore in cui all’epoca la provincia di Varese deteneva il primato nazionale, per poi ridimensionarsi e specializzarsi nella produzione di articoli tecnici. Nella metà degli anni cinquanta l’impresa di Mario Bianchi, stimolata della forte crescita della domanda abitativa, si rivolge più decisamente all’edilizia residenziale. È del 1955 la costruzione di quello che viene considerato il primo condominio di Varese, a cui se ne aggiungeranno altri negli anni immediatamente successivi. L’organizzazione del cantiere, con la manodopera che costa ancora relativamente poco, non è molto diversa da quella dei capomastri d’inizio secolo: ogni volta che se ne apre uno è come aprire un’impresa nuova . Il nuovo decennio si apre con l’edificazione di un condominio a Tradate e con i lavori di ampliamento e restauro della chiesa parrocchiale di Gazzada, un intervento quest’ultimo che si colloca in un ambito di attività, la costruzione di edifici religiosi , ricorrente in tutta la storia dell’impresa. Dai grandi cantieri all’inizio della fase postindustriale (1961-1980) Le operazioni di autopromozione immobiliare costituiscono una parte importante ma secondaria dell’attività della Bianchi, che continua a caratterizzarsi come impresa di costruzioni per conto terzi operante soprattutto nel campo dei fabbricati industriali. Durante gli anni sessanta prosegue il processo di industrializzazione del territorio varesino, che si traduce nella nascita di nuovi stabilimenti, aventi spesso grandi dimensioni. È il caso del calzificio Carabelli di Solbiate Arno , un enorme complesso industriale di 31 mila metri quadrati realizzato interamente con strutture prefabbricate, che l’impresa Bianchi costruisce nell’arco di quasi due decenni, ultimando i lavori nel 1970. In quest’occasione Cornelio Bianchi introduce un’innovazione costruttiva importante , riuscendo a creare e utilizzare un tipo di trave di lunga gittata prefabbricata in cemento armato, nota in quel periodo come “trave Carabelli”. Verso la metà degli anni sessanta Mario Bianchi si disimpegna, per motivi di salute, dalla conduzione dell’impresa. La responsabilità passa quindi al fratello Cornelio, diplomatosi in gioventù all’Istituto Bazzi di Milano, dove dal 1872 si formano intere generazioni di imprenditori edili. Nel 1967 l’impresa assume la nuova denominazione di “Cornelio Bianchi & C. sas”, con Cornelio Bianchi (nato nel 1903) socio accomandatario e il figlio Gerolamo (nato nel 1940) socio accomandante. Stesso nome del nonno, laureato in ingegneria civile al Politecnico di Milano, Gerolamo Bianchi si fa subito le ossa sul campo seguendo i lavori del grande cantiere Carabelli . Nel 1975 muore Mario Bianchi, che
Isotessile
Industria Isotessile DENOMINAZIONE SOCIALE | Isotessile srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di laminati plastici termoindurenti e di isolanti elettrici INDIRIZZO | Via Piave 6 | 21019 | Somma Lombardo (VA) CONTATTI | T. 0331-256314 | F. 0332-252936 | www.isotessile.it L’avvio dell’attività (1939-1966) Negli anni venti del Novecento, Giovanni Perier, francese, giunge a Somma Lombardo come tecnico presso la ditta Itala – in seguito Itala-Pirelli – fabbrica produttrice di tubi flessibili ad alta pressione. Stabilitosi in Italia, avvia alla stessa professione il figlio, Luciano, che affianca e poi sostituisce il padre nella medesima azienda. Nel 1939, per soddisfare le esigenze di semilavorati necessari alla Itala-Pirelli, Luciano fonda la ditta individuale Isotessile costruendo lo stabilimento in un terreno prospiciente all’Itala. La società, amministrata da Luciano Perier , produce carte e tele oleate isolanti e nastri sterlingati (nastri in cotone o seta, impregnati di una particolare vernice, “sterling” appunto, che li rende isolanti elettrici per gli avvolgimenti di bobine di rame). Nel 1950 i fratelli Maurizio e Luciano Perier chiudono la ditta del padre e costituiscono la Isotessile srl proseguendone l’attività. Già nel 1951 l’impresa ha due rappresentanti con relativo deposito a Genova e a Torino e apre un proprio magazzino a Milano. Dal 1952 la produzione si amplia a lastre in tela e carta bakelite dai molteplici utilizzi. Le lastre in carta impregnata di resina fenolica, per le ottime proprietà isolanti, vengono utilizzate per la creazione di circuiti stampati e quadri elettrici. Con tessuto di puro cotone, ugualmente trattato con resina fenolica, si producono lastre e tubi di elevata resistenza meccanica. Dalle lastre, prodotte in svariati spessori, si ricavano particolari tagliati e torniti destinati a diversi impieghi come, ad esempio, gli ingranaggi utilizzati nei telai tessili. Infatti, alternando in uno stesso telaio ingranaggi metallici e in tela bakelite, si ha il vantaggio di aumentarne considerevolmente la silenziosità. I tubi di tela bakelite vengono spesso impiegati per costruire boccole per assi portaelica e per creare snodi per vagoni ferroviari e tram. Tra i clienti più importanti dell’impresa vi sono le Ferrovie dello Stato, l’Ansaldo e la Gte telecomunicazioni. Le vernici sterling e le resine impiegate dalla Isotessile sono tutte prodotte internamente. L’attività dagli anni sessanta agli anni novanta (1967-1989) Nel 1967, alla scomparsa di Luciano Perier, la guida dell’impresa è assunta da Sergio Garzonio genero di Luciano. Garzonio, perito chimico, abbandona la propria attività di produzione di calze per dedicarsi alla amministrazione dell’Isotessile. Sotto la sua guida, fra la metà degli anni sessanta e gli anni settanta, l’impresa vive il suo momento di massima espansione e arriva a contare 30 dipendenti. Nel 1974 Rudi Garzonio, figlio di Sergio, dopo la scuola di ragioneria e il servizio militare, affianca il padre nella gestione della produzione, esperienza che gli permette di conoscere a fondo i processi di lavorazione e che metterà a frutto nella conduzione dell’impresa. Negli anni ottanta, in seguito alle prime legislazioni antinquinamento, la società si dota di un post-combustore per ridurre le emissioni e decide di abbandonare la produzione ad uso interno delle resine per evitare l’onerosa costruzione di un depuratore per le acque di scarico. Nel 1984, Rudi Garzonio si sposa con Giovanna Picone che coinvolge nell’attività di amministrazione dell’impresa. Dagli anni novanta ad oggi (1990-2008) A partire dai primi anni novanta si verifica una contrazione del lavoro. La ragione risiede principalmente nel calo di produzione delle stesse aziende acquirenti: il numero dei clienti rimane invariato, ma il fabbisogno di tela e carta bakelite diminuisce. A ciò si aggiunge la concorrenza dei paesi asiatici, India e Cina soprattutto, cui l’Isotessile tenta di tenere testa puntando sulla qualità del prodotto, sulla rapidità di consegna e sui servizi di assistenza al cliente, ambiti in cui i produttori asiatici non possono competere. L’Isotessile, pur non avendo certificazioni di qualità ufficiali, punta su una qualità di fatto che cerca di proteggere con la rintracciabilità del prodotto. La volontà di creare particolari copertine alle lastre con il marchio Isotessile, in modo da riconoscerle anche una volta tagliate e lavorate, incontra l’opposizione dei rivenditori che temono di essere scavalcati dalle imprese acquirenti rendendo manifesta l’origine delle lastre comprate. Resta allora, come punto di forza dell’impresa, la possibilità offerta ai clienti di produrre lastre con spessori e dimensioni fuori standard – in modo da soddisfare ogni esigenza e qualsiasi urgente necessità – con una consegna del prodotto in tempi strettissimi. Nel 2003, Rudi Garzonio sostituisce il padre Sergio nel ruolo di amministratore. L’impresa oggi conta 8 dipendenti. Le figlie di Rudi Garzonio stanno completando il loro iter formativo per cui il problema della successione per il momento non si presenta. Negli anni venti del Novecento, Giovanni Perier, francese, giunge a Somma Lombardo come tecnico presso la ditta Itala – in seguito Itala-Pirelli – fabbrica produttrice di tubi flessibili ad alta pressione. Stabilitosi in Italia, avvia alla stessa professione il figlio, Luciano, che affianca e poi sostituisce il padre nella medesima azienda. Nel 1939, per soddisfare le esigenze di semilavorati necessari alla Itala-Pirelli, Luciano fonda la ditta individuale Isotessile costruendo lo stabilimento in un terreno prospiciente all’Itala. La società, amministrata da Luciano Perier , produce carte e tele oleate isolanti e nastri sterlingati (nastri in cotone o seta, impregnati di una particolare vernice, “sterling” appunto, che li rende isolanti elettrici per gli avvolgimenti di bobine di rame). Nel 1950 i fratelli Maurizio e Luciano Perier chiudono la ditta del padre e costituiscono la Isotessile srl proseguendone l’attività. Già nel 1951 l’impresa ha due rappresentanti con relativo deposito a Genova e a Torino e apre un proprio magazzino a Milano. Dal 1952 la produzione si amplia a lastre in tela e carta bakelite dai molteplici utilizzi. Le lastre in carta impregnata di resina fenolica, per le ottime proprietà isolanti, vengono utilizzate per la creazione di circuiti stampati e quadri elettrici. Con tessuto di puro cotone, ugualmente trattato con resina fenolica, si producono lastre e tubi di elevata resistenza meccanica. Dalle lastre, prodotte in svariati spessori, si ricavano particolari tagliati e torniti destinati
Gaspare Tronconi Spa
Industria Gaspare Tronconi Spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Gaspare Tronconi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tintoria, candeggio, finissaggio, stamperia tessuti e lavorazioni tessili in genere INDIRIZZO | Via Opifici Valle 6 | 21054 | Fagnano Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-361900 | F. 0331-361818 | www.gasparetronconi.it Dalle origini agli anni venti del Novecento (1824-1929) In località Bergoro e Fagnano Olona la bibliografia storica riporta notizie di una famiglia Tronconi impegnata nel settore tessile dalla fine del 1597 con un primo stabilimento di “candeggio al prato”, lungo le sponde del fiume Olona, ad opera di Pietro Giovanni Tronconi. Da questo ceppo iniziale che si diversifica in più rami famigliari nascono più imprese attive nel candeggio e nella tintura delle pezze con sostanze vegetali. Le prime notizie riconducibili alla attuale Gaspare Tronconi provengono dal Registro ditte della Camera di commercio di Milano. Attilio Paolo Tronconi dichiara, nel 1911, di succedere al padre Gaspare Felice nell’attività di tintoria e appretto a Fagnano Olona in frazione Bergoro. Successivamente nel 1928 all’atto di iscrizione alla Camera di commercio di Varese viene dichiarato il 1824 come data di inizio dell’attività. Nell’Ottocento alla sede di Fagnano si affianca un secondo stabilimento a Briosco, in Brianza, dove le acque del fiume Lambro si rivelano più adatte alla tintura delle divise dell’esercito austriaco, mentre quelle dell’Olona sono più adeguate alle le divise dell’esercito piemontese. Con la rivoluzione industriale l’azienda si pone all’avanguardia, essendo tra le prime in Italia a utilizzare l’energia prodotta dallacaldaia a vapore, che sostituisce la ruota idraulica movimentata dalla corrente del fiume.Un’altra innovazione importante avviene alla fine dell’Ottocento, sotto la guida di Attilio Paolo Tronconi, con l’introduzione dei primi coloranti artificiali. Nel 1902 viene acquistata dalla ditta tedesca Monforts, tuttora fornitrice dell’azienda e leader mondiale nel settore delle macchine per tintoria e finissaggio, la prima garzatrice, una macchina che serve a conferire maggiore morbidezza ai tessuti. Attilio Paolo sposa nel 1880 una sua lontana parente, Regina Tronconi, la cui famiglia d’origine opera anch’essa nel settore tessile. Gaspare Tronconi, nato nel 1895 e figlio di Attilio Paolo, partecipa alla Prima guerra mondiale. Gaspare Tronconi, nato nel 1895 e figlio di Attilio Paolo, partecipa alla Prima guerra mondiale. Al ritorno dal fronte, nel 1915, assume la guida dell’impresa, che con la sua direzione conoscerà un forte sviluppo. Egli completa la propria formazione chimica e tintoriale in Germania, dove operano le case produttrici dei migliori coloranti, come la Bayer, presso le quali si rifornisce l’azienda. Negli anni venti prende avvio l’attività di stampaggio dei tessuti, tramite l’acquisto di due macchine fabbricate in Cecoslovacchia, mentre lo stabilimento di Bergoro sviluppa la lavorazione dei velluti. La grande crisi del 1929 colpisce duramente diversi clienti della nostra azienda, che contrae quindi l’attività. Nel frattempo un’altra svolta decisiva: l’arrivo dell’energia elettrica, che sostituisce quella a vapore; il tessuto inoltre non si vende più “a pezza” ma a metro. Gaspare Tronconi, nato nel 1895 e figlio di Attilio Paolo, partecipa alla Prima guerra mondiale.Al ritorno dal fronte, nel 1915, assume la guida dell’impresa, che con la sua direzione conoscerà un forte sviluppo . Egli completa la propria formazione chimica e tintoriale in Germania, dove operano le case produttrici dei migliori coloranti, come la Bayer, presso le quali si rifornisce l’azienda.Negli anni venti prende avvio l’attività di stampaggio dei tessuti, tramite l’acquisto di due macchine fabbricate in Cecoslovacchia, mentre lo stabilimento di Bergoro sviluppa la lavorazione dei velluti. La grande crisi del 1929 colpisce duramente diversi clienti della nostra azienda, che contrae quindi l’attività. Nel frattempo un’altra svolta decisiva: l’arrivo dell’energia elettrica, che sostituisce quella a vapore; il tessuto inoltre non si vende più “a pezza” ma a metro. Dagli anni trenta agli anni sessanta (1930-1969) La Gaspare Tronconi produce in conto terzi, ossia lavora e “nobilita” i tessuti greggi o semilavorati consegnati dai clienti, che a loro volta li passano ai confezionisti. Si tratta di una clientela locale, concentrata soprattutto a Busto Arsizio, allora considerata la Manchester d’Italia, alla quale si aggiungono, con gli anni quaranta, i primi clienti esteri. Nel 1938 Gaspare Tronconi, alla morte del padre Attilio Paolo, eredita l’impresa di famiglia e la iscrive, come ditta individuale, all’Ufficio provinciale delle corporazioni di Varese per lo svolgimento dell’attività di “tintoria e stamperia di tessuti di cotone e raion per conto terzi”. L’azienda dà lavoro a una novantina di operai. Nel 1934 Gaspare sposa Angela Azimonti dalla cui unione nascono i figli Regina (1936) e Attilio (1938). Angela muore 40 giorni dopo il secondo parto a causa di una polmonite. Gaspare, rimasto vedovo, nel 1941 si risposa con Luisa Di Sarro e dal loro matrimonio nasce Gianluca (1943). Nel 1952 viene introdotto un terzo impianto per la stampa dei tessuti cotonieri. Con gli anni del dopoguerra e della ricostruzione inizia un lungo e ininterrotto ciclo di crescita dell’impresa, dovuto all’aumento della capacità produttiva e all’uso di nuovi coloranti, che consentono di diversificare la gamma dei prodotti trattati e di rispondere all’evoluzione della domanda. Attilio e Gianluca Tronconi si inseriscono nella vita dell’impresa paterna, che nel 1965 si trasforma in società di fatto. Si producono quantità elevate, oggi del tutto inimmaginabili: 20-40 mila metri di tessuto stampato ogni giorno con macchine a cilindro in cinque varianti. In questo periodo l’azienda raggiunge il suo massimo storico in termini di addetti, oltre 200. Attilio, perito chimico, dopo un periodo di apprendistato svolto presso le stesse aziende clienti, assume la responsabilità dell’area tecnica, mentre suo fratello Gianluca si occupa dell’area commerciale. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1970-1989) Negli anni settanta cambia ancora la tecnologia di stampa, con l’acquisizione di macchine all’avanguardia prodotte dall’olandese Stork, che sostituiscono il tradizionale cilindro di rame con quello a nichel perforato, ottenendo una maggiore definizione. Ai mutamenti tecnologici s’intrecciano quelli organizzativi. Nel 1972 la Gaspare Tronconi, nel frattempo (1971) divenuta società in nome collettivo, si trasforma in società per azioni. Nel 1974 Attilio diventa amministratore delegato della società e nel triennio 1978-1981 ricopre l’incarico di presidente dell’Unione degli industriali della provincia di Varese. L’Olona è uno
Giovanni Clerici & Figli
Industria Giovanni Clerici & Figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Giovanni Clerici & figli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Apprettazione, preparazione dei tessuti in genere (tintoria, garzerai, candeggio) INDIRIZZO | viale Milano 22 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793031 | F. 0331-772350 L’avvio dell’attività (1869-1919) Sin dalla seconda metà dell’Ottocento, Gallarate è uno dei nuclei di sviluppo dell’industria cotoniera italiana.Nel 1869 Giovanni Clerici vi avvia un’attività di tintoria e finissaggio che si sviluppa a supporto delle importanti imprese cotoniere della zona (Crespi, Ottolini, Bassetti). Può contare sulla presenza di una manodopera locale di formazione artigianale che costruisce con l’impresa un rapporto di eccezionale continuità. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’impresa conosce avvicendamenti generazionali e proprietari passando sotto la direzione prima dei figli e poi di Giovanni Clerici , nipote dell’omonimo fondatore.Nel 1908 opera come ditta individuale su un vasto terreno: la mappa di Gallarate del 1911 consente di rilevare lo stabilimento come uno dei più importanti della zona. L’ampia area che circonda l’impianto di tintoria consente di stendere ad asciugare sui prati le stoffe candeggiate, una pratica utilizzata fino agli anni venti. Dagli anni Venti alla Seconda guerra mondiale (1920-1944) Nel 1922 Giovanni Clerici chiude la ditta individuale e costituisce assieme ai figli, Edoardo, Mario e Federico una società in accomandita semplice, registrata in Camera di commercio. Vi lavorano inizialmente 15 dipendenti e il capitale sociale ammonta a 25.000 lire. Nel 1927 Giovanni Clerici dona ai figli la proprietà dello stabilimento e questi provvedono con capitali personali al rinnovo dei macchinari. Alla morte del padre, nel 1935, i fratelli Clerici trasformano la società in nome collettivo e vi conferiscono la proprietà dello stabilimento. Un indicatore delle accresciute dimensioni dell’impresa è la costruzione del pozzo artesiano per l’approvvigionamento di acqua. Nel 1939 avviene la trasformazione in società anonima con Mario Clerici in veste di amministratore unico. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la conseguente mancanza di approvvigionamenti genera una situazione di crisi. La società è ceduta in affitto alla Società per azioni cotonificio succ. Alceste Pasta di Gallarate, e ne diventa la sezione tintoria e candeggio, sempre diretta da Mario Clerici. Dal Secondo dopoguerra agli anni ottanta (1945-1989) Nel marzo del 1945 l’impresa riprende la produzione in proprio. Dal 1949 al 1960 il capitale passa da 5 a 40 milioni di lire, i dipendenti nel 1955 raggiungono il numero di 74 di cui 4 impiegati. In questi anni l’organizzazione del lavoro è fondata sul jigger una macchina per tingere a cui opera un singolo operaio: una batteria di 34 jigger garantisce la lavorazione giornaliera. Alla morte di Mario Clerici nel 1960 diventano amministratori Giovanni Clerici, figlio di Federico, e Carlo Montonati , genero di Mario Clerici. La gestione dell’impresa rimane sempre di stampo familiare ma si articola in due rami che si avvicenderanno sino ai nostri giorni. Tra i due rami esiste una certa sfasatura che consente di ridurre la distanza generazionale tra un titolare e l’altro e ha reso meno traumatico il processo di avvicendamento alla guida dell’impresa . La fine degli anni sessanta rappresenta un giro di boa decisivo per l’industria tessile dato che in pochi anni il settore conosce il punto di massima espansione e l’avvio del declino. In primo luogo, la necessità di standardizzare la lavorazione di quantitativi sempre maggiori di tessuto spinge l’impresa a sostituire gli impianti con macchine per la lavorazione in continuo d’abbigliamento d’interni (fodere, interno cravatte). Parallelamente, l’afflusso di tessuti provenienti dai paesi dell’Est europeo e dall’Asia innesca la crisi dell’industria cotoniera italiana e, di conseguenza, delle imprese collegate alla filiera tessile. Inizialmente la concorrenza dei paesi in via di sviluppo si limita ai tessuti di qualità scadente, ma progressivamente si estende a tutte le fasce di mercato. In questa fase che abbraccia gli anni settanta e gli anni ottanta, l’impresa reagisce orientandosi verso una produzione di tessuti per l’esterno più remunerativi ed effettua investimenti sul processo – ad esempio, introduce il candeggio in continuo – che permettono di tener dietro ad ordinativi che permangono elevati. Si introducono miglioramenti che riguardano il risparmio energetico (crisi petrolifera del 1973), la salvaguardia dell’ambiente (legge Merli del 1976), l’introduzione dell’informatica, e l’adozione di nuove metodologie di tintura frutto di un’attività di ricerca in laboratorio. Dagli anni Novanta a oggi (1990-2006) Con gli anni novanta, le dimensioni del declino europeo si fanno più evidenti a causa dell’ingresso di nuovi paesi emergenti che hanno esteso la loro presenza non solo al tessuto ma anche alle lavorazioni successive. Molti produttori locali, optano per la delocalizzazione, in tutto o in parte, dell’attività e ciò ha aggravato la posizione delle imprese che svolgono una funzione intermedia lungo la filiera produttiva (attività di nobilitazione del prodotto). Al pari delle altre imprese del settore, la Clerici ha registrato a partire dagli anni novanta un forte calo di produzione riuscendo tuttavia a non ridurre il personale che rappresenta un patrimonio d’esperienza. Gli impianti potenziati negli anni oggi sono sottoutilizzati perchè la produzione si è attestata a meno della metà rispetto agli anni settanta e le lavorazioni spesso riguardano quantitativi esigui di materiale, inadatti a macchinari realizzati per la produzione di scala. Per affrontare la crisi è oggi necessario che le imprese del settore compiano uno sforzo di razionalizzazione dei processi, anche integrando i propri impianti , e che rispondano alla concorrenza dei bassi prezzi puntando sull’accuratezza e sulla velocità del servizio offerto. Oggi, sempre più spesso, il fattore discriminante nella competizione è il tempo di risposta al mercato e, su questo terreno, la lontananza dei paesi in via di sviluppo consente ancora di contrastarne la concorrenza. Sin dalla seconda metà dell’Ottocento, Gallarate è uno dei nuclei di sviluppo dell’industria cotoniera italiana.Nel 1869 Giovanni Clerici vi avvia un’attività di tintoria e finissaggio che si sviluppa a supporto delle importanti imprese cotoniere della zona (Crespi, Ottolini, Bassetti). Può contare sulla presenza di una manodopera locale di formazione artigianale che costruisce con l’impresa un rapporto di eccezionale continuità. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’impresa conosce avvicendamenti generazionali e proprietari passando sotto
