Commercio Zoni spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Zoni spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio all’ingrosso e al minuto di articoli di ferramenta e materiali ferrosi in genere, carburo di calcio, bombole di acetilene e di ossigeno – commercio al minuto di vernici, colori e attrezzature inerenti. INDIRIZZO | Via Belforte 15 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0331-331919 | F. 0331-331414 Dalle origini al 1949 (1937-1949) Nel 1941, Marco Ferrari e Francesco Zoni rilevano dal cognato di quest’ultimo, Egisto Franzosi, un’attività di recupero rottami avviata dal 1937 a Varese in via Adamoli 2. Nasce la società in accomandita semplice “Ferrari Marco & C.” Ferrari è il socio accomandatario, Franzosi e Zoni gli accomandanti. Il recupero dei materiali ferrosi è particolarmente rilevante durante la guerra, dato che risponde alle esigenze delle varie imprese meccaniche del territorio coinvolte nello sforzo bellico. Nel settembre 1943 Francesco Zoni è deportato in Germania; l’attività, fortemente limitata nel giro d’affari, viene condotta da Marco Ferrari. Al rientro dalla prigionia, nel settembre 1945, Francesco Zoni diviene socio accomandatario e il suo nome è inserito nella ragione sociale. Nel 1946 sposa Gemma Bottinelli , figlia di un importante commerciante di vino di Varese. La moglie si inserisce nell’impresa curandone la contabilità e l’organizzazione. L’anno successivo muore Egisto Franzosi e la sua quota viene ceduta alle mogli degli altri due soci: Giacomina Boscaglia e Gemma Bottinelli. Al recupero dei rottami e all’attività di ferramenta, l’impresa accompagna il commercio di materiali ferrosi e di prodotti siderurgici di ogni tipo, particolarmente richiesti nel periodo della ricostruzione. Francesco Zoni recupera anche le rotaie del tram che vengono riutilizzate nelle riedificazioni in ambito civile e industriale. Si mette poi in contatto con la Locatelli ossigeno di Milano, la prima azienda in Italia a distribuire ossigeno e gas compressi, divenendone rivenditore per il mercato di Varese. Le bombole di gas sono utilizzate sia per il taglio nelle demolizioni sia per le saldature e quindi sono particolarmente importanti nei lavori di costruzione; la loro vendita consente di crescere rapidamente. Dagli anni cinquanta al 1982 (1950-1982) Gli anni cinquanta e sessanta vedono l’intenso sviluppo dell’impresa. L’attività di raccolta dei rottami viene abbandonata mentre cresce sempre più la vendita di prodotti siderurgici destinati alle costruzioni civili, alle carpenterie, alle officine meccaniche e all’industria. L’ampliamento del mercato favorisce lo sviluppo della concorrenza che tuttavia non crea problemi all’impresa, grazie alla capacità di rinnovare e diversificare i prodotti. In questo periodo inizia la collaborazione con la Dalmine per la rivendita di tubi senza saldature per acqua e gas. Nel 1955 l’impresa assume una più netta dimensione familiare: i coniugi Ferrari cedono a Zoni la loro quota e la denominazione si modifica in “Zoni Francesco e C. sas”. La famiglia investe nell’impresa il cui capitale sale a 100 milioni di lire nel 1964. Lo sviluppo del commercio porta con sé anche un miglioramento della logistica: il primo motocarro Guzzi degli anni cinquanta viene sostituito da camion più idonei al trasposto di materiali ferrosi e vengono assunti autisti. Soprattutto, nel 1964 la sede viene trasferita in viale Belforte per dotarsi di spazi e attrezzature (carri-ponte, bascule automatiche) adeguate. I dipendenti fissi sono circa otto, poiché l’azienda nei momenti di necessità si appoggia, per il carico e lo scarico dei camion rimorchio, a manovalanza esterna, in particolare alla ditta Carovana Facchini. Negli anni settanta, l’impresa estende il proprio raggio d’azione alla provincia di Como e a quella di Novara. Commercializza nuovi prodotti e tra questi i grigliati della Orsogril di Cantù che per prima fa conoscere e distribuisce in Varese e provincia. Si pone la necessità di far fronte con forze nuove alla situazione di crescita e i due figli di Francesco e Gemma, Luciano e Margherita, entrano nell’impresa: il primo come amministratore, la seconda inizialmente come coadiuvante. Luciano si è laureato in legge, mentre Margherita è ragioniera. L’introduzione dell’iva spinge l’impresa a meccanizzare prima e ad automatizzare dopo la contabilità che non può più essere redatta manualmente dalla madre. Con gli anni ottanta Luciano Zoni regolamenta il sistema dei pagamenti che si basava ancora su un rapporto fiduciario con il cliente, automatizza la gestione degli ordini e del magazzino, inizia ad assumere i primi venditori esterni per presentare i nuovi prodotti. Negli stessi anni Luciano partecipa attivamente alle riunioni dell’Assofermet. Dal 1983 ad oggi (1983-2006) Nel 1983, prevedendo un’ulteriore espansione dell’attività, la Zoni diviene una società per azioni, mantenendo pur sempre una conduzione familiare (anche Margherita Zoni entra infatti nel consiglio di amministrazione). Alla trasformazione societaria non segue però l’ampliamento previsto, a causa di un grave incidente che allontana Luciano Zoni dall’attività per alcuni anni. Superata questa fase critica, l’impresa riesce a stare alpasso di un mercato in continua evoluzione, legandosi aiprincipali partners del settore come grossista e ampliando sempre più la sfera dell’oggetto sociale fino ad includere nel 1988 un settore vernici e aprendo un punto vendita nello stesso immobile di proprietà della società. Questo passaggio risponde all’esigenza di offrire al cliente un prodotto quanto più vicino all’impiego diretto, così da incorporare una quota crescente di servizio. Seguendo questa strategia, l’impresa si orienta verso una semilavorazione che richiede anche la collaborazione con terzisti, ciò viene riconosciuto anche dal comune di Varese attraverso l’iscrizione all’Albo d’oro e il conferimento della medaglia d’oro nel 1991. Luciano inoltre ricopre il ruolo di consigliere all’interno dell’Ascom. Nel 2000 l’azienda ha 16 dipendenti. Nel 2001 Gemma Bottinelli assume la presidenza del consiglio di amministrazione, lasciando la gestione dell’amministrazione alla figlia Margherita e al figlio Luciano la cura della logistica. La società Zoni persegue tuttora una politica di ricerca di innovazione dei prodotti, come le recinzioni prefabbricate e i nuovi sistemi strutturali integrali di cancelli e cancellini. Nel 2005 viene ristrutturato il colorificio. Oggi l’impresa sta sperimentando l’ingresso della terza generazione e ciò fa ben sperare per la continuità della stessa in quanto impresa famigliare. Nel 1941, Marco Ferrari e Francesco Zoni rilevano dal cognato di quest’ultimo, Egisto Franzosi, un’attività di recupero rottami avviata dal 1937 a Varese in via
Velati Srl
Commercio Velati srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Velati srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ottica e optometria INDIRIZZO | Via G. Mazzini 24 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793537 | F. 0331-773435 | www.velati.it Dal bazar delle origini all’avvio dell’attività di ottico (1894-1949) Nel 1894 Giovanni Velati, commerciante di Rancio Valcuvia, giunge a Gallarate dove insieme alla moglie Severina Rocchi, pellicciaia e ricamatrice, apre un negozio nella piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza della Libertà) per la vendita di articoli vari: occhiali, binocoli, bambole, pellicce, cappelli, fuochi d’artificio, armi e così via. Un vero e proprio bazar. Nei primi anni venti, Gaetano Velati, figlio di Giovanni, inizia a lavorare, dopo la scuola di avviamento professionale, nel negozio paterno, mentre i fratelli e le sorelle prendono strade diverse. Un decreto regio del 1928 istituisce l’abilitazione professionale per l’esercizio della professione di ottico, considerata come “arte ausiliaria” della professione sanitaria e sino a quel momento svolta nella totale assenza di regole. Gaetano consegue la licenza in una scuola specializzata e diventa così il primo ottico “patentato” di Gallarate, iniziando a vendere gli occhiali fatti su misura e non solo quelli già predisposti. Nel 1932, alla morte del padre, Gaetano Velati assume la conduzione dell’impresa, affiancato dalla moglie Luigia Rigamonti. Dal loro matrimonio nascono Giovanni, Enrica e Giuliangelo (chiamato Giulio). Il negozio si trasferisce quindi in uno stabile di via Mazzini, attuale sede dell’impresa, dove, al piano superiore, viene ricavato l’appartamento di famiglia. In questi anni l’impresa esercita il commercio di generi di ottica, armi, fotografie e pellicceria. Durante il fascismo Gaetano Velati ricopre la carica di segretario del Pnf di Gallarate, una compromissione che, data la reputazione di rettitudine di cui gode l’uomo, non avrà conseguenze negative alla caduta del regime. Nel dopoguerra inizia, all’interno del negozio, la vendita di dischi musicali, affidata poi a Giovanni ed Enrica, figli maggiori di Gaetano. Lo sviluppo del comparto ottico per gli occhiali da vista (1950-1970) Con il boom economico e lo sviluppo dei consumi degli anni cinquanta e sessanta cresce anche la domanda di occhiali da vista, un bene salutista la cui importanza era sino ad allora sottovalutata. Il negozio Velati, cogliendo le nuove tendenze, perde progressivamente le iniziali caratteristiche di emporio, per affermarsi sempre più come negozio di ottica. Nel reparto occhiali si combinano due attività diverse seguite direttamente da Gaetano: una di tipo professionale, relativa alla misurazione, tramite il retinoscopio, della miopia e presbiopia; l’altra di tipo artigianale, consistente nel taglio, effettuato con la mola, delle lenti semilavorate provenienti dal Cadore, cui segue il montaggio degli occhiali. Luigia Rigamonti, donna forte e precisa, di formazione contabile, si occupa della parte commerciale e amministrativa, come continuerà a fare nel corso di tutta la sua lunga esistenza, svolgendo un ruolo fondamentale nella vita dell’impresa. Nel 1961 la sede del negozio è interessata da una prima ristrutturazione. Ne seguiranno diverse altre per rispondere alle ricorrenti esigenze di nuovi e più funzionali spazi, che nascono dalla crescita e professionalizzazione dell’attività di ottico. Nei primi anni sessanta cessa la vendita di dischi musicali seguita da Giovanni ed Enrica Velati, che spinti da altri interessi si disimpegnano dall’azienda, pur continuando a seguirne l’attività. Della varietà merceologica delle origini sono rimasti soltanto gli articoli pesca e le armi, cui si affianca il settore di apparecchi fotografici. A differenza dei suoi due fratelli Giulio Velati sceglie di impegnarsi nell’impresa di famiglia. Nel 1964, dopo il diploma di maturità e sospinto dal padre, consegue l’abilitazione di ottico. Nel 1968 muore Gaetano Velati e l’impresa, ereditata dai tre figli, passa sotto la guida di Giulio, che coinvolge nell’attività la sua futura moglie, Daniela Baila, con la quale si sposa nel 1970 e che da allora contribuisce con grande competenza e attenzione , a sviluppare l’attività attraverso la gestione della sua componente commerciale. Per rispetto della memoria del padre cacciatore, si continua la vendita delle armi, che viene però trasferita in un negozio di piazza Risorgimento e gestita, insieme ad altri due soci, da una società commerciale appositamente costituita. Dall’ottica all’optometria (1971-1990) All’inizio degli anni settanta si diffonde l’uso delle lenti a contatto morbide, progettate oltre dieci anni prima da due ricercatori cecoslovacchi, Lim e Wichterle, e prodotte, a partire dal 1971, dalla multinazionale americana Bausch&Lomb. Il successo riscontrato dalle nuove lenti da vista contribuisce ad espandere ulteriormente il settore ottico dell’impresa. Nel 1975 Giulio Velati si diploma in optometria presso l’Istituto superiore di scienze optometriche “Giuseppe Ricco” di Milano, imprimendo così all’attività della sua impresa una svolta tecnica e professionale destinata a contrassegnarne profondamente tutta l’evoluzione successiva. L’ottico optometrista esegue un’analisi complessa delle deficienze della vista, prescrive e fornisce il miglior sistema correttivo e se rileva l’eventuale esistenza di altri problemi non somministra farmaci ma indirizza l’utente verso i medici specialistici appropriati, svolgendo quindi anche una importante funzione di prevenzione sociale. Nel 1977 l’armeria Velati subisce una rapina da parte di un commando di brigatisti capitanato da Corrado Alunni; in conseguenza di ciò, ed essendo quel business di interesse secondario, la società viene venduta. Tra il 1978 e il 1982 Giulio Velati ricopre la carica di presidente dell’Assopto provinciale di Varese, che fa parte della rete nazionale di Federottica, la più importante associazione di categoria italiana del settore ottico e optometrico, presso la quale viene istituto l’Albo degli ottici optometristi per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti del settore. È l’inizio di un lungo e ininterrotto impegno associativo, che tuttora prosegue. Nel 1985 l’impresa Velati assume la forma giuridica di società in accomandita semplice. In questi anni l’industria italiana dell’occhialeria trova nuovo slancio attraverso la produzione delle montature e di occhiali da sole firmati dai più noti stilisti e designer, che arricchiscono l’assortimento dell’ottica Velati. Nella primavera del 1990 il negozio si trasferisce provvisoriamente in via Verdi per consentire i lavori di ristrutturazione dello storico e prestigioso stabile di via Mazzini, dove rientra nel settembre dello stesso anno. La terza generazione e gli sviluppi recenti (1991-2010) Nel rinnovato e più ampio negozio sono in funzione
Turba interiors srl
Commercio Turba interiors srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Turba interiors srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione di arredi, commercio al dettaglio di mobili antichi moderni e in stile, dipinti, tappeti e oggettistica INDIRIZZO | Via XX settembre 14 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-633205, 0331-847612 | F. 0331-633205 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1890-1959) Intorno al 1890, Narciso Turba avvia un’attività di tappezziere e materassaio a Busto Arsizio, in via Principessa Elena. L’impresa viene però registrata alla Camera di commercio solo nel 1911. Negli anni venti, il figlio di Narciso, Luigi Turba, affianca e poi subentra al padre nell’attività che si amplia al commercio e alla costruzione di mobili d’arredamento in stile. Nel 1933, la sede sociale si sposta nel nuovo negozio di corso XX Settembre 11. L’attività conta ormai, fra i suoi dipendenti, non solo tappezzieri ma anche falegnami; Luigi può inoltre avvalersi dell’aiuto della moglie Velia, di origini romane, che lo affianca attivamente nel negozio. Verso la metà degli anni quaranta entra in azienda, prima ancora di terminare gli studi di architettura presso il Politecnico di Milano, il figlio di Luigi, Antonio Turba. Anch’egli coadiuvato dalla moglie Lia Brugioli, accanto all’originale attività di tappezziere e commercio di mobili in stile, introduce il commercio di mobili d’antiquariato e di tappeti persiani e antichi. Nel 1950, gli viene affidato dal padre un nuovo negozio a Legnano che viene però chiuso dopo solo un anno. L’impresa vive il boom economico di questi anni ed è ormai in grado di ampliare l’offerta ai propri clienti provvedendo all’arredamento completo della casa: dai mobili ai tendaggi e ai divani. La ditta organizza al proprio interno l’intero ciclo produttivo sul quale lavorano 17 dipendenti come tappezzieri, falegnami e sarte. Per la necessità di rispondere ad una domanda crescente l’impresa coinvolge un numero equivalente di artigiani esterni. Nel 1956 Antonio diviene ufficialmente socio del padre e la ditta individuale viene così trasformata nella società di fatto “Narciso Turba di Luigi Turba & c.”. Gli anni sessanta e novanta (1960-1989) Antonio Turba diventa unico titolare della società nel 1966, dopo il ritiro del padre Luigi (tornando così alla forma della ditta individuale, con la denominazione “Narciso Turba di Antonio Turba”). Nel 1968 Luigi Turba, figlio di Antonio, dopo gli studi di economia e commercio, entra in azienda con la prospettiva di occuparsi dell’amministrazione dell’impresa. Nel 1969 si sposa con Letizia Fumagalli, di origini parmensi che ricorda la difficoltà ad ambientarsi in una città meno vivace e priva di eventi culturali e dove il tempo è scandito esclusivamente dagli impegni lavorativi. Dopo pochi anni Luigi trasferisce la propria abitazione sopra il negozio in via XX Settembre, nella casa costruita dal nonno Luigi e dove già abita il padre Antonio con la famiglia. Il carattere familiare dell’attività fa sì che, ben presto, Luigi si occupi anche della parte tecnica, disegnando e seguendo i lavori di realizzazione dei mobili d’arredamento. Pur mantenendo la vendita di mobili d’antiquariato e la fabbricazione di riproduzioni di alta qualità, nei primi anni settanta, l’impresa decide di trattare anche l’arredamento moderno. Si apre così un nuovo negozio, sempre in corso XX Settembre 11, in collaborazione con la Ditta Alberti Cucine, per la vendita di cucine e mobili moderni. Questo reparto viene seguito esclusivamente da Luigi Turba, dato che il padre Antonio non si lascia coinvolgere in questo ampliamento dell’attività. La necessità di preparare i disegni tecnici per mobili su misura (la maggior parte di quelli commissionati all’impresa) e seguire da vicino gli operai nella realizzazione dei lavori di falegnameria e di tappezzeria in tensione, impedisce a Luigi Turba di dedicarsi al nuovo settore che, dopo circa sei anni, viene abbandonato. L’impresa concentra le forze sul mobile e nell’arredo tradizionale. Negli stessi anni inizia la progressiva riduzione dei dipendenti, che verso la metà degli anni settanta scendono a 7 in quanto si affida la maggior parte delle lavorazioni ad artigiani esterni. Ciò non è dovuto a un calo del lavoro, che al contrario continua a crescere, ma è l’effetto del pensionamento e dell’esigenza di ridurre i costi. Il figlio di Antonio, Luigi, comincia a detenere una quota minima del capitale sociale a partire dal 1976 con la costituzione della società di fatto “Narciso Turba di Antonio & Luigi Turba”, tramutata l’anno seguente in società in nome collettivo. Anche gli anni ottanta segnano un momento positivo per l’impresa. La maggior parte delle commesse della clientela riguardano la progettazione e la fornitura dell’arredamento completo della casa (dai mobili alle tappezzerie, dai divani ai tendaggi). Dagli anni novanta ad oggi (1990-2008) Nel 1991 Antonio Turba si ritira dall’attività. Agli inizi degli anni novanta, la moglie di Luigi Turba, Letizia Fumagalli, affianca il marito nell’impresa. Cambia, contestualmente, la tipologia di lavoro: la minor disponibilità economica, spinge la clientela a richiedere l’arredo solo per singoli locali della propria casa, rinunciando ad arredarla nella sua interezza in un unico momento. Ciò provoca una diminuzione del lavoro dell’impresa che, verso la metà degli anni novanta, riduce ulteriormente il personale, mantenendo solo gli addetti per il montaggio e la riparazione, appoggiandosi invece per la produzione ad artigiani esterni che spesso hanno maturato la propria esperienza lavorando presso la famiglia Turba. Tale scelta si spiega anche con la crescente difficoltà nel trovare e formare in breve tempo nuovo personale che possa sostituire adeguatamente gli addetti andati in pensione. Parallelamente viene potenziato il reparto di complementi d’arredo e oggettistica di antica e di nuova produzione che si rivela essere, ben presto, una parte preponderante dell’attività. Nel 1994 Antonio Turba esce dalla società. Il figlio Luigi rimane socio di maggioranza insieme alla moglie e la ragione sociale diviene “Ditta Narciso Turba di Luigi Turba & c. – società in nome collettivo”. Nel dicembre del 2008 l’impresa decide, per scelte famigliari, di “cambiare pelle”. Viene sciolta la società fondata da Narciso Turba alla fine dell’Ottocento e l’azienda prosegue l’attività, nella nuova sede di corso XX settembre 14, come Turba Interiors srl. Gli attuali amministratori sono Letizia Fumagalli
Taglietti sas di Bedogni Pierluigi & c.
