Industria Venzaghi Centro Industriale Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Venzaghi Centro Industriale Srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Locazione di beni immobili propri INDIRIZZO | Via f.lli Cairoli 6 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632284 | F. 0331-632284 L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1871-1905) Nel 1871, l’appena ventenne Achille Venzaghi, dopo un breve periodo di apprendistato presso un’impresa locale, avvia a Busto Arsizio una piccola produzione di scialli di cotone basata su pochi telai a mano. L’iniziativa nasce sotto il nome del padre Giuseppe Venzaghi, un commerciante in oro che però, nell’ultima parte della sua attività lavorativa, si era occupato della commercializzazione di tessuti . Da qui deriva, probabilmente, la scelta di Achille che, grazie alle sue capacità, sviluppa ben presto la neonata ditta. Nel 1876, infatti, lo stesso Achille Venzaghi costituisce una società con gli zii Bossi e Restelli (Bossi, Restelli & C.) per poter ampliare l’attività. Nel 1881 la società si scioglie, sostituita dalla Ditta F.lli Venzaghi di Giuseppe che Achille fonda insieme ai suoi due fratelli, Luigi e Pietro, per la produzione di scialli e stoffe di cotone con telai a mano. La ditta viene installata in uno stabilimento di via XX Settembre ottenuto in affitto dalla Ditta Carlo Candiani. Dopo solo un anno, la F.lli Venzaghi è già in grado di far costruire degli stabilimenti propri, nell’attuale via Mazzini, adibiti a tintoria e a tessitura. Nel 1887, Achille Venzaghi compie il suo primo viaggio in America del Sud seguendo l’amico Enrico Dell’Acqua – un vero e proprio pioniere nella sua attività di apertura di sbocchi commerciali internazionali per l’industria tessile dell’Alto Milanese – proprio con lo scopo di organizzare una rete di vendita stabile per l’esportazione dei propri prodotti. La crescita delle ordinazioni di tessuti, dall’Italia e dall’estero, spinge l’impresa a sostituire i telai manuali con quelli meccanici per aumentare la capacità produttiva, impiantando così, nel 1892, uno dei primi stabilimenti di tessitura meccanica della zona. I telai meccanici, utilizzati per la fabbricazione di tessuti greggi e colorati per pantaloni, sono inizialmente cento ma aumentano continuamente fino a raggiungere il numero di 450. Negli stessi anni, Achille Venzaghi compie viaggi in Egitto e Turchia alla ricerca di nuovi mercati, ottenendo nuove commesse che contribuiscono alla continua crescita dell’impresa. Dal 1906 al 1928 Nel 1906, la Ditta Fratelli Venzaghi di Giuseppe, ormai una tra le più affermate aziende tessili bustesi, viene trasformata nella Società Anonima Cotonificio Venzaghi. A capo dell’impresa vi sono Achille Venzaghi, presidente del consiglio d’amministrazione, e il fratello Pietro. L’anno successivo, l’impresa attua un programma di ampliamento delle proprie attività con la costruzione di una filatura di cotone americano di circa 12.000 fusi. Questo processo di espansione non si arresta nemmeno dopo il 1907, anno in cui tutto il settore registra una prima crisi di sovrapproduzione. Nel 1909, infatti, viene decisa la creazione di un nuovo impianto di filatura e si perfeziona la capacità produttiva degli impianti completando i reparti tintoria e preparazione: l’obiettivo è il raggiungimento del ciclo completo di lavorazione del cotone, dalla materia prima al tessuto finito. L’avvento della Prima guerra mondiale porta gravi difficoltà all’industria cotoniera dell’Alto Milanese a causa della carenza di materia prima, di energia, di combustibile e per la chiusura dei mercati d’oltremare, tanto faticosamente conquistati pochi anni prima. Questo difficile periodo viene superato grazie alle importanti forniture commissionate per l’esercito italiano e anche francese che divengono, anzi, un’ulteriore occasione di crescita. A guerra conclusa, nel 1918, Achille Venzaghi, in memoria del figlio Carlo, deceduto durante il servizio militare, istituisce un fondo pensioni per i dipendenti del cotonificio divenuti inabili al lavoro ed