Galli & C. Srl
Industria Galli & C. Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Galli & c. srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ideazione grafica, stampa litografica, legatoria, editoria e modulistica INDIRIZZO | Via Rosmini 20 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-810433 | F. 0332-265190 | www.tipografiagalli.it Una storica tipografia varesina tra editoria e stampa (1874-1945) Il nome della tipografia, le cui origini risalgono alla fine del XVIII secolo, si deve ad Eugenio Galli che nel 1874 rileva l’attività da Andrea Ubicini. Prima di loro la tipografia, che per oltre mezzo secolo è stata la sola attiva a Varese, era stata condotta dai Motta e Pedemonti e da Giuseppe Rainoldi. Di Eugenio Galli, nato nel 1849, sappiamo che è figlio di Santino e che ha preso parte in tenera età ad alcuni moti patriottici tra il 1859 e il 1861. Sotto la nuova gestione l’impresa mantiene per alcuni anni il nome di Ubicini e nel 1879 riceve una menzione alla Mostra industriale tipografica e delle arti affini di Milano. Una carta intestata degli anni ottanta riporta per esteso il dettaglio delle attività svolte: “Premiata Ditta Ubicini di Galli Eugenio in Varese, con Tipografia, Legatoria, Libreria e Rappresentanza in Litografia, Calcografia ed Incisioni”. Tra gli anni settanta e ottanta Galli apre una succursale anche ad Arona, abbandonando il nome del predecessore e assumendo il proprio nella denominazione. Con i tipi di Ubicini prima e di Galli poi vengono pubblicati volumi sulle attrazioni turistiche della città di Varese e del circondario, libretti teatrali, trattati scientifici e tecnici, sillabari e altri libri scolastici. La tipografia è tra le maggiori in città e secondo i dati del Ministero di agricoltura, industria e commercio, nel 1900 dispone di un motore a gas a due cavalli, tre macchine da stampa, un torchio a mano e sette operai. L’impresa conserva tuttora nella propria sede un torchio risalente alla seconda metà dell’Ottocento. L’attività di Eugenio Galli prosegue fino ai primi decenni del XX secolo e gli fa guadagnare la fama di buon editore e di severo principale. Nella ditta di Galli lavora come tipografo Michele Baioni, nato ad Azzate nel 1872. Nel febbraio 1929 Baioni costituisce con i soci Gino Nicora (Sant’Ambrogio Olona, 1905) e Luigi Ciotti (Comerio) la società in accomandita semplice Ditta Galli & C. di Baioni, Nicora & C. che rileva l’attività dal precedente titolare. L’apporto dei tre soci è diversificato: Baioni ha maturato una lunga esperienza nel settore tipografico e conosce la ditta dall’interno; il ventiquattrenne Nicora è ragioniere al momento della costituzione e diviene dottore commercialista pochi anni dopo. Di Luigi Ciotti abbiamo meno notizie: alla costituzione si definisce “esercente”, è socio accomandante e il suo apporto nella società si limita al capitale. I due soci accomandatari appartengono a generazioni diverse e nell’atto costitutivo questi indicano atipicamente come propri “eredi” il figlio Attilio nel caso di Baioni e il padre Giovanni nel caso di Nicora. La sede della tipografia, che si sviluppa su un piano terreno e un seminterrato, è nel centro di Varese, in piazza Giovine Italia 3. L’attività, sotto la guida di Baioni e con la supervisione amministrativa di Nicora, si sviluppa rapidamente e la produzione, che sotto la gestione di Galli aveva il punto di forza nella stampa di guide turistiche e testi teatrali, si afferma nel settore delle pubblicazioni mediche e amministrative. Alcuni esempi sono i protocolli del Regolamento organico per la condotta medico-chirurgica e quelli del Regolamento per la condotta ostetrica, entrambe pubblicati negli anni trenta e utilizzati dagli operatori sanitari della provincia. Nel 1942 Michele Baioni dona le proprie quote della società al figlio trentaduenne Attilio, tipografo come il padre. L’apprendistato di Attilio è un difficile itinerario tra i diversi impegni bellici che lo portano a combattere in Africa e in Spagna dopo il servizio militare; nel 1943 si trova in Sicilia e nel corso del difficile rientro a Varese si ferma qualche mese a lavorare come tipografo a Roma. Solo nel 1946 Attilio riesce a rientrare a Varese e a dedicarsi con continuità all’impresa. Gino Nicora, di pochi anni più grande del nuovo socio, presta servizio durante la guerra come alpino e, una volta rientrato a Varese, prosegue la propria attività professionale autonoma, mantenendo la responsabilità amministrativa della società. Dal dopoguerra agli anni settanta (1946-1980) La produzione di stampati per le amministrazioni pubbliche e gli enti locali, già avviata negli anni trenta, diviene uno dei settori di maggiore sviluppo per la tipografia nel periodo successivo alla guerra. Per la redazione di questi prodotti la tipografia si serve di un consulente esterno, il segretario di un comune della provincia, che è sempre ben informato su tutte le modifiche burocratiche e che aiuta l’impresa a fornire con tempismo materiali sempre aggiornati. Attilio Baioni è il referente commerciale della tipografia e questa attività rappresenta il suo impegno principale. Quando ha del tempo a disposizione dà il proprio contributo in laboratorio dove però, a causa della presenza saltuaria, non assume responsabilità su lavorazioni specifiche, preferendo assistere i propri collaboratori dove sia più utile volta per volta. Per la sua velocità nel lavoro manuale si dedica spesso a smontare le composizioni e riporre in ordine le lettere. La gestione e il coordinamento della produzione quotidiana sono affidati all’esperto collaboratore Angelo Buzzi, il cosiddetto “proto”. Il rapporto di Baioni con i propri collaboratori è improntato alla sincera amicizia e capita spesso che in occasione di festività e vacanze si frequentino con le rispettive famiglie. Il socio accomandante Luigi Ciotti muore nel 1955 e le quote di sua proprietà vengono ereditate dai tre figli Alessandro, Battista e Carla, senza un loro diretto coinvolgimento operativo. Un nipote di Luigi, Giorgio Ciotti, lavora invece per alcuni anni come operaio nella tipografia. I figli di Nicora e di Baioni si prestano come garzoni nell’impresa dei genitori durante le vacanze scolastiche: Giuseppe Nicora alla fine degli anni cinquanta e Michele Baioni a partire dalla metà degli anni sessanta. Quest’ultimo prosegue la collaborazione anche da maggiorenne, girando la provincia di Varese in auto per consegnare gli
Fratelli Galli
Industria Fratelli Galli DENOMINAZIONE SOCIALE | Fratelli Galli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Segheria e carpenteria, lavorazione del legno in generale INDIRIZZO | Via Via Legnano 185 | 21030 | Marnate (VA) CONTATTI | T. 0331-600398 | F. 0331-604735 Le origini dell’impresa (1890-1929 ) L’impresa è attiva sul territorio già alla fine dell’Ottocento. Davide Galli lascia il lavoro alla Pomini di Castellanza e in pochi anni, insieme ai fratelli Antonio e Giuseppe, acquista dalla curia di Olgiate Olona un grosso appezzamento in Marnate. Su questo terreno avviano una prima attività di segheria utilizzando macchinari elettrici. Viene acquisita una concessione di energia elettrica dalla società Vizzola. L’energia, inutilizzata durante la notte, viene ceduta al comune di Marnate che già nel 1901 può pionieristicamente vantare una illuminazione pubblica e privata elettrica. Nel 1908 i fratelli Galli acquistano il diritto di taglio di un bosco di quercia in Abruzzo per la fornitura di traversine destinate alla costruzione della ferrovia in valle Olona-Valmorea. Il materiale non si rivela idoneo per questo utilizzo e viene trasformato in carbone, mentre le traversine vengono prodotte con legno della zona. Durante la Prima guerra mondiale, con gli uomini impegnati nel conflitto, saranno le donne della famiglia a mantenere attiva l’impresa. Nel 1922 Davide Galli e il figlio Augusto registrano l’impresa alla Camera di commercio di Milano (che allora aveva la competenza sul territorio di Marnate) con la denominazione “F.lli Galli sas” e indicando nell’oggetto sociale le attività di segheria e carpenteria. L’attività dagli anni ’30 fino alla seconda guerra mondiale (1930-1955) Negli anni trenta la società F.lli Galli acquisisce boschi in Val d’Ossola e il fratello minore di Augusto, Giuseppe , di 20 anni più giovane, vi si reca per curarne l’attività. L’aumento di lavoro rende necessario l’affitto di una segheria sul posto che affianca la produzione della sede di Marnate. Il taglio dei boschi comporta un forte incremento della mano d’opera impiegata che raggiunge le 250 unità. Occorre anche adeguare tutta la struttura logistica alle nuove dimensioni: bisogna organizzare gli approvvigionamenti, costruire teleferiche, trasportare il legname sino alla sede principale. Nel 1935 la richiesta di fornitura di legname da carpenteria aumenta notevolmente, in seguito all’impegno da parte di aziende della zona alla costruzione di case prefabbricate destinate all’Etiopia. Nel 1943 si apre una grave crisi: Giuseppe muore accidentalmente; né il fratello Augusto né i cugini Pietro e Natale sono in grado di sostituirlo nei cantieri in Val d’Ossola. Gli subentra Amedeo , fratello giovane di Antonio, già attivo presso la segheria a Marnate. Il momento di crisi è testimoniato dalla messa in liquidazione dell’impresa, che ne fa presagire la cessazione. Tuttavia, alla fine della Seconda guerra mondiale entrano in azienda le nuove generazioni : il figlio di Augusto, Gian Mario, e il cugino Orlando , figlio di Pietro assumono pienamente la gestione dell’impresa. Grazie al loro apporto, nello stesso anno si decide di acquisire un grande bosco a Calanca Castiglione in Val Segnara, una valle minore della Valle Anzasca. Ciò consente di sviluppare una forte attività nella vendita di legname da opera e da ardere. Viene avviata anche l’attività di rivendita di bare che proseguirà sino agli anni sessanta. Dal 1956 agli anni settanta (1956-1980) L’impresa, uscita ufficialmente dallo stato di liquidazione nel 1956, partecipa direttamente alla fase di intenso sviluppo determinato dalla ricostruzione post-bellica. Il boom edilizio incrementa la produzione di carpenteria mentre la ripresa delle esportazioni guidata dalle grandi imprese del Legnanese incoraggia la produzione di casse da imballo. Tramonta invece rapidamente l’importanza dell’acquisto dei boschi da taglio, tanto che a metà degli anni sessanta vengono eseguiti gli ultimi lotti. La rinuncia al taglio diretto è causata dall’aumento dei costi: di anno in anno occorre garantire standard sempre più elevati di sicurezza agli operai e la presenza di cantieri boschivi richiede l’impegno sul posto da parte dei titolari. Diventa a questo punto più conveniente acquistare il legname già tagliato dai produttori e dedicarsi alle fasi successive della lavorazione. Con la fine dei boschi viene meno il commercio della legna da ardere, che è rimasto solo per i residui della lavorazione degli imballi. Dagli anni cinquanta agli anni settanta per oltre un ventennio, Gian Mario Galli è impegnato a livello politico nel comune di Marnate e ricopre per la Democrazia cristiana la carica di consigliere comunale, di assessore ai lavori pubblici e poi di sindaco per dieci anni consecutivi. L’ingresso dell’ultima generazione. Dal 1981 ad oggi (1981-2006) Nel 1981 la forma giuridica e la denominazione vengono modificati nell’attuale “Fratelli Galli srl”. Pur avendo vissuto nell’azienda di famiglia fin da ragazzo, Lorenzo Galli entra ufficialmente nell’impresa solo nel 1986, dopo aver svolto l’attività di insegnante per dieci anni nelle scuole superiori. In questi anni entra in azienda anche la sorella Franca per le mansioni di gestione contabile. Assistiamo così all’avvento dell’informatica, soprattutto nell’ambito della contabilità e della progettazione in autocad di lavori di carpenteria e imballaggi. Le condizioni complessive del mercato negli anni ottanta e per buona parte degli anni novanta non presentano elementi di trasformazione o di variabilità che invece sono stati percepiti in modo brusco in altri settori. Solo nell’ultimo decennio la situazione di fatica dell’economia ha iniziato a farsi sentire. In questi anni, infatti, si è registrata una variazione nei consumi di legname da carpenteria. Con la grande diffusione del tetto cosiddetto “mansardato”, è aumentata la richiesta di legname “tecnicamente ineccepibile”, senza difetti di sorta (spaccature e torsioni). Per questi motivi, ha preso piede l’utilizzo del legno di tipo lamellare (cioè incollato a strati sovrapposti) prodotto in Trentino e Austria. Il tetto viene predisposto in pezzi tagliati e destinati ad essere assemblati a incastro, controllati con macchine a controllo numerico e infine montati inopera molto velocemente. Ciò ha portato a un minor utilizzo della segheria che rimane pur sempre il sistema migliore per ottenere legname da taglio il più naturale possibile: il lamellare è infatti un legno composto artificialmente, è dunque inerte, non vive, non respira, non si assesta come avviene per il legno naturale. Oggi, per
Fratelli Crespi Industria Grafica
Industria Fratelli Crespi Industria Grafica DENOMINAZIONE SOCIALE | Fratelli Crespi industria grafica srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Litografia, editoria INDIRIZZO | Via Mazzel 49 | 21030 | Cassano Magnago (VA) CONTATTI | T. 0331-201178 | F. 0331-203100 | www.graficacrespi.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1923-1964 ) Antonietto Crespi, nato nel 1904, lavora presso un’azienda di arti grafiche a Gallarate e nelle ore serali, presso la sua abitazione di Cassano Magnago, con l’aiuto del fratello Luigi, svolge in proprio piccoli lavori di stampa. Così si avvia, nel 1923, la Tipografia Cartoleria Fratelli Crespi, iscritta alla Camera di commercio come società di fatto nel 1927. La tipografia è in via Carducci, mentre il negozio di cartoleria, seppure nella stessa zona della città, è aperto in via San Giulio. Nel 1935, Luigi Crespi si ritira per malattia dalla società e viene sostituito dal fratello minore Gino, che si occupa dei rapporti con la clientela. Nel secondo dopoguerra, la Tipografia Crespi lavora per banche locali quali il Credito varesino e la Banca industriale gallaratese e per le industrie della zona, composte principalmente da bilanciai e da imprese meccanico-tessili. Spostandosi spesso a Milano fra il 1955 e il 1960 riescono anche ad ottenere commesse dal Credito italiano e dalle Assicurazioni generali che divengono in questi anni i loro clienti più importanti. La Tipografia Crespi fornisce ai clienti tutto il cosiddetto “stampato commerciale” come i biglietti da visita, la carta da lettere, le buste e le bolle di consegna. Non mancano, inoltre, lavori pubblicitari quali cataloghi, illustrazioni pieghevoli, calendari e agende. Dal 1965 al 1979 Nel 1965, la Fratelli Crespi inizia ad introdurre nuove macchine litografiche in sostituzione di quelle tradizionali a piombo. La macchina litografica permette una maggiore velocità di stampa aumentando sensibilmente il numero di copie stampate ogni ora. Ciò comporta, però, qualche difficoltà tecnica iniziale e la necessità di istruire i dipendenti per questo nuovo tipo di macchine. Nel 1968, il ramo cartoleria, gestito dalla sorella Rosa e dalla madre Lucia Carabelli, viene ceduto per concentrarsi sull’attività litografica. Nello stesso anno Gino Crespi muore improvvisamente e gli subentrano la moglie, Rosa Castiglioni, e il figlio Claudio. Nel 1969 entra ufficialmente in società anche il figlio di Antonietto, Luigi, che pure già da un decennio lavora di fatto nell’impresa. Ben presto, nel 1971, i due rimangono i soli a continuare l’attività di famiglia con il recesso dalla società degli eredi di Gino Crespi. Antonietto, per formazione e consuetudine, continua ad occuparsi degli aspetti tecnici dell’impresa; il figlio Luigi si occupa dell’amministrazione della società. Nel 1972, però, terminati gli studi di perito meccanico, entra in azienda anche il secondo figlio di Antonietto, Luciano Crespi. Nel 1974 l’azienda cambia sede e si sposta in quella attuale di via Mazzel, in nuovi capannoni e con macchine nuove. Lo spostamento dell’attività in nuovi spazi coincide con il momento di massima crescita dell’impresa che arriva a contare 25 dipendenti. Il lavoro con le banche inizia, però, a diminuire perché l’impresa decide di non investire in macchine a modulo continuo, non potendo così far fronte rapidamente alle richieste della committenza. Dal 1980 ad oggi Nel 1980 la ragione sociale diviene “Fratelli Crespi Industria Grafica di Crespi A. & C.” snc, modificando l’oggetto sociale che comunque prevede sempre l’attività tipolitografica e la vendita di stampati, specie di tipo pubblicitario. L’anno seguente la società viene trasformata in accomandita semplice, tramite l’ammissione dei soci accomandanti Emilia Ferrario (moglie di Antonietto Crespi), Gabriella Cardani (moglie di Luigi Crespi) e Daniela Mazzucchelli (moglie di Luciano Crespi), con Luigi e Luciano come soci accomandatari. Al 1983 risale la definitiva trasformazione in srl con Antonietto Crespi amministratore unico. Persi i contatti con le banche, ora non più locali perché assorbite da altri istituti con conseguente cambiamento di sede, i clienti principali rimangono, le imprese della zona, della provincia di Varese e dell’alto milanese. L’avvento del computer e delle sue applicazioni in campo litografico, fa sì che l’impresa inizi un costante processo di rinnovamento e aggiornamento delle proprie macchine per non rimanere arretrata tecnologicamente e quindi perdere delle commesse. All’evoluzione tecnologica corrisponde una contemporanea ma lenta diminuzione del personale per via di successivi pensionamenti non più sostituiti con nuove assunzioni. Nel 1994 viene assunto da Luigi Crespi un grafico professionista in modo che la società possa seguire meglio la clientela proponendo l’ideazione grafica. Nel 1995 muore Antonietto Crespi all’età di novant’anni. L’anziana moglie gli succede nella carica di amministratore unico e dopo pochi mesi la gestione è affidata a un consiglio d’amministrazione composto da Gabriella Cardani e Daniela Mazzucchelli. Nel 1997 la Fratelli Crespi inizia l’attività editoriale di libri e periodici. Questa scelta è dettata dai vantaggi fiscali che permettono a privati o ad enti locali, quali i Comuni, di commissionare la stampa di monografie a prezzi meno onerosi. Il mercato della F.lli Crespi è costituito principalmente da imprese industriali, quindi la crisi di questi ultimi anni e la chiusura di alcune imprese locali ha fatto diminuire il numero di clienti, in parte sostituiti da nuove commesse provenienti dal settore terziario (studi di consulenza, agenzie pubblicitarie) per gli stampati pubblicitari. Il materiale commerciale (fatture, lettere, buste) è andato invece diminuendo perché l’evoluzione del computer consente anche alle piccole realtà di rendersi autonomi. La F.lli Crespi, che oggi conta 16 dipendenti, mantiene attivi contatti con altre tipografie in modo da potersi appoggiare a terzi per far fronte a picchi di produzione per commesse concomitanti. Ciò soprattutto perché, mentre una volta il lavoro si distribuiva in forma più equilibrata sull’intero anno e i tempi erano più facilmente programmabili, la caratteristica della produzione odierna è la concentrazione in alcuni periodi (ad esempio le fiere) e la maggiore urgenza della lavorazione. La ricerca dei clienti non viene perseguita attraverso figure commerciali interne all’impresa ma viene lasciata al buon nome dell’azienda. Pur non essendo un problema immediato, la successione è una questione sentita dai titolari. Attualmente non è previsto il coinvolgimento di esponenti della famiglia per cui si cercano possibili soluzioni che salvaguardino la solidità e