Commercio Taglietti DENOMINAZIONE SOCIALE | Taglietti sas di Bedogni Pierluigi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Riparazione e vendita all’ingrosso e al dettaglio di pneumatici e loro accessori INDIRIZZO | Via Cattaneo 24 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0331-797294 | F. 0331-7991084 | www.tagliettisnc.com L’avvio dell’attività (1921-1940) Luigi Taglietti, classe 1882, originario di Borgo San Giacomo in provincia di Brescia, presta servizio militare in aeronautica a Gallarate. Qui conosce e sposa Rosa Milani, figlia di un sarto e appartenente ad una famiglia benestante proprietaria di terreni. Dal loro matrimonio nascono Giuseppina nel 1919 e Adalgisa nel 1925. Grazie al sostegno economico della moglie, Luigi nel 1921, nell’attuale Largo Camussi, avvia un’attività di commercio e riparazione gomme, oltre al noleggio di auto con autisti per privati e per il servizio pubblico. Dopo circa tre anni è affiancato in questa attività dal fratello Giovanni che, dopo aver frequentato la scuola degli Artigianelli a Milano, si trasferisce a Gallarate. Da qui la decisione nel 1928 di registrarsi alla Camera di commercio di Varese come ditta individuale “F.lli Taglietti di Taglietti Luigi” dichiarando che l’impresa era attiva già da quattro anni e aveva allora sede in via Como (ora via Venegoni) nello stesso edificio dove abitava con la famiglia. Lo sviluppo della motorizzazione tra gli anni venti e trenta – è del 1924 l’inaugurazione della prima autostrada del mondo, la Milano-Gallarate – favorisce la nascita di officine per la sostituzione e riparazione di gomme. I fratelli Taglietti si specializzano proprio in questo settore, affiancando al commercio di pneumatici di grandi marche, come ad esempio la Dunlop e la Pirelli, l’attività di ricostruzione delle gomme anche attraverso il processo di vulcanizzazione. In questo periodo il raggio d’azione dell’impresa si amplia coprendo un territorio molto ampio, da Milano a Domodossola, e Luigi può servire i propri clienti con i tre negozi di Gallarate, Busto Arsizio e Varese. Tra il 1938 e la fine degli anni quaranta, forse per necessità di maggiori spazi, l’attività si svolge anche nei laboratori di via Marconi e via Battisti fino al definitivo trasferimento nell’attuale sede di via Cattaneo. Nel frattempo agli inizi degli anni quaranta, Giovanni decide di mettersi in proprio e apre un’officina a Pavia sempre per il commercio e la ricostruzione delle gomme. Dagli anni quaranta agli anni sessanta (1941-1967) Nel 1941 Giuseppina sposa Vittorio Bedogni, dal quale ha tre figli: Rossella nel 1942, Pierluigi nel 1946 e Massimo nel 1953. Come Luigi, anche Vittorio, perito industriale di Cesenatico, aveva lasciato la città natale a 17 anni per arruolarsi come motorista nell’Aeronautica militare presso il distaccamento di Gallarate. Alla fine della guerra, dopo una breve esperienza con il cognato Renzo Marobbio (marito di Adalgisa e padre di Rosalba, nata nel 1946) in una società di produzione di suole per scarpe e la collaborazione con gli amici Agusta nella realizzazione della prima moto MV, inizia a interessarsi e a impegnarsi attivamente nell’azienda del suocero. Avendo maturato una professionalità specifica nel campo della meccanica, con il suo ingresso l’attività subisce una nuova spinta, soprattutto nel settore della ricostruzione, con l’importazione dalla Germania di nuovi macchinari e la partecipazione alle fiere di settore. Sempre su impulso di Vittorio viene installato nell’officina di Gallarate da una società francese il primo impianto in Italia per la verifica della convergenza . In questi anni vengono ceduti i negozi di Busto e Varese e il lavoro si concentra nell’officina di Gallarate, dove operano anche Francesco e Paolo Martinelli, nipoti di Luigi. Nel 1948 Luigi costituisce la “Fratelli Taglietti srl” e coinvolge nell’apparato societario anche le figlie Giuseppina e Adalgisa. Nel 1955 l’impresa tornerà a essere una ditta individuale fino al 1959, anno dell’ingresso di Vittorio nella compagine sociale che modifica denominazione e natura giuridica nella società in nome collettivo “Vulcanizzazione Taglietti Luigi & C. snc”. Gli anni sessanta coincidono con l’ingresso di Pierluigi nell’impresa. Fin dall’adolescenza aveva dimostrato una passione per i motori, diventando pilota professionista di go-kart per la squadra dei Parilla di Milano con cui vince anche il titolo di campione italiano juniores.arese. L’amicizia fraterna che lo lega ad Angelo e Achille Parilla lo porterà, finito il servizio militare, ad una collaborazione saltuaria nella loro azienda di moto e questo lo spingerà, fino ai primi anni settanta, a dividersi tra Gallarate e Milano. Nel 1970 Pierluigi sposa Aurelia Ghiringhelli dalla quale nasceranno Matteo nel 1970 e Riccardo nel 1981. Le esigenze della sua nuova famiglia, le necessità dell’officina e le pressanti richieste del padre lo inducono a impegnarsi a tempo pieno nell’impresa di famiglia, che in questo periodo raggiunge il suo massimo di espansione commerciale e occupazionale con otto dipendenti. Dalla fine degli anni sessanta agli anni novanta (1968-1989) La fine degli anni sessanta segna un momento di svolta per l’impresa, che avrà conseguenze per gli anni successivi. Già nel 1968 infatti si prospetta la possibilità di chiudere l’attività di ricostruzione e di concentrare il lavoro solo sul commercio e cambio gomme. Luigi e il nipote Pierluigi sono favorevoli, mentre Vittorio è dubbioso. Si decide infine di vendere i macchinari a un concorrente che ha sede in Trentino e che proprio grazie alla ricostruzione svilupperà la propria impresa. L’attività di ricostruzione consentiva tuttavia alla Taglietti di avere utili più alti rispetto al solo commercio delle gomme e quindi questo cambiamento costringe l’impresa a modificare profondamente il proprio modo di lavorare. A questa situazione già instabile si aggiungono nel 1969 la scomparsa del fondatore Luigi e la presenza nell’azienda di collaboratori non particolarmente affidabili e attenti alla gestione del lavoro. Nonostante questi presupposti Vittorio e Pierluigi iniziano la riconversione dell’attività aziendale. Il magazzino si trasforma in un centro di stoccaggio e di distribuzione delle gomme strutturato per rispondere alle esigenze di una presenza più capillare nell’area tra Milano e Domodossola. Diventa allora fondamentale uscire dall’officina non solo per consolidare i legami esistenti con gommisti e imprese ma per creare una nuova clientela composta da meccanici, rivenditori, piccole e medie imprese perlopiù nel settore dei trasporti. Di
Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas
Commercio Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ristorante e catering INDIRIZZO | Via Olona 38 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 0332-200333 | F. 0332-200333 | www.davenanzio.com Venanzio e Giuditta Pedrinelli: il ristorante e la privativa-posteria (1923-1956) Venanzio Pedrinelli, classe 1893, è originario di Trenno, alle porte di Milano. Figlio di Luigi e Angela Arienti si trasferisce a Varese in cerca di un impiego, che trova come fuochista nello stabilimento della Birra Poretti a Induno Olona. Lì conosce Giuditta Mazzocchi, che lavora come cuoca in casa della famiglia Magnani, discendenti di Angelo Poretti e proprietari del birrificio. Dopo il loro matrimonio, nel 1923 Venanzio e Giuditta avviano un ristorante in una palazzina di due piani appartenente al complesso della Poretti, che diviene anche l’abitazione della famiglia. Due anni dopo all’esercizio del ristorante Venanzio aggiunge quello di una posteria con privativa di sali e tabacchi. Per i primi sei anni di attività Venanzio e Giuditta sono anche proprietari dell’immobile ma nel 1928 la Poretti lo riacquista e ne mantiene la proprietà fino al 2006. Negli anni quaranta Lucia e Renzo, nati nei primi anni di matrimonio di Venanzio e Giuditta, cominciano ad affiancare i genitori nella conduzione del negozio e del ristorante. Rimasto vedovo di Giuditta, Venanzio si sposa con la legnanese Ernestina Cerri e da questo secondo matrimonio nasce Carlo, che a differenza dei due figli di Giuditta, non ha parte nell’attività del ristorante. Nei primi anni il ristorante ha come principali clienti i carrettieri che vanno a caricare e scaricare le casse di birra alla Poretti, mentre il negozio di generi alimentari e di monopolio serve gli abitanti delle frazioni e delle cascine più vicine. Una miglioria apportata da Venanzio dopo alcuni anni di attività è la costruzione di alcuni campi da bocce, grazie a cui l’osteria diventa anche luogo di passatempo e di ritrovo per i vicini e per i clienti. Dopo il Secondo conflitto mondiale il locale si dota di una delle prime televisioni del circondario e accentua ancora di più il proprio ruolo di centro di aggregazione locale. Inoltre la tramvia turistica che collega Varese con Luino lungo la Valganna – funzionante dai primi del secolo fino al 1955 – fa una fermata non lontano dall’osteria, che diventa così un punto di ristoro per i villeggianti che utilizzano la linea. l controllo del birrificio viene ceduto nel 1939 dagli eredi Poretti alla famiglia Bassetti e nel corso di questo passaggio l’immobile che ospita l’attività della famiglia Pedrinelli viene mantenuto nella proprietà dell’azienda. Lo stretto legame con il birrificio Poretti diviene una delle linee di sviluppo del Ristorante Olona che, nato come ristoro per i carrettieri del birrificio, diventa con gli anni il luogo preferito per i pranzi di azionisti e dirigenti. I rapporti tra i vertici dell’impresa e la famiglia Pedrinelli sono improntati a familiarità e le sale del ristorante vengono utilizzate anche in occasione di piccole feste aziendali. Quando negli anni cinquanta lo stabilimento di Induno Olona diviene il principale centro produttivo del gruppo Poretti-Splugen, il ristorante ospita dirigenti e tecnici provenienti dalla Germania e dall’Alto Adige. Il Ristorante Olona di Renzo Pedrinelli, alta qualità per una clientela esclusiva (1957-1983) Alla morte di Venanzio nel 1957, la titolarità dell’impresa passa al figlio Renzo che la sviluppa con l’aiuto della sorella Lucia e della moglie Maria Carcano, detta Mariuccia. Nel passaggio di consegne Renzo decide di cessare l’attività di posteria e privativa, mantenendo in attività solamente il ristorante che può così aumentare la capienza fino a 50-60 posti a sedere. Nella nuova conduzione Renzo e Lucia lavorano principalmente in cucina alla preparazione delle pietanze mentre Mariuccia coordina il servizio in sala; oltre a loro sono attivi tre o quattro dipendenti tra cuochi, camerieri e lavapiatti. Renzo è appassionato di funghi, che raccoglie personalmente e introduce nel menu incontrando grande successo tra i clienti. La cucina del ristorante, ispirata alla tradizione lombarda, offre il meglio di sé nel corso dei mesi invernali quando le ricette sono più elaborate e sostanziose. La qualità del ristorante deve qualcosa anche alla selezione del vino, tra cui quello delle cantine Pio Cesare di Alba, storico fornitore già dai tempi di Venanzio, che viene acquistato sfuso e imbottigliato direttamente in casa. Nel 1961 nascono i due figli di Renzo e Mariuccia, i gemelli Venanzio e Chiara, che grazie all’identità tra casa e luogo di lavoro dei genitori crescono a stretto contatto con un’attività che imparano ad amare già da bambini e che in alcune occasioni assume i contorni della festa corale. Negli anni della loro infanzia la Poretti è l’unica realtà industriale in un contesto di cascine e insediamenti agricoli, da cui il ristorante si rifornisce delle principali materie prime: ortaggi, frutta, salumi, formaggi provengono dai dintorni, quando non vengono prodotti direttamente in casa. Il ristorante in questi anni aumenta la sua fama grazie alla frequentazione di importanti famiglie borghesi di Varese e di Milano, che ne apprezzano la cucina di tradizione e il clima familiare e che si tramandano questa passione di generazione in generazione. Alcuni di loro frequentano il ristorante da decenni perché sanno di potervi trovare i funghi in settembre e ottobre, la cassoeula in novembre e gli asparagi di Cantello a primavera. Un’altra fonte di intenso lavoro in questi anni è rappresentata dalla categoria dei rappresentanti di commercio, soprattutto nel settore delle calzature e della pelletteria, che per molti anni organizzano spesso pranzi di lavoro al Ristorante Olona. Nel corso degli anni settanta il ristorante riesce a costituire un bacino di clienti fedeli tra i frequentatori degli ippodromi di Varese e di Milano, anche grazie ad alcune manifestazioni sportive sponsorizzate dalla Birreria Poretti. Sfruttando la vicinanza all’Ippodromo delle Bettole e alcuni legami consolidati con personaggi del mondo dell’ippica, Renzo riesce in questi anni a portare a cena nel proprio ristorante una nuova clientela di prestigio, che a sua volta alimenta la
Rigamonti Riccardo & c. snc
Commercio Rigamonti Riccardo & c. snc DENOMINAZIONE SOCIALE | Rigamonti Riccardo & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Macinazione granoturco e commercio granaglie e generi alimentari INDIRIZZO | Via Varesina 40 | 21035 | Cunardo (VA) CONTATTI | T. 0332-716101 | F. 0332-716254 Un antico molino nelle valli varesine con il nome brianzolo (1787-1944) Il 27 aprile 1787 Carlo Rigamonti, originario di Barzago, località della Brianza lecchese, rileva da Pasquale Aimetti di Ganna il molino attivo a Cunardo, alimentato da una derivazione del torrente Margorabbia, emissario del Lago di Ghirla. Siamo a pochi chilometri dal confine con la Svizzera, in un’area agricola ricca di pascoli e seminativi posta a cavallo tra Valcuvia, Val Marchirolo, Valganna e Valtravaglia. La proprietà del molino passa in seguito a Natale Rigamonti, nipote di Carlo. Alla morte di Natale, nel 1903, la proprietà passa ai suoi figli maggiori, Pietro e Francesco, tra i quali si instaura la società di fatto Fratelli Rigamonti. Nel 1913, in seguito alla morte di Francesco Rigamonti avvenuta l’anno prima, entrano nella società i suoi figli: Luigi ed Ettore . Lo zio Pietro viene nominato tutore dei figli più giovani di Francesco, Riccardo, Alessandro, Giovanni. Maria, unica figlia femmina, non entra in società. L’impresa ha per oggetto l’attività di oleificio, molino, commercio al minuto di olio di semi e granaglie, con depositi in Luino, Lavena Ponte Tresa e Mesenzana. In memoria della sua antica origine il molino viene chiamato “Mulino Barzago”, nome con il quale è ancora oggi conosciuto. Nel 1931 muore Pietro Rigamonti che dal matrimonio con la maestra Ernesta Tonta non ha avuto figli. L’attività prosegue quindi con i nipoti Luigi ed Ettore. Il molino opera a pieno regime, spesso anche di notte, per la macinatura dei cereali (frumento, granoturco, orzo, avena, segale) conferiti dai contadini e proprietari della zona e la relativa produzione di farine e cascami, che trovano impiego nell’alimentazione umana e nella zootecnia. Accanto a ciò si produce olio di lino, il cui seme arriva dalla Sicilia e che sostituisce l’olio di oliva, all’epoca assente dalle valli prealpine, e ancora olio di mandorle, di noci e di ravizzone. Il vecchio molino è anche una fattoria dove si allevano mucche, cavalli e maiali, secondo un modello di economia rurale assai diffuso. Il prodotto principe è la farina di granoturco, la polenta, alimento base della cucina dell’epoca, acquistato e apprezzato anche dalle famiglie benestanti milanesi , che amano trascorrere la villeggiatura tra le campagne amene del vicino varesotto. Durante il secondo conflitto mondiale, l’attività del molino Rigamonti non subisce interruzioni, anzi si intensifica per venire incontro ai bisogni di una popolazione stremata dai disagi dalla guerra. Un mulino, un’impresa, due famiglie (1945-1969) Negli anni del dopoguerra l’impresa dei fratelli Rigamonti non conosce particolari cambiamenti: è uno dei tanti molini ad acqua attivi in un territorio punteggiato da aziende agricole e fattorie. I fratelli Luigi ed Ettore sposano le sorelle Candida e Rita Taglioretti. Le due famiglie vivono nella corte del molino. Sono due famiglie affiatate, dieci persone in tutto, quasi tutte impegnate in azienda, eccetto