una cassa di maternità per le proprie operaie gestanti. Nel 1920, nell’ambito di una politica di diversificazione degli investimenti, dovuta alle difficoltà che anche il Cotonificio Venzaghi si trova ad affrontare negli anni dell’immediato dopoguerra, la società partecipa alla costituzione dell’Istituto autonomo bustese per le case popolari, alla costituzione della Società agricola italo-somala e prende parte all’aumento del capitale sociale della Società anonima consorzio utenti nafta. Nel 1921, Achille Venzaghi si ritrova coinvolto senza colpa, in quanto socio fondatore, nello scandalo del fallimento della Banca Italiana di Sconto, un istituto ben articolato in Italia e all’estero, ma fondato ed operante in modo particolare nell’Alto Milanese. In questi anni Giovanni Venzaghi, figlio di Achille, dirige la società insieme ai cugini Silvio e Mario. Nel 1924, a seguito di una nuova ripresa della domanda di tessuti, il Cotonificio acquista dall’Anonima manifattura di Gemonio, uno stabilimento di tessitura situato a Cimbro, nei pressi di Vergiate, poi completamente rinnovato. Negli stessi anni, la fase di espansione del Cotonificio trova un freno nella riduzione della manodopera disponibile, rendendo necessario il reclutamento di forza lavoro in zone più lontane. L’impresa allora, inizia la costruzione di una casa operaia di 147 locali che concede in locazione solo alle famiglie di operai alle dipendenze della società stessa Fra il 1926 e il 1929, vi sono nuove acquisizioni di stabili adiacenti alla proprietà della società per la costituzione di nuove case operaie e per l’ampliamento della filatura – che aumenta nel 1928 a circa 24.000 fusi – e dei magazzini. Dal 1929 al 1939 La crisi economica dei primi anni trenta – col crollo dei prezzi all’ingrosso e la perdita di alcuni mercati esteri dovuti alla concorrenza delle industrie inglesi, americane e giapponesi – colpisce anche il Cotonificio Venzaghi che riduce l’orario lavorativo a quattro giornate settimanali. La grave crisi cotoniera e l’assoluta mancanza di ordini sia per l’esportazione sia per il mercato interno, costringono l’impresa a produrre per il magazzino allo scopo di non ridurre ulteriormente le giornate lavorative e, soprattutto, di non ricorrere a licenziamenti che saranno però necessari a partire dal 1932, anno in cui si assiste ad una migliore razionalizzazione del reparto filatura. Nel 1933, muore Achille Venzaghi, sostituito nella carica di presidente dal fratello Pietro. Nel 1934, entra nel consiglio di amministrazione Antonio Ferrario, marito di Maria Venzaghi, figlia di Achille. Viene creato un Fondo Achille Venzaghi,
Tessitura Valdolona Srl
Industria Tessitura Valdolona srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Tessitura Valdolona srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di tessuti in cotone INDIRIZZO | Via dei Piave 70 | 21057 | Olgiate Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-649994 | F. 0331-642524 | www.valdolona.it L’avvio dell’attività (1947-1971) La storia dell’impresa prende avvio dalla vicenda personale di Pierino Ciapparelli che, nel periodo tra il 1935 e il 1952, lavora presso la manifattura Bernocchi di Legnano come capo produzione, una mansione di grande responsabilità. Nel secondo dopoguerra, Eraldo Bernocchi, propone a Ciapparelli di aprire, parallelamente all’attività di dipendente, una attività di terzista per la Bernocchi per sostenere la produzione di grandi volumi di filati e tessuti richiesti dal mercato Nasce così nel 1947 la Tessitura Valdolona che Pierino Ciapparelli fonda come società in accomandita semplice con il socio Bruno Borsani e altri tre soci accomandanti, liquidati già nell’anno seguente. La sede viene stabilita in via Cadorna 20 ad Olgiate Olona, presso alcuni capannoni della segheria, ancora in funzione, di proprietà del padre di Pierino, Carlo Ciapparelli, dove vengono ospitati i primi dieci telai. Nel 1950, l’impresa si trasforma in srl e avvia ormai, accanto all’attività di terzista, una propria produzione, nel ramo camiceria sportiva, indumenti femminili, e