Fratelli Alberti
Industria Fratelli Alberti DENOMINAZIONE SOCIALE | Fratelli Alberti srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Costruzione di macchine e accessori per calzaturifici e pelletteria INDIRIZZO | Via Brunico 75 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-333619 | F. 0332-331761 | www.fratellialberti.com Le origini dell’impresa (1937-1949) Faustino Alberti, originario di Campo San Martino in Veneto, si sposta una prima volta nel Varesotto durante la Prima guerra mondiale, dovendo prestare servizio militare a Tradate, presso la fabbrica di motociclette Frera. Di ritorno in Veneto, diviene manutentore delle macchine agricole della famiglia Breda. Nel 1937, spinto da maggiori opportunità di lavoro, si trasferisce a Varese, senza mai stabilirvisi definitivamente, aprendo un negozio di ciclista in viale Belforte. Insieme a Faustino, in tempi diversi, si trasferiscono i figli: Alberto, maestro e poi impiegato nell’amministrazione centrale di Milano della Breda, Antenore, Arnaldo e Adelio che lavorano tutti alla Macchi. Una figlia, Lina, sarà anch’essa a Varese già nel 1938 come lavorante presso la Cornelia Conciaria. Nel negozio di ciclista, inizia una piccola attività parallela di lavorazione meccanica che darà alla luce il primo prototipo di macchina per calzaturifici e pelletteria. Nel 1945 la ditta Barenghi di Milano, importatrice delle macchine per pellami tedesche Fortuna, propone agli Alberti di produrre una macchina smussatrice fornendo l’attrezzatura necessaria che sarebbe stata ripagata in conto lavori. Alberto Alberti, viene convinto dai fratelli a lasciare il posto di lavoro alla Breda per curare l’amministrazione dell’azienda di famiglia. L’impresa nel 1949 viene registrata in Camera di Commercio, i soci sono i fratelli Arnaldo e Adelio e la moglie di Antenore, deceduto nel 1948, Emma Pierobon. Arnaldo si dedica alle pubbliche relazioni e alla parte commerciale, Adelio si occupa della produzione e del rapporto coi dipendenti. Emma Pierobon si impegna anch’essa nell’amministrazione. Già nel 1948 la F.lli Alberti tenta di valicare i confini nazionali avviando trattative, con una azienda del posto, per esportare in Argentina. L’attività dagli anni cinquanta e sessanta (1950-1969) L’impresa vive pienamente il periodo del boom economico. Dagli anni cinquanta, la produzione si divide in due grandi settori: quello delle macchine per calzaturifici e pelletterie e quello motoristico, intrapreso soprattutto per la passione comune ai tre fratelli per le corse motociclistiche . Nel 1954 si avvia la produzione di motori a scoppio per motocicli. In questo ambito sono numerose le imprese del territorio che si servono della F.lli Alberti. La prima fra essi è la Ganna di Varese, successivamente la Parilla, la Guzzi, la Bianchi, l’Harley-Davidson- AerMacchi. Sempre nel 1954 l’impresa si trasforma in snc e arriva a impiegare circa 50 dipendenti. Già a partire dagli anni sessanta però, il settore motoristico viene progressivamente abbandonato per dedicarsi completamente a quello, molto più redditizio, delle macchine per pellami.In questi anni infatti l’impresa deposita i primi brevetti di modifiche e migliorie apportate alle macchine. Gli anni settanta e ottanta (1970-1989) Nel 1975 Adelio apre, parallelamente al proprio impegno nella F.lli Alberti, una propria impresa per la produzione di coltelli a campana , un prodotto che non viene trattato dai suoi soci. Questa scelta trova spiegazione nella volontà di Adelio di dare ai propri cinque figli la possibilità di continuare nell’attività industriale, possibilità che allora non intravedeva nella F.lli Alberti per il folto numero di nipoti che avrebbero ereditato l’impresa una volta ritiratisi i fondatori. Nel 1978 Arnaldo esce dall’impresa cedendo le sue quote al fratello e alla cognata. Nel 1981 Luigi Alberti, figlio di Adelio, sostituisce lo zio Alberto nella cura dell’amministrazione e l’azienda torna ad essere una srl. Gli anni ottanta sono ancora anni positivi per la F.lli Alberti, attiva nella partecipazione alle fiere di settore e sempre più proiettata nell’esportazione dei propri prodotti. Alla fine degli anni ottanta però, l’uscita dall’impresa di Emma Pierobon, e la necessità di liquidarle la quota del 50%, costringe la F.lli Alberti a mantenere delle dimensioni limitate. Questo, inoltre, a fronte di un irrobustirsi della concorrenza, soprattutto sul territorio ma anche estera. Dagli anni Novanta ad oggi (1990-2006) La crisi, per la F.lli Alberti, inizia negli anni novanta a partire dalla prima guerra del Golfo. Soprattutto, si fa sempre più sentire la concorrenza estera: il decentramento della produzione calzaturiera e del pellame in paesi caratterizzati dal basso costo della manodopera, annulla il vantaggio relativo di una produzione meccanica più tecnologicamente avanzata come quella della F.lli Alberti. Per questo si decide di aprire una società in Cina , con un socio di Hong Kong, per abbassare i costi di produzione e soprattutto per essere presenti direttamente in un mercato dove ormai si produce circa l’80% della produzione mondiale di scarpe. Un’altra via per contrastare la crisi in corso del settore delle macchine per calzaturifici (che in pochi anni ha visto diminuire le vendite all’estero del 45%) è costituita dalla ricambistica. La stessa F.lli Alberti, deve ormai circa la metà del proprio fatturato alla produzione di ricambi. L’azienda vede ancora fortemente presente nella sua conduzione la famiglia Alberti in quanto sui 25 dipendenti attuali si contano i cinque figli di Adelio con due generi e la nuora. Faustino Alberti, originario di Campo San Martino in Veneto, si sposta una prima volta nel Varesotto durante la Prima guerra mondiale, dovendo prestare servizio militare a Tradate, presso la fabbrica di motociclette Frera. Di ritorno in Veneto, diviene manutentore delle macchine agricole della famiglia Breda. Nel 1937, spinto da maggiori opportunità di lavoro, si trasferisce a Varese, senza mai stabilirvisi definitivamente, aprendo un negozio di ciclista in viale Belforte. Insieme a Faustino, in tempi diversi, si trasferiscono i figli: Alberto, maestro e poi impiegato nell’amministrazione centrale di Milano della Breda, Antenore, Arnaldo e Adelio che lavorano tutti alla Macchi. Una figlia, Lina, sarà anch’essa a Varese già nel 1938 come lavorante presso la Cornelia Conciaria. Nel negozio di ciclista, inizia una piccola attività parallela di lavorazione meccanica che darà alla luce il primo prototipo di macchina per calzaturifici e pelletteria. Nel 1945 la ditta Barenghi di Milano, importatrice delle macchine per pellami tedesche Fortuna, propone agli Alberti di produrre una macchina smussatrice fornendo
Felli
Industria Felli DENOMINAZIONE SOCIALE | Felli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzioni di arredo sacro in metallo (calici, pissidi, tabernacoli e altro) INDIRIZZO | Via Clivio 2 | 21056 | Gemonio (VA) CONTATTI | T. 0332-601062 | F.0332-604443 | www.fellispa.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1880-1959) L’impresa prende origine da un’attività impiantata a Gemonio nel 1880 da un imprenditore di Milano che rileva un mulino e ne sfrutta la forza motrice prodotta per la creazione di arredi sacri. Nel 1914 l’azienda viene rilevata, per difficoltà economiche della proprietà, da Pietro Felli e Isidoro Bodini, suo socio alla pari, entrambi di Gemonio. Pietro Felli si è formato come scalpellino negli Stati Uniti dove era emigrato a fine Ottocento e grazie a questa esperienza si dimostra portato e capace tecnicamente a continuare la produzione di oggetti metallici per l’arredo sacro cattolico (calici, pissidi, tabernacoli, candelieri ecc.), arrivando ben presto a impiegare nella produzione circa quindici dipendenti. Nel 1935 la fabbrica apre un deposito a Milano per potere meglio servire la clientela. Due anni dopo Pietro Felli muore e la gestione dell’attività passa ai figli Alfredo e Tullio . Tullio, però, scompare prematuramente nel 1942, poco più che trentenne, e l’impresa rimane di fatto nelle mani di Alfredo Felli che la guida fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1947 Isidoro Bodini, ormai stanco e anziano, decide di ritirarsi dall’attività e la sua quota, dopo un breve passaggio nelle mani di Luigi Andreoli, viene acquisita dalla famiglia. All’impresa comincia ad interessarsi, seppur saltuariamente, Paolo Fraschini, marito della figlia di Tullio, Franca, appartenente ad una antica famiglia di imprenditori conciari di Brenta e principalmente occupato nella gestione della sua impresa. Nel 1950 Alfredo Felli cede la sua quota dell’attività al figlio Luciano e la società apre negli stessi anni un deposito anche a Roma. Dal 1960 al 1977 Nel 1960 Franca Felli e il marito Paolo Fraschini, cui Luciano Felli cederà nel 1961 la propria quota, diventano amministratori della società, mentre il fratello di Paolo, Luigi Fraschini, viene nominato procuratore. Quest’ultimo, chimico, si interessa alle problematiche riguardanti gli impianti dell’azienda, quali le vasche galvaniche, mentre il fratello Paolo si dedica alla commercializzazione dei prodotti. Alla creazione di oggetti per l’arredo sacro si accompagna la produzione di oggetti di semiantiquariato, cioè fatti con antichi stampi, e quindi riproduzioni di modelli passati. Il Concilio Vaticano II, apertosi nel 1962, porta, con la revisione e il cambiamento delle liturgie della Chiesa, all’abbandono totale di alcuni oggetti di uso liturgico o alla loro radicale semplificazione modificando sensibilmente il mercato. Alcune imprese storiche dell’arredo sacro come la Bertarelli di Milano chiudono e parte degli stampi da essa utilizzati vengono salvati dalla distruzione da Paolo Fraschini che decide di acquistarli. Anche l’impresa Felli vive una drastica riduzione delle vendite e tenta di supplire alla perdita del proprio settore di produzione volgendosi al settore similare delle premiazioni sportive . Nei primi anni sessanta infatti, la premiazione sportiva è una premiazione d’élite realizzata in argento o in ottone, cesellata a mano, ben finita, molto simile, quindi, nelle tecniche di produzione a quelle utilizzate per l’arredo sacro. Ciò permette all’impresa di utilizzare le stesse attrezzature e di entrare in un mercato ancora ridotto ma caratterizzato da altissime potenzialità di espansione. A poco a poco, infatti, ci si concentra sulla produzione di coppe sportive abbandonando in parte l’arredo sacro. Questo settore sportivo si evolve e si amplia in modo esponenziale a partire dal 1965. Già nel 1968 gli addetti salgono a 55 e l’azienda si avvia a divenire una delle maggiori produttrici di coppe e trofei in Italia. Le persone che traghettano l’impresa in questo passaggio postconciliare, sono Paolo e Luigi Fraschini coadiuvati dal direttore Pierluigi Corbetta. Intorno al 1975, anno di massima espansione per il settore e per l’impresa, si giunge al numero di 104 dipendenti. In quel momento la produzione è per il 95% costituita dalle coppe sportive e solo il restante 5% consiste nell’arredo sacro. Nel 1978 entra nell’impresa Antonio Fraschini , figlio di Franca Felli e Paolo Fraschini, all’età di ventitré anni. Dopo aver conseguito un diploma di ragioneria e una breve parentesi universitaria, egli opta per l’impegno nell’impresa materna, mentre la sorella Gloria si dedicherà alla cura della conceria paterna. Dal 1978 ad oggi Agli inizi degli anni ottanta, inizia però per l’impresa una fase di crisi con lo scadere della coppa sportiva da oggetto élitario e prezioso a oggetto più semplice, molto meno costoso, da distribuire a tutti i partecipanti di una manifestazione sportiva. Ciò muta la tipologia di produzione che, per abbattere i costi, deve comprare sul mercato i vari componenti e limitarsi all’assemblaggio. É un rovesciamento dello stile di lavoro dell’impresa Felli orientato a mantenere al proprio interno l’intero ciclo produttivo, dalla lastra di metallo al prodotto finito. Nella nuova situazione il basso ricavo unitario costringe l’impresa a incrementare il personale e ad accrescere i costi fissi, appesantendo la gestione e mettendo in crisi il suo equilibrio economico. Antonio Fraschini vede la soluzione nel ritorno al settore originario dell’arredo sacro , riannodando i rapporti persi con un mercato nel quale il buon nome della ditta Felli era ancora ricordato. Inizia così a partire dal 1983 un lungo periodo di ristrutturazione dell’impresa. Nel 1984 l’impresa si trasforma in srl: il consiglio d’amministrazione è composto da Paolo Fraschini (presidente), Franca Felli, Antonio e Gloria Fraschini. Il fatturato rimane pressoché invariato ma è realizzato con la produzione di un numero minore di oggetti di valore unitario più elevato. Ciò comporta la progressiva riduzione del personale, una manovra che inizialmente grava interamente sull’impresa, dato che Paolo Fraschini avverte il ricorso alla cassa integrazione come un disonore. Nel 1988 l’impresa si trasforma in società per azioni e a partire dai primi anni novanta, a ristrutturazione conclusa, si dedica quasi esclusivamente all’arredo sacro, settore in cui oggi è fra le prime e più importanti imprese in Italia. L’esportazione copre il 50% della produzione annua e si dirige soprattutto verso l’Europa, l’America latina, il Nord America,
Federico Aspesi
Industria Federico Aspesi DENOMINAZIONE SOCIALE | Federico Aspesi srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione tessuti e accessori a contenuto moda ricamati e agugliati con brevetto e marchio proprio INDIRIZZO | Via del Lavoro 13 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793210 | F. 0331-799631 | www.federicoaspesi.it Anastasio Aspesi e i suoi primi soci (1903-1945) Nella seconda metà degli anni novanta una serie di trasformazioni interessa la Federico Aspesi industria del ricamo srl, sia sul piano dell’attività commerciale e produttiva che su quello dell’assetto proprietario e dell’organigramma dirigenziale. La filiera produttiva dell’abbigliamento confezionato si va trasformando: il settore “pronto moda” scade qualitativamente e perde la sua profittabilità economica mentre si sviluppa il lavoro “programmato” che richiede maggior coordinamento con stilisti, fiere di settore, converters e gruppi d’acquisto. I nuovi contatti commerciali sviluppati da Antonio si orientano in tal senso e nel 1995 torna in azienda anche Federico che inizia a occuparsi a fondo del rinnovamento dell’apparato produttivo, in gran parte fondato sulle macchine da ricamo acquistate nel 1962. Vengono acquistati nuovi impianti per l’agugliatura dei “tessuti non tessuti” e si studiano soluzioni per riconvertire le vecchie macchine alle nuove lavorazioni. Con il 1996 anche Nicola lascia l’Imagotessile e raggiunge i due fratelli, portando con sé l’esperienza maturata come amministratore della consociata e diventando il nuovo presidente della società che abbrevia il nome in “Federico Aspesi srl”. Nello stesso anno la famiglia Aspesi riprende il controllo maggioritario della società, cedendo in cambio agli altri soci le proprie quote di partecipazione nella Imagotessile. Nel 1998, dopo un ulteriore scambio di quote, Francesco controlla il 32%, Annamaria, Federico, Nicola e Antonio il 17% ciascuno. Il consiglio di amministrazione è composto da Nicola(presidente), dai suoi fratelli e dalla zia Annamaria. Nel 2000 la sede viene trasferita in via del Lavoro 13 e negli anni successivi la società progetta la costruzione di una nuova sede per la quale acquisisce un’area edificabile. Dopo alcuni anni di ritardi l’immobile è stato costruito ma l’impresa non ha ancora deciso se trasferirsi. Federico, Nicola e Antonio, sotto la guida esperta di Francesco, formano una squadra coesa e dinamica capace di portare ottimi risultati nel giro di pochi anni. La ricerca in campo tecnologico e meccanico, sviluppata in collaborazione con un produttore di macchine tessili di Busto Arsizio, porta nel 1998 al deposito di un importante brevetto industriale per l’uso del sistema di agugliatura sui tessuti per la moda. Nel 1999 viene acquistato il primo impianto per il ricamo rettilineo la cui messa a punto richiede alcuni anni. La crescita della rete commerciale e di contatti all’estero è l’altra linea di sviluppo che segue la Federico Aspesi: la quota del fatturato realizzata all’estero, che nel corso degli anni novanta, rappresenta tra il 10 e il 20% del totale, si attesta nell’ultimo decennio oltre il 50%, con importanti clienti in tutti i principali paesi del mondo. Dal 2000, alla tradizionale partecipazione alle fiera Moda In di Milano viene affiancata la presenza a Première Vision di Parigi e dal 2007 alla Preview di New York. Nel 2005 Annamaria decide di vendere le proprie quote a Federico, Nicola e Antonio, mentre l’anno seguente Francesco entra a far parte del consiglio di amministrazione. Negli ultimi quindici anni di continue trasformazioni il personale impiegato dalla Federico Aspesi è cresciuto fino a raggiungere i 25 dipendenti. Nel recente triennio tuttavia, per fronteggiare la contrazione degli ordini causata dalla crisi generale del mercato, la società ha dovuto fare ricorso alla cassa integrazione e a procedure di mobilità. Per contrastare la crisi l’impresa concentra i propri sforzi nell’innovazione dei materiali e dei processi produttivi. Questo impegno l’ha recentemente portata ad aggiudicarsi a Parigi l’Innovation Prize nel corso dell’ edizione 2011 dei Première Vision Awards, svoltasi nell’ambito di una delle più prestigiose esposizioni internazionali del tessile. Nel 2011 l’impresa è stata inserita nel Registro delle imprese storiche istituito da Unioncamere per valorizzare le aziende ultracentenarie presenti in tutta Italia. Federico Aspesi e la transizione dal commercio all’industria (1946-1975) Alla ripresa delle attività dopo la guerra la Anastasio Aspesi conta, oltre al titolare Federico, una quindicina di persone, tra impiegati, commessi viaggiatori e operai. Il figlio maggiore di Federico, Luigi, inizia nel 1953 a lavorare al fianco del padre seguito tre anni dopo dal secondogenito Francesco. Entrambi i fratelli sono diplomati in ragioneria e si impegnano sia nei viaggi di commercio e nelle relazioni con agenti e grossisti, sia nella realizzazione di nuove linee di prodotti. A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta l’impresa riesce ad estendere la propria rete commerciale in Italia e inizia anche l’esportazione di foulard all’estero. Fino ai primi anni sessanta il mercato dei tradizionali foulard ricamati – e a partire dal 1958 di quelli stampati – è ancora il principale settore diattività e si concentra in particolare nelle regioni del centro-sud: su tutte Sardegna e Campania. Sucessivamente negli anni sessanta, con la contrazione del mercato dei foulard che determina la chiusura dell’azienda avviata da Anastasio e Pierino, viene ampliato il commercio di coperte e avviato quello di tappeti. La dimensione internazionale dell’impresa è fondamentale sia sul piano commerciale che su quello industriale: Aspesi è rappresentante per l’Italia di prestigiosi marchi europei e fa produrre all’estero articoli con propri marchi, come le coperte Anastasia e Federica prodotte a Leida, in Olanda. Sul piano produttivo gli anni sessanta segnano una svolta: nel 1962 si decide un importante investimento in nuovi macchinari per il ricamo dei tessuti. Nei primi anni la lavorazione è destinata all’abbigliamento ma prima degli anni settanta la Aspesi inizia la lavorazione di tendaggi e altri tessuti per l’arredamento . Le macchine vengono installate in un nuovo capannone che amplia la sede di via Maino e la forza lavoro impiegata raggiunge le 50 unità. Da allora l’attività industriale dell’impresa diviene preponderante rispetto al commercio all’ingrosso dei tessuti. Nel 1968 muore il titolare Federico e i suoi figli costituiscono una nuova società in accomandita semplice, la “Aspesi Anastasio di Luigi e Francesco Aspesi & C. sas”. I