Alessandro e Maria, figli di Ettore, che scelgono strade diverse. La metà sono donne: Candida Taglioretti, moglie di Luigi, con le figlie Elena e Piera, e Rita Taglioretti, moglie di Ettore. I restanti due maschi sono Francesco, figlio di Luigi, e Riccardo, figlio di Ettore. L’impresa Rigamonti, con la sua attività artigiana di trasformazione, opera in un contesto economico e sociale ancora largamente caratterizzato dall’agricoltura e dall’allevamento, anche se non manca una tradizione industriale locale basata soprattutto sulla lavorazione della seta e della ceramica, peraltro in fase di declino. Nel 1951muore Luigi Rigamonti a cui succede il figlio Francesco, che affianca nella società lo zio e mugnaio Ettore, per diversi anni sindaco di Cunardo. Il figlio di quest’ultimo, Riccardo, appena ultimata la scuola di avviamento commerciale, inizia a lavorare nell’azienda di famiglia, occupandosi soprattutto della molitura. Il suo impegno aumenta quando, nel 1957, viene a mancare prematuramente Francesco, cui subentrano, quali eredi, l’anziana madre e le due sorelle Piera ed Elena, che condivide la firma sociale con lo zio Ettore. Seguendo l’esempio paterno, anche Riccardoricopre incarichi politici nell’amministrazione comunale, un impegno che proseguirà sino agli anni settanta. Nel frattempo cessa la produzione dell’olio di semi e, con lo sviluppo della motorizzazione, viene chiuso il deposito di Luino, mentre nel 1956 l’impresa è iscritta all’Albo artigiani. La consegna diretta dei prodotti presso i clienti, effettuata tramite un camioncino, rende necessaria, nel 1964, l’acquisizione della licenza di commercio ambulante. Nello stesso anno viene assunto come dipendente Renzo Borellini che sposerà nel 1971 Piera Rigamonti. Nel 1969 Ettore Rigamonti, che muore l’anno seguente, e Candida Taglioretti recedono dalla società, conferendo le loro quote ai figli, e conseguentemente l’impresa assume la nuova denominazione “Riccardo Rigamonti & C.” Nello stesso anno Riccardo Rigamonti sposa Renata Gironzini, diplomata in ragioneria, che collabora attivamente in azienda occupandosi della parte amministrativa. La coppia costruisce una casa nei prati circostanti il molino e vi si trasferisce. La lunga transizione verso l’impresa a prevalenza commerciale (1970-2011) Il paesaggio agrario è profondamente mutato: sempre meno coltivazioni e allevamenti, sempre più boschi e prati incolti. Molti mulini hanno chiuso i battenti, o stanno per farlo, ma non il mulino Barzago che, azionato dalla grande passione di Riccardo Rigamonti, ancora produce farine e cascami, seppure in quantità nettamente inferiori a quelle del passato. Alla contrazione dell’attività molitoria corrisponde, con l’inizio degli anni settanta, lo sviluppo di quella commerciale, svolta soprattutto presso la sede aziendale di via Varesina, che si arricchisce di nuovi articoli di vendita, come i terricci e i mangimi. Nel 1977 l’impresa Rigamonti è menzionata nell’Albo d’oro del lavoro, cui seguono altri riconoscimenti attribuiti (1981 e 1994) dalla Camera di commercio di Varese. Nel 1996 viene a mancare Renzo Borellini. L’anno successivo Elena e Piera Rigamonti recedono dalla società di fatto, cedendo la propria quota a Francesco Borellini, nato nel 1974 e diplomatosi in ragioneria. La società si trasforma in snc, i cui soci amministratori sono Riccardo
Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc
Commercio Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc DENOMINAZIONE SOCIALE | Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ferramenta INDIRIZZO | Piazza Garibaldi 7 | 21013 | Gallarate (VA) Pasquale Minoli, “successore a Furla” (1903-1938) Nel 1903 Pasquale Minoli apre un negozio per il commercio di ferramenta in piazza Garibaldi 7 a Gallarate. Le notizie biografiche sul fondatore sono scarne: sappiamo che nasce a Crenna nel 1876 e che la sua famiglia, come quella della moglie Carolina Magnoni è piuttosto benestante. Ne è conferma il fatto che, all’avvio dell’impresa, Pasquale è in grado di acquistare l’intero immobile di piazza Garibaldi dove insedia il negozio e dove stabilisce la propria abitazione. Nel corso degli anni la disponibilità di ingenti spazi dove costituire magazzini e depositi si rivela molto importante per favorire la crescita dimensionale dell’impresa. Per alcuni anni Pasquale mantiene sulla carta intestata, sotto al proprio nome, la dicitura “successore a Furla”, dal che si deduce che l’impresa è stata avviata rilevando una preesistente attività di ferramenta con un proprio bacino di clienti. La lettura di questa carta intestata del 1906 ci consente anche di inquadrare la varietà di articoli in vendita e le specialità della ditta: in alto, sopra il nome, campeggiano le tre categorie “Ferramenta, Ottonami, Chincaglieria”; a sinistra del nome si legge “Assortimento in ferro smaltato e posateria, stufe, cucine e ghiacciaie per famiglie, articoli per capimastri, canali, e lamiere, utensili agricoli e industriali”; sulla destra troviamo “Specialità in ferri da taglio ed articoli per falegnami, grande deposito di chioderie, punterie, viti e bulloni, assortimento cordami, colla, carta e tela vetrata e smerigliata”; infine, più in basso, “Ranze e messorie marche Rosa, Serpente e Stella”. La varietà dell’assortimento è un segno di come il negozio si pone contemporaneamente al servizio dell’utenza professionale e di quella domestica, per quanto la distinzione tra le due destinazioni non fosse marcata come lo è oggi. Pasquale e Carolina lavorano insieme nel negozio e riescono in pochi anni a diventare un punto di riferimento in città per chiunque abbia bisogno di utensili da lavoro o di articoli per la casa. Dal loro matrimonio nel 1898 nascono tra il 1900 e il 1921 Maria, Francesco detto Franco, Adele, Gaetano detto Nino, Carlo e Arturo. Franco, Nino e Arturo, in tempi diversi a seconda dell’età, affiancano i genitori nella conduzione del negozio. Arturo si diploma in ragioneria presso il collegio San Carlo di Milano; Carlo prosegue negli studi e diventa farmacista, lavorando nella storica farmacia Daho’ in piazza Garibaldi, sul lato opposto rispetto alla ferramenta. La farmacia viene rilevata da Carlo e tuttora è attiva sotto la conduzione della dottoressa Renata Minoli, sua figlia. I tre figli di Pasquale. Una squadra ben assortita (1939-1966) Nel 1939, in seguito ad un atto di donazione da parte di Pasquale, i tre figli Franco, Nino e Arturo proseguono l’attività con una nuova società, la Ditta Minoli Pasquale snc, anche se è il padre, fino alla morte avvenuta nel 1943, a mantenere le maggiori responsabilità decisionali nell’impresa. Durante la Seconda guerra mondiale Arturo è l’unico dei tre chiamato al fronte, insieme a Carlo, mentre i due fratelli maggiori possono continuare nella conduzione del negozio. Subito dopo la guerra Arturo si sposa con Luciana Gaiazzi continuando ad abitare nella casa di famiglia. Dal matrimonio nascono Luisa, Franca e Alessandra. Con la scomparsa dei genitori tra il 1943 e il 1949 si forma la struttura operativa che sostiene l’attività per il successivo ventennio. Dei tre fratelli Franco è il capo amministrativo e rappresenta la massima autorità nell’organizzazione dell’impresa: la sua abitudine a gestire in nome proprio gli affari dell’impresa non viene messa in discussione dagli altri due fratelli. Nino è presente al banco di vendita dove lo affianca Arturo che, anche per un semplice dato anagrafico, è considerato dai fratelli il “jolly” per tutte le necessità del negozio. Le sorelle Maria e Adele non partecipano all’attività che, dopo la scomparsa di Carolina, diventa per alcuni decenni un ambito riservato agli uomini di famiglia. La disponibilità di ampi spazi per immagazzinare le merci in attesa della loro vendita è molto importante per garantire alla clientela un ampio assortimento. Il volume e il peso delle merci movimentate rendono necessaria la presenza di un organico di circa 10-12 persone, in parte addette alla vendita e alla gestione dei magazzini, in parte alla contabilità. Gli anni cinquanta e sessanta rappresentano un periodo di intenso lavoro per l’impresa, che rifornisce aziende e artigiani del territorio gallaratese. I settori con cui l’impresa lavora maggiormente sono quello meccanico e quello edilizio, il cui boom accompagna la crescita dell’impresa, mentre nel tempo perdono di importanza le forniture per la lavorazione del legno. Nel secondo dopoguerra l’assortimento del negozio si adegua alla rapida innovazione dei materiali: gli articoli casalinghi in ferro smaltato lasciano posto alla plastica e fanno la loro comparsa gli utensili elettrici. Nel pieno di questa fase di crescita l’impresa deve fare fronte ad un avvicendamento tanto inatteso quanto improvviso. Tra il febbraio e il luglio del 1966 muoiono i due fratelli maggiori e a loro subentrano come eredi il figlio maggiore di Franco, Pasquale detto Linuccio, nato nel 1933, che entra attivamente nella conduzione del negozio al fianco dello zio Arturo, e Ambrogio, nato nel 1940, che eredita le quote del padre Nino ma non gli subentra nel ruolo operativo. Arturo e Pasquale, tra seconda e terza generazione (1967-1986) Con la scomparsa dei fratelli maggiori Arturo deve farsi carico di crescenti responsabilità mentre il nipote Pasquale, rimasto fino ad allora lontano dall’attività, si inserisce occupandosi delle vendite. La transizione non è facile in quanto la presenza di Franco e Nino aveva mantenuto il fratello minore lontano da compiti decisionali e organizzativi. A partire da questo momento Arturo deve necessariamente dividersi tra la gestione degli acquisti e la vendita, mentre la parte amministrativa viene perlopiù delegata a suoi collaboratori. Arturo e il fratello Carlo vivono con le rispettive famiglie nello stesso immobile che ospita il
Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas
Commercio Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria, orologeria e ottica INDIRIZZO | Corso Aldo Moro 19 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-281020 | www.gioielleriaossola.com Gino Ossola, da artigiano a commerciante (1919-1949) Il fondatore di questa impresa commerciale di oreficeria e gioielleria è Giovanni Ossola, detto Gino, nato a Varese nel 1891 da Luigi e Maria Minonzio. Le notizie sulla formazione e l’apprendistato professionale di Gino sono scarne, così come i dati sull’avviamento della sua prima attività. Dalla testimonianza dei suoi due figli, attuali titolari dell’impresa, si può fare risalire agli anni immediatamente successivi la Prima guerra mondiale l’inizio dell’avventura imprenditoriale della famiglia Ossola. In questi stessi anni Gino si lega in matrimonio con Rosa Martignoni, madre del primogenito Franco (1921-1949). Attorno al 1919 Gino subentra in un’attività di orefice alla famiglia Santini: il fatto che per alcuni anni il nome dei precedenti proprietari sia rimasto nell’intestazione dell’impresa, “Ossola già Santini”, fa presupporre che Gino subentrasse ad una ditta già affermata, con un bacino di clienti propri. Nei primi anni Gino alterna periodi di lavoro in proprio ad esperienze di società con altri colleghi. Nel 1924, quando costituisce una ditta individuale a proprio nome, dichiara di succedere nell’attività alla “Faoro e Ossola”; nel 1930 cessa la ditta individuale per costituire con un tal Giorgi la società in nome collettivo “Ossola e Giorgi”, ma due anni più tardi apre una nuova ditta a proprio nome. Il trasferimento della sede di lavoro dalla zona di piazza della Motta, allora periferica, all’importante arteria di corso Roma risale ai primi anni venti, forse in coincidenza con la costituzione della prima ditta individuale, e segna il passaggio da un’attività puramente artigiana all’esercizio del commercio al dettaglio. Anche l’abitazione della famiglia Ossola viene spostata in un appartamento ubicato sopra il negozio, presi entrambi in affitto. Le poche informazioni su questo periodo di attività non consentono molti approfondimenti, salvo quello che ci viene tramandato dalle testimonianze degli eredi. Sulla base di queste si può ricostruire come Gino, nato professionalmente come artigiano orefice, abbia ampliato l’oggetto dell’attività nel corso degli anni trenta, estendendolo al commercio di strumenti ottici e fotografici. Ne emerge il profilo di un uomo in grado di abbinare la propria maestria di artigiano con l’intuito commerciale. Alla fortunata biografia imprenditoriale del fondatore fa da contraltare una vicenda personale travagliata: rimasto vedovo nei primi anni trenta, Gino sposa nel 1936 in seconde nozze Angela Civelli (1911-2010), nativa di Barasso dove i genitori gestivano un mulino tuttora esistente. Prima delle nozze Angela lavorava come segretaria amministrativa in una clinica privata e in seguito affiancherà Gino nella conduzione del negozio. Negli anni in cui la famiglia Ossola si completa con la nascita dei figli Luigi (1938) e Aldo (1945), il figlio maggiore è in procinto di iniziare una gloriosa quanto breve carriera sportiva. Franco infatti inizia a giocare a calcio nel Varese verso la fine degli anni trenta e nel 1939 si trasferisce a Torino, dove diventa una delle colonne portanti della storica compagine granata protagonista del tragico incidente aereo di Superga nel maggio 1949. Negli anni in cui si afferma la fama di Franco il negozio del padre diventa un punto di riferimento per gli appassionati sportivi della città. Pochi mesi prima della morte di Franco un’altra disgrazia colpisce la famiglia Ossola: di ritorno da Milano in autostrada, Gino e la moglie sono vittime di un incidente stradale in cui lui perde la vita. Angela si salva dopo essere rimasta in coma per alcuni giorni e si trova a fronteggiare da sola la difficile scelta di proseguire l’attività del negozio in nome e per conto dei figli minori, che nel 1949 hanno rispettivamente 11 e 4 anni. Angela Civelli Ossola: il dovere di imprenditrice (1950-1982) Dopo la morte di Gino e del figlio Franco i due rami della famiglia, pur mantenendo saldi e continui rapporti, separano le proprie attività. A Varese Angela prosegue l’attività del negozio, in cui viene successivamente affiancata dai figli, mentre gli eredi di Franco (la vedova Piera Bernardi e i figli Franchino e Daniela) si stabiliscono a Torino e abbandonano ogni interesse nel settore della gioielleria. La fama acquisita dal negozio nei primi trenta anni e la favorevole congiuntura economica del dopoguerra aiutano la vedova a risollevare le sorti dell’impresa, che cresce e si afferma come una delle realtà più in vista della città. Angela si rivela donna di forte volontà e ottime capacità imprenditoriali, assumendo in prima persona la gestione del negozio. Con la scomparsa di Gino vengono meno alcune delle competenze tecniche e artigiane del negozio e Angela decide dopo alcuni anni di cessare la vendita di articoli per la fotografia e di iniziare quella di alcuni prestigiosi marchi di orologeria svizzera. Un elemento di continuità con la precedente gestione e un supporto importante vengono dalla presenza di uno storico e affezionato dipendente, Emilio Bertani, che ogni mattina raggiunge Varese dall’alta Valganna. Un’altra dipendente, Antonietta Tosetti, viene invece assunta da Angela nei primi anni cinquanta e diventa in breve una fidata collaboratrice e un’amica anche fuori dal negozio. Il buon andamento dell’attività consente inoltre alla vedova di acquistare nel corso degli anni sessanta l’immobile contiguo dove vengono trasferiti sia il negozio che l’abitazione di famiglia e dove tuttora opera l’impresa. Nel 1959, in concomitanza con il raggiungimento della maggiore età da parte di Luigi, viene decisa la trasformazione della ditta individuale in società di fatto con la denominazione “Eredi di Ossola Gino”: Angela mantiene una quota minoritaria e i due figli entrano nella società. Nel 1966 anche Aldo diviene maggiorenne e anche per lui cessa la tutela della madre. Il supporto dei figli nella gestione del negozio, sebbene facilitato dalla compresenza di casa e bottega, si limita per molti anni ad aiuti sporadici, visto che anche Luigi e Aldo intraprendono carriere sportive che assorbono buona parte del loro tempo. Luigi, dopo una breve
Pasticceria Veniani Sas di Clerici Alessandro & C.