piquet per bambini. Nello stesso tempo, ricopre grande importanza anche la produzione di tessuti greggi, che raggiunge in breve tempo il milione di metri annui. Sul finire degli anni cinquanta, i lavori di raddoppio dell’autostrada Milano-Laghi interessano i terreni sui quali sorgono i capannoni della segheria e della Tessitura Valdolona e costringono all’abbandono della sede. Per circa due anni, la Tessitura chiude l’attività produttiva e si trasforma in una società commerciale commissionando il tessuto a terzisti. Contemporaneamente vengono avviati i lavori per la costruzione di una nuova sede con annessa l’abitazione, in via Piave 68, presso la quale l’impresa si trasferisce nel 1962 riprendendo la produzione di tessuti. Pierino Ciapparelli, vera anima dell’impresa, segue soprattutto la produzione e la commercializzazione del prodotto, occupandosi anche dei rapporti col personale. La moglie, Teresina Maggi, lo assiste nella contabilità e nell’amministrazione dell’impresa. Oltre all’impegno profuso nella propria attività, Ciapparelli dedica una parte importante del proprio tempo all’insegnamento ai periti tessili nelle scuole serali Bernocchi e ricopre la carica di sindaco di Olgiate Olona dal 1970 al 1977. L’attività dagli anni settanta agli anni novanta (1972-1999) L’impresa continua a vivere in questi anni una situazione caratterizzata da grandi volumi di produzione, arrivando a impiegare nella lavorazione cento telai. Il mercato di riferimento è quello italiano: l’ottimo andamento delle vendite, non spinge a ricercare clienti esteri. L’intraprendenza imprenditoriale di Pierino Ciapparelli non è condivisa dal socio Borsani, meno orientato a investire nell’azienda: il mancato rinnovamento che ne consegue, determina una obsolescenza dei macchinari (telai a navetta). Inoltre la divergenza di prospettive porta anche, ad un certo punto, Ciapparelli a prefigurare l’avvio di un’attività propria che si sarebbe dovuta chiamare Idea cotone, ipotesi che però non avrà seguito per la sua prematura scomparsa. Nonostante questi problemi interni, anche i primi anni ottanta si dimostrano particolarmente favorevoli e segnano forse il punto di massima redditività dell’impresa. Nel febbraio del 1985, come detto, Pierino Cepparelli viene a mancare improvvisamente. L’impresa rimane sulle spalle della moglie Teresina Maggi che lo sostituisce nella conduzione dell’attività. Il socio Bruno Borsani chiede di essere liquidato e ciò causa un conseguente intaccamento delle risorse patrimoniali. Teresina Maggi è coadiuvata, in questi anni, dal figlio Alberto che però divide la sua attività tra la tessitura e la professione di chirurgo plastico. L’impresa vive un momento di crisi: risente dei mancati investimenti che hanno impedito di passare dai telai a navetta a quelli a pinza, più moderni e veloci. L’obsolescenza dei telai, bisognosi di un controllo più assiduo, determina un maggior carico di manodopera e quindi ulteriori aggravi finanziari. Nel 1992, la moglie di Alberto Cepparelli, Federica Chierichetti, figlia di imprenditori chimici e con alle spalle una lunga esperienza nel settore finanziario prende la decisione di sostituirsi al marito, in aiuto alla suocera ormai anziana. Nel 1995 viene nominata procuratrice speciale della Tessitura Valdolona srl. Il personale viene ridotto e la tessitura interna chiusa non potendo rimanere competitiva sul mercato per l’utilizzo dei telai a navetta. La produzione del tessuto è affidata a terzisti, vengono viceversa mantenuti l’orditura e le altre lavorazioni minori. Rimangono in funzione pochi telai per soddisfare piccoli ordini che, in quanto tali, non possono essere demandati ad altri e per la preparazione delle campionature. Si cerca di dare nuovo impulso ai prodotti tipici della Tessitura Valdolona: la camiceria sportiva e i tessuti per bambino, soprattutto per neonato. Con quest’ultimo tipo di produzione, la Valdolona si inserisce in un settore dominato da grandi gruppi, quali la Chicco e Prenatal, e trova un suo punto di equilibrio. Dal 2000 al 2007 Nel 2000, gli sforzi compiuti per far