Farmagomma
Industria Farmagomma DENOMINAZIONE SOCIALE | Farmagomma srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbrica e commercio di articoli stampati in gomma per l’industria in genere INDIRIZZO | Via Trieste 44 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 0332-200116 | F.0332-203311 | www.farmagomma.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1949-1966) Nel corso degli anni trenta, fino alla Seconda guerra mondiale, Waldemar Bragatti lavora presso la Vulcanova, impresa del ramo della gomma che principalmente rigenera copertoni di biciclette. Nel dopoguerra, rimasto senza lavoro, Bragatti decide di mettersi in proprio mettendo a frutto le conoscenze apprese durante il precedente impiego. Non avendo fondi sufficienti per avviare l’impresa, trova due soci di capitali, Eugenio Vailati e Bruno Furigo, con i quali costituisce, nel 1949, la società Farmagomma snc, con sede in via Cimabue a Varese, a duecento metri dalla sua abitazione. Il ruolo dei soci all’interno dell’impresa è limitato e l’attività è condotta quasi completamente da Bragatti. Poco dopo Waldemar conosce Melodia, un produttore di contagocce per l’industria farmaceutica e ne diventa il fornitore primario. In seguito allo sviluppo di questo settore e della ricerca di altri clienti, tra cui Capsulit, Drop e Stam Special, l’impresa abbandona la lavorazione di copertoni e si specializza nella produzione delle pompette per contagocce. I primi anni di vita della società coincidono con il boom economico e anche la Farmagomma conosce tassi di sviluppo altissimi. Nel 1960, per adeguarsi al nuovo livello di attività, il capitale sociale viene aumentato e Bragatti arriva a detenere il 60% della società. Due anni dopo, Vailati, che non aveva partecipato all’aumento di capitale, chiede di essere liquidato. In questi anni Bragatti prende contatto con Fradagrada, un commerciante in flaconi per farmaceutici, e la gamma dei prodotti si arricchisce così di tutta la serie di tappi utilizzati per la chiusura di bottiglie per fleboclisi e antibiotici che in quel periodo hanno un incremento esponenziale da parte degli ospedali. Le dimensioni dell’impresa rimangono però ridotte perché il titolare sa che l’espansione comporterebbe una maggiore complessità nella gestione. Dal 1967 al 1989 Nel giugno 1967, viene costruito l’impianto di Induno Olona nella quale la società trasferisce la propria sede mentre l’abitazione rimane a Varese. Nel dicembre 1972 l’impresa passa sotto l’esclusivo controllo della famiglia Bragatti: Furigo si ritira dalla società, e fa il suo ingresso come socio Maurizio Bragatti, figlio di Waldemar. Pur laureatosi in farmacia, Maurizio entra nell’impresa paterna così come era stato previsto e come lui stesso aveva sempre desiderato, ricevendo fin dall’inizio la piena responsabilità della conduzione dell’attività . Waldemar Bragatti infatti, pur rimanendo ufficialmente l’amministratore di Farmagomma, rinuncia progressivamente a una presenza attiva nell’impresa. Il lavoro viene quasi esclusivamente ottenuto grazie a rapporti diretti con i clienti e al passaparola degli stessi che permettono a Farmagomma di non ricorrere alla pubblicità. La principale fonte di lavoro per l’impresa è costituita dalle aziende dei due grandi poli biomedicali della Valtellina e del Modenese. I clienti principali di Farmagomma sono quelli di sempre, in un settore dove con difficoltà si cambiano i fornitori e si privilegia la qualità del prodotto fornito. Anche l’innovazione dei macchinari non subisce modifiche importanti poiché spesso il miglioramento della produttività porta a una relativa riduzione della manodopera impiegata, ma anche alla diminuzione del livello di qualità del prodotto. A volte, il cambiamento dei macchinari presenta più vantaggi fiscali che tecnologici. In questi anni i picchi delle esigenze di produzione sono affrontati con l’impiego di lavoranti a domicilio e di terzisti. Il 20 novembre 1978 l’impresa viene trasformata in società in accomandita semplice, cambiando denominazione in “Farmagomma sas di Bragatti Waldemar & c”. Il fondatore rimane socio accomandatario gerente, mentre Maurizio è accomandante e procuratore. Il 25 giugno 1981 la Farmagomma diviene una società a responsabilità limitata. In questo periodo l’impresa occupa un’area di più di 900 metri quadri, entro cui trovano posto i reparti di stampaggio, finissaggio ed il magazzino dei prodotti. Accanto allo stabilimento viene costruita una palazzina per dare nuovi spazi agli uffici. La società impiega una trentina di dipendenti e ha clienti sia in Italia che all’estero, quasi tutti concentrati nel settore farmaceutico e medico. Si affaccia nel frattempo la concorrenza asiatica, in particolare coreana, che provoca la cessazione di alcuni clienti della Farmagomma e nel biennio 1983-84 costringe l’impresa stessa a ricorrere alla cassa integrazione. La produzione asiatica è però di bassa qualità e ciò permette alle imprese europee del settore di recuperare le quote di mercato perse. Anche Farmagomma conosce, così, una ripresa significativa ed un nuovo periodo positivo che continua fino alla metà degli anni novanta. Dal 1990 al 2008 In quest’ultimo periodo l’impresa deve far fronte a una duplice difficoltà: da un lato un processo di concentrazione industriale con la formazione di grandi gruppi nel settore dei prodotti farmaceutici in gomma; dall’altra l’arrivo della concorrenza cinese. Nonostante le difficoltà la Farmagomma è tra le prime aziende del settore a conseguire la certificazione di qualità, nel 1996, intuendo l’importanza della soddisfazione finale dei clienti e della fornitura di prodotti con un livello qualitativo elevato. Farmagomma, che nel passato aveva scelto di non espandersi, non può competere con le grandi imprese che godono di una estesa rete commerciale; d’altro lato la concorrenza cinese ha imparato a fornire non solo prezzi molto bassi, ma anche prodotti di qualità. L’impresa allora, per aumentare il numero dei clienti storici, si rivolge ad una produzione di nicchia, sempre nell’ambito farmaceutico, per i settori dell’oculistica e della cosmetica che richiedono confezioni di qualità per i propri prodotti. Ciò comporta, dalla fine degli anni novanta, un dimezzamento del fatturato che si cerca di correggere anche attraverso la commercializzazione di modesti quantitativi di prodotti vari sempre nel settore della farmaceutica (come gli sfigomanometri, tubi e valvole). Alla scomparsa di Waldemar Bragatti nel 2000, la carica di amministratore delegato viene assunta dalla nuora Giovanna Garuglieri fino al 2004, anno in cui le subentra Orlanda Cacciari, moglie del fondatore. Per ora, il problema della successione non si pone, data anche l’incertezza del mercato e dato che
Famiglia Vincenzo Mascioni srl
Industria Famiglia Vincenzo Mascioni srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Famiglia Vincenzo Mascioni srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbrica e restauro di organi a canne INDIRIZZO | Via V. Veneto 20 | 21030 | Azzio/Cuvio (VA) CONTATTI | T. 0332-630605 | F. 0332-630504 | www.mascioni-organs.com L’artigiano Giacomo Mascioni e la tradizione degli organi meccanici (1829-1949 ) L’attività di costruzione di organi della famiglia Mascioni ha inizio nel 1829 con Giacomo Mascioni (1811-1896), che avvia un proprio laboratorio a Comacchio, frazione di Cuvio. Fin da ragazzo Giacomo svolge un periodo di apprendistato a Varese, dove si forma sia nell’arte dell’ebanisteria che nella conoscenza della musica sacra. Nella sua formazione ricoprono un ruolo fondamentale due zii, Pasquale Antonio e Giuseppe Antonio Mascioni, padri conventuali e maestri cantori che nel 1803, dopo la soppressione degli ordini religiosi, tornano a vivere a Azzio (Va). Al termine dell’apprendistato a Varese Giacomo viene spinto dai due zii a proseguire la formazione pratica presso il milanese Gaspare Chiesa, illustre artigiano e riparatore di organi, ai tempi attivo anche in Valcuvia. Combinando la formazione da artigiano con la sensibilità musicale, Giacomo riesce in breve tempo ad affermarsi in un settore caratterizzato da botteghe familiari di antiche tradizioni. Nei primi vent’anni di lavoro affina le proprie competenze e riesce a realizzare i primi cinque organi, uno dei quali commissionato in Svizzera. Nella seconda metà dell’Ottocento Giacomo si impegna nella formazione dei tre figli Anacleto (1837-1893), Bernardo (1844-1890) e Gaspare (1848-1893), che con il loro apporto daranno un forte impulso alla crescita dell’attività. Con il passare degli anni si afferma la buona reputazione dei manufatti di casa Mascioni e il raggio di azione si estende lungo tre direttrici principali: Svizzera, Lombardia e Piemonte-Liguria. Negli anni ottanta inizia l’apprendistato in fabbrica della terza generazione Mascioni, con il dodicenne Vincenzo (1871-1953), figlio di Bernardo. Nei primi anni novanta dell’Ottocento vengono a mancare tutti i tre figli di Giacomo e il giovane Vincenzo deve prepararsi a prendere le redini dell’impresa di famiglia. Il passaggio dell’impresa dal nonno Giacomo al nipote Vincenzo avviene in un modo traumatico, che ben rappresenta la transizione epocale che investe il mondo dell’organaria italiana sul finire dell’Ottocento. A quel tempo, infatti, mentre gli organari di altri paesi europei sperimentano nuove tecniche costruttive che sfruttano la trasmissione pneumatica, la maggior parte degli artigiani italiani resta fedele ai canoni di fabbricazione del XVII e XVIII secolo, basati sulla trasmissione meccanica. Vincenzo coglie le potenzialità offerte dall’innovazione tecnologica ma su questa scelta si scontra con il nonno Giacomo, formatosi invece nell’imitazione dei classici e fautore della trasmissione meccanica. Anche per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, Vincenzo è sensibile alle innovazioni che interessano l’industria, come l’uso di macchinari, mentre per Giacomo il mestiere continua a fondarsi sull’abilità manuale dell’artefice. L’industriale Vincenzo Mascioni e gli organi pneumatici e elettrici (1950-1963) L’industriale Vincenzo Mascioni e gli organi pneumatici e elettriciNel 1895 Vincenzo decide di staccarsi dal nonno Giacomo e costituisce una ditta individuale a proprio nome. Il sito per il nuovo stabilimento di Azzio, dove ha tuttora sede l’impresa, viene scelto per la presenza di un corso d’acqua che consente, mediante una condotta, di sfruttare la forza motrice per meccanizzare alcune lavorazioni di falegnameria. In una pubblicità di inizio Novecento la manifattura Vincenzo Mascioni si presenta come un’impresa all’avanguardia tecnologica, dotata di moderne attrezzature in grado di realizzare «tutte le parti meccaniche inerenti alla fabbricazione d’organi da Chiesa». Lo sfruttamento dell’acqua come fonte di energia, che consente all’impresa di dotarsi precocemente di macchine utensili, risulta fondamentale anche in seguito, quando potrà garantire la continuità produttiva nei periodi – frequenti durante le guerre – di mancanza di alimentazione dalla rete elettrica. Mentre Vincenzo si trasferisce a vivere presso la fabbrica, i suoi due fratelli lasciano la Valcuvia per Milano: Enrico (1867-1936) va a gestire il Grand Hotel e Tullio (1868-1920) una bottiglieria molto frequentata. Grazie all’estesa rete di conoscenze del fratello Enrico, Vincenzo conosce a Milano la sua futura sposa Rosa Ronchi (1873-1958), figlia di un imprenditore italiano trasferitosi in Svizzera dalla Valcuvia. Dal loro matrimonio nascono ben dodici figli, di cui sette lavoreranno nell’impresa di famiglia: Giacomo (1897-1975), Ernesto (1898-1980), Giovanni (1905-1979), Angelo (1907-1969), Vincenzo (1910-1975), Maria detta Mariuccia (1911-1977) e Tullio (1914-1999). Le competenze e l’istruzione di Rosa ne fanno una compagna valida e capace per Vincenzo anche nell’amministrazione dell’impresa. Il legame con la famiglia Ronchi, consolidato dal matrimonio di Enrico con una sorella di Rosa, consentirà a Vincenzo di rafforzare le relazioni con la Svizzera, una destinazione sempre ricettiva per il lavoro dei Mascioni. La nuova attività di Vincenzo si afferma rapidamente e contribuisce a consolidare il nome Mascioni, che sempre più spesso viene citato ad esempio per qualità costruttive e foniche da grandi maestri ed esperti di organaria. La fama acquisita consente all’impresa di ottenere nel 1904 l’affidamento dei lavori di restauro degli organi del Duomo di Milano. Anche sul piano quantitativo il nuovo secolo mostra un notevole incremento, con il moderno stabilimento che permette di soddisfare la richiesta crescente: in pochi anni la produzione annuale passa dalle due/tre unità alla decina e oltre, destinate in parte a Milano, Venezia, Genova, Bologna e Pesaro. In questi anni opera nell’impresa anche Virgilio Mascioni, un cugino di Vincenzo, che ricoprirà fino al 1946, anno della sua morte, l’incarico di disegnatore. Tra gli anni venti e gli anni trenta si diffonde nell’organaria la nuova trasmissione elettrica: con questa tecnologia diventa possibile posizionare registri di canne anche molto distanti dalla tastiera e si arriva a costruire organi di dimensioni colossali. Uno degli esempi di questa nuova fase è il nuovo organo del Duomo di Milano, costruito nel 1938 dalla Vincenzo Mascioni in collaborazione con la ditta Tamburini. La grande distanza tra il suonatore e i registri, tuttavia, si rivelerà controproducente per una questione di ritardo acustico e ciò porrà un limite allo sviluppo degli organi elettrici. Nel 1937 Vincenzo decide costruire una nuova e grande villa a Comacchio di Cuvio dove spesso alloggeranno i suoi ospiti d’affari. Il passaggio da Vincenzo
Erica Industria Tessile
Industria Erica Industria Tessile DENOMINAZIONE SOCIALE | Erica industria tessile spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, produzione e vendita di tessuti per abbigliamento e bagno INDIRIZZO | Via M. d’Azeglio 14 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-333011 | F. 0331-333033 | www.erica-it.com La prima fase (1901-1935) La società Erica industria tessile ha origine nel Cotonificio di Busto Arsizio, che a sua volta costituisce lo sviluppo dell’attività intrapresa in campo tessile da Ottorino Maderna sin dai primi anni del Novecento. Ottorino Maderna nasce a Castano Primo nel 1877 da una famiglia agiata e inizia assai presto la carriera di industriale. Nel 1901 costituisce, insieme a Cesare della Porta e Giovanni Brugora, la società in accomandita semplice “Ottorino Maderna e C.”, di cui è socio accomandatario: l’impresa subentra alla precedente società “Giovanni Cappia e C.” con sede a Casorezzo, nata nel 1897 e proprietaria di uno stabilimento tessile localizzato nello stesso Comune. Nel 1905 la società si trasforma nella ditta individuale “Ottorino Maderna”. Nello stesso anno nasce Rinaldo Maderna, l’unico maschio dei tre figli avuti da Ottorino con la prima moglie Candida Pelitti, che muore prematuramente nel 1918. Dalla seconda moglie Fulvia Tosi, appartenente a una delle famiglie più facoltose di Busto Arsizio, Ottorino ha quattro figli, di cui uno solo maschio, Pietro, che nasce nel 1921. Nel 1924 Ottorino Maderna è nominato podestà di Busto Arsizio, un incarico ricoperto sino al 1930, mentre nel 1926 diventa consigliere delegato del complesso industriale tessile Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni di Legnano. La fabbrica di Casorezzo occupa 200 dipendenti e dispone di una moderna struttura di telai, di tipo sia automatico che jacquard per la realizzazione di disegni complessi, producendo tessuti per conto terzi e in particolare per lo stesso cotonificio Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni. Nel 1931 cessa l’attività della ditta “Ottorino Maderna”, il cui stabilimento viene ceduto in affitto al citato cotonificio. Dal Cotonificio di Busto Arsizio al Cotonificio Erica (1936-1955) Nel 1936 nasce la società anonima “Cotonificio di Busto Arsizio”, con sede legale a Milano e sede operativa a Busto Arsizio in viale Duca d’Aosta 6. Fanno parte del consiglio di amministrazione della società, presieduta dallo stesso Ottorino, il figlio di questi Rinaldo, nonché altri industriali e tecnici, alcuni dei quali provenienti dal cotonificio Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni. La società registra inizialmente un andamento incerto, dovuto soprattutto alla difficoltà di rifornimento dei filati. Ottorino Maderna muore nel 1941, poco dopo aver ceduto la fabbrica di Casorezzo alla ditta “Vincenzo Zucchi e Grippa”. La guida del Cotonificio di Busto Arsizio passa a Rinaldo Maderna, che ne diventa amministratore delegato. Nel 1942 il fratello Pietro diventa consigliere della società, ma chiamato alle armi con lo scoppio del Secondo conflitto mondiale sospende l’impegno aziendale, che riprende nel dopoguerra, rinunciando peraltro a laurearsi in economia e commercio. In questi anni il cotonificio inizia a esportare i propri prodotti all’estero. Pietro Maderna sposa Ernestina Castellanza, figlia di Ettore Castellanza, che è titolare, insieme al fratello Carlo, della società in nome collettivo “Castellanza & Borri”, nata nel 1925 per la fabbricazione e vendita di confezioni e tessuti, con sede a Busto Arsizio in via Massimo d’Azeglio 14 e stabilimento localizzato inizialmente a Tradate. Dall’unione di Pietro ed Ernestina nascono Fulvia nel 1952 ed Ettore nel 1954, anno in cui muore la loro nonna Fulvia Tosi, consigliera del Cotonificio di Busto Arsizio. In questi anni il Cotonificio entra in crisi e viene messa in atto la procedura di liquidazione, poi revocata, e infine i soci decidono di vendere l’attività nel 1959. Nel 1955 Pietro Maderna entra nella società Castellanza & Borri, ovvero nell’azienda del suocero. Nello stesso anno nasce il “Cotonificio Erica spa” , guidato da Rinaldo Maderna e nel quale il fratello Pietro riveste la carica di consigliere. La nuova società conserva gli uffici e i magazzini di viale Duca d’Aosta 6, mantenendo la sede legale a Milano, mentre trasferisce la struttura produttiva, che occupa oltre 50 operai, da Busto Arsizio a Crugnola di Mornago. Sviluppo e cambiamenti (1956-1980) Il Cotonificio Erica prosegue l’attività ereditata dal Cotonificio di Busto Arsizio, che riguarda soprattutto la produzione e la vendita di tessuti per la casa, allargata progressivamente al settore dell’abbigliamento. I clienti sono principalmente grossisti, che acquistano i tessuti per poi farli confezionare ad altre aziende tessili. Nel 1958 gli uffici, i magazzini e il reparto di preparazione delle pezze vengono trasferiti in via Ferrer. In questo stesso anno nasce Emilio Maderna, il terzogenito di Pietro. La crescita produttiva porta all’aumento del capitale sociale da 1,3 a 10 milioni di lire. Nel 1960 Ottorino Maderna, il figlio di Rinaldo nato nel 1931, è nominato consigliere della società, insieme al cugino Rinaldo Pelitti. Nel 1969 nasce Anna Maderna, quartogenita di Pietro. Negli anni sessanta cresce la propensione all’export ma la vera trasformazione del Cotonificio Erica in una moderna impresa rivolta al sistema moda prende avvio soltanto nel 1975, quando Fulvia Maderna , già collaboratrice dello zio Rinaldo, entra nel consiglio di amministrazione della società. Fulvia, impegnata in azienda, non porta a termine gli studi universitari in lettere e introduce importanti innovazioni, quali la creazione di collezioni dedicate all’abbigliamento femminile e a quello per bambino, basate sulla stampa di disegni fantasia e sull’utilizzo di tessiture e filature di maggior pregio. Il cambiamento si riflette sulla tipologia dei clienti, che sono sempre meno grossisti e sempre più confezionisti. Con la morte di Ettore Castellanza, avvenuta nel 1974, Pietro Maderna è nominato presidente della Castellanza & Borri, già dal 1967 trasformatasi in società per azioni e tra i cui consiglieri figura Giulio Grassi, marito di una delle figlie di Carlo Castellanza. Nel 1977 Pietro Maderna si reca negli Stati Uniti per affrontare un difficile intervento chirurgico al cuore i cui esiti, molti incerti, lo inducono a far entrare il figlio Ettore nella Castellanza & Borri in vista di una possibile successione. Le esigenze del momento non consentono ad Ettore di conseguire la laurea in economia e commercio, come accaduto in precedenza anche per il padre. Alla fine degli anni settanta Emilio Maderna , studi