Commercio Pasticceria Veniani Sas di Clerici Alessandro & C. DENOMINAZIONE SOCIALE | Pasticceria Veniani sas di Clerici Alessandro & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Bar, caffè , commercio al minuto di pasticceria e gelati INDIRIZZO | Piazza Matteotti 4 | 21026 | Gavirate (VA) CONTATTI | T. 0332-743084 | F. 0332-743084 | www.bruttiebuoni.it Le origini: “Brutti e buoni” e tanto altro (1875-1901) Costantino Veniani nasce nel 1851 da una famiglia di proprietari terrieri di Ternate. Apprende sin da giovanissimo i segreti dell’arte dolciaria lavorando presso le primarie pasticcerie di Milano. Nel 1875 acquista a Gavirate una locanda per il cambio di cavalli, la trasforma e, con l’aiuto della moglie Giuseppina Anderwill, avvia l’attività di caffè pasticceria . Da allora Veniani vuol dire i “Brutti e buoni di Gavirate”, semplici e piccoli dolci a base di nocciole e mandorle tostate, nati da una ricetta originale di Costantino, che nel 1878 ottiene dal Ministero agricoltura industria e commercio del Regno d’Italia l’attestato di “privativa industriale”: mandorle di Avola, nocciole di Cuneo, fragranza mitteleuropea. Il locale è raffinato, l’atmosfera è quella spensierata della belle epoque. I clienti sono per lo più i notabili del posto ma anche avventori illustri richiamati dalla fama dei “Brutti e buoni”, tra i quali Giuseppe Verdi,la Regina Elena e Giosuè Carducci. Dietro l’euforia del locale, i macchinari del laboratorio artigiano movimentati dalle pulegge, il forno dal pesante sportello in ghisa caricato a fascine. Sopra, le stanze da letto sarà sempre così: la casa nel negozio, il negozio nella casa. Costantino non si limita ai “Brutti e buoni”, ma realizza un proprio ricettario che copre tutte le specialità possibili e immaginabili dell’epoca. Su di un piccolo quaderno annota minuziosamente le indicazioni per la preparazione di elisir, vermut, tonici e aperitivi, in cui diventa maestro. Tutto realizzato con tecnologie povere, con niente, ma con testa e cuore d’artista. E così sulla pasticceria Veniani iniziano a fioccare premi: medaglia di bronzo all’Esposizione regionale Varesina del 1886, medaglia d’oro per i “Brutti e buoni” all’Esposizione campionaria di Roma del 1898. Ma a Costantino Veniani rimane poco tempo per godersi la fama raggiunta: colpito da un attacco cardiaco muore improvvisamente a soli cinquant’anni nel 1901, lo stesso anno in cui muore il suo cliente più famoso: Giuseppe Verdi. Il consolidamento (1902-1951) La prematura scomparsa del marito non demoralizza Giuseppina Anderwill, che ha coraggio da vendere. Prende in mano la situazione, gestisce con polso fermo le maestranze (un pasticciere e un garzone di origine armena che alloggiano come ospiti nella “foresteria”), partecipa a fiere ed esposizioni, amplia negozio e abitazione acquistando, a forza di debiti, le piccole botteghe-case confinanti. È imprenditrice e madre insieme, dovendo provvedere alla cura del figlio Giuseppe (nato nel 1887), che è ancora ragazzo e frequenta con passione una scuola di elettrotecnica. In occasione di un’esposizione svoltasi a Torino, Giuseppina Anderwill conosce il conte Teofilo Rossi, sindaco della città e fondatore della Martini e Rossi, che le consiglia di registrare il marchio di fabbrica già concepito dal marito (e a tutt’oggi regolarmente rinnovato). Si tratta di una cartina che avvolge e infiocchetta a due a due i “Brutti e buoni” e riproduce, disegnati in stile liberty, scorci del paesaggio locale. Al centro riporta una frase a firma di Costantino, che mette in guardia dal non confondere i suoi “Brutti e buoni”, i soli originali, con quelli di altre pasticcerie che cercano di imitarli. Giuseppe abbandona presto i suoi sogni elettrici, gira mezza Europa per fare esperienza e diventa pasticciere provetto come il padre, aiutando così la madre. A 33 anni sposa Giuseppina Rossini e quando, nel 1928, muore sua madre, subentra nell’impresa costituendo la ditta individuale “Caffè Pasticceria Veniani di Veniani Giuseppe”. È il periodo del regime fascista ma la nuova Giuseppina è così affabile con tutti i clienti che la pasticceria è frequentata dal podestà come dai cospiratori. Ma anche dalle celebrità del tempo: Amedeo Nazzari, la scrittrice Mura, la cantante e attrice Elsa Merlini e il vignettista satirico Giuseppe Scalarini. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale la clientela, naturalmente, si dirada e le materie prime scarseggiano. La pasticceria è comunque un punto di ritrovo degli ufficiali alloggiati nella vicina caserma. Nel 1946 Giuseppe Veniani muore, stroncato da un infarto come suo padre. Attilio Rossini, già pasticciere a Milano presso l’Alemagna, affianca la sorella Giuseppina. Nel 1951 subentra la ditta individuale “Pasticceria Veniani di Rossini Giuseppina ved. Veniani”. L’impresa femminile (1952-1990) Giuseppina Veniani ha due figlie, Costantina e Augusta, che nella casa-negozio hanno studiato per conseguire un titolo di studio – diploma magistrale la prima, segretaria di azienda la seconda – apprendendo nello stesso tempo il mestiere della propria vita. Augusta è sposata con Claudio Clerici, un geometra che non si occuperà mai della pasticceria, facendo tutt’altro (sarà uno primi progettisti della nascente metropolitana di Milano). Costantina è nubile e lo rimarrà per sempre. A portare avanti l’azienda ci sono quindi tre donne. Augusta si occupa insieme al pasticciere di famiglia, Attilio, del laboratorio, che alla fine degli anni cinquanta viene completamento rinnovato. Giuseppina tira su la saracinesca del negozio dopo essere tornata dalla messa mattutina delle sei mentre la figlia Costantina la riabbassa intorno alla mezzanotte; e così per 365 giorni all’anno, festivi compresi, pomeriggio di Natale escluso. L’impresa femminile attraversa con successo i “gloriosi venti”, dagli anni cinquanta a tutti i sessanta. Arriva la televisione, crescono i ceti medi, giungono i migranti dal sud Italia. E la sera tutti da Veniani, che possiede l’unico televisore del quartiere, a guardare Lascia o raddoppia?. O soltanto per bersi un bicchiere e chiacchierare, incontrando magari gli atleti sponsorizzati da Giovanni Borghi, patron della grande Ignis. Sono gli anni d’oro del caffè-comunità. Andato in pensione Attilio Rossini, il laboratorio di pasticceria si avvarrà sempre di persone qualificate esterne all’azienda. La produzione dolciaria rimane notevole nonostante siano venute a mancare le forniture a rivenditori ed alberghi. Tra gli habitué c’è anche Guido Morselli, grande scrittore ignoto ai più e divenuto famoso solo post-portem, che
Mario Crespi
Commercio Mario Crespi DENOMINAZIONE SOCIALE | Mario Crespi Spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio semilavorati metalli non ferrosi grezzi e rottami INDIRIZZO | Viale Milano 153 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-792028 | F. 0331-793883 | www.crespimetalli.com L’avvio dell’attività fino agli anni Sessanta Garibaldi (1938-1959) L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di integrare l’attività paterna, Mario avvia in proprio un’attività di raccoglitore ambulante di rottami metallici munito di motofurgoncino, con sede in via Birago 22 a Gallarate. Nel 1947 Mario Crespi esercita il commercio dei semilavorati metallici non ferrosi e grezzi nonché dei rottami. La sede dell’impresa viene trasferita in piazza Montegrappa, dal 1957 via Galilei. Qui il capannone e l’abitazione si fronteggiano divisi da un ampio cortile e si crea pertanto un forte connubio tra l’attività imprenditoriale e la vita famigliare al punto che alcuni dipendenti facevano da babysitter ai figli di Mario, Giorgio e Silvano. Gli anni cinquanta vedono l’impresa strutturarsi e ampliare la propria attività. Il numero dei dipendenti sale a 20 e nel 1955 viene aperto un deposito a Gozzano, in provincia di Novara in quello che poi diverrà il distretto industriale del Cusio. L’anno successivo prende avvio l’attività di trasformazione dei prodotti già commerciati con lavorazione presso terzi. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1960-1979) Nel 1968 la ditta si trasferisce nella sede attuale, in viale Milano. Qui vengono costruiti ampi spazi di magazzino, strutture tecnologiche (carri-ponte) adatte allo spostamento di grandi pesi, uffici moderni che utilizzano le nuove soluzioni architettoniche dell’open space. Le dimensioni della sede e la modernità degli impianti esprimono le aspettative di crescita che all’inizio degli anni settanta sembravano aprirsi all’economia italiana. Sulla spinta dell’aumento dei volumi del commercio, anche le dimensioni occupazionali crescono: il numero dei dipendenti sale fino a 30, di cui 8 autisti. In questi anni il rapporto di fidelizzazione con il cliente e con i dipendenti è molto forte tanto che l’azienda arriva ad organizzare viaggi all’estero a cui partecipano entrambi. Anche la struttura societaria si sviluppa coerentemente con la crescita economica: nel 1971 la ditta individuale si trasforma nella società di fatto “Mario Crespi & C.” con l’ingresso in società della moglie Maria Bruna Giraldo e dei figli Giorgio e Silvano. Nel 1972 entra nella società anche il figlio minore Alessandro. Nel 1980 avviene la trasformazione in società per azioni. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2006) Nel 1982 muore Mario Crespi e Silvano Crespi viene nominato amministratore unico. La successione coincide con una forte trasformazione del mercato che si riflette sull’andamento e sull’organizzazione dell’impresa. Nelle zone di maggior consumo, si diffondono i magazzini dei produttori di semilavorati che vendono direttamente ai clienti, scavalcando l’intermediazione mercantile. La Crespi riesce a mantenere una certa quota di mercato grazie alla vendita di barre forate – largamente utilizzate per la produzione di rubinetterie nel distretto del Cusio – e alla solidità dei rapporti di collaborazione costruiti nei decenni precedenti sia con i clienti, sia con importanti produttori. La quantità del prodotto lasciato all’intermediazione commerciale si riduce sempre più e questo aumenta la concorrenza tra intermediari. Diventa necessario ricorrere alla conoscenza del mercato, conoscerne le nicchie e sfruttarle dedicandosi a prodotti una volta trascurati. Per l’impresa, ad esempio, è stato importante inserire il settore del semilavorato. Le imprese manufatturiere utilizzano leghe particolari di alto valore unitario. Le lavorazioni producono naturalmente scarti che rappresentano un costo sensibile per i produttori. A partire dagli anni ottanta la Crespi ritira questi rifiuti dai propri clienti e li ricicla: servendosi di terzisti, li trasforma in nuovi semilavorati. In questo modo l’impresa consente ai clienti di ottimizzare gli scarti e rafforza i rapporti reciproci di solidarietà e fedeltà. Negli anni cambia il modo di conservare e movimentare i prodotti in magazzino: da assetti verticali si passa ad assetti orizzontali. Nel deposito di via Cavallotti il materiale veniva spostato a mano e collocato in verticale contro le pareti. Nel nuovo deposito in viale Milano, l’operazione viene invece effettuata grazie al carro-ponte: il materiale, che giace orizzontalmente, è sollevato da terra e caricato su carri aperti. Attualmente l’utilizzo dei container al posto dei carri aperti comporta la sostituzione del carro ponte con i muletti. Ciò crea una nuova modalità di stoccaggio del materiale su più livelli che permette di sfruttare meglio lo spazio. Nel 2000 la Mario Crespi spa ha 18 dipendenti. Oggi l’attività dell’impresa è influenzata dalla crescente internazionalizzazione dei mercati e dalle modificazioni che i prezzi delle materie prime subiscono quotidianamente. Il prezzo si forma suoi mercati internazionali, soprattutto alla Borsa di Londra e ciò significa che i contratti con i clienti devono essere stipulati rapidamente. Grazie al rapporto fiduciario con il cliente, gli accordi vengono conclusi verbalmente e solo successivamente la transazione viene formalizzata. La rapidità nella consegna è l’elemento che rende concorrenziale l’impresa nei confronti dei produttori. Ciò è conseguenza del mutamento di cicli produttivi sempre più fondati su una variabilità dei prodotti cui occorre rispondere con tempestività; ma deriva anche dalla necessità dell’impresa che i flussi di scarti in entrata e di semilavorati riciclati in uscita siano equilibrati in modo da non generare scompensi sul bilancio aziendale. Oggi l’impresa è dimensionalmente più piccola – gli occupati sono scesi da 30 a 14 nell’arco di un ventennio – ma al contempo sempre più pronta a rispondere agli stimoli che vengono dal mercato. Attualmente il magazzino di via Galilei ospita la collezione d’arte privata di Giorgio Crespi. L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di
M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc
Commercio M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc DENOMINAZIONE SOCIALE | M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Libreria, cartoleria. INDIRIZZO | Corso Moro 3 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-282182 | F. 0332-232369 | www.libreriapontiggia.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1890-1959) Marco Pontiggia alla fine dell’Ottocento lavora come libraio presso una cartoleria e libreria in piazza Monte Grappa a Varese di proprietà di una anziana signora, Gaetana Perfetti, che, non avendo eredi disposti a continuarne l’attività, gli cede il negozio nel 1890. Nel 1930, Marco lascia l’attività nelle mani del figlio Antonio (1892-1981) il quale nel 1934 trasferisce il negozio in corso Roma (dal 1979 ridenominato corso Aldo Moro). In quell’occasione, l’impresa viene registrata in Camera di commercio come ditta individuale. Nel 1928 Antonio sposa Elsa Minola Cattaneo che dà grande impulso alla libreria diversificando i prodotti commerciati: accanto ai libri, la vendita si apre a generi complementari o da regalo quali la pelletteria (servizi da scrittoio, cartellette), gli articoli religiosi, le cornici in metallo e cuoio. Nel 1936 nasce Eligio, figlio di Antonio ed Elsa, che, per la compresenza nello stesso stabile di abitazione e negozio, si trova a vivere sin dall’infanzia in libreria. Nel 1946 l’impresa si trasforma in società di fatto con l’ingresso di Elsa Minola accanto ad Antonio. La struttura è a composizione prevalentemente familiare: in negozio sono presenti anche una sorella di Antonio, Maria Augusta due commesse e un fattorino. Ad essi si aggiunge nel 1953 Eligio che, superando alcuni dubbi sul futuro del settore, decide di abbandonare gli studi liceali per aiutare i genitori nella conduzione dell’attività. Gli anni sessanta e settanta (1960-1979) Nel 1964 Eligio Pontiggia entra ufficialmente in società e vive in prima persona l’intenso sviluppo degli anni sessanta che farà della libreria un punto di riferimento culturale a Varese. Egli comprende che gestire una grande libreria richiede una solida preparazione culturale e competenze da bibliotecario: bisogna conoscere quanto prodotto dalle varie case editrici, saper guidare il cliente nella scelta e, soprattutto, offrire la disponibilità del libro cercato. Di conseguenza, una libreria importante conserva in sede una elevata quantità di pubblicazioni, indipendentemente dal loro successo editoriale. Tutto questo impone un ampliamento degli spazi espositivi e l’incremento del personale. Posta dinanzi all’opzione della crescita e stimolata dall’affacciarsi di nuovi concorrenti, la famiglia Pontiggia decide di accettare la sfida, confortata anche dai buoni risultati di vendita. Il negozio viene strutturato su più piani e nel 1967 viene acquistato un vicino magazzino per sgomberare i sotterranei dove viene collocato il reparto cartoleria. Seguendo il modello della Feltrinelli di Firenze, il negozio si dispone ora su più piani. Per l’occasione viene acquistato l’arredamento necessario in Germania dalla ditta Bruback, specializzata in arredo per cartoleria. Nel 1969 Eligio sposa Maria Teodora Casalis che, dopo la nascita dei tre figli, Antonio, Anna Giulia e Chiara, affianca dal 1974 il marito in libreria. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2008) Nei primi anni ottanta i genitori di Eligio lasciano la conduzione dell’attività al figlio che coinvolge anche la moglie Maria Teodora Casalis nell’assetto societario. Nel 1981, dopo la morte di Antonio Pontiggia l’impresa si trasforma in società in nome collettivo. Due anni dopo l’oggetto sociale viene ampliato alla legatoria di libri, alla riproduzione di disegni tecnici con macchine eliografiche, fotocopiatrici e duplicatrici e alla vendita di articoli per disegno e belle arti. Nello stesso anno viene aperto un magazzino in via Ugo Foscolo in vista di un nuovo e definitivo ampliamento degli spazi commerciali. A partire dal 1985, in seguito a una definizione di successione fra Eligio Pontiggia e la sorella Giovanna, si ha la seconda e definitiva espansione di sede, con l’acquisizione degli spazi appartenuti all’ex Calzaturificio di Varese, al primo piano. Il 1985 è anche l’anno in cui viene avviata la riorganizzazione informatica dell’impresa che ancora oggi ne garantisce l’efficenza gestionale. Viene introdotto un sistema per la gestione dei titoli che consente di conoscere in tempo reale i guadagni o le perdite con i singoli editori. La libreria entra a fare parte di una rete informativa (il Gruppo Libris) e riesce a garantire al cliente una più efficace reperibilità dei volumi richiesti. Il ricorso all’informatica consente poi di ridurre la merce in giacenza e ciò porta alla cessione del magazzino nel 1995. Negli anni novanta l’andamento delle vendite subisce una forte contrazione a causa della nascita della catena “Il Libraccio” specializzata nei testi scolastici. Se infatti la libreria Pontiggia poteva fino ad allora contare su un fatturato di circa un miliardo di lire all’anno solo sui testi scolastici, l’avvento di questa catena di negozi, incentrata molto sulla compravendita di libri usati, fa scendere il giro d’affari a trecento milioni di lire. Seguendo l’esempio di quanto avviene in altri settori, l’impresa diviene più “leggera” e può contenere i costi finanziari. Anche il personale scende progressivamente da 18 ai 14 dipendenti del 2000, tra cui i figli di Eligio, Antonio e Anna Giulia. La libreria Pontiggia negli anni è diventata un punto di riferimento culturale della città di Varese: tra i visitatori e i clienti illustri spiccano i nomi di Piero Chiara, Guido Morselli, Renato Guttuso, Giovanni Spadolini. Il fatturato si mantiene alto ma i costi di gestione si fanno sentire nell’andamento dell’attività. Tra i 357.000 titoli che gestisce, Eligio Pontiggia mantiene, anche edizioni di piccole case editoriali che comportano vendite esigue e bassi ritorni economici. E tuttavia è importante tenerle perché lo spirito di servizio al cliente, la varietà e la completezza d’offerta prevalgono sul calcolo economico. Oggi la libreria risente di due problemi strutturali. Da un lato pesa il declino del territorio che non è limitato unicamente alla deindustrializzazione: il ridimensionamento del progetto Euratom, che nel passato portava a Varese una popolazione di 5/6.000 addetti, tra cui molti ricercatori esteri, ha costituito un grave impoverimento qualitativo per la provincia. Dall’altro, l’effetto congiunto del calo del potere d’acquisto e dell’espansione della grande distribuzione commerciale determinano un calo delle vendite. Questo, sia
G. Bianchi