sopravvivere l’azienda rischiano di essere vanificati dall’affacciarsi della concorrenza cinese che porta alla chiusura la maggior parte dei clienti della Valdolona. Ciò comporta il crollo in breve tempo delle vendite e una nuova grave crisi per l’impresa. Quando già si è determinato di chiudere alla fine del 2002, Alessandro , figlio unico di Alberto e Federica Chierichetti, appena terminati gli studi superiori, decide, nel 2001, di continuare nell’impresa di famiglia. Può contare sull’esperienza materna nella conduzione dell’impresa e sull’immissione di nuovi capitali da parte del padre Alberto, ben felice di contribuire alla rinascita della tessitura. Nel 2002, una azienda terzista della Valdolona chiude la propria attività e Alessandro ne rileva i telai per ammodernare in questo modo gli impianti dell’impresa. Pur continuando nel settore camiceria, in breve tempo matura l’idea di portare la produzione sul settore alberghiero: l’unico settore che permette una produzione di qualità ma allo stesso tempo caratterizzata da volumi importanti, necessari per poter tenere testa alla concorrenza straniera. L’impresa si indirizza così al consumatore finale: si salta in questo modo l’intermediazione del confezionista, e si aggira la concorrenza cinese, particolarmente temibile sui prodotti intermedi del ciclo di lavorazione. Dal 2004, il fatturato
Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c.
Industria Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c. DENOMINAZIONE SOCIALE | Tessitura Enrico Sironi sas di C. e L. Sironi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tessitura di lino, canapa e cotone INDIRIZZO | Via Cappuccini 50 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-260547 | F. 0331-730112 | www.sironienrico.it Dal commercio all’industria (1893-1919) L’azienda nasce nel 1893 (secondo la tradizione famigliare nel 1892) per iniziativa di Enrico Sironi, uno dei diciassette figli di Giuseppe, detto Peppino, e di Paola Buffoni. La famiglia Sironi ha avviato a Gallarate molteplici attività imprenditoriali nel ramo tessile: Gaspare, nonno di Enrico, era stato un noto mercante di stoffe; lo zio Gaspare Germano aveva dato vita a un maglificio e il padre Peppino, alla sua morte nel 1879, aveva lasciato alla numerosa famiglia una prospera attività commerciale con sede in via Magenta 3. Enrico svolge nell’impresa di famiglia il suo apprendistato professionale sino a quando, stanco di dover dipendere dalle decisioni dei fratelli, decide di avviare un’attività individuale. Apre un negozio di tessuti di lino, cotone e affini presso la casa di famiglia nella piazza principale di Gallarate, l’attuale piazza Libertà. Ne affida la gestione alla moglie Angela Borgomanero, anche lei proveniente da una famiglia di imprenditori, e inizia a girare l’Italia per porre le basi di una solida rete di clienti. Nell’agosto 1899 Enrico muore improvvisamente lasciando la moglie con nove figli piccoli e il negozio da mandare avanti. Aiutata anche dal cognato Claudio, Angela sviluppa l’attività del negozio e quella produttiva, limitata a quel tempo ad un orditoio posto nella vecchia casa di Piazza Grande. Il filato dell’orditoio veniva distribuito al domicilio dei vari contadini e operai, che ritornavano in seguito il tessuto ultimato. Angela inserisce nell’attività i figli man mano che essi crescono. Carlo e Luigi detto Gino sono i primi ad affiancarla. Con il loro arrivo vengono acquistati alcuni telai meccanici che consentono di avviare in uno stabile della vicina via Borghi una prima diversificazione industriale dell’attività. Nel 1909 il Comune di Gallarate opera l’ampliamento urbanistico dell’allora piazza Vittorio Emanuele II e propone ai Sironi la permuta della casa nella piazza centrale con casa Sacconaghi sita in via Manzoni 12. Qui si trasferiscono i vari rami della famiglia e Angela Borgomanero vi trasferisce il negozio, successivamente affidato alle figlie Ida e Bambina, che lo gestiranno fino al marzo 1943. Lo sviluppo industriale (1920-1944 ) Nell’immediato dopoguerra, Carlo e Luigi – che nel frattempo