Ditta Socci Dante srl
Industria Ditta Socci Dante srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Socci Dante srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione oreficeria INDIRIZZO | Via Cavallotti 15 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-795235 | F. 0331-773814 La nascita dell’impresa (1895-1941) Nel 1895 Dante Socci apre un laboratorio artigianale di oreficeria a Gallarate in vicolo del Torchio. Originario di Lustignano in provincia di Pisa, fa il suo apprendistato di arte orafa dapprima in Toscana, poi presso un orafo valenzano e infine a Gallarate alle dipendenze di Paolo Colombo. Nei primi anni del Novecento, la sede si era intanto trasferita in via Volta, il figlio Luigi entra nell’impresa e vi porta, oltre alle capacità tecniche acquisite dal padre, una maggiore predisposizione commerciale che si riflette in un rapido sviluppo. Vengono acquisiti nuovi macchinari, aumenta il numero dei dipendenti, la produzione si specializza in anelli per uomo e donna. Tutto ciò porta alla necessità di spazi più ampi e quindi al trasferimento nell’attuale sede in via Cavallotti, 15. Nel 1925 la ditta individuale Dante Socci si iscrive alla Camera di commercio come esercizio di fabbricazione di argenteria e oreficeria, estendendo nel 1935 l’attività al “commercio all’ingrosso, ed eventualmente al dettaglio, di oggetti preziosi in genere”. Dagli anni Quaranta agli anni Settanta (1942-1969) Nel 1942 muore Dante Socci e il figlio Luigi rileva l’attività paterna sotto la ditta “Dante Socci di Luigi Socci”, aprendo una nuova posizione presso la Camera di commercio. L’impresa è attiva nell’esportazione di bigiotteria e gioielleria in oro e argento importando orologi e pietre sintetiche in Svizzera e sud America. Nel 1955 Luigi Socci muore prematuramente lasciando come eredi la moglie Anna Allaria e le due figlie Maria e Elvira non ancora maggiorenni. La madre decide di proseguire l’attività, ottiene dal giudice l’emancipazione delle figlie, e trasforma la ditta individuale in società di fatto “Dante Socci di eredi di Luigi Socci”. Tra le fine degli anni quaranta e gli anni sessanta l’impresa si sviluppa instaurando rapporti di collaborazione con varie ditte orafe di Valenza Po, con la Fabbricazione italiana catene di Milano e con imprese del territorio. Attraverso questo sistema l’impresa esternalizza parte della produzione, pur arrivando ad avere trenta dipendenti. In questo periodo l’attività è principalmente basata sulla tecnica a fusione a cera persa, affiancata per una parte residuale dalla tecnica dello stampaggio, caratteristica dell’arte orafa Gallaratese. Nel 1961 Maria Socci sposa Giuseppe Tronconi che entra così nell’impresa occupandosi della parte amministrativa. Dagli anni Settanta a oggi (1970-2006) Negli anni settanta l’aumento della concorrenza da parte di grosse aziende italiane del territorio di Arezzo e di Vicenza porta l’impresa a privilegiare una produzione più artigianale. Viene pertanto ripreso lo stile Valenzano della realizzazione di pezzi unici. Questa scelta porta a una specializzazione in un mercato di nicchia della media gioielleria di qualità sullo stile fiorentino. Ciò permette di fornire ai negozi un più vasto assortimento e di realizzare oggetti particolari creati intorno alla pietra preziosa. All’inizio degli anni ottanta l’impresa modifica la propria ragione sociale prima in società in nome collettivo e successivamente nell’attuale società a responsabilità limitata. Oggi uno dei problemi da affrontare per garantire la qualità dei prodotti riguarda la difficoltosa ricerca di manodopera specializzata. La tecnica della “fusione a cera persa” richiede personale molto qualificato che non sempre collabora a lungo con l’impresa. La continuità è data pertanto dalla famiglia: tra il 1994 e il 1995 si sono inseriti Francesco e Dante, figli di Maria e Maria Giovanna, figlia di Elvira. Negli ultimi cinque anni la ditta Socci ha indirizzato la propria attività nella creazione continua di nuovi modelli. Ciò è stato necessario per evitare il rischio di essere copiati dalla concorrenza estera di Turchia, India e Cina. Oggi la produzione si è molto ridotta rispetto al passato. Prima l’abbandono dello stampaggio e recentemente l’esternalizzazione della fusione dell’oro affidata a imprese specializzate, ha svuotato gli spazi occupati in passato dall’officina orafa e dal personale che vi operava. L’attività dell’impresa si concentra sempre più sulla progettazione e sulla commercializzazione dei gioielli. In ciò, essa può contare sul bagaglio di conoscenze e abilità accumulato dalla famiglia e testimoniato da un notevole archivio di modelli e disegni realizzato in più di un secolo di attività. Nel 1895 Dante Socci apre un laboratorio artigianale di oreficeria a Gallarate in vicolo del Torchio. Originario di Lustignano in provincia di Pisa, fa il suo apprendistato di arte orafa dapprima in Toscana, poi presso un orafo valenzano e infine a Gallarate alle dipendenze di Paolo Colombo. Nei primi anni del Novecento, la sede si era intanto trasferita in via Volta, il figlio Luigi entra nell’impresa e vi porta, oltre alle capacità tecniche acquisite dal padre, una maggiore predisposizione commerciale che si riflette in un rapido sviluppo. Vengono acquisiti nuovi macchinari, aumenta il numero dei dipendenti, la produzione si specializza in anelli per uomo e donna. Tutto ciò porta alla necessità di spazi più ampi e quindi al trasferimento nell’attuale sede in via Cavallotti, 15. Nel 1925 la ditta individuale Dante Socci si iscrive alla Camera di commercio come esercizio di fabbricazione di argenteria e oreficeria, estendendo nel 1935 l’attività al “commercio all’ingrosso, ed eventualmente al dettaglio, di oggetti preziosi in genere”. Nel 1942 muore Dante Socci e il figlio Luigi rileva l’attività paterna sotto la ditta “Dante Socci di Luigi Socci”, aprendo una nuova posizione presso la Camera di commercio. L’impresa è attiva nell’esportazione di bigiotteria e gioielleria in oro e argento importando orologi e pietre sintetiche in Svizzera e sud America. Nel 1955 Luigi Socci muore prematuramente lasciando come eredi la moglie Anna Allaria e le due figlie Maria e Elvira non ancora maggiorenni. La madre decide di proseguire l’attività, ottiene dal giudice l’emancipazione delle figlie, e trasforma la ditta individuale in società di fatto “Dante Socci di eredi di Luigi Socci”. Tra le fine degli anni quaranta e gli anni sessanta l’impresa si sviluppa instaurando rapporti di collaborazione con varie ditte orafe di Valenza Po, con la Fabbricazione italiana catene di Milano e con imprese
Comerio Ercole
Industria Comerio Ercole DENOMINAZIONE SOCIALE | Comerio Ercole spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione e costruzione di macchinari e impianti per l’industria della gomma, della resina, delle materie plastiche, del ricamo e di prodotti tessili in tessuto e non tessuto INDIRIZZO | Via Castellanza 100 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-48841 | F. 0331- 488421 | www.comercole.it L’avvio dell’attività (1885-1912) Ercole Comerio, figlio di un commerciante all’ingrosso di generi alimentari di Busto Arsizio, lavora, dal 1873, come operaio meccanico alla Cantoni-Krumm (trasformata dal 1881 in Franco Tosi). Con una rapida carriera all’interno dell’impresa, diviene capo del reparto attrezzeria e acquisisce una notevole esperienza. Nel 1885, in concomitanza con il matrimonio con Teresa Marcora, Ercole apre una propria officina di riparazione di macchine tessili a Busto Arsizio. L’iniziativa viene sostenuta finanziariamente dal cognato Roberto Marcora, figlio di un negoziante di ferramenta. L’officina, dapprima sita in via Confalonieri, viene successivamente trasferita in via Magenta. La ditta individuale Comerio Ercole passa in pochi anni dall’esclusiva riparazione ad una propria produzione di macchine per l’industria cotoniera, specializzandosi su quelle destinate alle lavorazioni finali (tintoria, candeggio, stampa…) cioè sui settori più avanzati ed innovativi. Il successo di tale scelta costringe l’impresa, già nel 1895, a trasferirsi nuovamente in spazi più ampi in via Silvio Pellico, dove rimarrà per un secolo. La produzione non si limita, inoltre, alla sola industria cotoniera locale: alcune macchine, come le calandre, vengono infatti impiegate anche nei settori della gomma e della carta. La Comerio rifornisce, già dai primi del Novecento, la Pirelli, la Ambrogio Binda, la Vita Mayer. L’innovazione tecnologica viene assicurata da stretti rapporti con l’ingegner Roberto Zust di Intra, produttore di macchine utensili. Nel 1900 l’impresa partecipa all’Esposizione Internazionale di Parigi. Dal 1913 al 1945 Nel 1913 l’impresa ha ancora dimensioni piuttosto limitate, circa 75 operai, ma una notevole spinta all’espansione giunge dalla Prima guerra mondiale: durante il conflitto, infatti, la Comerio converte in gran parte la propria produzione costruendo per conto dell’Ansaldo componenti per l’artiglieria pesante. Nel 1922 la ditta si trasforma in Società anonima Comerio Ercole con sede legale a Milano. Presidente è lo stesso Ercole mentre due dei suoi dieci figli, Melchiorre e Giuseppe, ricoprono la carica di consigliere con incarichi di direzione tecnica. I rapporti con la clientela vengono completamente ristabiliti ed ampliati: la società può contare su un’attività ben avviata sia in Italia sia all’estero (Svizzera, Francia, Germania, Romania, Bulgaria…). Negli anni successivi il capitale viene concentrato nelle mani di Melchiorre e Giuseppe e la società cresce rapidamente, soprattutto grazie alle strette relazioni con le imprese tessili locali (Giuseppe sposa infatti la figlia del cotoniere Carlo Ottolini) e agli ottimi risultati nell’esportazione in Sud America e in Europa Orientale, mercati di sbocco tipici dei prodotti tessili dell’Alto Milanese. Nel 1935, cinquantenario della fondazione dell’impresa, la Comerio conta ormai 400 dipendenti. Nel 1937 viene acquisito un ulteriore stabilimento a Legnano. In questo periodo, durante la campagna d’Africa, nello stabilimento di Busto Arsizio, vengono costruite anche macchine stradali e rulli compressori per conto della Ditta Loro e Parisini. Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale la Comerio collabora ancora con l’Ansaldo, per la produzione bellica, e successivamente con il Comando tedesco. La guerra sancisce un momento di ricambio generazionale. Nel 1942 entra nell’impresa Rinaldo Comerio appena laureato al Politecnico di Milano, ma presente già da tempo nell’attività dell’impresa. Dal 31 marzo 1943, Ercole Comerio affida la procura ai nipoti Rinaldo (figlio di Giuseppe), che si occupa inizialmente della fonderia, e Mario (figlio di Melchiorre). La sede legale viene riportata nel 1944 a Busto Arsizio, dove vi è sempre stata quella amministrativa, e la società si trasforma in Spa. Sempre in quell’anno, le maestranze dell’impresa aderiscono agli scioperi contro il regime che portarono ad una dura repressione da parte del Comando tedesco. Dal 1946 al 1966 Gli anni della ricostruzione postbellica vedono l’impresa impegnata nella difficoltosa ripresa dell’attività. Nel 1947 muore Ercole Comerio e la carica di presidente viene assunta dalla vedova Teresa Marcora. Nel 1950 la situazione dell’impresa è ormai risanata e la Comerio può inserirsi nella crescita del settore tessile stimolata dal boom economico. La Comerio costruisce però, in questo stesso periodo, macchine per un gran numero di settori diversi quali quelli già citati della gomma e della carta, ma anche del legno e dei metalli. Nel 1951, diventano procuratori della società anche Ercole e Mario (figli di Melchiorre) e Alfredo (figlio di Giuseppe). Nel 1952, con la morte della vedova del fondatore, il figlio Giuseppe assume la carica di presidente il primo maggio 1953. A metà degli anni Cinquanta il ramo della famiglia che fa capo a Melchiorre si allontana dall’impresa: nel 1954 si ha infatti una concordata separazione e Melchiorre e i suoi figli fondano una nuova società, la Metalmeccanica, utilizzando lo stabilimento di Legnano già di proprietà della Comerio. Dopo la morte di Giuseppe, nel 1958, è suo figlio Rinaldo ad assumere la carica di presidente, mantenuta fino ad oggi, e vengono nominati consiglieri i figli Alfredo, Emilio e Maria Silvia. Anche la moglie di Rinaldo, Antonia De Dionigi Comerio, inizia ad avere un ruolo nell’amministrazione dell’impresa. Le attività sono in forte crescita specialmente nel campo delle macchine da ricamo e nei settori delle macchine per la lavorazione della gomma e delle materie plastiche (PVC). La razionalizzazione industriale che intraprende la Comerio non consente però il mantenimento di una manodopera così vasta: si avvia, così, una riduzione dei dipendenti con la chiusura della fonderia nel 1965. La scelta che determina forti tensioni sindacali è dettata anche da motivazioni ecologiche dato che la fonderia di ghisa dello stabilimento funzionava oramai in un’aerea densamente urbanizzata. Nello stesso anno la sede sociale viene nuovamente portata a Milano e l’anno seguente si decide l’incorporazione nella capogruppo della società commerciale Rubber and textile Machinery Spa. Contemporaneamente Alfredo Comerio rinuncia alle proprie cariche e viene sostituito nella carica di amministratore delegato dal fratello Emilio. Dal 1967 a oggi Negli anni sessanta le ricorrenti e sempre più gravi crisi del
Candeggio Valle Olona
Industria Candeggio Valle Olona DENOMINAZIONE SOCIALE | Candeggio Valle Olona F.lli Pigni srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Candeggio e preparazione tessuti per stampa INDIRIZZO | Via Fornaci 14 | 21054 | Fagnano Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-617190 | F. 0331-617574 | www.candeggiovalleolona.it Dal candeggio al prato alla candeggina (1866-1945) La Candeggio Valle Olona ha radici storiche nel lontano 1866, quando Giovanni Pigni avvia l’attività di candeggio di tessuti per conto terzi con un piccolo stabilimento posto sulla sponda del fiume Olona di Fagnano. La tecnica utilizzata è ancora quella primordiale del “candeggio al prato” , che consiste nel ricorso all’azione sbiancante della luce del sole e dell’ossigeno rilasciato dall’erba dei prati, sui quali vengono distese ad asciugare le lunghe pezze bagnate di cotone o lino. L’attività prosegue quindi con Giuseppe Pigni, parente di Giovanni, e i figli di quest’ultimo Angelo e Gaspare che nel 1928 costituiscono la società di fatto “Candeggio F.lli Pigni”. Con il passaggio dalla sbiancatura naturale a quella ottenuta tramite l’uso di additivi chimici come il cloruro di calcio, il candeggio Pigni inizia ad assumere caratteristiche di prima industrializzazione . Dopo il trattamento notturno effettuato in apposite vasche alimentate dall’acqua dell’Olona, i rotoli di tessuto vengono ora stesi su filari di pali di legno. Durante la stagione invernale si utilizza invece un edificio completamente vuoto alto 20 metri e riscaldato da stufe a legna, dal cui soffitto di travi pendono le tele messe ad asciugare, portate a spalla dagli operai che salgono su scalette di ferro fissate alle pareti. I clienti dell’impresa sono i commercianti di tessuti di Gallarate o Busto Arsizio, le consegne vengono effettuate con il carro trainato dai cavalli. Sul finire degli anni trenta Giannino Pigni, il figlio di Angelo nato nel 1918, inizia a lavorare al candeggio, affiancandosi al cugino Carluccio, il figlio di Gaspare nato nel 1910. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, come molti dei 10-15 dipendenti presenti in quel periodo in azienda, è chiamato alle armi. Dopo il 1943 si rifugia in Svizzera, dove conosce la sua futura moglie Margherita Fahrni. Terminata la guerra e rientrato a Fagnano Olona, Giannino riprende il lavoro di candeggiatore , introducendo un’innovazione che rende alcune operazioni meno faticose come l’utilizzo del motore elettrico per il sollevamento delle pezze nell’asciugatoio. Il cloruro di calcio è sostituito dall’ipoclorito di sodio o candeggina, un ossidante molto più efficace e tuttora utilizzato in questo tipo di industrie. Inoltre il carro per il trasporto delle pezze è rimpiazzato da un camion Dodge, residuato bellico. Nascita e primo sviluppo della Candeggio Valle Olona (1946-1970) Fiorentino Pigni, nato nel 1928 e fratello di Giannino, diploma di perito tessile conseguito a Como, nel 1946 s’inserisce nell’azienda di famiglia, seguendo soprattutto la parte commerciale. Nel 1950 muore Giuseppe Pigni, la cui quota sociale viene ereditata dal figlio Gaspare Luigi, nato nel 1899. Trascorrono gli anni ma l’impegno di Giannino e Fiorentino, entrambi dipendenti, non viene premiato con il loro ingresso nella società di famiglia: la “terza generazione”, in disaccordo con la seconda, decide allora di mettersi in proprio per diventare la prima generazione di una nuova impresa. Nasce così nel 1957 la Candeggio Valle Olona , registrata nell’anno successivo alla Camera di commercio di Varese come ditta individuale di Fiorentino Pigni. Nello stesso anno muore, ancora giovane, Carluccio. La Candeggio F.lli Pigni, gestita da persone ormai anziane, riduce l’attività per cessare definitivamente nel 1960. Giannino Pigni entra quindi come socio nella ditta del fratello, che si trasforma in società di fatto. Egli ha quattro figli, di cui due maschi destinati ad assumere, con gli anni settanta, la conduzione operativa dell’azienda: Claudio, nato a Berna nel 1950, e Adriano, nato a Fagnano Olona nel 1957. Il nuovo stabilimento , dotato di vasche di candeggio e di sistemi di asciugatura automatizzati, non è più “a valle” ma sorge nel centro abitato, in via Fornaci, ponendosi al riparo dalle frequenti e devastanti esondazioni dell’Olona, le cui acque risultano peraltro sempre più inquinate dagli scarichi industriali delle numerose fabbriche che sorgono lungo la sponda del fiume. La crescita della domanda di articoli tessili per la casa (dalle lenzuola alle tovaglie) e lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni si traducono in un forte aumento delle quantità di tessuti lavorati dal Candeggio Valle Olona, che annovera tra i suoi clienti importanti aziende nazionali spesso operanti nei mercati esteri. Nel 1966 l’attività si estende al finissaggio, ossia alle lavorazioni volte a migliorare l’aspetto e le proprietà di tessuti e filati. Nel 1968 la società di fatto si regolarizza nella snc “Candeggio Valle Olona dei F.lli Pigni Giannino e Fiorentino”. Alla fine del decennio viene introdotta la prima rameuse, voluminosa macchina utilizzata per asciugare e fissare in automatico il tessuto bagnato proveniente dalle vasche del candeggio. Lo sviluppo del finissaggio (1971-1990) Con l’aumento delle commesse, ciascuna delle quali può raggiungere rilevanti quantità di tessuto da trattare, viene introdotta nei primi anni settanta la produzione a ciclo continuo articolata su tre turni di lavoro. Esso non prevede, come del resto è sempre accaduto anche nel passato, la fase intermedia della stampa, tra candeggio e finissaggio, che viene effettuata presso altre aziende esterne.Più per volontà del padre che per vocazione personale, Adriano Pigni , ancor prima di conseguire il diploma di perito chimico, inizia a lavorare nell’azienda di famiglia, mentre il fratello Claudio conduce la vita dello studente universitario. È quest’ultimo tuttavia, laureatosi in scienze politiche, ad entrare per primo, nel 1976, nella compagine societaria, seguito l’anno dopo da Adriano. Nel 1979 entra in funzione nel vicino Comune di Cairate, in località Bolladello, un nuovo stabilimento unicamente dedicato alle operazioni di finissaggio (apprettatura, garzatura, calandratura ecc.), che conferiscono ai tessuti stampati le qualità richieste dai clienti. Per la sua gestione è creata la sas Finissaggio confezioni tessuti di Claudio Pigni & C, con Claudio socio accomandatario e Giannino, Fiorentino e Adriano soci accomandanti. Le competenze finanziarie di Claudio si integrano con quelle tecniche e commerciali di Adriano, che trova il suo “mentore” nello zio