Commercio G. Bianchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Società per azioni Giuseppe Bianchi alimentari e coloniali FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio all’ingresso di generi alimentari e coloniali INDIRIZZO | Via Roma 21/a | 21045 | Gazzada Schianno (VA) CONTATTI | T. 0332-872111 | F. 0332-870803 | www.gbianchi.it Origini e primi sviluppi (1908-1926) Giuseppe Bianchi, nato a Tradate nel 1883, a venticinque anni ha già preso le decisioni fondamentali della sua vita: si sposa con Paola Bernasconi, abbandona gli studi universitari, lavora presso le imprese altrui per poi metterne in piedi una propria. Questa nasce nel 1908 con l’apporto decisivo di capitali di uno zio della moglie, ingegnere ferroviario in Argentina, che crede nelle capacità dell’intraprendente Giuseppe: una piccola drogheria nel centralissimo corso Matteotti di Varese, all’epoca corso Vittorio Emanuele. Ma è con la successiva esperienza che Giuseppe si fa le ossa da imprenditore. Insieme alla moglie e grazie anche al sostegno dell’allora Credito varesino, Giuseppe affianca presto alla drogheria un esercizio all’ingrosso di generi alimentari, che apre i battenti in via Sempione sempre a Varese. È l’intuizione giusta, perché la nuova attività conosce da subito una crescita straordinaria, intercettando le trasformazioni economiche dell’epoca, basate sullo sviluppo dei traffici coloniali e delle vie di comunicazione, che richiedono strutture commerciali più moderne e idonee alla concentrazione e distribuzione delle merci. Sotto la spinta del crescente bisogno di spazio, nel 1926 l’attività di commercio all’ingrosso si trasferisce a Gazzada , un piccolo comune contiguo a Varese, dove ha tuttora sede la società. La scelta del luogo è particolarmente felice, perché situato tra la strada provinciale che collega Varese a Gallarate e la linea ferroviaria statale che congiunge il nord al sud. E, oggi, con l’aeroporto Malpensa a due passi. Sorge così, sempre con l’aiuto della “banca amica”, un grande e per l’epoca moderno complesso commerciale, che rappresenta anche una delle prime edificazioni in cemento armato realizzate nella provincia di Varese. Insomma, l’impresa giusta al momento giusto nel posto giusto. La grande crescita (1927-1969) La drogheria di Varese è l’emporio al minuto per le famiglie, dove si trova e si compra di tutto e si respirano odori di cui si è persa la memoria. Altre drogherie Bianchi verranno in seguito aperte nei comuni di Tradate, Gallarate, Mortara, Novara e Milano, contribuendo a rafforzare l’immagine dell’impresa, anche se cesseranno via via l’attività. Il centro ingrosso di Gazzada è invece al servizio delle piccole aziende commerciali sparse nella zona. Dispone di un efficiente raccordo ferroviario, di grandi piazzali per gli autotreni e di magazzini per lo stoccaggio e la conservazione delle merci. Proprietario dei terreni sui quali sorge il complesso, Giuseppe Bianchi fonda, alla fine degli anni trenta, una propria società immobiliare. L’attività si allarga al ramo industriale, con la produzione diretta di concentrato di pomodoro in Emilia, l’acquisizione in Libia di una tonnara per la pesca e la lavorazione del tonno. È del 1941 l’apertura a Lissone di un’azienda, l’Acsal, che inizia a produrre scatolette di carne conservata in gelatina (la famosa carne Montana), registrando un enorme successo. Anche Gazzada è un po’ come uno stabilimento dove si confeziona un’incredibile varietà di prodotti. La moltiplicazione e la valorizzazione di una pluralità di marchi propri (come ad esempio il Molino Rosso) o di fabbrica rappresenta un aspetto peculiare della strategia commerciale perseguita dall’impresa. Questo orientamento al fare “tutto in casa” verrà negli anni abbandonato con la crescente focalizzazione sull’attività distributiva in senso stretto. Nel 1951 la ditta Bianchi si trasforma in “Commerciale Giuseppe Bianchi spa”, con sede legale a Milano e sede operativa a Gazzada. In quel periodo l’impresa ha 100 addetti circa, una dimensione che rimarrà sostanzialmente invariata nel tempo.L’intesa con il Credito varesino non viene mai meno, al punto che Giuseppe Bianchi, detentore di un consistente pacchetto di azioni, ne diventa consigliere. E se il Credito varesino è la banca di Giuseppe, questi è a sua volta la “banca” dei suoi clienti, ai quali concede di ritardare i pagamenti. Una generosità che Giuseppe mostra anche nei riguardi dei dipendenti, specie se bisognosi, ai quali è legato da un rapporto di genuino e affabile paternalismo. Alla fine degli anni sessanta la vecchia drogheria amplia i propri spazi con la totale ristrutturazione dell’immobile all’angolo tra corso Matteotti e piazza Carducci. Poco dopo la società realizza in via Manzoni un imponente edificio, caratterizzato da una serie di gallerie di raccordo tra alcune vie cittadine, che ospitano negozi e boutique di un certo livello. Ancora una volta Giuseppe, ormai anziano, ha colto i segni del tempo: l’evoluzione degli stili di vita e l’affermarsi di consumi più sofisticati, che di certo trovano nella ricca Varese un ambiente particolarmente favorevole al loro sviluppo. Dall’ingrosso tradizionale al cash & carry (1970-1999) L’ultraottantenne Giuseppe è alle prese con il problema della trasmissione dell’impresa. Ha avuto due figlie, che non si sono mai occupate dell’azienda, mentre i nipoti sono ancora troppo giovani per poterlo fare. Coinvolge allora alcuni dei collaboratori più meritevoli di fiducia, tra cui l’attuale amministratore delegato Gianpaolo Bianchi, riservando loro l’intero aumento di capitale (da 300 a 450 milioni di lire) deliberato dall’assemblea straordinaria dei soci nell’ottobre del 1970 con l’obiettivo di rilanciare l’azione della società, che contestualmente incorpora al suo interno il ramo immobiliare. L’anno successivo – dopo l’adeguamento degli immobili di Gazzada e la razionalizzazione organizzativa con l’istituzione di tre direzioni (generale, vendite e acquisti) – inizia l’attività di cash & carry . La Bianchi è uno dei primi operatori di commercio all’ingrosso italiani ad adottare questa formula moderna – nata negli Stati Uniti e sviluppatasi poi in Europa nei primi anni sessanta – che è in buona sostanza un ingrosso self-serviceriservato agli operatori autorizzati non consumatori finali. Questo cambiamento, avvenuto senza alcun aiuto finanziario, non implica però lo smantellamento della rete degli agenti di vendita, che continuano a curare il rapporto diretto con i clienti. Nel 1972, a quasi novant’anni, il commendator Giuseppe Bianchi muore, proprio mentre nasce il Consorzio C3 , un gruppo di acquisto tra grossisti, di cui poco dopo diventa
Fratelli Dario
Commercio Fratelli Dario DENOMINAZIONE SOCIALE | F.lli Dario di Dario Giulia & Dario Giovanna snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di articoli da regalo, casalinghi, apparecchi elettrodomestici, lista nozze, ecc. INDIRIZZO | Via San Cristoforo 35 | 21042 | Saronno (VA) CONTATTI | T. 02-9602954 | F. 02-9608951 | L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1944-1969) Giovanni Dario, agli inizi del Novecento, è attivo nella zona di Saronno come commerciante di bestiame. Alla sua morte, nel 1928, la figlia Giulia e il figlio Francesco sono costretti a lavorare da dipendenti rispettivamente come sarta e come impiegato presso la ditta Genetti di Saronno. Nel 1944 però in pieno periodo bellico, con l’aiuto economico della madre, aprono un negozio di ferramenta sotto la ditta Dario Francesco fu Giovanni. Le difficoltà iniziali non sono piccole: le dimensioni iniziali del negozio sono minime, 20-30 metri quadri al piano terreno di uno stabile che, al piano superiore, ospita l’abitazione della famiglia; spesso inoltre Francesco deve recarsi in bicicletta fino a Milano per procurarsi i prodotti da vendere. Negli anni del dopoguerra, con il boom economico, gli articoli trattati si diversificano comprendendo bombole a gas ed elettrodomestici. Ciò permette una notevole espansione dell’attività, sostenuta principalmente dalla vendita dei cosiddetti elettrodomestici bianchi (lavatrici, frigoriferi, ecc.). L’andamento degli affari e le rilevanti dimensioni dei prodotti venduti rendono necessario un primo allargamento del negozio: nel 1954 viene acquistato un appartamento al piano superiore che consente di strutturare l’attività su due piani, mentre in altri spazi vengono organizzati i magazzini. Nel 1962, all’età di 46 anni, Francesco sposa Vera Cossu e l’anno seguente nasce Giovanni. La nuova famiglia si trasferisce in via T. Grossi mentre Giulia continua ad abitare nel vecchio appartamento sopra il negozio. Questa situazione rende opportuno operare una trasformazione dell’impresa da ditta in società di fatto, con l’ingresso ufficiale di Giulia Dario. La denominazione muta in “Fratelli Dario di Francesco & Giulia Dario”. Nel 1964 si apre una sede staccata in via Monti, pensando al possibile ingresso in società del terzo fratello Angelo, ma il tentativo non ha poi sviluppo. Nel frattempo Francesco e Giulia iniziano a introdurre anche porcellane, cristalli, casalinghi e articoli da regalo, mentre il reparto ferramenta viene via via ridimensionato. Tra gli anni sessanta e gli anni settanta la trasformazione è accentuata da due fenomeni. La sostituzione del gas di città con il metano ridimensiona il mercato delle bombole a gas; lo sviluppo del mercato degli elettrodomestici porta alla nascita di catene di distribuzione specializzate difficilmente contrastabili sul piano dell’assortimento e del prezzo. Ne consegue la rapida e definitiva riconversione del negozio sui prodotti di qualità per la casa e l’arredo. Dagli anni settanta agli anni novanta (1970-1990) Già negli anni settanta, Giovanni inizia ad essere coinvolto, anche se occasionalmente, nel negozio che, del resto, è stato palestra dei suoi giochi infantili. Nonostante l’insistenza con cui il padre lo spinge verso la laurea e la libera professione, egli si sente attratto dall’attività di famiglia. Nel 1980, l’improvvisa scomparsa del padre porta Giovanni a fare delle scelte. Non essendo ancora maggiorenne assume la titolarità del negozio sotto la tutela della madre. Può così affiancarsi nella gestione alla zia Giulia contribuendo alla continuità dell’impresa. Nel 1983, terminati gli studi di ragioneria e assolto l’obbligo militare, si occupa a tempo pieno dell’impresa di famiglia. È questa una fase in cui il maggior peso della conduzione dell’attività grava sulla zia. Il rapporto di grande affetto che la lega al nipote Giovanni, fa sì che l’intesa nella gestione sia piena: per entrambi il futuro del negozio sta nei casalinghi, oggetti di uso comune che godono di uno smercio giornaliero, e negli oggetti di maggior valore come le porcellane e i complementi d’arredo. Gli anni ottanta vedono un ulteriore ampliamento degli spazi dell’attività con l’acquisizione nello stesso stabile dei locali che dividevano precedentemente il negozio dai magazzini. Giovanni concentra il proprio intervento nell’informatizzazione delle procedure contabili e amministrative . All’inizio degli anni ottanta viene introdotta la moneta elettronica mentre, verso la fine del decennio, è la volta della gestione del magazzino e del registratore di cassa. Dinanzi a queste trasformazioni, Giulia Dario nonostante sia aperta alle novità e rivolta al futuro per quanto concerne la scelta dei prodotti o l’arredo del negozio, rivela un atteggiamento poco favorevole; esse turbano la quotidianità della sua vita nel negozio per cui preferisce delegarne la gestione al nipote. Nel 1987 la società di fatto viene trasformata in snc. Nello stesso anno Giovanni torna a viver insieme alla mamma nell’appartamento sopra il negozio, in concomitanza con la ristrutturazione della mansarda. Dagli anni novanta ad oggi (1991-2008) Con gli anni novanta, si fa sentire più forte la concorrenza della grande distribuzione, per cui l’impresa si specializza ulteriormente nel settore del complemento d’arredo e dell’articolo da regalo. Ciò porta ad una maggiore attenzione nella gestione del magazzino – ulteriormente evoluta con l’utilizzo dei codici a barre – e dell’assortimento, garantendo la rotazione dei prodotti messi a disposizione della clientela. In determinati periodi dell’anno, come il Natale, è necessario però per l’impresa avere un gran numero di articoli in magazzino, per il cui acquisto, e per ridurre al minimo la quantità di invenduto, si fa riferimento agli andamenti delle vendite degli anni precedenti. La gestione si arricchisce pertanto dello strumento del budget che consente di controllare l’andamento delle vendite e mettere a punto le strategie finanziarie. In questi anni, si decide anche per un nuovo e importante intervento strutturale con il rinnovo di uno dei due saloni del piano superiore: il negozio raggiunge così i 200 metri quadri di superficie di vendita. Nel 1995 Giovanni sposa Milena Colombo che lascia un’attività nel settore dell’abbigliamento per lavorare in negozio col marito. Dopo due anni entra nella società, come amministratrice, subentrando a Giulia Dario che acconsente alla conservazione del proprio nome nella denominazione della ditta. L’arrivo di Milena Colombo, forte della sua esperienza nel settore commerciale, e della sorella Monica come dipendente, porta nuovi stimoli ed un nuovo aiuto nella scelta
Ditta Giannino Tosi & C. Sas
Commercio Ditta Giannino Tosi & C. Sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Giannino Tosi & C. Sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio di tessuti e stoffe INDIRIZZO | Via Dante 4 ang. Via Mazzini | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-631088 | F. 0331-631088 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1930-1959) Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929, decide di abbandonare il settore produttivo e dedicarsi al commercio al dettaglio e all’ingrosso di tessuti per abbigliamento. Dalla metà degli anni trenta e per tutti gli anni quaranta, Giannino Tosi è socio di negozi di tessuto, fino a quando, nel 1949, apre un negozio in proprio in via Montebello (vicolo Custodi) a Busto Arsizio, costituendo con la moglie Maria Farioli una società per il commercio di tessuti denunciata l’anno seguente. Il negozio viene trasferito presso la sede attuale nel luglio 1959 in locali in affitto. La data è significativa nella storia dell’impresa perché il trasferimento consente di espandere l’attività al commercio di biancheria da casa, compresi tappeti e tendaggi. Nello stesso anno, inoltre, il figlio di Giannino, Danilo Tosi, si sposa con Maria Landini e abbandona definitivamente gli studi in economia e commercio per dedicarsi all’attività di famiglia. Anche la moglie di Danilo, sollecitata dalla famiglia Tosi, abbandona l’insegnamento per ricoprire il ruolo di capocommessa in negozio, che giunge così ad impegnare quattro membri della famiglia Tosi e due commessi. Giannino Tosi si riserva il compito principale e delicato della scelta dei tessuti e degli articoli da acquistare, mentre il resto della famiglia lavora in negozio senza una precisa divisione delle mansioni. Gli anni sessanta e settanta (1961-1986) L’impresa mantiene e sviluppa, in questi anni, la propria attività sia nel commercio al dettaglio sia in quello all’ingrosso. Tosi, infatti, per poter spuntare i prezzi migliori, acquista direttamente presso aziende tessili biellesi volumi importanti di tessuto, comprando pezze e rivendendo in tagli piccoli soprattutto ad ambulanti, operando così da grossista. La necessità crescente di spazi per lo stoccaggio della merce, spinge l’impresa a prendere in affitto un magazzino nello stesso stabile del negozio e ciò consente di aumentare l’offerta ai clienti per la vendita al dettaglio. Nel 1972 entra nella società il figlio Danilo e la ragione sociale viene modificata in “Tosi Giannino & C. di Tosi Giovanni Farioli Maria Tosi Danilo”. Già nel 1976 Danilo Tosi, ancor prima della morte del padre avvenuta nello stesso anno, diviene in pratica l’unico responsabile della società, con l’attribuzione del 98% delle quote sociali. Gli anni settanta segnano un lento declino delle vendite del tessuto per l’abbigliamento, compensate però dal commercio della biancheria da casa che assume sempre maggiore importanza. Ciò porta l’impresa a prendere in affitto dei locali contigui, dapprima occupati da un’altra attività commerciale, che vengono utilizzati come magazzino. All’affacciarsi degli anni ottanta è ormai chiara la preponderanza del commercio al dettaglio e il quasi totale abbandono delle vendite all’ingrosso anche a causa di nuove normative di legge che impongono un registro di carico e scarico del magazzino. Nel 1981, la vedova di Giannino Tosi si ritira dalla società che passa quindi interamente al figlio e alla moglie di questi che partecipa alla proprietà con una quota dell’ 1%. Il cambio di proprietà viene sancito dalla nuova denominazione “Tosi Giannino & C. di Tosi Danilo e Landini Maria”. Verso la terza generazione (1987-2008) Nel 1987 l’impresa diviene una società in accomandita semplice: i coniugi Danilo e Maria Tosi sono gli unici soci con quote rispettivamente del 60 e 40% del capitale. La scelta degli articoli da acquistare per il negozio viene effettuata da entrambi, che approfittano della chiusura del lunedì per visitare le varie imprese tessili. Spesso anche Andrea Tosi, figlio di Danilo, accompagna i genitori, conoscendo così direttamente i fornitori e maturando una certa esperienza. Coinvolto fin dall’infanzia nella vita dell’impresa di famiglia, complice il fatto che l’abitazione si trova esattamente sopra i locali del negozio. Anche la scelta degli studi (perito tessile) è indirizzata all’attività di famiglia. Conseguito il diploma nel 1980, tre anni dopo Andrea entra nell’impresa come coadiuvante. Nel 1989 partecipa ufficialmente alla società come socio accomandante. Gli articoli e i tessuti commerciati dal negozio Tosi si mantengono su livelli di qualità medio-alti, con una particolare attenzione alla soddisfazione del cliente. Nel 1991 muore Danilo Tosi e l’anno seguente Andrea diviene socio accomandatario, mentre la sorella Paola entra nella società come socio accomandante per pochi mesi, non essendo mai coinvolta operativamente nell’impresa. In questi stessi anni, a fronte di un continuo calo della vendita dei tessuti, si decide di dare maggiore visibilità al settore dell’arredo e della biancheria da casa in continua crescita sfruttando le vetrine dei locali del magazzino, raddoppiando così la superficie del negozio. Andrea Tosi si occupa dell’amministrazione dell’impresa e, insieme alla madre, degli acquisti. La vendita dei tessuti è ora influenzata sempre più dalle mode stagionali cui si cerca di adeguarsi, ascoltando le proposte dei rappresentanti delle aziende fornitrici e coinvolgendo nella scelta degli articoli anche le commesse che sono a diretto contatto con le esigenze dei clienti. Ne deriva una difficoltà di fondo poiché, spesso, la produzione dei tessuti precede anche di un anno le tendenza moda degli abiti confezionati e la necessità di acquistare dei metraggi lunghi non consente all’impresa di inseguire ogni proposta del settore del pronto moda. Peraltro non si può tralasciare il settore dell’abbigliamento classico e l’impresa deve così, anche a seguito della rarefazione di questo tipo di negozi, offrire la maggiore varietà possibile, dal classico al pronto moda. Per questo, il magazzino, un tempo ricchezza per l’impresa, diviene un peso economico e gli acquisti si fanno più frequenti e di minor volume. Nel tempo la famiglia Tosi ha costruito con i clienti un rapporto di servizio fondato sulla continuità. Per alcune famiglie del luogo l’acquisto del corredo in questo negozio è diventato pertanto una tradizione. Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929,
Ditta Cristina