hanno sposato due sorelle, Maria e Angelina Bertani, provenienti anche loro da una famiglia di imprenditori tessili – colgono l’occasione per dare all’impresa di famiglia una piena fisionomia industriale iniziando la costruzione di un ampio stabilimento in via Cappuccini 50, nel quartiere di Arnate, dove la tessitura risiede tuttora. La localizzazione deriva dal fatto che in quel luogo la madre possiede dei terreni, ma un ulteriore vantaggio consiste nel fatto che la zona di Arnate e Cardano al Campo è ancora agricola e quindi è facile reperirvi manodopera femminile. L’operazione è gestita attraverso la costituzione di due società anonime collegate da un accordo di esclusività: la Manifattura di Arnate che produce tessuti e la Enrico Sironi che ne commercializza la produzione. Le due imprese vedono la partecipazione proprietaria dei vari membri della famiglia e sono affidate alla gestione dei due fratelli coadiuvati dallo zio Claudio. Intanto nel 1923, attraverso un aumento di capitale, viene acquisito dalla Manifattura di Arnate lo stabilimento aperto nel 1879 dal nonno in via Magenta 3, nel quale vengono allocate attività produttive e amministrative in attesa del completamento dei locali in via Cappuccini. La suddivisione del lavoro tra le due imprese si accentua a metà degli anni venti quando la Manifattura di Arnate estende il proprio oggetto sociale all’attività immobiliare e muta la denominazione sociale in sa Immobiliare Arnate. Viene così introdotta una divisione tra produzione e proprietà immobiliare destinata a ritornare nel secondo dopoguerra. Nel 1928, sotto la spinta della crisi del settore, la Enrico Sironi assorbe la Immobiliare Arnate per ottenere le facilitazioni fiscali destinate a favorire la concentrazione di aziende. Nel corso degli anni venti l’impresa conquista un ruolo di primo piano nella produzione di telerie, tovaglierie, tessuti per calzaturifici e per sartoria e lo consolida con un aumento di capitale. Purtroppo gli strascichi della crisi del 1929 erodono il capitale e nel 1932 i soci preferiscono trasformare la società in un’accomandita semplice, sia pure di notevoli dimensioni. Nel 1933 l’impresa impiega 185 dipendenti nelle due sedi di via Cappuccini e via Magenta, dispone di 70 cavalli di forza elettrica, 200 telai, molti dei quali automatici o semiautomatici, anche se una trentina sono inattivi a causa della crisi. È dotata di 1.200 fusi per confezionare cops di canapa e lino, macchine incannatrici che possono produrre 6-7 mila metri giornalieri di tessuti di lino, canapa o misti di lino e canapa, lino e cotone, puro cotone. Sempre verso la fine degli anni trenta Felice e Luigi, nati rispettivamente nel 1919 e nel 1917 dal matrimonio tra Carlo e Maria Bertani, entrano nell’impresa come dipendenti, dopo aver completato gli studi l’uno di ragioneria, l’altro di perito tessile. Carlo, intanto, rimasto vedovo di Maria già nel 1930, si è risposato con Giuseppina Capè. La guerra mondiale e la conseguente crisi economica e sociale determinano la riduzione del capitale sociale. Inoltre nel marzo 1943 la vendita al dettaglio in via Manzoni 12 viene scorporata attraverso la costituzione della Ditta Fratelli Sironi fu Enrico e C. sas, che ha come gerenti accomandatari Carlo e Luigi mentre soci accomandanti sono gli altri membri della famiglia. Nel 1945, in seguito allo sciopero del 4-5 aprile, il prefetto di Varese ordina la chiusura dell’azienda a tempo indeterminato e blocca i salari. La terza generazione tra boom economico e sperimentazione del monoprodotto (1945-1979) Tra il 1944 e il 1948 muoiono i fratelli Carlo e Gino e si apre la via all’ingresso nella compagine sociale di una nuova generazione di cugini: Luigi e Felice figli del primo; Francesco
Società generale per l’industria della magnesia spa