Calzaturificio Star Artioli
Industria Calzaturificio Star Artioli DENOMINAZIONE SOCIALE | Calzaturificio Star spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione e commercio di calzature, generi affini, borse e valigie INDIRIZZO | Via Oslavia 3 | 21049 | Tradate (VA) CONTATTI | T. 0331-841322 | F. 0331-844564 | www.artioli.com L’apprendistato imprenditoriale e la fondazione dell’impresa (1918-1957 ) Ferrarese di nascita, nel 1912, Severino Artioli, all’età di soli sette anni, si reca a bottega, nel doposcuola, per imparare il mestiere di calzolaio. Alla fine della guerra, acquista un banchetto con tutti gli arnesi necessari e comincia a lavorare per proprio conto. Le calzature, infatti, sono ancora tutte fatte a mano, su misura, e sono ancora rare le esperienze di industrializzazione della lavorazione della scarpa . Fra queste, nasce proprio a Ferrara una delle prime fabbriche di calzature pret à porter, la Zenith, che avvia la produzione con macchine di provenienza statunitense prese soprattutto a noleggio. Severino Artioli viene assunto da questo calzaturificio, facendo rapidamente carriera al suo interno. Le speranze di nomina a direttore, dopo la morte improvvisa del proprietario, di cui Artioli è il beniamino, vengono però disattese dalla scelta, per questa posizione, di un altro tecnico. Severino Artioli, offeso e deluso, si licenzia quindi dalla Zenith ed inizia un lungo periodo di consulenza in vari calzaturifici per tutto il centro e il nord Italia. Nel 1932, Artioli diviene dirigente del Calzaturificio di Tradate; tre anni dopo, anche per evitare la chiamata alle armi per la guerra di Abissinia, lascia Tradate e lavora per il calzaturificio Battistini di Forlì, fornitore di calzature per l’esercito. Artioli è esonerato dalla chiamata militare e ciò si ripete anche quando nel 1940 ritorna al Calzaturificio di Tradate come direttore generale . Nel 1945 Severino Artioli decide di coinvolgere nel progetto di creare una propria fabbrica due colleghi del calzaturificio di Tradate: Angelo Millefanti, modellista di Busto Arsizio, e Eugenio Stefanotti, ex-direttore dei negozi “Tradate”. Nasce così il Calzaturificio Star srl. Il nome scelto richiama i nomi di due dei tre soci ma risente soprattutto della popolarità che i termini anglosassoni riscuotono in Italia nel dopoguerra. La lavorazione di Artioli si distingue per il suo carattere di alto artigianato; lo stabilimento passa in breve tempo da 7 a 110 operai, con una produzione di circa 36.000 paia annuali. Nel 1955 muore Stefanotti, gli eredi cedono la loro quota ad Artioli e Millefanti e la ragione sociale dell’impresa cambia in “Calzaturificio Star di Artioli e Millefanti snc”. Due anni dopo viene costruito un nuovo stabilimento e la sede viene spostata, sempre a Tradate, in via Meucci 12. Gli anni cinquanta e sessanta (1958-1969) Alla fine degli anni cinquanta, entra nell’impresa Vito, secondo dei quattro figli di Severino, prescelto dal padre a continuare nell’attività. Abile nel disegno e creativo, Vito Artioli da sempre aiuta il padre nell’impresa, soprattutto nei periodi estivi. Conclusi gli studi in Italia, svolge una lunga e formativa esperienza negli Stati Uniti dove studia anche marketing e pubbliche relazioni al Mit di Boston. Tornato in Italia, approfondisce le proprie competenze nel settore calzaturiero conseguendo il diploma di modellista e stilista calzaturiero presso l’Ars sutoria di Milano. Forte dell’esperienza maturata e delle competenze acquisite, Vito Artioli comincia ad occuparsi della vendita delle proprie calzature, in quel momento destinate per l’80% ai negozi del Calzaturificio di Varese. I loro ordini non sono però soddisfacenti: non solo i negozi pagano poco, ma costringono la Star a produrre modelli che Vito Artioli considera ormai vecchi e superati. Egli decide così di iniziare a disegnare la sua collezione su basi completamente innovative e, al tempo stesso, stilisticamente raffinate nelle forme, nel disegno e nei materiali. Queste nuove collezioni, pur ispirandosi alla tecnica artigianale di papà Severino che garantisce al prodotto leggerezza, calzabilità e una solidità quasi incorruttibile dal tempo, permettono a Vito di mettersi in luce dapprima nella vicina Svizzera e subito dopo nel Benelux, Francia ed Inghilterra. Il successo è tale da spingerlo a tentare la fortuna negli Stati Uniti: si allacciano inoltre legami stabili con negozi di abbigliamento statunitensi, che apprezzano il nome italiano Artioli più dell’anglosassone Star, e il successo di vendita sancisce la nascita del brand “Vito Artioli”. Nel 1966 viene liquidato il socio Millefanti e la denominazione sociale cambia in Calzaturificio Star di Artioli Severino e Vito snc. Negli Usa il successo delle sue scarpe innovative , anche per l’uso di pellami esotici, soprattutto lo struzzo, è tale da fornirgli i capitali necessari per un decisivo ammodernamento degli impianti e delle strutture dell’impresa. Gli anni settanta e ottanta (1970-1989) Nel 1973 il Calzaturificio Star assume la forma della società per azioni: Vito Artioli è amministratore unico della società, con il padre come procuratore speciale. La crisi del petrolio fa sentire i suoi effetti sul potere d’acquisto degli europei e degli statunitensi ed anche le vendite di Artioli ne risentono negativamente; si affaccia però, in questi stessi anni, un nuovo ricco mercato : quello arabo. Cresce la domanda di modelli estrosi, colorati, con tacchi alti e impreziositi da morsetti, fibbie e accessori anche in oro massiccio. La produzione tocca anche nicchie quali la scarpa da golf e lo stivale da polo su misura: Vito Artioli arriva a disegnare più di mille modelli all’anno e i clienti aumentano sempre di più. Accanto alle calzature, per soddisfare le richieste, si avvia anche la produzione di cinture in abbinamento con le scarpe, sempre su disegno di Vito Artioli, con la conseguente assunzione di artigiani cinturai. Si intraprende poi la produzione di piccola pelletteria, borse e valigeria sempre all’interno della fabbrica tradatese. A ditte esterne viene anche commissionata una produzione dedicata di guanti, ombrelli, cravatte e abbigliamento in pelle, calze e accessori vari, quali occhiali da sole e gemelli per polsini di camicie, fibbie e morsetti per scarpe. Sempre negli anni settanta si sperimenta la commercializzazione al minuto con un negozio multimarca a Tradate, tre a Varese e un monomarca a San Francisco. Una parte di questa attività è affidata alla moglie di Vito Artioli, Grazia Mascheroni, che viene
Brevetti Montolit
Industria Brevetti Montolit DENOMINAZIONE SOCIALE | Brevetti Montolit spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e commercio di attrezzature professionali per l’edilizia INDIRIZZO | Via Turconi 25 | 21050 | Cantello (VA) CONTATTI | T. 0332-419211 | F. 0332-418444 | www.montolit.com Vincenzo Montoli, meccanico e inventore (1946-1953) Il fondatore di questa impresa è Vincenzo Montoli, nato nel 1892 a Lozza. Negli anni giovanili Vincenzo lavora a Varese come garzone di un ciclista e tra i clienti del suo titolare è anche il leggendario Luigi Ganna. In questo laboratorio Montoli sviluppa passione e competenza per le riparazioni meccaniche, combinandole con una forte capacità creativa.Dopo alcuni anni come apprendista Vincenzo attrezza una propria officina per lavorazioni meccaniche in un piccolo locale presso la Folla di Malnate e in seguito prende in affitto dal Comune di Cantello alcune stanze nei pressi delle scuole. Con lui lavorano alcuni parenti e in questi anni, precedenti la costituzione formale dell’impresa, Montoli si applica allo studio di soluzioni e prodotti sia per l’uso industriale che per quello domestico. Negli anni quaranta, sempre grazie a intuizioni e applicazioni elaborate da lui stesso, Montoli si specializza nel settore degli utensili da taglio : forbici e cesoie per utilizzi diversi.Nel settembre 1946 viene registrata la società di fatto Montoli Vincenzo e Figli, costituita dal fondatore con Ezio e Egidio, nati rispettivamente nel 1924 e nel 1926 dal matrimonio di Vincenzo con Gioconda Cavadini, detta Carolina. L’anno seguente, nel luglio 1947, Vincenzo e i figli decidono di regolarizzare la società di fatto che trasformano, mantenendo la stessa denominazione, in società in nome collettivo. Nella nuova compagine societaria il padre mantiene la maggioranza assoluta (52%), i due figli hanno quote paritarie (20% ciascuno) e il capitale restante è in capo alla madre. Fin dalle sue prime esperienze imprenditoriali Vincenzo Montoli fonda la propria attività sulla ricerca e sullo sviluppo e comprende ben presto l’importanza della proprietà intellettuale nelle applicazioni industriali.Le sue prime invenzioni vengono subito brevettate , e questo termine, che oggi compare nella denominazione dell’impresa, è già presente nell’oggetto sociale della prima Vincenzo Montoli e Figli: “fabbricazione di cesoie brevettate”. Anche il nome Montolit, che dal 1978 è nella ragione sociale dell’impresa, viene utilizzato già negli anni cinquanta come marchio per i prodotti. L’idea di contrarre in un unico termine il proprio cognome con le prime lettere di Italia è del fondatore Vincenzo Montoli.I prodotti da taglio che decretano i primi successi dell’impresa coprono una varia gamma di impieghi, dalle cesoie per le lamiere metalliche alle forbici utilizzate in campo medico per la rimozione dei gessi. Anche i due figli seguono le orme di Vincenzo e si applicano con lui nello studio di prodotti innovativi e nella realizzazione di strumenti e utensili per applicazioni diverse. All’interno dell’impresa il maggiore Ezio, formatosi come disegnatore meccanico e forte di una precedente esperienza nella fabbrica di utensili Usag, assume una posizione di maggiore responsabilità mentre il fratello minore Egidio cura in particolare gli aspetti relativi alla produzione. Padre e figli sono immersi nel proprio lavoro cui dedicano tempo, energie e passione: in officina Vincenzo è riconoscibile per il camice nero da lavoro che indossa quotidianamente.Nel corso degli anni cinquanta i tre Montoli abbandonano lo sviluppo di forbici e cesoie per usi diversi mentre si dedicano in modo particolare alle applicazioni per il taglio di materiali destinati all’edilizia come piastrelle, marmi e tegole. Il prodotto simbolo di questo periodo è una versatile macchina “tagliaforapiastrelle”. Lo sviluppo quantitativo dell’attività e la produzione di macchine di dimensioni maggiori rendono necessario un ampliamento degli spazi con la costruzione dello stabilimento di Cantello, più volte ampliato nel ventennio successivo. L’Officina Montoli e gli utensili per il boom edilizio (1953-1977) Lo sviluppo della Montoli nel corso dei decenni successivi avviene a ridosso del settore edilizio per il quale vengono sviluppate macchine da taglio sempre più conformi alle necessità dei materiali e degli operatori professionali. Il lavoro in campo immobiliare è inesauribile in questo periodo e le attrezzature dell’impresa varesina trovano un mercato in rapida espansione. Dalle prime forniture a cantieri e posatori in territorio varesino la Montoli estende il proprio bacino di utenza prima alla regione e poi al territorio nazionale.La specializzazione nel trattamento di piastrelle e materiali lapidei colloca l’impresa in un settore di eccellenza dell’industria italiana, cosa che le consente di proporsi anche all’estero come fornitore di macchine per la loro lavorazione. La prima fase di internazionalizzazione del mercato coincide con un ripensamento dell’immagine che si concretizza negli anni sessanta con l’adozione della denominazione Officina Meccanica Montolit.L’espansione internazionale si realizza lungo due direttrici: la prima, di tipo promozionale, consiste nella partecipazione dell’impresa ai principali appuntamenti fieristici del settore, prima in Italia e in seguito all’estero. La seconda, di tipo organizzativo, è rappresentata dalla costituzione di una rete di agenti e rappresentanti in diversi Paesi.La robustezza e la facilità d’uso sono caratteristiche vincenti per i prodotti Montoli. Essi si adattano infatti alle esigenze degli utilizzatori finali di queste macchine che non sono operai meccanici specializzati ma muratori e posatori, spesso manovali di scarsa esperienza. L’ideazione e la messa a punto di questi utensili richiedono invece una capacità progettuale e realizzativa non comuni che Vincenzo e i suoi figli sono in grado di mettere a disposizione. Questa competenza viene riconosciuta, oltre che sul piano commerciale, anche in ambito pubblico: nel 1968 Vincenzo Montoli è nominato cavaliere del Lavoro dell’ordine al merito della Repubblica Italiana, nel 1971 riceve il premio Inventore Benemerito dall’Associazione italiana degli inventori; nel 1974 all’impresa viene consegnato il premio europeo Mercurio d’Oro. La continua espansione produttiva dell’Officina Montolit si concretizza con la costruzione del nuovo stabilimento di via Varese a Cantello che, grazie agli ampliamenti successivi, è tuttora utilizzato.All’inizio degli anni settanta iniziano a frequentare l’impresa anche i primi membri della terza generazione, nati dai matrimoni dei fratelli Montoli con le sorelle Caravati. Paola (1954) e Vincenzo (1959) sono i figli di Ezio e Giuliana; Barbara (1963) e Stefano (1971) quelli di Egidio e Angela. I nipoti iniziano a conoscere l’officina
Carlsberg Italia
Industria Carlsberg Italia DENOMINAZIONE SOCIALE | Carlsberg Italia spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio all’ingrosso di birra e bevande alcoliche e analcoliche INDIRIZZO | Via Olona 103 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 02-93536911 | www.birrificioporetti.it Dalla nascita della birra Poretti agli anni venti del Novecento (1877-1919) Angelo Poretti, nato nel 1829 a Vedano Olona, decide di lasciare in gioventù la provincia varesina per andare a lavorare tra Austria, Germania e Boemia prima come manovale, poi come operaio e infine come appaltatore di alcune linee ferroviarie. A metà degli anni Settanta, insieme alla moglie la boema Franziska Peterzilka, decide di tornare in Italia e d’investire la discreta ricchezza accumulata nella produzione della birra che tanto successo incontra nell’Europa centrale. La sua idea è quella di introdurre in Italia un nuovo tipo di birra – la boema Pilsner – che rispetto a quelle vendute fino a quel momento (la “Vienna” e la “Chiavenna”) è più leggera ed è prodotta con ingredienti di prima qualità. Della bontà dell’iniziativa si è convinto attraverso la sua lunga esperienza mitteleuroepa. A Induno Olona individua l’area dove costruire il proprio impianto. Si trova in prossimità delle grotte della Valganna, dove c’è una sorgente, detta “fontana degli ammalati”, molto famosa non solo nel circondario ma persino a Milano per i suoi effetti definiti “miracolosi”. Angelo Poretti acquista entrambi con un effetto pubblicitario immediato: l’acqua della “fontana degli ammalati” diventa la base della sue birra. In breve, acquista la fabbrica della cessata Amideria del Dones, fa arrivare dall’estero macchinari, materie prime e il primo mastro birraio. L’impresa, creata nel 1877 e formalizzata tre anni dopo con la costituzione della Poretti Angelo e C., conquista una grande popolarità qualche anno dopo, nel 1881, in occasione dell”Esposizione Universale che si tiene a Milano. L’elegante chalet svizzero che ospita l’azienda varesina, infatti, è letteralmente preso d’assalto da una folla di visitatori che vuole assaggiare la pilsner italiana. Negli anni seguenti, l’impresa cresce e questo nonostante un mercato allora come adesso caratterizzato da consumi pro-capite molto bassi rispetto alle media europea (oggi siamo intorno ai 30 litri) e un’estrema frammentazione dei punti vendita. Oltre alla sua esperienza imprenditoriale, Angelo Poretti è attivo anche nella vita pubblica ed economica. Negli anni, infatti, ricopre la carica di consigliere comunale a Varese e di sindaco a Vedano Olona, mentre a metà anni ’80 viene nominato presidente del Comitato permanente dell’associazione dei birrai. Non ha figli e alla sua morte, nell’ottobre del 1901, gli succedono i nipoti (figli delle sorelle) Edoardo Chiesa, i fratelli Angelo e Tranquillo Magnani e Francesco Bianchi (scomparso nel 1918). Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, l’azienda fa registrare risultati molto positivi tanto da inserirsi stabilmente al vertice della graduatoria nazionale per ettolitri di birra prodotti. Intanto, nel 1905, le accresciute esigenze produttive hanno spinto i due nipoti a rinnovare l’impianto produttivo di Induno Olona. Il progetto viene affidato allo studio tedesco Bihl e Woltz, che realizza uno stabilimento in puro stile Jugendstil in grado di coniugare perfettamente tecnologia industriale con l’arte. Gli eredi di Poretti e la cessione dell’impresa alla famiglia Bassetti (1920-1974) Nel dicembre del 1922, l’impresa si trasforma in società anonima per attrarre nuovi capitali e per avviare un nuovo processo di rimodellamento gestionale e organizzativo. L’operazione riesce ed è proprio il Credito Varesino ad entrare nel capitale sociale e questo rende possibile iniziare i lavori di ampliamento, realizzato in più fasi, del complesso produttivo. Nel maggio del 1924, proprio quando il mercato ricomincia ad inviare segnali di normalità dopo il difficile dopoguerra, scompare Angelo Magnani. Le conseguenze della grande crisi mondiale scoppiata nell’autunno del ’29, sono pesanti anche per la S.A. Birra Poretti. La produzione di birra, infatti, crollava dai 120 mila ettolitri del 1922 ai 14 mila del 1934. Nello stesso anno, muore Tranquillo Magnani e a dirigere l’impresa rimane il solo Edoardo Chiesa. Sono anni difficili, la particolare congiuntura spinge i consumi al ribasso e tra questo non può mancare anche la birra. Ormai sull’orlo della chiusura, nel gennaio del 1939, l’azienda viene salvata dalla famiglia Bassetti, che peraltro è già presente nel settore essendo proprietaria del birrificio Spluga di Chiavenna. Il legame profondo tra Varese ed il Birrificio Angelo Poretti è testimoniato in questo caso dal bar della stazione, completamente personalizzato con il marchio Poretti. Non solo un luogo di distribuzione, ma anche e soprattutto di comunicazione. Anni sessanta, Archivio d’impresa.Dal dopoguerra in avanti, sotto la guida del commendatore Giannino Bassetti, si concretizza il rilancio dell’impresa che arriva a produrre oltre mezzo milione di ettolitri di birra. Nel 1957, l’intera attività dello stabilimento chiavennasco della Birra Spluga è concentrato nell’impianto di Induno Olona. Nello stabilimento varesino lavorano fino a duecento operai, di cui un gran parte donne che si occupano solo dell’imbottigliamento. La manodopera femminile, tra gli anni ’60 e ’70, viene completamente sostituita da quella maschile. La crescita dell’impresa avviene non solo diversificando la produzione di birra, ma anche potenziando la struttura e la rete commerciale. Il lancio nel 1969 di un marchio destinato ad un grande successo come quello “Splügen Bock” e il lancio delle prime birre “dry” sono anche la concreta testimonianza dell’attività di ricerca e sviluppo svolta all’interno del laboratorio aziendale, che arriva alla fine degli anni Sessanta ad occupare una quindicina di tecnici. Lo shock petrolifero del 1973, tuttavia, ha conseguenze pesanti sulla vita dell’impresa varesina, che proprio in quel momento, con l’acquisizione dello stabilimento Henmed di Ceccano, che produceva col marchio “Skol”, nel Frusinate, sta tentando di allargare all’Italia centrale e meridionale il proprio mercato di vendita. Dagli anni Settanta al Duemila (1975-2000) Al forte rincaro delle principali voci di costo (materie prime, trasporti, energia, etc.) la Poretti risponde con alcuni tagli nell’organico, ma soprattutto siglando nel 1975 un accordo con il gruppo Carlsberg (ai tempi denominato United Breweries A/S in seguito alla fusione del 1970 tra Tuborg e Carlsberg) per la produzione e la commercializzazione dei marchi “Tuborg” e “Carlsberg” in Italia. In questi anni