Commercio Ditta Cristina DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Cristina di Finato Maria e c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di cappelli, pelletteria e accessori INDIRIZZO | Piazza della Libertà 12 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-795620 | F. 0331-795620 Il primo negozio di Mario Cristina in piazza Garibaldi (1910-1916) Cesare Cristina, detto Mario, apre nel 1910 con l’aiuto della moglie Maria Silvera un negozio di cappelli da uomo e ombrelli a Gallarate, nella centralissima piazza Garibaldi alle spalle della chiesa di San Pietro. I due coniugi Cristina, nati rispettivamente nel 1887 e 1886, sono originari di Invorio, borgo agricolo sulle colline novaresi che si affaccia sul Lago Maggiore e decidono di trasferirsi a Gallarate per tentare la fortuna nel settore del commercio. Il loro negozio ottiene un rapido successo, dovuto anche alla posizione centrale nel “salotto” di Gallarate, la zona in cui si passeggia in compagnia e ci si ritrova nelle giornate di festa, quello che con termini attuali può essere definito un “centro commerciale naturale”. Il cappello da uomo a quei tempi è un accessorio imprescindibile, soprattutto per gli esponenti dei ceti borghesi e aristocratici che lo portano quotidianamente e sono attenti alle mode internazionali. L’utilizzo del cappello allora non risente di sensibili picchi stagionali, fattore che invece condiziona fortemente il commercio degli ombrelli. La cappelleria Cristina ha tra i propri fornitori le principali industrie del tempo come Panizza, Frigerio e soprattutto Borsalino: Teresio Borsalino, figlio del fondatore Giuseppe, frequenta personalmente il negozio per concordare gli ordinativi con Mario Cristina. I due titolari non hanno figli che li assistono nel lavoro ma nel 1917 viene loro affidata la nipote, Margherita Silvera, che lascia Invorio all’età di quattro anni e viene cresciuta dagli zii a Gallarate, dove il negozio diviene la sua seconda casa. Il legame di parentela della nipote con i due zii è doppio: Margherita infatti è figlia di un fratello di Maria e di una sorella di Mario. In piazza della libertà, all’angolo del “bar Cristina” (1927-1959) Nel 1927 la cappelleria di Mario Cristina si trasferisce di pochi metri, lasciando piazza Garibaldi per stabilirsi nell’adiacente piazza Vittorio Emanuele che, dopo la Seconda guerra mondiale, prende il nome di piazza della Libertà. Il nuovo negozio viene progettato secondo canoni moderni per l’epoca, l’arredo e le vetrine sono realizzati su misura e vengono utilizzati ancora oggi. La posizione, al termine dei portici di casa Piantanida (oggi conosciuta come casa Peroni), è ancora più favorevole della precedente: situata di fronte al sagrato della Basilica di Santa Maria, la cappelleria diviene un luogo familiare per i gallaratesi. I ragazzi si danno appuntamento sotto i portici per trascorrere le ore insieme, i più giovani a giocare e schiamazzare, i più grandi ad aspettare le ragazze che escono dalla messa. Chi non ha l’età e i soldi per frequentare i caffè della piazza adotta come ritrovo quell’angolo dei portici, che per tanti ragazzi diventa noto come il “Bar Cristina” . Mario li intrattiene inventando un motivetto pubblicitario che diventa rapidamente un successo in piazza: «Non c’è bambino che non abbia mai comprato un cappello da Cristina». In quegli anni la maggior parte della clientela del negozio è costituita da persone benestanti e la torma di ragazzi davanti al negozio viene talvolta dispersa da Margherita armata di una scopa. Anche lei diviene una figura familiare per tanti giovani e con il passare degli anni sarà nota a tutti come la zia Rita. Nel secondo dopoguerra altri membri della famiglia si trasferiscono da Invorio: prima Jolanda, sorella minore di Margherita, che sposa il milanese Carlo Rattazzi con cui si stabilisce a Busto Arsizio; Guarda le fotoin seguito anche il padre di Margherita e Jolanda, Carlo Silvera, rimasto vedovo decide di raggiungere la figlia maggiore a Gallarate. Per qualche anno è attivo anche lui in negozio, occupandosi della riparazione di ombrelli e di cappelli. Con gli anni cinquanta e sessanta il negozio amplia la propria offerta con altri accessori come guanti, cinture, foulard di seta, cappelli femminili da cerimonia e borse. Questo aspetto della diversificazione merceologica si rivela fondamentale per la sopravvivenza dell’attività nei decenni a venire, in quanto il mercato del cappello in feltro da uomo subisce un drastico ridimensionamento. Il primo passaggio generazionale: dallo zio Mario alle nipoti Silvera (1960-1994) Nel 1960, con la scomparsa della moglie Maria, Mario inizia a predisporre la propria successione e nel 1961 decide di cessare la ditta individuale e di farle subentrare la società in nome collettivo “Cristina Cesare & C. In questo periodo di transizione la cappelleria si avvale del lavoro di una commessa, unico episodio di apporto di lavoro esterno nella secolare storia di questa impresa, che si caratterizza per la continua presenza in negozio di membri della famiglia. Mario Cristina muore nel 1965 e le quote della società vengono divise tra le due nipoti Silvera: Margherita e Jolanda. Quest’ultima decide in quel frangente di trasferirsi con il marito Carlo Rattazzi e i figli Loredana, Marina e Aldo a Gallarate, per condividere con Margherita la casa lasciata dagli zii Cristina. In negozio le due sorelle vengono affiancate dalla figlia maggiore di Jolanda, Loredana Rattazzi, assunta come commessa e attiva al loro fianco per trent’anni. A partire dagli anni sessanta l’industria e il commercio di cappelli, in particolare quelli da uomo, subiscono un forte ridimensionamento: le abitudini e le mode cambiano radicalmente. La crisi del settore ha effetti sia sul versante industriale che su quello distributivo, che portano alla chiusura di molti punti vendita specializzati. Come già accennato, l’attività della famiglia Cristina-Silvera può contare su un’offerta varia ma soprattutto su un rapporto solido con la propria clientela di riferimento. Ad alcuni clienti di riguardo , esponenti delle dinastie imprenditoriali della zona, capitava che la zia Margherita dedicasse anche la domenica mattina. Inoltre molti dei ragazzi che passavano il loro tempo davanti al “Bar Cristina” con il passare degli anni diventano clienti del negozio, che diviene in un certo senso simbolo di ascesa sociale. Nel corso
Dino Ceccuzzi
Commercio Dino Ceccuzzi DENOMINAZIONE SOCIALE | Dino Ceccuzzi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria e oreficeria INDIRIZZO | Piazza San Giovanni 1 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632867 | F. 0331-632644 | www.dinoceccuzzi.it Origini, nascita e primi sviluppi (1935-1961) Verso la metà degli anni trenta Dino Ceccuzzi, nato a Montepulciano nel 1915, giunge a Gallarate dove il padre, ferroviere “girovago”, si è trasferito con la famiglia. Qui inizia l’apprendistato presso la gioielleria Ganosa, diventando in poco tempo non solo un provetto orologiaio ma anche un abile venditore. Nel 1939 si sposa con Maria Taverna da cui ha due figli, Bruno nel 1941 e Alberto nel 1949. Qualche anno dopo passa alle dipendenze dell’orologeria-oreficeria Mazzucchelli di Busto Arsizio, essendo attratto dalla promessa di rilevarne l’attività nel momento del ritiro del titolare, i cui figli non sono interessati al negozio. Nel 1949 Dino Ceccuzzi subentra al suo datore di lavoro e la ditta assume la denominazione “G. Mazzucchelli di Dino Ceccuzzi”. Dino, coadiuvato dalla moglie, espande l’attività, amplia le vetrine del negozio, che si apre nel palazzo settecentesco di piazza San Giovanni: al piano terra la zona giorno del lavoro, al piano superiore la zona notte del riposo. Il laboratorio di riparazioni si dota di strumenti all’avanguardia come, ad esempio, il crono comparatore che consente di leggere con precisione il funzionamento di un orologio. All’angolo del negozio compare l’insegna luminosa degli orologi Rolex, di cui la ditta Ceccuzzi è concessionaria, una novità assoluta per i bustocchi. Il piccolo Bruno respira l’atmosfera del negozio paterno , rimanendone affascinato. Gioca in un cortile che è un microcosmo pulsante di vita commerciale e dove aiuta il padre a fondere l’oro, che una volta fuso sembra un «tuorlo d’uovo cotto sulla piastra». Dopo la terza media è combattuto tra la passione per lo studio e il desiderio del padre che lo vorrebbe subito a bottega, consapevole della precarietà delle proprie condizioni di salute. Decide infine per il ginnasio che frequenta con ottimi risultati fino a quando lo stato di salute del padre non lo costringe ad abbandonare gli studi e a fare un apprendistato di due anni (tra il 1956 e il 1958) presso un maestro orologiaio di Milano. Rientrato a casa, frequenta la scuola serale di ragioneria; studia di notte e lavora di giorno, acquisendo con il diploma una formazione amministrativa utile al lavoro. All’inizio degli anni sessanta viene ventilata la demolizione dell’antico palazzo in cui sin dal 1918 ha sede l’ex orologeria Mazzucchelli. Dino Ceccuzzi predispone tutto il necessario per il trasferimento del negozio in uno stabile vicino ma nel 1961, poco prima dell’inaugurazione della nuova sede, a soli 46 anni, cessa di vivere. Il ventenne Bruno si trova improvvisamente a doversi fare carico dell’attività, potendo comunque contare sull’indispensabile aiuto della madre: la denominazione della ditta muta quindi in “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi”. Dalla ditta alla società di capitale (1962-1988) Nel corso degli anni Ceccuzzi diventa la gioielleria per antonomasia di Busto Arsizio, che offre i prodotti delle migliori marche: non occorre più andare a Milano per comprare un orologio Vacheron Constantin o un gioiello di Pomellato. Il personale impara le tecniche della vetrinistica, perché la cura dell’esposizione è di primaria importanza per comunicare l’identità di ogni singolo prodotto: quel Rolex è diverso da quel Le Coultre. Nel 1971 Bruno e il fratello Alberto entrano in qualità di soci nell’impresa, che si trasforma nella società di fatto “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi e figli”. Due anni dopo Bruno fonda insieme ad altri “amici” l’Istituto gemmologico italiano per la diffusione della cultura gemmologica tra gli operatori e la formazione di gemmologi qualificati, e di cui egli stesso è il primo diplomato, ricoprendo per molti anni (sino al 1997) la carica di vice presidente, nonché di responsabile della commissione scientifica. Il presidente è Gianmaria Bucellati, nome storico della gioielleria italiana, le cui prestigiose creazioni trovano posto nelle vetrine del negozio Ceccuzzi. La società nel 1979 registra il proprio marchio d’impresa, il cosiddetto “ragno”, nato da un’idea di Maurio Milani, giovane designer emergente dell’epoca. Nel 1983 la ragione sociale muta in “Dino Ceccuzzi srl”. Bruno è coniugato con Paola Grampa, proveniente dalla borghesia professionale di Busto Arsizio; dall’unione nascono Alessandra (1967) e Dino (1971). Dopo una breve esperienza come insegnante di scuole medie, Paola Grampa, laureata in lettere, si diploma in gemmologia e inizia a lavorare nell’azienda del marito, occupandosi in particolare delle vendite e apportando una “ventata” di cultura umanistica. Paola instaura con i clienti rapporti fondati sul rispetto, sull’empatia e sulla fiducia , perché vendendo e comprando non si scambiano soltanto oggetti e denaro ma anche emozioni, bisogni, confidenze da cui spesso nascono vere e proprie amicizie. La crescita continua dell’attività porta nel 1986 all’apertura a Varese di un secondo negozio , la cui conduzione è affidata ad Alberto Ceccuzzi. Alessandra e Dino Ceccuzzi sono ormai diventati grandi e, da buoni figli d’imprenditore, mostrano interesse a lavorare nell’azienda di famiglia. Occorre però una sede più grande. L’occhio di Paola Grampa cade proprio lì, a due passi, sulla vecchia e fatiscente casa-bottega di una volta, che la famiglia Ceccuzzi acquista insieme a una parte del palazzo del Settecento in cui sorge, in realtà mai demolito e da poco messo in vendita. Verso la terza generazione (1989-2000) I primi anni novanta sono impegnativi e ricchi di novità. C’è la fatica del cantiere i cui lavori durano due anni, trattandosi della ristrutturazione conservativa di un immobile di valore storico, che deve fare i conti con i vincoli imposti dalla Sovrintendenza. Bruno raccoglie e mette da parte i chiodi del Settecento forgiati a mano, che spuntano dalle antiche travi di legno: ingentiliti con una piccola piastrina d’argento diventano il cadeau i clienti invitati alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede, disposta su tre piani, che avviene nel 1991. I coniugi Ceccuzzi trasferiscono qui la loro abitazione e così, dopo una separazione durata trent’anni, casa e negozio ritornano a stare insieme. Nel caveau gioielleria c’è
Corvi
Commercio Corvi DENOMINAZIONE SOCIALE | Corvi Alfredo fioraia snc di Alfredo e Giovanni Corvi FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fiorista, coltivazione di bonsai e orchidee, noleggio piante per manifestazioni e allestimento floreale per celebrazioni INDIRIZZO | Corso Matteotti 39 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-284121 | F. 0332-831250 | www.corvi.it Alfredo Corvi e Adelaide Masini (1919-1954) Alfredo Corvi, varesino nato nel 1888, è figlio di Cesare e di Teresa Bossi. Quando ha circa vent’anni inizia la propria attività di floricoltura in alcune serre nella zona di Biumo Superiore. Sono i primi anni del secolo e anche se non rimane traccia nei documenti di un’impresa formalizzata, vi sono alcuni pubblici riconoscimenti di mostre e società floricole a testimonianza del suo precoce successo.La formazione di Alfredo si svolge tra Varese, dove frequenta la Scuola d’arte applicata all’industria Giuseppe Bernascone, e Milano, dove trascorre alcuni periodi come apprendista. Nel 1919 Alfredo apre il proprio negozio in corso Vittorio Emanuele 33 nel centro di Varese e costituisce la ditta individuale “Fioraia di Alfredo Corvi”, nome che gli eredi hanno conservato fedelmente in tutti questi anni. Sposa nel 1921 Adelaide Masini di Buguggiate e nel 1924 nasce la loro prima figlia Annamaria, seguita da Gianni Battista, detto Gianbattista, nel 1930. La presenza di Adelaide in negozio è fondamentale, mentre Alfredo può dividersi tra il lavoro in serra, in negozio e le consegne nella provincia .Dagli anni trenta la Fioraia di Alfredo Corvi è corrispondente per la provincia di Varese dell’Unione fioristi Italia, che costituisce una pioneristica rete di distribuzione sul territorio degli ordinativi provenienti da tutta Italia.Nel dopoguerra questa associazione tra fioristi si svilupperà a livello internazionale contribuendo alla costituzione di Interflora. Dopo dieci anni di attività Corvi apre un negozio filiale in via San Giulio a Cassano Magnago, che viene ceduto nel 1945 alla ditta di Carlo Ferrario.L’attività della famiglia Corvi in quegli anni spazia dalla coltivazione di fiori e piante nelle serre di via Reni, alla vendita al dettaglio nei negozi di Varese e Cassano Magnago.Il negozio principale viene trasferito nel 1931 di pochi metri, dal civico 31 al 39, dove ha sede ancora oggi e dove la famiglia Corvi si stabilisce occupando i piani superiori. Anche Maria Corvi, una sorella di Alfredo, lavora nel settore vendendo fiori in un chiosco sotto i portici della vicina piazza San Vittore. L’attività di Maria è autonoma ma si può giovare dell’integrazione con quella più ampia del fratello che la può rifornire di fiori e piante. Come accennato, Alfredo Corvi gode presto di ottima fama come floricoltore: le prime orchidee della provincia di Varese vengono coltivate da lui nella villa del senatore Piero Puricelli; la sua specialità sono i garofani e i suoi fiori sono noti e ammirati anche fuori dal territorio varesino. In questo periodo e per molti anni ancora non vi è un confine netto tra l’attività agricola e l’attività commerciale, che inizia a delinearsi con la seconda generazione e matura con il passaggio alla terza generazione della famiglia Corvi. Terminate le scuole dell’obbligo, nell’immediato dopoguerra Gianbattista inizia a lavorare e nel 1948 costituisce una ditta a proprio nome che affianca quella paterna subentrando nella licenza di vendita ambulante della zia Maria Corvi. Gianbattista Corvi e Maria Tagnochetti (1955-1979) Nel 1955 Gianbattista sposa Maria Tagnochetti, anche lei figlia di commercianti. Nel 1956 nasce Alfredo, cui seguono Giancarla, Vittorina, Ferdinando e Maria Adele tra il 1957 e il 1963 e Giovanni nel 1970. Nella seconda metà degli anni cinquanta avviene la transizione dalla gestione di Alfredo e Adelaide a quella di Gianbattista e Maria. Il fondatore muore nel 1962 ma la sua salute lo allontana dal lavoro già alcuni anni prima. Invece Adelaide prosegue a collaborare con il figlio e la nuora per altri vent’anni, fino quasi alla morte avvenuta nel 1983. Per qualche anno l’impresa di Alfredo e quella del figlio procedono in parallelo. La sede della seconda è presso l’abitazione di famiglia, in via Ferrari 20, sul retro del corso che dal secondo dopoguerra viene intitolato a Giacomo Matteotti. La sua attività di vendita ambulante viene trasferita nel 1957 da piazza San Vittore in un’edicola in via Milano, con l’insegna “Casina dei fiori” , e ha come clientela i villeggianti che utilizzano le vicine stazioni ferroviarie. Nel gennaio 1961 avviene formalmente il passaggio di consegne da Alfredo al figlio, con un atto notarile che denota una totale identificazione di famiglia e impresa: Alfredo cede le attività della propria ditta in corso Matteotti e in via Reni al figlio Gianbattista che contestualmente – in modo atipico per un’impresa – si impegna a versare ai genitori un vitalizio mensile e a fornire loro assistenza in caso di bisogno. A questo punto l’impresa di Alfredo cessa, mentre quella di Gianbattista si insedia nel negozio storico, proseguendo l’esercizio del chiosco in viale Milano. La produzione e il commercio dei fiori, che fino alla Seconda guerra mondiale erano rimasti limitati su scala locale, diventano nel corso degli anni cinquanta e sessanta un mercato su vasta scala. Il miglioramento delle reti e dei mezzi di trasporto rende possibile il rifornimento di merci a distanze notevoli e la Fioraia è tra le prime imprese a rifornirsi direttamente dal mercato olandese e da altre regioni italiane. L’attività di floricoltura subisce un conseguente ridimensionamento e non riguarda più l’intero ciclo di vita vegetale, ma più spesso vengono acclimatate e portate a fioritura piante acquistate già “mature”. Nel campo delle composizioni floreali Gianbattista si forma una solida competenza nell’arte giapponese dell’ikebana , di cui diviene uno degli esperti sul territorio. Il 1973 è un anno ricco di eventi nella storia dell’impresa. In gennaio Gianbattista associa la moglie Maria e la ditta individuale viene trasformata in società di fatto. Nello stesso anno viene chiusa la Casina dei fiori di viale Milano e viene aperto un negozio in via Vittorio Veneto 12, dove negli anni seguenti lavoreranno le sorelle Giancarla e Vittorina Corvi. L’insegna “Ci” è un’estrema contrazione del cognome Corvi e la concezione del punto vendita
Cooperativa Acli di Gavirate
Commercio Cooperativa Acli di Gavirate DENOMINAZIONE SOCIALE | Società cooperativa Acli di Gavirate FORMA GIURIDICA | Società cooperativa ATTIVITÀ PRINCIPALE | La cooperativa persegue scopi mutualistici e svolge attività sociali a favore dei soci e dei non soci in modo diretto o indiretto anche in collaborazione con l’Associazione A.C.L.I. ed il relativo patronato Caf INDIRIZZO | Via Corridoni 4 | 21026 | Gavirate (VA) CONTATTI | T. 0332-745296 | F. 0332-745296 Dal 1947 al 1971 La Società cooperativa a responsabilità limitata Acli nasce il 5 ottobre 1947 per volontà di cinque soci fondatori che, per divergenze politiche con la Casa del popolo di Gavirate affiliata alla Lega delle cooperative, decidono di fondare un nuovo organismo ispirato ai principi della cooperazione bianca . La nuova cooperativa di consumo ha sede in via Corridoni 2 e ha per oggetto la gestione di una trattoria (inizialmente in un locale in centro a Gavirate, in via XXV aprile, prestato da un socio commerciante) e di uno spaccio di vino e liquori , di generi alimentari e di abbigliamento. I soci raggiungono in tempi rapidissimi il numero di 255. Fin dai primi anni, la società avvia l’attività di vinificazione con pigiatura diretta dell’uva, acquistata prevalentemente dalla ditta Bottinelli di Varese, impiantando un torchio e grandi botti di legno nelle cantine del locale di via Corridoni. Nel 1955 l’attività prevalente risulta già essere la gestione diretta della trattoria e lo spaccio di vino. La società è ormai nota come il “Circolino” di Gavirate, sede anche di un’intensa pratica del gioco delle bocce, grazie ai campi realizzati dalla cooperativa stessa che provvede alla costituzione della “sezione bocce”. Nello stesso anno i soci della cooperativa decidono di associarsi alla Confederazione delle cooperative italiane di ispirazione cattolica e di conseguenza all’Unione provinciale delle cooperative di Varese. Negli anni successivi vengono realizzati nuovi campi da bocce e rinnovato l’arredamento dei locali della trattoria. In questo periodo il numero dei nuovi iscritti non supera le 25 unità: questo è forse dovuto al fatto che la società non è più, di fatto, una cooperativa di consumo con vendita di prodotti a prezzi vantaggiosi, ma si identifica con la trattoria, attraendo quindi come soci i soli frequentatori del circolino. Nel 1967 in occasione dei venti anni dalla fondazione, l’assemblea dei soci decide di prorogare la durata della società fino al 31 dicembre 2000. Dal 1972 al 1987 Dal 1972 l’attività va in perdita e la cooperativa inizia a non distribuire più utili ai soci. L’anno seguente la situazione non migliora, ma si decide di rinnovare ugualmente la cucina della trattoria. Il bilancio del 1973 è ancora in perdita ed alcuni soci mettono in discussione l’opportunità di continuare l’attività della cooperativa. L’assemblea dei soci decide, però, di proseguire l’attività pur prendendo atto che gli scopi per i quali la cooperativa era stata fondata non sono più attuabili a causa delle necessità e dei tempi mutati. Nel 1975 l’appartamento al primo piano dello stabile della trattoria, prima occupato dal gerente, viene adibito a uffici e utilizzato, dietro pagamento di un rimborso spese, per ospitare le sezioni locali del Club Varese e della Democrazia cristiana. Negli anni successivi questi locali verranno lasciati in fruizione, per un giorno alla settimana, a numerosi altri gruppi: il Gruppo alpini Gavirate, la Società ciclistica gaviratese, il Moto club Gavirate, la Pallacanestro Gavirate, la Scuola di taglio e cucito, la Società scacchistica. Si mettono poi a disposizione spazi per l’associazione Acli, in particolare per il Patronato Acli. Nel 1982, anniversario dei trentacinque anni di attività, la Società decide di affidare la propria gestione amministrativa, fiscale e contabile all’Unione delle cooperative di Varese. La sempre minor produzione di vino e lo scandalo del metanolo che determina l’introduzione di una normativa più severa in Italia, spinge la società a cessare l’attività di vendita al dettaglio e vinificazione. L’anno seguente la gestione diretta dell’attività commerciale di bar-trattoria, fino a quel momento affidata ad un gerente con stipendio fisso più una percentuale sulle vendite, divenuta di difficile gestione esoprattutto troppo onerosa dinnanzi ad un continuo sbilanciamento tra costi e ricavi, viene sostituita, per decisione dell’assemblea dei soci, con l’affitto delle licenze relative alla gestione dell’attività. Nel 1987 la cooperativa apre i suoi spazi anche alla locale Schola cantorum. Dal 1988 a oggi Dal 1988 il numero dei soci (di cui circa l’80% è costituito da pensionati) torna a salire grazie al ripristino delle feste tradizionali della cooperativa, come le gare di bocce e l’annuale sagra dell’uva, ma anche grazie all’idea di rilanciare l’attività di vendita intesa soprattutto come attività di servizio per le persone anziane che non possono muoversi da casa. Nel 1992 la società si accorda con la proprietà dell’immobile per l’avvio di importanti lavori di ristrutturazione ottenendo in cambio la stipula di un vantaggioso contratto d’affitto a lungo termine che prevede anche il diritto di prelazione in caso di vendita. I lavori sono completati l’anno seguente. Nel 1996 il consiglio aderisce alla nuova Cooperativa S. Egidio di Tornavento da cui parte il “Progetto Comunità” proposto dall’Unione cooperative di Varese per rilanciare la cooperazione. Il Presidente della Cooperativa di Gavirate, Luigi Giromini, in questa occasione viene eletto consigliere provinciale nel consiglio dell’Unione suddetta. Nello stesso anno si vota il prolungamento della Società fino al 2050 e sempre in questo periodo la Casa del popolo di Gavirate chiudeva l’attività così che il Circolino rimane la sola realtà cooperativa locale.Nel 1997 viene deciso il restauro della statua della Madonna Orante : statua divenuta simbolo della cooperativa stessa e posta, esattamente cento anni prima, dai progenitori delle famiglie proprietarie dello stabile. Nel 2001, alla morte della proprietaria Lidia Bravo, l’edificio, ormai sede storica della società, viene ereditato dai figli che, dopo una contrattazione durata circa un anno, ne decidono la vendita alla cooperativa stessa. L’intera assemblea dei soci procede così all’acquisto dello stabile grazie all’attivazione di un mutuo ventennale, confidando nelle entrate costituite dagli affitti dell’attività della trattoria. Nel 2006 la trattoria funziona anche come pizzeria, riscontrando notevole successo e richiamando anche una clientela giovane per
Cavalleri Mario & figli
Commercio Cavalleri Mario & figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Cavalleri Mario & figli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Riparazione e commercio di radiatori per autoveicoli INDIRIZZO | Corso Sempione 15 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632568 | F. 0331-632568 L’avvio dell’attività (1938-1949) Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta (1950-1969) A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e la diffusione dell’automobile come mezzo di trasporto di massa, comporta anche per l’officina Cavalleri un rapido aumento del volume di lavoro. Le richieste per la riparazione di radiatori non fanno che aumentare, complice anche la scarsa longevità dei radiatori delle utilitarie. Si decide pertanto di investire nella costruzione di un nuovo edificio, su un terreno di proprietà in corso Sempione, che unisca nello stesso stabile l’abitazione e l’officina. Nel 1956 avviene il trasferimento in quella che tuttora rimane la sede dell’impresa. Mario Cavalleri viene aiutato nel lavoro dal figlio maggiore Bernardino e, a partire dai primi anni sessanta, anche dall’altro figlio, Attilio , entrambi da sempre coinvolti nell’attività di famiglia. In questi anni l’impresa giunge ugualmente a contare fino a 6 dipendenti per poter far fronte alle richieste dei clienti e rispettare i tempi di consegna, considerata l’elevata quantità di tempo necessaria per la riparazione di un singolo radiatore. Per i Cavalleri, la difficoltà in questi anni consiste nel trovare persone disposte a lavorare stabilmente nella riparazione dei radiatori : attività che costringe ad esporsi a fumi, acidi e a rimanere a diretto contatto con l’acqua (per poter testare i radiatori). Solo nel 1969 i due figli di Mario Cavalleri entrano ufficialmente in società che, da impresa individuale, diviene società di fatto con la denominazione “Riparazioni radiatori per auto di Cavalleri Mario e figli”. In realtà, da sempre l’attività di riparazione si estende ad ogni tipo di radiatore, qualsiasi sia la sua provenienza (automobili, camion, carrelli elevatori, mezzi meccanici per l’edilizia). Dagli anni settanta ad oggi (1970-2007) Nel corso degli anni settanta, l’attività di riparazione comincia lentamente a decrescere. Accade, infatti, sempre più frequentemente, che sia più conveniente sostituire il radiatore danneggiato piuttosto che ripararlo. Consapevoli di questo cambiamento in atto, i fratelli Bernardino e Attilio Cavalleri, divenuti nel 1978 unici soci e amministratori, iniziano a prendere contatto con i primi rappresentanti delle aziende produttrici per la commercializzazione di radiatori. Questa tendenza alla sostituzione del radiatore prende definitivamente il sopravvento con la comparsa dei radiatori realizzati in plastica e alluminio, non riparabili. Nel 1987, alla riparazione, sempre più limitata a casi particolari, si aggiunge l’attività di commercio all’ingrosso di radiatori. Si intraprende anche il commercio di accessori e ricambi per auto, fanali soprattutto, per ampliare il volume d’affari e garantire al cliente un servizio completo di sostituzione delle parti danneggiate. Nel 1991, l’impresa si trasforma in srl con i due fratelli, Bernardino e Attilio, come unici amministratori. L’attività commerciale si fa sempre più importante, con la scelta, tuttavia, di rinunciare ai fanali e agli accessori per auto e rimanere specialisti nel campo dei radiatori. Questa decisione è dettata dalla necessità di riduzione dei costi di magazzino, non compensati da una vendita che rimane invece limitata a causa di una concorrenza più ampia e soprattutto per la percezione che la clientela ha dell’officina Cavalleri come specialista unicamente in radiatori. Oggi l’impresa, grazie ad un ampio magazzino , è in grado di soddisfare le richieste dei clienti molto più celermente rispetto alla concorrenza. Questo permette all’Officina Cavalleri di mantenere una posizione di forza nella commercializzazione di radiatori nonostante l’evoluzione di questo settore le abbia fatto perdere il vantaggio derivante dalle capacità tecniche che poteva far valere nella riparazione. Bernardino e Attilio, sono oggi affiancati nell’impresa dai rispettivi figli, Giorgio e Riccardo che, in linea con la tradizione familiare, sostituiranno in futuro i padri nella società. Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e
Anganuzzi
Commercio Anganuzzi DENOMINAZIONE SOCIALE | Eredi di Anganuzzi Ampellio sas di Cerrozzi Dora & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandata semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria in oro e in argento e bomboniere INDIRIZZO | Corso Matteotti 62 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-280206 La prima orologeria di Varese (1909-1935) Efrem Anganuzzi, nato nel 1880 a Gravedona (oggi Gravedona ed Uniti), un piccolo centro rivierasco del lago di Como, apprende il mestiere di orologiaio lavorando presso l’argenteria Bernasconi di Milano, bottega fondata nel 1872 e ancora oggi attiva con il suo prestigioso negozio situato in Galleria Vittorio Emanuele II. Dopo aver avviato un’attività autonoma con lo stesso Bernasconi, nel 1909 Efrem apre a Varese – nell’allora corso Vittorio Emanuele, poi corso Matteotti – un laboratorio artigiano per la riparazione di orologi, sveglie e pendole: nasce così quello che può essere considerato il primo negozio di orologeria della città. La ditta individuale Efrem Anganuzzi dispone anche di un recapito a Gavirate , che apre soltanto il venerdì, giorno di mercato, per servire la clientela del circondario. Nel 1913 Efrem Anganuzzi sposa Emilia Giuseppina Bottini, nata nel 1891, che s’inserisce come coadiuvante nell’impresa del marito. Dal matrimonio nascono Rosita nel 1913 e Ampellio nel 1920. L’attività cresce rapidamente e il laboratorio di riparazioni, che si trova al piano superiore del locale, confinante con l’abitazione di famiglia, arriva a contare ben otto dipendenti, tutti orologiai. La data di riparazione e il nome della ditta vengono incisi all’interno delle casse degli orologi riparati, funzionando da garanzia per il cliente . Ogni lunedì Efrem e i suoi operai, e in seguito anche suo figlio Ampellio, si recano nelle ville dei “signori”, molti dei quali milanesi, per ricaricare le preziose pendole. Al lavoro di riparazione e manutenzione si affianca la vendita di gioielli (fedi nuziali, anelli, orecchini, spille, collane) e argenteria varia. Il giovane Ampellio frequenta la scuola di orologeria della Società umanitaria di Milano e a soli quindici anni vince un premio per la creazione di un orologio a pendolo. Di padre in figlio passando per la madre (1936-1962) Finita la scuola, Ampellio inizia a lavorare nella bottega del padre, mentre sua sorella Rosita intraprende una strada diversa. Durante la Seconda guerra mondiale il giovane, arruolato, è fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania. Con l’emanazione delle leggi razziali molti ebrei che fuggono in Svizzera entrano nel negozio degli Anganuzzi per vendere i loro gioielli, ma l’onesto Efrem non ne approfitta, preferendo indirizzarli altrove. Rientrato a Varese e ripreso il lavoro, nel 1947, onorando un lungo fidanzamento, Ampellio Anganuzzi sposa Dora Cerrozzi, nata nel 1926, di professione stenodattilografa e impiegata negli anni della guerra presso la sede di Varese della Cassa nazionale dei lavoratori dello spettacolo sfollati nella città varesina. Nel 1949 muore Efrem Anganuzzi e la titolarità dell’impresa passa alla moglie Emilia Bottini, coadiuvata dal figlio, che nel 1950, con la nascita di Daniela, diventa padre. Negli anni successivi si assiste alla quasi completa trasformazione commerciale del negozio, che porta alla chiusura del laboratorio di riparazioni. Queste sono ora eseguite nel retrobottega dal solo Ampellio, aiutato nei momenti di punta da un orologiaio esterno. Nel 1958 nasce Raffaela, la seconda figlia di Ampellio. Questi, nel 1961, subentra alla madre ormai anziana e la ditta assume la denominazione “Oreficeria Anganuzzi Efrem di Ampellio Anganuzzi”, mentre sua sorella Rosita, che non ha mai partecipato all’attività del negozio, viene liquidata per la sua parte. Dora Cerrozzi inizia a lavorare con il marito , occupandosi anche della contabilità e tenendo i rapporti commerciali con i rappresentanti e fornitori, tra i quali detiene, ancora oggi, un ruolo particolarmente importante la gioielleria Lattuada di Milano nata nel 1930. Nel 1962 cessa l’attività del recapito di Gavirate. Dagli orologi ai bijoux (1963-2012) Nel corso degli anni sessanta si afferma la vendita della posateria in argento, con marchi importanti quali Mantel e Clementi di Casalecchio di Reno. Si sviluppa altresì il settore orologeria, con marche note, come gli orologi svizzeri Cyma e Lorenz, molto apprezzati da Ampellio, il cui lavoro comprendeva, oltre la riparazione, anche il semplice controllo degli orologi portati in negozio dai clienti. Cresime, anniversari, fidanzamenti e matrimoni costituiscono le occasioni più ricorrenti per la vendita di oggetti di valore, che si concentra soprattutto nel mese di dicembre. Nel negozio si predispongono anche le sorprese in oro o in argento per le uova pasquali confezionate da una pasticceria locale. L’orologeria e gioielleria Anganuzzi conta su una cerchia di clienti fedeli, molti dei quali hanno conosciuto direttamente il fondatore o ne ricordano la figura quando da piccoli frequentavano il negozio insieme ai loro nonni o genitori. Clienti che diventano “amici” in un lungo rapporto di fiducia e stima. Le figlie di Ampellio Anganuzzi e Dora Cerrozzi hanno inizialmente e per lungo tempo un rapporto del tutto occasionale con l’attività dei genitori, preferendo intraprendere altri percorsi di vita, che dopo gli studi portano entrambe alla professione di insegnante. Il 3 giugno 1988, mentre la famiglia sta per celebrare le nozze di Raffaela e in un periodo in cui gli affari vanno piuttosto bene, il negozio subisce una rapina. Lo storico rapporto fiduciario che lega la ditta al proprio fornitore di gioielli Lattuada si rivela una risorsa preziosa per far fronte all’emergenza. L’offerta merceologica conosce un profondo cambiamento: si riduce il peso degli orologi, mentre, a partire dagli anni duemila, compaiono gli articoli di bigiotteria di qualità in argento, che a loro volta sostituiscono progressivamente i più costosi gioielli tradizionali, di cui sono peraltro una “perfetta imitazione”. Nel 2007 muore Ampellio Anganuzzi, presente in negozio sino agli ultimi giorni della sua vita. L’attività prosegue con la costituzione della società in accomandita semplice “Eredi di Anganuzzi Ampellio di Cerrozzi Dora & C.” con Dora Cerrozzi come socio accomandatario e le due figlie socie accomandanti. La vedova – che dopo la morte del marito abita nell’antico appartamento di famiglia posto al piano superiore del negozio, entrambi da sempre in affitto – assume la conduzione dell’impresa, con la consueta professionalità, supportata dalle
Casa del popolo di Venegono Superiore
Commercio Casa del popolo di Venegono Superiore DENOMINAZIONE SOCIALE | Casa del popolo di Venegono superiore società cooperativa FORMA GIURIDICA | Società cooperativa ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gestione centri di aggregazione sociale, educativa, culturale sportiva. INDIRIZZO | Via C. Battisti 52 | 21040 | Venegono Superiore (VA) CONTATTI | T. 0331-850361 Dai primi del Novecento alla seconda guerra mondiale (1914-1944) La storia della Casa del popolo di Vengono Superiore affonda le radici in una tradizione cooperativa che risale al primo decennio del Novecento. Nel 1914, a Venegono, nasce ad opera del movimento socialista una Casa del popolo sita in via dei Prati (oggi via Pasubio). Questa, come avviene anche altrove, svolge sia una funzione di luogo di ritrovo e assistenza per i lavoratori, sia quella di cooperativa di consumo e circolo ricreativo . Venegono è, in questo periodo, un piccolo paese in cui la principale fonte di reddito è costituita dall’impiego nelle attività edilizie del Milanese. I bassi salari sono integrati dalla coltivazione di piccoli appezzamenti di terra che le famiglie del paese si tramandano di generazione in generazione. La cooperativa di consumo svolge, quindi, una funzione particolarmente importante poiché consente di contenere i prezzi dei generi alimentari, dei prodotti casalinghi e dell’abbigliamento. La scissione comunista del 1921 dal Psi, porta alla creazione in paese di una nuova Casa del Popolo, a Monterosso, grazie alla donazione del terreno da parte di un simpatizzante e al lavoro gratuito, nei fine settimana, degli iscritti. Vengono aperti anche due punti vendita: uno in via Garibaldi e l’altro in piazza Montegrappa. Con l’avvento del fascismo le attività politiche cessano ma la cooperativa di consumo continua a funzionare, spesso in modo clandestino, tollerata dallo stesso regime per la necessità della popolazione di avere una fonte di approvvigionamento alimentare . Dal Dopoguerra agli anni settanta (1945-1979) Alla fine della guerra la cooperativa di consumo viene ricostituita sotto il nome di “Circolo famigliare cooperativa venegonese – società cooperativa a responsabilità limitata” da Carlo Brogli (primo presidente), Carlo Cattaneo, Vittorio Pogliani, Carlo Cattaneo (fu Antonio), di professione muratori, e Natale Zanchini, operaio, i quali sottoscrivono una quota di capitale di 500 lire a testa. La sede rimane in via Pasubio e tre anni dopo, nel 1948, cambia denominazione in “Casa del popolo di Venegono Superiore – Società cooperativa a responsabilità limitata”. Nello stesso anno viene anche acquistato un terreno per edificare una nuova sede sociale (in via Alpini), costruita dai soci stessi e inaugurata il 1° maggio 1949. Nell’ottobre 1950, viene aperta anche una succursale in via Garibaldi per la vendita di generi alimentari, e nel 1954 il socio Carlo Uslenghi cede alla Casa del popolo la propria trattoria. Il locale viene chiuso già l’anno successivo ma la licenza viene trasferita alla sede sociale. In questo periodo, infatti, l’attività prevalente è lo spaccio di bevande che si accompagna al mantenimento di una dispensa da cui i soci possono rifornirsi dei beni di prima necessità. La Casa del popolo organizza anche attività puramente ricreative quali intrattenimenti danzanti, incontri di pugilato e il gioco delle bocce. Il nuovo statuto del 1971 aggiorna di conseguenza le finalità sociali, orientandole maggiormente verso le attività culturali e politiche piuttosto che verso l’originale cooperazione di consumo. La Casa del popolo viene nuovamente trasferita, nel 1974, in via Battisti, all’esterno del centro paese, in una sede più accessibile. Dagli anni ottanta ad oggi (1980-2008) Dal 1981 la cooperativa affitta la gestione diretta del circolo percependo un compenso forfetario. La scelta si rivela positiva sul lato economico, ma impone limitazioni nell’utilizzo degli spazi per l’organizzazione e la promozione di attività culturali e sociali. A partire dal 1983 alcuni soci ricoprono cariche nell’amministrazione comunale di Venegono. Questo nuovo impegno distoglie energie dalla cooperativa che non riesce ad affrontare il problema del ricambio degli organi direttivi. Il numero degli iscritti cala in questi decenni da circa 150 alla settantina di soci attuali, quasi tutti pensionati e subentrati nel possesso delle azioni aipropri padri, come previsto dallo statuto sociale. Questa diminuzione è dovuta anche al distacco progressivo dalla partecipazione politica attiva della maggior parte dei cittadini, soprattutto dei giovani, e all’incremento dei luoghi di aggregazione e di svago. Anche la cooperativa di consumo si vede superata nelle sue finalità dalla disponibilità di prodotti e dall’abbassamento dei prezzi conseguenti alla nascita e allo sviluppo della grande distribuzione. La cooperativa oggi è attiva nel recuperare le adesioni degli eredi dei soci passati, nel tentativo di rinnovare lo spirito cooperativo e di riprendere il costume dell’assistenza e dell’informazione politica – ora in pratica demandata solo alla televisione – affinché la Casa del Popolo ritorni ad essere un luogo di incontro e di confronto. La storia della Casa del popolo di Vengono Superiore affonda le radici in una tradizione cooperativa che risale al primo decennio del Novecento. Nel 1914, a Venegono, nasce ad opera del movimento socialista una Casa del popolo sita in via dei Prati (oggi via Pasubio). Questa, come avviene anche altrove, svolge sia una funzione di luogo di ritrovo e assistenza per i lavoratori, sia quella di cooperativa di consumo e circolo ricreativo . Venegono è, in questo periodo, un piccolo paese in cui la principale fonte di reddito è costituita dall’impiego nelle attività edilizie del Milanese. I bassi salari sono integrati dalla coltivazione di piccoli appezzamenti di terra che le famiglie del paese si tramandano di generazione in generazione. La cooperativa di consumo svolge, quindi, una funzione particolarmente importante poiché consente di contenere i prezzi dei generi alimentari, dei prodotti casalinghi e dell’abbigliamento. La scissione comunista del 1921 dal Psi, porta alla creazione in paese di una nuova Casa del Popolo, a Monterosso, grazie alla donazione del terreno da parte di un simpatizzante e al lavoro gratuito, nei fine settimana, degli iscritti. Vengono aperti anche due punti vendita: uno in via Garibaldi e l’altro in piazza Montegrappa. Con l’avvento del fascismo le attività politiche cessano ma la cooperativa di consumo continua a funzionare, spesso in modo clandestino, tollerata dallo stesso regime per la necessità della popolazione di avere una fonte di approvvigionamento