Calzaturificio Romano Martegani srl
Industria Calzaturificio Romano Martegani srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Calzaturificio Romano Martegani srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di calzature e prodotti affini, abbigliamento e accessori INDIRIZZO | Via Trento e Trieste 35 | 21049 | Tradate (VA) CONTATTI | T. 0331-841129 | F. 0362-310629 L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1889-1949 ) Pietro Martegani, già commerciante di pellame, apre nel 1889 una modesta fabbrica di tomaie a Tradate. Nel 1891, fra le imprese clienti, figura un calzaturificio di Legnano prossimo alla chiusura e Martegani, insieme ad altri soci, decide di rilevarlo. Agli inizi del Novecento, rimasto unico socio, Pietro Martegani trasferisce l’attività a Tradate in via Manzoni, con il nome di “Calzaturificio di Tradate”. L’impresa arriva ad occupare, già nel 1911, una cinquantina di dipendenti. Nel corso della Prima guerra mondiale viene costruita una nuova sede che permette all’impresa di raggiungere una produzione media di 300 paia di scarpe al giorno. A guerra finita, il figlio maggiore di Pietro, Ettore Martegani, entra nell’impresa e il Calzaturificio di Tradate comincia la propria espansione. Vengono coinvolti anche gli altri figli Nino, Amedeo e Giuseppe (detto Peppino) e vengono acquistate macchine moderne. Grazie alla qualità dei prodotti e ai prezzi concorrenziali, le vendite crescono in Italia e all’estero (Austria, Germania, Jugoslavia e Siria) tanto che, nel 1926, l’impresa arriva ad annoverare 150 operai. In questo periodo Amedeo e Peppino escono dall’impresa per intraprendere una propria attività professionale. Il primo apre una catena di negozi sempre nel settore della calzature insieme a un ex rappresentante della Martegani; il secondo si trasferisce a Udine e lavora nel settore alberghiero. Pietro Martegani muore nel 1929 e l’impresa passa sotto il controllo dei figli Ettore e Nino. La produzione si amplia alle calzature da donna e per bambino e il Calzaturificio di Tradate apre, nei primi anni trenta, il suo primo negozio in via Speronari a Milano. La Seconda guerra mondiale porta un nuovo ulteriore sviluppo dell’impresa, grazie alle commesse statali per la fornitura di scarpe militari all’esercito. Nel dopoguerra, la fine delle commesse statali porta ad un calo della produzione e del fatturato. Nel 1948 Nino Martegani esce dall’impresa portando con sé la rete commerciale dei negozi col marchio “Tradate Martegani”, e negli anni successivi amplia la propria attività con nuovi punti vendita. Ettore Martegani, rimane dunque l’unico proprietario e amministratore del Calzaturificio di Tradate. Dagli anni cinquanta ai primi anni settanta (1950-1963) Nel 1950, l’impresa conta ormai ben 500 operai. Nello stesso anno, il figlio di Ettore, Romano Martegani, terminati gli studi liceali, si reca negli Stati Uniti presso i maggiori calzaturifici americani per acquisire dimestichezza con le macchine più moderne. Al suo ritorno inizia ad affiancare il padre dapprima seguendo la produzione, poi la modelleria ed infine la parte commerciale dell’impresa. Romano Martegani, gira l’Italia come rappresentante dei propri prodotti per circa tre anni, ma poi, spinto anche dal padre Ettore, comincia a rivolgersi ai mercati esteri. Nel frattempo, Romano Martegani, grazie alla frequentazione delle varie fiere di settore, matura la convinzione che la produzione calzaturiera della provincia di Varese stia subendo ormai la concorrenza dei distretti calzaturieri delle Marche e della Toscana che immettono sul mercato prodotti a prezzi inferiori grazie ad una manodopera meno costosa. Decide allora, in accordo col padre, di passare dalla produzione di articoli di media qualità ad una di articoli di lusso, con l’utilizzo di pelli pregiate e l’ideazione di modelli più ricercati. Ciò porta una variazione anche nel nome utilizzato per firmare i prodotti: non più “Calzaturificio di Tradate di Martegani”, ma “Martegani Tradate” che sul territorio si affianca al “Tradate Martegani” del fratello Nino. Nel 1957 Romano Martegani, il padre Ettore e le sorelle Giampiera e Luigia fondano una nuova società, il “Calzaturificio di Tradate di R. Martegani & C. sas” con Romano Martegani socio di maggioranza e accomandatario e la sede sociale e lo stabilimento nei nuovi locali in via Trento e Trieste sempre a Tradate. Subito dopo, nel 1959 la ragione sociale viene mutata in “Romart Calzaturificio Martegani di R. Martegani & C.”. Il passaggio alla produzione di qualità si accompagna ad un calo del numero di dipendenti che scende velocemente a 120 unità. A partire dal 1961, grazie ai frequenti viaggi di Romano Martegani, si sviluppa l’esportazione dell’impresa verso l’Estremo Oriente e gli Stati Uniti. Dagli anni Settanta agli anni Novanta (1964-1989) Nel 1964, Ettore Martegani lascia ufficialmente la società; nel 1966 viene aperto un nuovo laboratorio di produzione di calzature da uomo sempre a Tradate in via Carso. In questi anni, su impulso della madre di Romano, Afra della Chiesa, vengono aperti 6 negozi a Roma, gestiti personalmente da lei ma presto chiusi per volontà di Ettore che vuole mantenere la famiglia riunita a Tradate. Nel 1973, Ettore Martegani muore. Nello stesso anno, in coincidenza con un consistente aumento di capitale, la ragione sociale muta in “Calzaturificio Martegani di R. Martegani & C.”. Le esportazioni all’estero cominciano ad aumentare sensibilmente a partire dalla fine degli anni settanta. Il mercato principale è quello degli Stati Uniti d’America, che si avvia a rappresentare il 50% del fatturato dell’impresa. Romano Martegani apre un calzaturificio nelle Filippine con un socio del luogo e con Piero Adriano, figlio di Nino del quale continuerà l’attività commerciale fino alla metà degli anni ottanta. Questa scelta è dettata dai minor costi della manodopera poco qualificata e dall’esistenza di accordi commerciali che permettono l’esportazione dalle Filippine verso gli Stati Uniti con tariffe doganali molto basse. Questa operazione ha però breve vita, visto che la produzione nelle Filippine si mantiene molto al di sotto di quella ottenuta nello stabilimento in Italia. L’impresa, allora, decide, nei primi anni Ottanta, di aprire una consociata direttamente in America, la “Romano Martegani Usa”. Ciò consente di vendere direttamente sul mercato americano senza le procedure doganali che i compratori dovevano precedentemente affrontare importando dall’Italia, ampliando così sensibilmente il numero di clienti. Inizia in questo periodo la collaborazione della signora Mary Martinetti, moglie di Romano, che contribuisce in
BTicino
Industria BTicino DENOMINAZIONE SOCIALE | BTicino spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercializzazione soluzioni per le infrastrutture elettriche e digitali degli edifici residenziali, terziari ed industriali. INDIRIZZO | Viale Borri, 231 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-279111 | www.bticino.it Prime esperienze imprenditoriali dei tre fratelli Bassani (1936-1949 ) Le origini della BTicino risalgono al 1936, quando viene costituita la società di fatto A. L. Bassani, con sede a Milano in via Melzo 9. I fondatori sono i fratelli Arnaldo detto Aldo di trentatre anni, meccanico tornitore, e Luigi detto Gigino di 24, perito industriale diplomatosi all’Istituto Feltrinelli di Milano. I ragazzi hanno l’elettricità nel sangue, non solo in quanto appartenenti alla generazione del futurismo ma soprattutto per il fatto che il padre Cesare ha lavorato una vita nella centrale elettrica di Vizzola Ticino. Nei primi due anni l’impresa si dedica alla produzione di guarnizioni per bottoni rifornendo l’impresa di confezioni delle sorelle Bassani, attive nei dintorni di Gallarate. Già dal 1938 tuttavia, con il trasferimento nella sede di piazza Grandi e nel vicino capannone di via Piolti de’ Bianchi, inizia la produzione di minuterie metalliche destinate all’industria elettrica e meccanica.I due fratelli sono soci con quote paritarie ma è Luigi che amministra la società mentre Aldo si occupa delle linee produttive. Nei primi anni di attività la società si afferma sul mercato nazionale e cresce in dimensioni: Gigino cura personalmente l’assunzione di un nutrito gruppo di operaie del paese bergamasco di Grumello al Monte, noto per la lavorazione dei bottoni. La crescita deve tuttavia fare i conti con il difficile contesto bellico che costringe i fratelli, dopo i primi bombardamenti, a trasferire lo stabilimento e gli uffici a Besnate e Arnate, vicino a Gallarate. Negli ultimi mesi di guerra la società acquisisce a Bizzozzero, in un’area agricola alle porte di Varese, un vasto terreno dove inizia la costruzione del primo capannone di quello che ancora oggi è il suo maggiore insediamento industriale.La ripresa dell’attività negli anni della Ricostruzione vede l’ingresso nell’attività del più giovane dei fratelli Bassani, Ermanno. Nel giugno 1948 i tre costituiscono la Ticino Interruttori Elettrici spa che pochi mesi dopo muta denominazione in Bassani spa e incorpora la A.L. Bassani. Il nome Ticino, dato alla serie di interruttori più utilizzata nel dopoguerra e al marchio con cui in seguito verranno commercializzati tutti i prodotti dell’impresa, è ispirato al ricordo del padre e della centrale di Vizzola. Gli anni di Gigino Bassani (1950-1968) Nella Bassani spa, Luigi siede al vertice del consiglio di amministrazione e detiene le principali deleghe operative, Aldo resta solo per alcuni anni nell’impresa per poi avviare un’attività in proprio, mentre il contributo di Ermanno si rivela decisivo nel settore commerciale. Nel 1949 la Bassani conta otto depositi, gestiti da propri rappresentanti, ben distribuiti sul territorio nazionale e nel 1953 avvia la prima esportazione diretta in Svezia con una fornitura di supporti per lampade al neon. Nel secondo dopoguerra la ricostruzione di edifici e fabbriche e l’innalzamento degli standard abitativi garantiscono all’impresa, per alcuni decenni, un mercato, per i propri prodotti che si distinguono per efficienza e praticità, inesauribile. Nello stabilimento di Bizzozzero il personale continua ad aumentare e l’area si arrichisce rapidamente di nuovi capannoni. Le straordinarie capacità imprenditoriali di Gigino Bassani si fondano su una spiccata percezione delle tendenze del mercato ma anche su una preparazione tecnica che gli consente di progettare personalmente soluzioni d’avanguardia sul piano dei prodotti e dei processi industriali. Nel 1954, ad esempio, un suo progetto porta all’installazione di presse girevoli automatizzate che consentono una riduzione della fatica per gli operai con un aumento della produttività. Durante gli anni sessanta l’impresa, che ha colto l’importanza cruciale della ricerca e dell’innovazione, sviluppa un proprio Centro studi cui nel 1964 viene dedicata una sede presso la villa di famiglia a Poggio di Casciago, acquistata dalla famiglia Pirelli. Uno dei motti di Gigino Bassani è: «Se c’è qualcosa di nuovo da studiare e realizzare […]dobbiamo farlo noi della Ticino, e per primi». La Bassani alla fine degli anni sessanta conta circa 5.000 dipendenti, metà dei quali lavorano presso lo stabilimento di Bizzozzero e nel 1969 il fatturato della società supera i 17 miliardi di lire; l’incremento della produzione si è assestato attorno al 500%, con una punta superiore al 1200% riferita alle forniture per uso industriale. Al successo commerciale dell’impresa contribuiscono diversi fattori: uno di questi è la progettazione modulare che facilita successivi ampliamenti degli impianti, introdotta nel 1961 con la serie Magic. La sicurezza garantita dai prodotti Ticino è un altro di questi fattori: già nel 1953 gli interruttori per uso industriale vengono dotati di fusibili fino a 100 Ampere e dalla seconda metà degli anni sessanta vengono brevettati gli interruttori “salvavita” e “salvamotore” i cui nomi hanno avuto una estesa diffusione nel linguaggio ma sono nati come marchi d’impresa. La politica dell’impresa di fornire formazione specifica a elettricisti e installatori garantisce una platea di clienti fidelizzati e competenti. Inoltre anche l’attenzione data alla presentazione estetica dei prodotti contribuisce all’affermazione del marchio e del design. Le relazioni industriali all’interno della Bassani rispecchiano una concezione dell’impresa come luogo in cui il successo dipende dal concorso di ciascuno con il proprio lavoro e le proprie idee. Il presidente, che tutto il personale chiama signor Gigino, cerca il rapporto diretto con i lavoratori interessandosi, per quanto possibile, dei problemi di ciascuno e cercando con la sua presenza di garantirne il benessere e le condizioni di lavoro. Fondendo suggestioni olivettiane e paternalismo in una visione ordinata e disciplinata della fabbrica, la Bassani promuove strumenti per il dialogo interno, programmi di assistenza e di formazione, sistemi di valutazione e di autovalutazione per i propri dipendenti. Dipende anche da questa trama di relazioni interne il fatto che l’impresa si presenti alla stagione dei grandi conflitti sindacali senza la minima tensione latente al proprio interno. Negli stessi anni l’impresa sviluppa, in collaborazione con l’amministrazione carceraria, un progetto di recupero al lavoro dei detenuti che la porta a costituire laboratori
Antonluigi Castiglioni
Industria Antonluigi Castiglioni DENOMINAZIONE SOCIALE | Antonluigi Castiglioni sas di G. e A. Castiglioni & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Creazione disegni jacquard, padiglioni jacquard – trecce saxon’s INDIRIZZO | Via Confalonieri, 10 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-631463 | F. 0331- 631659 | www.jacquard-center.com La vocazione dello jacquard, dall’officina allo studio tessile (1863-1926) Nel 1863 Giovanni Castiglioni fonda a Busto Arsizio un’officina meccanica, con annessa fonderia, specializzata nella produzione di macchine jacquard, ratières ed accessori per tessitura. La ditta vive un importante momento di visibilità internazionale partecipando all’Esposizione universale di Parigi del 1889. Nel 1893 l’attività industriale passa nelle mani di due dei cinque figli del fondatore, Giuseppe e Carlo, mentre le sorelle Teresa e Delfina e il fratello Antonio seguono altre strade. In questa fase l’azienda sceglie di realizzare in proprio i disegni per i telai jacquard, acquistando macchine per leggere il disegno dalla messincarta e forare le corrispondenti matrici di cartone. Le macchine che escono dall’officina Castiglioni sono molto versatili: a una o due levate, applicabili a telai a mano o a quelli meccanici, in legno o in ghisa, sono in grado di raggiungere la ragguardevole velocità di oltre 200 colpi al minuto. I destinatari dei loro prodotti sono le manifatture tessili che fabbricano tessuti operati come fazzoletti, tovaglie, salviette e tele quadrettate. I principali clienti sono le tessiture locali ma i prodotti dell’azienda sono conosciuti anche in mercati lontani, come quello latino-americano. Disegno tecnico della montatura di un padiglione jacquard ad opera di Antonluigi Castiglioni. 1924, Archivio d’impresa. Nel 1897 Carlo lascia al fratello Giuseppe la guida di un’azienda che ha raggiunto grandi dimensioni, con due stabilimenti collocati su un’area di 5.000 metri quadri e più di cento operai, in grado di fabbricare molti tipi di macchine e accessori per l’industria tessile. Il figlio maggiore di Giuseppe e Martina Crespi, Giovanni, si dedica assieme alla moglie Nena De Silvestri ad una sfortunata attività imprenditoriale, un ricamificio a Tradate. Il figlio minore, Antonluigi (1899-1986), dopo aver combattuto poco più che adolescente nella Prima guerra mondiale, affina la sua abilità nel disegno manuale lavorando nell’azienda di famiglia e precisamente nello studio tecnico per disegni di tessuti. All’epoca questo ufficio era di secondaria importanza rispetto alle attività produttive sviluppate dalle officine; forniva consulenze ed effettuava perizie per soddisfare le richieste della clientela più esigente. La scelta del titolare Giuseppe Castiglioni di riappianare i debiti contratti dal figlio Giovanni è all’origine dei problemi finanziari dell’azienda. Quella di Giovanni fallisce e lui trova lavoro come impiegato comunale; la ditta intestata a Giuseppe Castiglioni cessa invece l’attività intorno alla metà degli anni venti. La scelta di Antonluigi: dalla produzione alla consulenza tecnico-artistica (1927-1961) Antonluigi decide di proseguire per conto proprio l’attività già svolta in precedenza e nel gennaio 1927 dà vita ad una ditta individuale, la “G. Castiglioni di Antonluigi Castiglioni. Studio tecnico d’arte tessile” avente come scopo la produzione di messincarte e la creazione di disegni per tessuti. La sede resta a Busto Arsizio in un laboratorio di via San Michele 11. Decisivo per la nascita dello Studio è l’aiuto economico fornito dalla famiglia della moglie, Giuseppina Galli, maestra elementare, la cui sorella è un’imprenditrice serica di Nova Milanese. Nel 1927 nasce anche il primo figlio della coppia, Eugenio. Nel 1935 Antonluigi affianca all’attività di realizzazione di motivi grafici e disegni per la tessitura jacquard la produzione di padiglioni per macchine jacquard. Nel 1930 trasferisce la sede aziendale e la propria abitazione in via Poerio 3, in un edificio meno angusto del precedente e nel 1935 la famiglia si amplia con la nascita del secondogenito Giancarlo. Messincarta per tessuto tovagliato. 1960, Archivio d’impresa. La produzione di tessuti jacquard subisce una secca battuta d’arresto durante la Seconda guerra mondiale. Dapprima cala drasticamente la domanda dei tessuti più ricercati, decorati con disegni raffinati, indirizzandosi verso quelli più ordinari, finché il Governo non ne vieta espressamente la produzione. Pertanto lo Studio di Antonluigi deve momentaneamente sospendere la sua attività. Ancora una volta interviene in suo aiuto la famiglia Galli: Antonluigi durante la guerra lavora per la stamperia di foulard della cognata Rosa. Per conto di questa, ad esempio, decora con la tecnica della pirografia dei cuscini da spedire in Africa. L’antica attività dello studio tecnico nel settore delle forniture ai tessitori di jacquard riprende dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Eugenio consegue il diploma di ragioniere e inizia a collaborare con il padre. Antonluigi Castiglioni e la moglie Giuseppina Galli. 1962, Archivio di famiglia. Nel luglio 1954 viene fondata una società in accomandita semplice per la compravendita e la gestione di immobili con la ragione sociale “Galpi di Antonluigi Castiglioni & C.”. Il nome è composto dalle iniziali della moglie di Antonluigi, Galli Pina. Nella società vengono infatti affiancati al titolare come soci accomandanti la moglie Giuseppina e il figlio maggiore Eugenio. La”Galpi” e la “Antonluigi Castiglioni” cessano ufficialmente nel dicembre 1957. Il loro posto viene preso da una nuova società, la “Accomandita semplice Antonluigi Castiglioni & C.”. Fra i soci accomandanti questa volta compare anche Giancarlo, ormai maggiorenne, che si è preparato a proseguire l’attività di famiglia frequentando studi tecnici nel settore tessile. Alla fine degli anni cinquanta l’azienda ha alle sue dipendenze quindici operai e tre impiegati. Eugenio si sposa nel 1956 con Luisa Colombo. Per ampliare le potenzialità produttive dell’azienda e per consentire ai figli di avere un appartamento accanto al laboratorio, Antonluigi decide il trasferimento in via Federico Confalonieri 10, dove dal gennaio 1958 è stato approntato un nuovo e più capiente capannone e dove ancora oggi si trovano il laboratorio e gli uffici dell’azienda. Anche Giancarlo vi si trasferisce nel 1961, anno in cui si sposa con Laura Wagner. L’edificio storico di via Poerio, dove vivono Antonluigi e la moglie, non viene abbandonato e nel gennaio 1965 l’azienda vi apre un laboratorio di tessitura per conto terzi, che resterà in vita fino al 1969: si tratta di un reparto che esegue la tessitura di articoli di spugna.