Ambrosetti
Commercio Ambrosetti DENOMINAZIONE SOCIALE | Ambrosetti di Lorenzo Ambrosetti & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di valigeria, pelletteria e accessori INDIRIZZO | Via Mazzini 6 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-281206 | F. 0332-281206 | www.valigeriaambrosetti.it Una piccola realtà artigiana e commerciale (1930-1949) Nel 1930, all’età di 44 anni, Emma Gottardi apre, sotto forma di ditta individuale, un negozio a Varese in via Donizetti 11 (l’attuale via Mazzini 6) per la fabbricazione e il commercio al minuto di borse per la spesa. Emma è nata in Algeria nel 1886 da emigranti italiani. Trasferitasi a Varese, nel 1910 vi ha sposato Enrico Ambrosetti residente a Biumo superiore e dalla loro unione nel 1913 è nato Giancarlo. Con il figlio oramai diciassettenne, Emma può dedicarsi pienamente alla produzione artigianale di borse, probabilmente legata all’attività di Enrico che i familiari ricordano connessa ai lavori di selleria. Cucendo a macchina nel retro del negozio pezzi di pelli provenienti da scarti di lavorazione, Emma realizza robuste borse di foggia triangolare vendute poi al minuto assieme a ombrelli e ad altri prodotti di pelletteria. Il locale, in affitto, è piccolo, ha due vetrine ma è situato al centro di una zona commercialmente interessante servita da una linea tramviaria e frequentata sia per via della fiera del bestiame che si teneva ogni lunedì in piazza (l’attuale piazza Repubblica), sia per la presenza di importanti calzaturifici i cui operai effettuano gli acquisti durante la pausa lavorativa, affollando così il negozio a mezzogiorno. Macchina da cucire Singer utilizzata per le riparazioni. Anni trenta, Archivio d’impresa. L’attività è molto impegnativa: Emma segue anche la parte amministrativa e trascorre in negozio l’intera giornata scaldando il pranzo che le viene portato dai familiari. A sera torna a piedi a Casbeno, in via Monterosa, dove dal 1935 la famiglia si è trasferita. Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1942, Giancarlo sposa Ines Marinelli e vanno ad abitare in via Monterosa, accanto ai genitori. Nel 1944 nasce Lorenzo. Alla conclusione del conflitto, Giancarlo segue per qualche anno la sua inclinazione sportiva per il calcio giocando nel Varese ma la morte del padre nel 1946 e le necessità della famiglia lo portano a dedicarsi interamente al lavoro. Lo sviluppo commerciale (1950-1966) Nel 1950 Giancarlo apre presso l’abitazione di via Monterosa una fabbrica di valige di fibra, un prodotto elementare molto richiesto in un Paese investito da forti flussi migratori. Anche l’attività commerciale, affidata al ramo femminile della famiglia, conosce un importante salto di qualità: aiutata dalla nuora Ines, che le fa da supporto anche sulla parte amministrativa, Emma cessa la produzione artigianale di borse da spesa focalizzando l’attività sul solo commercio di borsette e oggetti di moda. Nel 1956 l’attività si arricchisce di un tassello importante: Ines avvia un negozio a Milano, nella centralissima via Solferino 9 con il supporto di una commessa. Così, ogni giorno, al mattino aiuta la suocera in negozio a Varese e nel pomeriggio va in treno a Milano. Con i primi anni sessanta l’incremento dell’attività del negozio di Varese rende necessaria la collaborazione di una commessa che affianchi Emma e Ines. La presenza di queste figure familiari porta il piccolo Lorenzo ad avere nel negozio un punto di riferimento affettivo: frequenta le scuole nel centro di Varese e, al termine delle lezioni, si reca in negozio dove mangia nel retro con la mamma e la nonna e passa il pomeriggio a fare i compiti. Nella memoria dell’imprenditore, questa stagione sarà indissolubilmente legata al profumo della minestra che egli avverte varcando la soglia e alla possibilità di incontrare fugacemente la mamma in partenza per Milano. Giancarlo, dal canto suo, è assorbito dall’attività del laboratorio di via Monterosa che assume dimensioni di un certo peso e dà lavoro a venti operai. Diplomatosi in ragioneria nel 1964, Lorenzo è subito coinvolto nelle attività di famiglia: il laboratorio e il negozio. Spesso poi si reca in auto a prendere la mamma a Milano o alla stazione di Varese per alleviarle la fatica del ritorno a casa. La seconda generazione (1967-1991) Il biennio 1967-68 rappresenta un anno di svolta nella vicenda della famiglia e dell’impresa. L’attività avviata da Giancarlo è a un bivio: occorre decidere se svilupparla profondendovi nuove energie e cavalcando le trasformazioni tecnologiche introdotte nel settore dall’arrivo di nuovi marchi (Samsonite, Roncato) o se abbandonarla. L’interesse di Lorenzo è orientato al negozio, le risorse umane su cui la piccola famiglia Ambrosetti può contare sono già sovraccaricate per cui Giancarlo, in precarie condizioni di salute, decide nel 1967 di chiudere il laboratorio. Per gli stessi motivi Ines cede il negozio di Milano. Parallelamente si presenta l’opportunità di acquistare la proprietà dei muri del negozio e, per l’occasione, ne viene effettuata una prima ristrutturazione. Nello stesso anno Lorenzo sposa Maria Iori, occupata presso uno studio professionale di paghe e contributi. Emma accoglie il nipote Lorenzo in ditta come socio trasformando la ditta individuale in una società di fatto denominata “Ditta Ambrosetti di Emma e Renzo Ambrosetti”. In questa situazione di intensi cambiamenti, Maria si inserisce nella nuova famiglia portandovi un contributo importante. Grazie alle sue competenze professionali fa fronte alla gestione amministrativa del negozio – che ora conta due commesse – e assiste Emma presso l’Ufficio delle imposte per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Maria non può garantire la presenza diretta in negozio perché deve accudire i figli nati dal matrimonio (Marco nel 1970, Paolo nel 1972 e Giancarlo nel 1977) e tuttavia anche da casa svolge un’importante opera di supporto preparando il pranzo per gli altri. Accompagna inoltre il marito e il suocero a Torino presso gli alberghi che organizzano le esposizioni dei pellettieri (la Fiera di Milano e il Mipel erano ancora lontani) e segue il percorso che negli anni settanta porterà al negozio marchi importanti quali Coccinelle, Samsonite e Gherardini. Nel 1972 muore Emma e nella società di fatto subentra Giancarlo: la denominazione muta in “Ditta Ambrosetti di Giancarlo e Renzo Ambrosetti”. Nello stesso anno viene acquistato un
Brusa
Commercio Brusa DENOMINAZIONE SOCIALE | Brusa srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Forniture idrauliche, sanitarie e arredamento bagno INDIRIZZO | Via Giusti, 3 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-275320 | F. 0332-275315 | www.brusasrl.it L’ascesa di Eugenio Brusa, da garzone a proprietario (1923-1945) È il 23 settembre 1923 quando Eugenio Brusa registra l’omonima ditta individuale che effettua impianti e riparazioni di attrezzature idrauliche e il commercio al minuto di materiale del medesimo settore merceologico. Nato a Varese da Antonio ed Elisabetta Vedani il 29 dicembre 1890, Eugenio frequenta le scuole elementari e poi una scuola di disegno. Rimasto orfano di padre, entra come garzone nell’impresa idraulica di Paolo Castiglioni, che opera a Varese dagli inizi del secolo. Il titolare è ormai avanti con gli anni e i figli non sono interessati a proseguire l’attività. Pertanto Eugenio decide di rilevarla, dapprima prendendo in affitto il negozio con magazzino in via Magatti 4 a Varese, e in seguito acquistando dalla vedova di Castiglioni tutto lo stabile di tre piani. Il capitale iniziale per entrambe le acquisizioni gli viene prestato da un rappresentante di prodotti idraulici con cui Eugenio lavora. I suoi fornitori sono prevalentemente a Milano, città dove Eugenio si reca frequentemente col camioncino per acquistare i materiali all’ingrosso. La ditta ha quattro dipendenti. Eugenio non dimentica l’aiuto di cui ha usufruito e quando l’attività si è consolidata a sua volta aiuta molti idraulici che hanno scelto di aprire ditte individuali nei paesi del varesotto. Eugenio è sposato con Giuseppina Cappelli, originaria di Azzate. La moglie è sarta ed esercita il suo lavoro a casa, dove ospita spesso giovani apprendiste. Nel 1925 nasce il primo figlio, Gianluigi. La secondogenita, Maria, muore in tenerissima età nel 1929. Gianluigi compie gli studi elementari a Varese e, dalla seconda ginnasio, al Collegio arcivescovile di Desio. Si iscrive al Politecnico di Milano ma abbandona gli studi dopo un diverbio con un docente. Nel contempo aiuta il padre tenendo i contatti con i fornitori a Milano. Sono gli anni della lotta di Liberazione. Il punto di riferimento di Gianluigi è don Franco Rimoldi, assistente all’Oratorio di San Vittore, attivo nella rete che favorisce espatri clandestini di ebrei, disertori e antifascisti. Con don Franco Rimoldi Gianluigi aveva iniziato dall’età di sedici anni l’attività di volontariato che lo impegnerà per tutta la vita: il trasporto dei malati nei santuari italiani e a Lourdes. Nel novembre 1943 Gianluigi comincia a distribuire volantini e manifesti clandestini e a nascondere in casa qualche pistola, collaborando attivamente con la Brigata partigiana cattolica “Bruno Passerini”, che opera tra Varese e Induno Olona. Avvertito da un’amica dell’imminente retata, nel settembre 1944 si rifugia presso una zia nel rione di Casbeno. In seguito si nasconde a Gemonio, presso la zia di un colono che coltiva un terreno di proprietà dei Brusa nella frazione varesina delle Bustecche. Eugenio, ignaro dell’attività del figlio, di cui è al corrente invece la madre, viene incarcerato nel settembre 1944. In carcere con lui finiscono alcuni dirigenti dell’Aeronautica Macchi e il futuro sindaco democristiano di Varese, Mario Ossola. Viene rilasciato dopo un paio di settimane, essendo stata dimostrata la sua estraneità ai capi d’imputazione. Finita la guerra, Gianluigi affianca stabilmente il padre nella conduzione dell’azienda. Dall’installazione alla vendita: la svolta di Gianluigi (1946-1974) Il 1 gennaio 1946 segna un momento di svolta: la “Eugenio Brusa” cessa di installare impianti ed effettuare riparazioni per dedicarsi esclusivamente alla compravendita di materiali idraulici. L’attività impiantistica viene lasciata alla “Vedani & C.”, intestata al cugino di Gianluigi, Giuseppe Vedani, e ai soci Egidio Bianchi ed Emilio Ambrogini. La scelta di specializzarsi nel settore della vendita è dovuta a due fattori: innanzitutto Gianluigi ha maturato esperienze prevalentemente nel settore commerciale, che gli risulta più congeniale; in secondo luogo, sulla piazza di Varese non c’è ancora nessun grossista in grado di servire gli altri installatori e procurare il materiale necessario. Nel 1951 Gianluigi sposa Amalia Antonia Cozzi, maestra elementare, nata a Nerviano (Mi) e trasferitasi a Varese con la famiglia al seguito del padre doganiere. Dal 1951 fino al 2001 Gianluigi sarà presidente dell’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati Lourdes santuari internazionali) di Varese. A questa attività può dedicare molto tempo grazie all’assenso incondizionato della moglie e alla preziosa collaborazione di due dipendenti che lavoreranno quarant’anni per la ditta, seguendo uno la parte commerciale e l’altro la consulenza ai clienti. Pochi mesi dopo la nascita del primogenito Alessandro, nel 1952, muore Eugenio. Essendo Gianluigi l’unico erede, il 13 settembre 1952 viene registrata una nuova ditta, la “Brusa Eugenio di Brusa Gianluigi”. La famiglia Brusa si ingrandisce ancora con l’arrivo di altri figli: Eugenia nel 1953, Annalisa nel 1955, Ariberto nel 1956, Paola nel 1961. La moglie Amalia prosegue con l’insegnamento fino alla nascita della secondogenita, poi sceglie di dedicarsi alla cura della famiglia. Pur non rivestendo un ruolo stabile nell’organigramma della ditta, aiuta il marito nella contabilità. Gianluigi consolida ed ingrandisce l’attività ereditata dal padre, sfruttando anche le opportunità offerte dall’espansione edilizia del boom economico. Per questa attività imprenditoriale riceverà nel 1999 l’onorificenza di grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica, che assommerà ad altri titoli conferiti da Ordini religiosi. La terza generazione: Ariberto e i fratelli (1972-1995) Nel 1975 Ariberto si è appena diplomato all’Istituto tecnico di Varese come perito meccanico. Vorrebbe studiare ingegneria, ma viene sollecitato energicamente ad entrare in azienda a causa di una malattia del padre. Un aggravamento della malattia di Gianluigi nel 1987 lo costringerà a farsi carico maggiormente della gestione aziendale, impegno che ancora oggi assolve con una responsabilità assimilabile a quella di direttore. Ariberto è l’erede di Gianluigi anche nel consiglio dell’Associazione commercianti di Varese. Gianluigi ricopre la carica dal 1986 fin quando deve ritirarsi per raggiunti limiti di età ed è sostituito dal figlio. La tradizione di volontariato espressa per decenni dall’attività di Gianluigi con gli ammalati viene in qualche modo proseguita da Ariberto, che è donatore di sangue e, assieme alla moglie Daniela Colonna Preti, dirigente della Polha, Polisportiva per disabili di Varese.
A. Moglia di Antonio Moglia
Commercio A. Moglia di Antonio Moglia DENOMINAZIONE SOCIALE | FORMA GIURIDICA | ANNO FONDAZIONE | ATTIVITÀ PRINCIPALE | INDIRIZZO | CONTATTI | T. | F. | Un’oreficeria nel cuore di Gallarate (1912-1950) Andrea Moglia nasce a Bedonia, in provincia di Parma, nel 1885. Trasferitosi con la famiglia a Gallarate, apprende il mestiere di orafo lavorando sin da ragazzo presso una bottega della città varesina, interessata in quegli anni da un intenso sviluppo industriale, ma che può vantare anche un’antica tradizione nella fabbricazione e nel commercio degli oggetti in oro. Nel 1912 Andrea Moglia costituisce, con l’aiuto del fratello Antonio, una ditta individuale per l’attività di vendita al minuto di articoli di oreficeria e apre il negozio “Oreficeria Moglia S. Apollonia” in via Mercanti 2, dove viene ricavata, ai piani superiori, l’abitazione di famiglia. Nel 1920 viene a mancare Antonio e Andrea costituisce con la cognata Caterina la società di fatto “F.lli Moglia”. Sposatosi con Pierina Cattaneo, ha due figli: Giovanna nata nel 1927 e Antonio nel 1930. Nel 1931, a soli 40 anni, muore Caterina Moglia, che non ha avuto figli. L’attività prosegue con la ditta individuale “Oreficeria Moglia Andrea”, che si trasferisce in via Mercanti 1, dove aveva rilevato la gioielleria Foglia, nonché l’intero stabile in cui questa si trovava. Il nuovo negozio si rivolge a una clientela locale ormai consolidata, costituita per lo più da donne contadine e operaie, che acquistano le fedi e la parure nuziale composta da anello, orecchino e collana. Negli anni della Seconda guerra mondiale molte di queste donne, spinte dal bisogno, si recano all’oreficeria di via Mercanti per vendere le loro fedi d’oro. L’oreficeria dispone di un laboratorio per la riparazione di orologi collocato nel cortile interno dell’edificio: è qui che il giovane Antonio Moglia apprende, a partire dai primi anni quaranta, il mestiere di orologiaio, trovando comunque il tempo di studiare e di conseguire il diploma di ragioniere. Tra gioielli e diamanti (1951-1970) Con i primi anni cinquanta Antonio Moglia, poco incline al lavoro un po’ sedentario del negozio, inizia un’attività di commercio all’ingrosso di diamanti e pietre preziose, caratterizzata da frequenti viaggi all’esteno, che si affianca alla vendita al minuto. Nel 1960 entra a far parte come socio maggioritario della ditta del padre, ormai anziano e ritiratosi dall’attività, che si trasforma così in società di fatto con la denominazione “Andrea Moglia di A. Moglia & C.”. Un anno dopo muore Andrea Moglia, la cui quota di spettanza nella società del 10% – rinunciando la moglie ad ogni diritto ereditario – è interamente devoluta ai figli Antonio (95%) e Giovanna (5%). Nel 1963 viene abbattuto l’edificio di via Mercanti 1, per essere completamente ricostruito nel 1965. La gioielleria, trasferitasi provvisoriamente in un locale vicino, trova una sede più ampia e la famiglia un’abitazione più confortevole. Alcuni spazi dello stabile sono inoltre affittati ad altri esercizi commerciali. Antonio è continuamente in giro per il mondo per l’attività di commercio dei diamanti. Sua sorella Giovanna, nel frattempo sposatasi, vive altrove, potendo garantire soltanto una presenza saltuaria in negozio. Questo, allora come oggi, continua a rappresentare un luogo di relazioni e di radicamento nel mondo locale. La gestione operativa della gioielleria, che nello spazio rinnovato non dispone più del laboratorio di orologeria, passa di fatto nelle mani di due dipendenti, Annamaria Galli e Mariuccia Bono che saranno affiancate da Gina Mazzolini alla fine degli anni sessanta. Con l’aumento del benessere e il cambiamento degli stili di vita degli anni sessanta, durante i quali la città registra un forte incremento demografico, la gioielleria Moglia arricchisce la gamma dei prodotti trattati (dall’orologio di marca, all’oggettistica in argento, al gioiello impreziosito da gemme di valore), rivolgendosi ora ad una clientela maggiormente facoltosa. Nel 1970 Antonio sposa Piera Castiglioni e hanno due figli: Andrea, nato nel 1971, e Michele, nato nel 1972. Un mestiere diverso per i figli (1971-2012) Nel 1973 Giovanna Moglia recede dalla società, che si trasforma in ditta individuale con la denominazione “A. Moglia di Antonio Moglia”. Nel 1977 muore Pierina Cattaneo. Lo sviluppo del commercio all’ingrosso di pietre preziose conduce all’apertura di un deposito con ufficio a Valenza Po, uno dei principali centri italiani della produzione e del commercio di preziosi. A partire dal 1979 Piera Castiglioni collabora con il marito nella scelta dei fornitori e quattro anni dopo il negozio viene nuovamente ristrutturato. L’elevato giro di affari raggiunto dalla compravendita delle pietre preziose porta alla costituzione, nel 1980, della Italiana Diamanti spa, avente sede a Milano in via Cesare Cantù. La società rileva il deposito di Valenza Po e apre nel 1985 una filiale ad Anversa, principale piazza mondiale del commercio di diamanti. Con i primi anni novanta, il giovane Andrea Moglia, diplomatosi in ragioneria, effettua uno stage ad Anversa per approfondire le conoscenze gemmologiche e quindi affianca il padre nella Italiana Diamanti, mentre il fratello Michele studia economia all’Università Bocconi. Nel 1999 Antonio Moglia e suo figlio Andrea, mentre stanno ritornando in macchina da Valenza Po, sono vittime di una rapina a mano armata e di sequestro provvisorio di persona. A seguito di questa esperienza traumatizzante, Antonio si impegna per garantire ai figli un avvenire lavorativo diverso, lontano dagli elevati rischi connessi alla professione di commerciante di preziosi. Egli diventa così socio della Enoplastic di Bodio Lomnago (Va), una società all’avanguardia e leader mondiale nella produzione di capsule per bottiglie di vino e spumanti pregiati, fondata nel 1957 da Francesco Piero Macchi, di cui oggi Michele Moglia è l’amministratore delegato, il fratello Andrea il responsabile di produzione e il padre Antonio vicepresidente. A partire dagli anni 2000 Antonio Moglia contrae progressivamente l’impegno nella Italiana Diamanti, che si trasforma in società immobiliare. In questi stessi anni la gioielleria Moglia soffre la crisi del mercato degli orologi tradizionali. Il negozio punta di meno sull’oggetto impegnativo e di valore per soddisfare le esigenze di una clientela orientata a prodotti di buona qualità, costituiti soprattutto da articoli di argenteria e alla moda, ma dal prezzo più accessibile. La vendita dei gioielli in oro è un evento