Ambrogio Bernasconi
Industria Ambrogio Bernasconi DENOMINAZIONE SOCIALE | Ambrogio Bernasconi srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di accessori per ombrelli, bastoni da passeggio e appoggio INDIRIZZO | Via Alberto da Giussano 13 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793084 | F. 0331- 793894 | www.bastonaio.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1922-1934) Negli ultimi anni dell’Ottocento, Ambrogio Bernasconi, ancora adolescente, lavora presso la ditta Lana di Gallarate specializzata nella produzione di bocchini in corno per pipe. Maturata un’ampia esperienza nella lavorazione del corno, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, Ambrogio Bernasconi avvia con due soci un’attività in proprio per la produzione di bocchini da pipa e da sigaretta, in via Garibaldi a Crenna di Gallarate. A guerra conclusa, Bernasconi liquida i suoi soci, avvalendosi dell’aiuto della moglie, Enrichetta Rovizzoli, nel proseguimento dell’attività, d’ora in poi a stretta conduzione familiare. L’impresa, oltre ad accessori per fumatori, produce impugnature per biciclette e manici per ombrelli in corno, sfruttando lo stesso materiale e le stesse competenze di lavorazione acquisite nella produzione di bocchini. Il corno, infatti, viene acquistato intero e successivamente diviso in tre tagli: la punta, per i bocchini delle pipe, il taglio in mezzo per le manopole per le biciclette e per i manici di ombrelli e la parte finale, rivenduta, per la produzione di pettini. Nel 1925 entra nella ditta di famiglia il figlio maggiore di Ambrogio, Isidoro Bernasconi, e successivamente, verso il 1930, anche il secondo figlio, Enrico Carlo, avrà parte attiva nell’impresa che diviene una società di fatto. L’ingresso dei figli segna un cambiamento nel prodotto dell’impresa che dapprima abbandona la produzione degli articoli per fumatori e poi anche delle manopole per biciclette, concentrandosi sugli accessori per ombrelli (manici, bastoni, punte degli ombrelli). Tale scelta è dettata dalla volontà di concentrarsi sull’articolo di produzione più redditizio e di svilupparlo con l’utilizzo di altri materiali, quali il legno e la pelle, avvalendosi dell’esperienza portata da Enrico Carlo Bernasconi che aveva precedentemente lavorato in una fabbrica di scarpe, la Marelli di Gallarate. Sempre intorno al 1930, l’impresa, subentrando nei locali occupati precedentemente da una carpenteria, si sposta nell’attuale sede che conoscerà diverse ristrutturazioni e ampliamenti negli anni successivi. Dal 1935 al 1960 Nella seconda metà degli anni trenta, Isidoro ed Enrico Carlo Bernasconi, assumono di fatto la conduzione dell’impresa affiancandosi al padre Ambrogio. L’avvento della Seconda guerra mondiale, però, costringe i due fratelli al servizio militare tenendoli forzatamente lontani dall’impresa fino al termine del periodo bellico. Nel 1949 l’attività della ditta viene ereditata dalla nuova società “Ambrogio Bernasconi di Bernasconi Isidoro e Bernasconi Enrico Carlo & c. Sas”, che vede Ambrogio Bernasconi socio accomandatario e i suoi due figli soci accomandanti. Isidoro si occupa della produzione e della parte commerciale dell’attività, Enrico Carlo, invece, cura il rinnovo della produzione con l’ideazione di nuovi modelli. Con l’avvento della plastica, l’impresa nel corso degli anni cinquanta si amplia e acquista nuove macchine per la produzione. Unica nel suo settore si dota di una officina meccanica con un attrezzista fisso in fabbrica. Ciò permette una rapida e assai meno onerosa realizzazione di stampi per la produzione di nuovi modelli, senza dover dipendere da fornitori esterni, e assicura al contempo una manutenzione continua e immediata delle macchine. Parallelamente il numero degli operai sale fino a toccare i cinquanta addetti. Impugnature in corno degli anni cinquanta. 2007, Archivio Centro per la cultura d’impresa. L’espansione dell’impresa è resa possibile principalmente grazie all’esportazione del prodotto negli Stati Uniti, avviata già durante la guerra, che permette di annullare gli effetti negativi dovuti ad una produzione tipicamente stagionale come quella degli ombrelli. I tempi di consegna, data la distanza del mercato, costringono i committenti ad ordinare in primavera, permettendo così all’impresa di lavorare a pieno ritmo anche nel periodo estivo. Inoltre i profitti derivati dall’esportazione consentono all’impresa, che pure è soggetta a un ciclo stagionale, a operare con continuità nel corso dell’anno con vantaggio per l’occupazione. La vendita negli Stati Uniti comporta la realizzazione di un preciso campionario, per cui ci si avvale del rappresentante americano dell’impresa, distinto da quello destinato al mercato europeo e realizzato dai due fratelli. Negli anni cinquanta Ambrogio Bernasconi e le famiglie dei due figli si trasferiscono in una casa adiacente alla fabbrica. Dal 1961 al 1989 Nel 1961 i due fratelli Bernasconi divengono entrambi soci accomandatari della società, sancendo ufficialmente il ritiro dall’attività del padre Ambrogio. Gli anni sessanta si caratterizzano per la forte esportazione verso gli Stati Uniti, circa il 60% dell’intera produzione, e vedono la presenza attiva nell’impresa della terza generazione Bernasconi: i figli di Isidoro, Ambrogio e Francesco, e i figli di Enrico Carlo, Umberto e Sergio. A Francesco Bernasconi, a tempo pieno nell’impresa dal 1969, viene affidata dal padre la parte commerciale e in particolar modo i rapporti con i mercati esteri. Qualche anno dopo, Umberto Bernasconi, figlio di Enrico Carlo, viene incaricato della contabilità dell’impresa. Nel frattempo l’acquisto di macchine ad iniezione diretta comporta un notevole aumento del numero di pezzi prodotti. Si amplia di conseguenza la sede con la costruzione di un nuovo capannone e tutti gli anni settanta si rivelano anni molto positivi per l’impresa. Nel 1974, alla morte di Ambrogio Bernasconi, la società vede l’ingresso ufficiale della terza generazione dei membri della famiglia. La famiglia Bernasconi. Da sinistra: Umberto, Enrico Carlo, Franco e Isidoro. 1988, Archivio d’impresa.Il processo di espansione dell’impresa si interrompe intorno alla metà degli anni ottanta, quando la Bernasconi perde il mercato americano, sostituito da nuovi mercati europei nei quali viene attivata una rete di rappresentanti. Le vendite in Francia, Inghilterra e Spagna, con la produzione di linee di modelli dedicate ad ogni singolo paese, riescono a compensare completamente la perdita del mercato statunitense. La percentuale di produzione esportata si mantiene, quindi, alta. Nel 1988, la necessità di trovare fonti di profitto collaterali porta all’apertura di uno spaccio presso la sede – per la vendita di ombrelli, bastoni e piccola pelletteria – e ad ampliare l’oggetto sociale all’abbigliamento, strada che tuttavia non viene percorsa. Dal
Aletti Giovanni & figli
Industria Aletti Giovanni & figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Aletti Giovanni e Figli Srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Costruzione e installazione di macchine e apparecchi per l’industria delle pelli, del cuoio e delle calzature INDIRIZZO | Via Tiepolo, 14 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-334664 | F. 0332-331917 | www.sueding.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1920-1949) Giovanni Aletti, nato nel 1890, inizia a lavorare come meccanico presso la Macchi di Varese negli anni appena successivi la Prima guerra mondiale. In seguito svolge l’attività di meccanico manutentore presso la Cornelia Conciaria, azienda che come altre del suo settore aveva sede lungo il corso del fiume Olona, allora distretto conciario tra i principali in Italia. Il figlio Franco, nato nel 1920, si forma come tecnico progettista seguendo i corsi serali delle scuole tecniche di Varese e lavorando presso l’azienda meccanica Leopoldo Pontiggia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, Giovanni decide di coinvolgere il figlio in una attività di costruzione di macchine per conceria. A quei tempi il settore presenta ottime prospettive di crescita: le industrie conciarie tedesche non reggono la concorrenza di quelle italiane che possono avvantaggiarsi di minori costi di manodopera. Nei primi mesi del 1946, nell’abitazione di Giovanni, con l’aiuto degli altri figli Ezio e Pietro, viene così progettata la prima macchina smerigliatrice, poi realizzata in sei unità. I capitali iniziali vengono forniti da Armando Pizzocaro di Milano, importatore delle macchine per conceria tedesche, che nutriva forte fiducia nelle possibilità del nuovo modello. L’assemblamento avviene nel garage di casa, i pezzi sono realizzati nelle numerose aziende meccaniche e fonderie diffuse un tempo nella zona. Queste macchine, simili per concezione a quelle tedesche ma più grandi e più moderne, saranno vendute in Veneto dal figlio Franco. In questa fase, Franco abbandona la Pontiggia per incompatibilità tra il ruolo di lavoratore dipendente e quello di costruttore in proprio: nel 1947 vede la luce la società di fatto “Giovanni Aletti e figli”. L’attività negli anni Cinquanta e Sessanta (1950-1969) Negli anni cinquanta l’impresa può già godere di un archivio disegni grazie alla precedente attività di Franco. Peraltro egli coinvolge nell’impresa nuovi tecnici provenienti dalla Leopoldo Pontiggia che conosce personalmente e con i quali condivide la formazione tecnica. In questo periodo i membri della famiglia si fanno carico dell’organizzazione funzionale interna: i fratelli Ezio e Pietro (chiamato Carlo) si occupano della produzione, Franco segue un percorso più propriamente imprenditoriale passando via via dalla progettazione alla parte commerciale e finanziaria. Nel 1959, l’impresa si trasferisce dall’abitazione di Giovanni in via Vanetti ad un piccolo capannone di via Tiepolo. Tutte le parti delle macchine sono costruite internamente, escluse le fusioni realizzate da fonderie locali. La produzione si amplia alla rasatrice e ad altre macchine per il finissaggio della pelle. Il mercato di vendita è costituito soprattutto dai distretti conciari del Veneto, della Toscana, delle zone di Varese, di Turbigo e Castano Primo (MI) e di Avellino. Alla fine degli anni cinquanta l’impresa comincia a intessere rapporti commerciali con la Francia e il Nord Africa francese grazie alla partecipazione alla “Semaine du cuire”di Parigi, la più importante fiera europea dell’industria conciaria fino alla sua ultima edizione del 1997. Nel corso degli anni sessanta l’esportazione di macchine interessa anche i paesi dell’Est europeo. La presenza sul mercato internazionale costringe l’impresa a difendere l’originalità dei propri progetti attraverso il deposito dei brevetti. Gli anni settanta e ottanta (1970-1989) L’inizio degli anni settanta segna la crisi delle industrie conciarie della Val d’Olona, parallelamente la diffusione dell’industria meccanica per conceria negli altri distretti conciari porta l’azienda ad individuare nell’esportazione una nuova via di crescita. Gli anni settanta e ottanta segnano il massimo sviluppo dell’azienda che mantiene le vendite in Europa per le produzioni di qualità ed esporta in Turchia, mercato che si sostituisce a quello nord africano. Il mercato di riferimento è però l’India, il paese in cui l’azienda ha venduto il numero maggiore di macchine. L’impresa, in questo periodo, supera i 50 dipendenti. In questi anni la terza generazione della famiglia Aletti inizia a lavorare nell’impresa, anche se in realtà i nipoti di Giovanni già durante le vacanze estive erano soliti lavorare in officina per fare esperienza Dagli anni Novanta ad oggi (1990-2006) Nel 1989 la Aletti e figli diventa una società a responsabilità limitata con l’ingresso della terza generazione. Carlo, il figlio di Ezio, si dedica alla produzione, Marco ed Ezio, figli di Franco, seguono percorsi diversi. Ezio finiti gli studi liceali, affianca il padre nel settore commerciale; Marco si laurea in ingegneria collaborando costantemente durante gli studi con l’ufficio tecnico. Negli anni passa poi a occuparsi degli aspetti finanziari. I contatti internazionali si ampliano estendendosi a paesi dell’Asia, alla Russia, agli Stati Uniti e al sud America. Nel corso degli anni novanta la parte della famiglia costituita da Pietro Aletti e dai suoi figli viene liquidata con una cessione di una parte degli immobili. La decisione si riflette negativamente sulla produttività dell’impresa che non sfrutta le opportunità di crescita offerte dai nuovi mercati esteri. Nel 1998 muore Franco Aletti e gli succede nella carica di presidente il figlio Marco. Il ridimensionamento quantitativo del mercato e la più facile reperibilità commerciale dei componenti meccanici, spingono l’impresa a mantenere all’interno soltanto la progettazione e l’assemblaggio finale, appoggiandosi a terzi per il resto. Questo ha determinato una contrazione della struttura produttiva che oggi è scesa a 20 dipendenti. La produzione verte sempre più sulla “personalizzazione” delle macchine seguendo le specifiche richieste dei clienti. La gamma dei prodotti si espande fino a raggiungere i 14 modelli attuali (smerigliatrice, rasatrice, “messa al vento” per pelli bovine, tutte le macchine necessarie per le pelli ovo-caprine). Il 90% della produzione è rivolta al mercato estero. Grazie agli investimenti nella ricerca (l’8% del fatturato), l’impresa si inserisce anche nel settore tessile e della gomma con smerigliatrici dedicate. La differenziazione dei prodotti consente oggi all’impresa di mantenere gli stessi fatturati raggiunti negli anni novanta, che sono stati i maggiori nella storia dell’impresa, a fronte della concorrenza estera della Cina. L’intensa attività di progettazione, come per il passato, è accompagnata dalla
A. Molina & C. spa
Industria A. Molina & C. spa DENOMINAZIONE SOCIALE | A. Molina & C. spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | sviluppo e lavorazione di piuma., piumini e materiali fibrosi per imbottiture. Produzione di manufatti finiti per letto e arredamento. INDIRIZZO | Via Dante Alighieri 36 | 21050 | Cairate (VA) CONTATTI | T. 0331-360730 | F. 0331-360838 | www.molinapiumi.it L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1927-1951) Verso la fine dell’Ottocento Angelo Molina, di origini piemontesi, inizia un’attività di raccolta delle piume d’oca che imballate e selezionate vengono spedite all’estero. Le oche sono molto diffuse nelle campagne irrigue del Novarese e della Lomellina e già note per la qualità del loro piumino. Nei primi del Novecento, il figlio di Molina, Agostino, intraprende, a Cairate, una vera e propria attività di commercializzazione delle piume grezze ma l’impresa viene regolarizzata solo nel 1927 come società di fatto con la denominazione A. Molina & C.. Nel 1929 la società si trasforma in s.n.c. con il fondatore Agostino Molina e l’appoggio dei cugini Francesco e Primo Molina che muore nello stesso anno. Nell’impresa vengono coinvolti anche i figli di Agostino, Angelo e Antonio. Anche se la prima selezionatrice meccanica delle piume, prodotta in Germania, risale al 1920, solo a partire dal 1930 l’impresa introduce le prime lavorazioni della piuma quali la depolverizzazione e la selezione della merce grezza. Nel 1938 all’oggetto sociale si aggiunge il commercio delle pelli grezze da pellicceria e guanteria: tradizionalmente, infatti, chi raccoglieva le piume d’oca trattava generalmente anche pelli animali. Nel secondo dopoguerra con lo sviluppo tecnologico del settore viene introdotta la prima linea completa di lavorazione (depolverizzazione, lavaggio, centrifugazione, bonifica igienico-sanitaria, selezione). Il mercato nazionale inizia la sua fase di espansione post bellica ed aumenta la richiesta delle piume per gli imbottiti (divani, cuscini, poltrone) dell’industria del mobile del vicino distretto dell’arredamento brianzolo. (1952-1976) Nel 1952 muore Agostino Molina e i figli Antonio e Angelo restano proprietari alla pari. La conduzione famigliare dell’impresa si riflette anche nella scelta dell’abitazione. Antonio e Angelo risiedono in una casa costruita dal padre adiacente l’impresa e i loro figli crescono “respirando l’aria della fabbrica”, giocano con i figli dei dipendenti e familiarizzano con la produzione seguendo i genitori nelle fiere campionarie. Nel 1953 viene abbandonata la commercializzazione di pelli gregge da pellicceria per dedicarsi interamente alla lavorazione delle piume e piumini ed entrare nel nuovo settore emergente delle imbottiture per abbigliamento sportivo tecnico, in particolare per l’alto alpinismo. E’ un piumino Molina quello che accompagna la spedizione italiana sul K2 nel 1954. Gli anni sessanta con lo sviluppo della chimica e l’introduzione di prodotti come la gommapiuma sembra mettere in difficoltà la produzione di imbottiture naturali. In quello stesso periodo, nel 1968, muore Antonio Molina e la sua quota viene suddivisa in parti eguali tra i figli Agostino, Mario ed Angelo. Anche la vedova di Antonio, Angela Meana, rimane coinvolta nell’impresa. In questo periodo si consolida la presenza della A. Molina & C. nel settore del mobile imbottito. Parallelamente si evolve il compartimento dell’abbigliamento tecnico dal quale emerge successivamente l’abbigliamento “moda”, tipicamente italiano, all’interno del quale il piumino d’oca acquisisce spazi importanti. Nel corso degli anni l’impresa conosce un grandissimo sviluppo: nel 1972 viene raddoppiato il ciclo di produzione della piuma, nel 1974 viene aggiunta una terza linea. Nel 1975, entra in società Agostino Luigi Molina, figlio di Angelo, che prende progressivamente le redini dell’impresa e già nel 1977 è socio di maggioranza. Agostino Luigi segue principalmente la parte commerciale, coadiuvato dal cugino Angelo Molina junior che, occupandosi del processo di lavorazione, è colui che riesce a dare una impronta industriale all’impresa. Tessilpiuma e la diversificazione del prodotto (1977-1989) Nel 1977, parallelamente alla lavorazione delle piume, si avvia una produzione di trapunte e guanciali: per gestire questa attività viene creata la Tessilpiuma S.r.l. Su suggerimento di Angelo Molina, si entra così decisamente nel settore del bedding con capi di alta qualità, inizialmente a livello sartoriale. Questa attività viene affidata alla moglie di Angelo junior, Maria Rosa Alberti introducendo una innovazione nella consuetudine familiare che vedeva le funzioni imprenditoriali affidate ai soli uomini. La nuova impresa permette alla Molina di essere direttamente presente in un settore della propria produzione, in modo da poter conoscere i mercati e i loro cambiamenti, cosa altrimenti difficile per un produttore di materie prime. D’altro canto, la Molina rinuncia a produrre cuscini imbottiti per l’industria del mobile per non porsi in concorrenza con i suoi stessi clienti, cioè le aziende di trasformazione. Nel 1981 la Molina diviene società a responsabilità limitata, con Angelo Molina junior alla presidenza e Agostino Luigi quale vice. Nella produzione viene introdotto il ciclo continuo su tre turni di lavoro. Nello stesso anno, la Molina promuove, con altre imprese italiane del settore, la costituzione di Assopiuma, associazione che creerà i presupposti tecnici e normativi indispensabili ad un settore e ad un mercato dove i contenuti di qualità si limitavano al rispetto delle norme di sicurezza e igiene. In seguito a vari aumenti di capitale, la A. Molina & C. diviene società per azioni nel 1984. Nel 1986 muore Angelo Molina junior e la moglie Maria Rosa Alberti entra in società. In questo periodo Agostino Molina, figlio di Antonio, assume la carica di presidente. Nel corso del 1987 si decide di incorporare Tessilpiuma srl in modo da poterla maggiormente sostenere con i più alti profitti derivanti dalla vendita della piuma grezza per l’arredamento e il settore dell’abbigliamento. Tessilpiuma rimane tuttavia come marchio garantendo con ciò la riconoscibilità dei prodotti da parte dei clienti. Nel 1988, viene avviata l’attività di spaccio aziendale per il commercio al minuto di piuma e prodotti tessili. L’introduzione delle fibre sintetiche (1990-2000) Nel 1990 Agostino Luigi Molina subentra al cugino Agostino nella carica di presidente. E’ lui a interessarsi per primo ai materiali alternativi alla piuma per l’imbottitura. Scelta apparentemente paradossale per un produttore di piume, ciò permette alla Molina di diversificare la propria produzione e di entrare in un settore tradizionalmente considerato dalla famiglia in antitesi
Agusta Westland
Industria AgustaWestland DENOMINAZIONE SOCIALE | AgustaWestland | Agusta spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ANNO FONDAZIONE | 1907 ATTIVITÀ PRINCIPALE | Costruzione, riparazione, e vendita di aeromobili e loro parti INDIRIZZO | V.le G. Agusta, 520 | 21017 | Fraz. Cascina Costa, Samarate (VA) CONTATTI | T. 0331 229111 | F. 0331 229605 | www.agustawestland.com GLI INIZI (1907-1929) Giovanni Agusta, nato a Parma nel 1879 da una famiglia di origine siciliana, forte delle competenze in meccanica aerea acquisite in Francia e in Belgio, all’epoca paese avanzato della nascente industria aeronautica, progetta nel 1907 un biplano denominato “Ag1”, che inizia a costruire in una piccola officina di Capua. Il collaudo avviene il 14 e 15 febbraio 1910 nella Piazza d’Armi di Capua: trainato da un’autovettura, il biplano dopo alcuni tentativi si solleva da terra, riuscendo infine a veleggiare per una settantina di metri. Il battesimo dell’aria ha avuto successo ma lo sviluppo del progetto, dotare l’Ag1 di un motore di adeguata potenza, richiede finanziamenti difficili da reperire.Nel 1912 Giovanni Agusta è volontario in Libia nella guerra Italo-Turca e un anno dopo viene assunto presso le Officine Caproni di Vizzola Ticino, azienda attiva dal 1910, come ispettore addetto alla consegna dei bombardieri al fronte, trasferendosi quindi con tutta la famiglia a Gallarate. Durante la Prima guerra mondiale Giovanni rimane alle dipendenze della Caproni, dove ricopre la carica di direttore tecnico-amministrativo, per poi mettere a frutto le proprie capacità tecniche e imprenditoriali con l’apertura di alcune officine per la riparazione e manutenzione di apparecchi (in Libia e a Foggia).La mossa decisiva è però l’accordo con la Direzione superiore del Genio e delle costruzioni aeronautiche per l’uso dei capannoni e della pista del vecchio campo di aviazione di Cascina Costa di Samarate, trasformatosi ormai in un deposito. Proprio qui Giovanni fonda nel 1923 la ditta “Costruzioni Aeronautiche Giovanni Agusta”, che inizialmente occupa una quarantina di operai.Nel 1927 il fondatore dell’Agusta muore, lasciando in eredità l’azienda ai quattro figli (Domenico, Vincenzo, Mario e Corrado), tutti ancora in giovane o giovanissima età, e alla moglie Giuseppina Turretta, che ne assume temporaneamente il comando GUERRA E DOPOGUERRA (1930-1952) La morte prematura di Giovanni Agusta implica l’abbandono del progetto per la costruzione in proprio di un monoplano a vocazione turistica (l’Ag2), già provato in volo nel 1927 ed esposto al Salone dell’aeronautica della Fiera di Milano. Prosegue quindi la consueta attività di riparazione e modifica di apparecchi esistenti, anche se non viene meno il lavoro per la creazione di nuovi modelli e prototipi. A partire dalla metà degli anni trenta e sino al 1943 le officine Agusta producono su licenza monoplani e biplani da addestramento per conto della Regia Aeronautica. L’impegno produttivo porta all’aumento degli addetti, che nel 1938 superano le 800 unità, nonché all’apertura nel 1940 di officine in Albania (a Tirana). Nel frattempo i figli di Giovanni Agusta s’inseriscono progressivamente nella vita dell’azienda, occupando posti di responsabilità. I divieti relativi alle costruzioni aeronautiche imposti all’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale e la crisi del settore causata dalla conclusione del conflitto mondiale inducono la famiglia Agusta a diversificare l’attività. Nasce così la Meccanica Verghera (MV), alla cui direzione è il primogenito Domenico, che produce scooter e moto da competizione sino al 1976, aggiudicandosi ben 76 titoli mondiali. Con il venir meno dei divieti in seguito al trattato di pace di Parigi del 1947, l’Agusta riprende a investire nell’attività originaria. Nel 1951 giunge in azienda, proveniente dalla Breda, l’ingegnere ed esperto progettista Filippo Zappata, cui Domenico Agusta affida la direzione dell’ufficio tecnico. Vengono quindi creati nuovi modelli ma la grande svolta avviene con la sottoscrizione, nel maggio del 1952, di un accordo con l’americana Bell per la costruzione su licenza per il mercato europeo dell’elicottero Bell 47. LO SVILUPPO ELICOTTERISTICO (1953-1970) L’accordo con la Bell spinge la ditta Agusta a trasformarsi nel 1953 in società per azioni. Nel 1954 muore Giuseppina Turretta e nel 1958 muore Vincenzo Agusta; Domenico Agusta rimane sempre più, insieme ai fratelli Corrado e Mario, alla guida dell’impresa. Infaticabile lavoratore, Domenico gode di grande autorevolezza nei confronti dei dipendenti e si circonda di uomini capaci. Con l’espansione dell’attività si potenzia l’ufficio tecnico, dove lavorano 60 persone, e l’azienda si caratterizza come un ambiente innovativo e proteso alla ricerca continua di nuove soluzioni progettuali. Nel 1964 viene realizzato l’Ag 101, elicottero di classe pesante di concezione e progettazione tutta italiana. L’Agusta è ormai nota è apprezzata in tutto il mondo: alla fine degli anni sessanta sono più di 600 gli elicotteri sia civili che militari consegnati a clienti italiani ed europei. Già dai primi anni sessanta gli addetti superano le 700 unità. Nel 1967 è inaugurata a Frosinone la “Elicotteri Meridionali”, azienda attiva dal 1963, mentre continuano ad essere prodotti nuovi modelli su licenza Bell, alla quale si aggiunge nel 1968, anno in cui muore Mario Agusta, l’accordo commerciale con l’americana Sikorsky per la costruzione di elicotteri SH-3D ed S61. Nel 1969 Agusta rileva la Società idrovolanti Alta Italia (Siai) Marchetti, azienda fondata a Milano nel 1915 con stabilimenti a Sesto Calende. È di questi stessi anni la progettazione, curata dagli ingegneri Bruno Lovera e Paolo Bellavita, dell’A109 Hirundo, un elicottero bimotore a elevate prestazioni, che entrerà in produzione nel 1973, riscontrando un grande successo internazionale. DALL’EFIM ALL’AGUSTA WESTLAND (1971-2000) Nel febbraio del 1971 Domenico Agusta muore e gli subentra il fratello Corrado. La famiglia si trova a dover liquidare gli eredi dei fratelli deceduti, non interessati all’azienda, e ciò accade in un momento di massimo impegno produttivo dovuto al lancio dell’A109 e di crescente fabbisogno finanziario. Nel 1973 la famiglia Agusta decide di vendere all’Efim il 51% della società, che nel frattempo si è ingrandita (più di 3.000 addetti). L’ente di Stato, considerata la valenza strategica del comparto elicotteristico, promuove la creazione di un polo aerospaziale costituito dalle varie aziende del settore (Agusta, Caproni, Siai-Marchetti ed altre) acquisite e consolidate nel Gruppo Agusta. Vengono aperte filiali e stazioni di servizio in tutto il mondo, s’intensificano i rapporti di collaborazione, in essere da tempo,