Industria Società generale per l’industria della magnesia spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Società generale per l’industria della magnesia spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | L’acquisto, la produzione, la vendita di materie e prodotti chimici in particolare composti di magnesio di calcio INDIRIZZO | Via Varesina 1 | 21021 | Angera (VA) CONTATTI | T. 0331-939111 | F. 0331-931914 | www.solvay.it Dal 1900 al 1945 Alla fine dell’Ottocento Carlo Luigi Rodolfo, originario di Torino, opera nel settore estrattivo nelle cave intorno al Lago Maggiore. Dopo una prima esperienza ad Arona, decide di mettersi in proprio ad Angera iniziando la coltivazione di una nuova cava di dolomite per la produzione di ghiaietto per le massicciate stradali e costruendo, nel 1900, due fornaci per la produzione della calce dolomitica. In questi anni la zona collinare lungo le sponde del Lago Maggiore è un territorio favorevole per lo sviluppo dell’attività estrattiva per la produzione di calce e dà luogo alla nascita di numerose fornaci. Nel 1905 Emilio Rodolfo , figlio di Carlo Luigi, laureatosi al Politecnico di Milano nel 1899, rileva l’attività del padre e quattro anni dopo insieme a un compagno di studi dell’università, l’ingegner Giuseppe Rossetti, costituisce la società in accomandita semplice “Società italiana per la produzione del carbonato e dei coibenti di magnesia, ingegneri Rodolfo, Rossetti & C.” con sede a Milano e capitale sociale di lire 100.000. Rodolfo e Rossetti assumono la carica di gerenti mentre i soci accomandanti sono De Cristoforis e Canetti. Dopo pochi anni la direzione dello stabilimento è affidata al dott. Italo, fratello di Emilio. Le attività della società si svolgono ad Angera, in prossimità della cava di dolomite dalla quale veniva ricavata la materia prima per la produzione di prodotti magnesiaci. Al momento della fondazione sono impiegati 20 dipendenti. Nel 1910 la denominazione sociale muta in “Società generale per l’industria della magnesia ingegneri Rodolfo e Rossetti & c.”. Negli anni successivi si susseguirono piccoli aggiustamenti delle quote di proprietà dai vari membri della famiglia Rodolfo. In questi anni la società acquista le materie prime – la calce dolomitica e l’anidride carbonica – dalle fornaci che Emilio aveva rilevato dal padre (ditta “Ing. E. Rodolfo”). Attraverso il processo inglese Pattinson si producono carbonati di magnesio leggeri, adatti a inglobare molta aria nell’applicazione e quindi a favorire l’isolamento termico (come legante era usato l’amianto). Negli anni venti viene intrapresa anche la produzione di carbonato di calcio, inizialmente acquistando la calce calcarea come materia prima e successivamente introducendo la calcinazione del calcare all’interno del proprio stabilimento. Nel 1928 Italo lascia la direzione dello stabilimento; il capitale sociale viene diviso tra Emilio e la moglie Carla Prinetti. L’impresa conosce in questo periodo una forte espansione. Emilio Rodolfo negli anni trenta brevetta alcuni processi per la produzione di idrossidi e ossidi di magnesio pesanti per l’industria farmaceutica. In questi anni l’attività produttiva (dalla coltivazione della cava alla produzione dei sali di calcio e magnesio) comporta l’impiego di un elevato numero di manodopera, circa 250 persone. L’impresa utilizza il personale del territorio che integra l’attività nello stabilimento con il lavoro dei campi. L’estrazione e la lavorazione dei minerali non richiede elevate qualifiche professionali e quando sulle macchine gli operai acquisiscono maggiori competenze, vengono allettati da migliori salari delle imprese meccaniche della zona. Dal 1946 al 1989 L’impresa mantiene anche nel Secondo dopoguerra un forte connotato territoriale; il personale è reclutato ad Angera o nei comuni limitrofi e unisce l’attività in fabbrica con la gestione di piccoli appezzamenti terrieri. Spesso i ritmi dell’impresa trovano modo di conciliarsi con i cicli dei lavori agricoli e questa flessibilità rafforza il senso di appartenenza delle maestranze nei confronti della Magnesia. Nel 1948 muore l’ingegner Emilio. Egli aveva valutato la possibilità di vendere la società, non avendo figli maschi che garantissero la successione. Ciò non avviene e la conduzione dell’impresa rimane sempre a carattere famigliare: sono infatti le figlie Lorenza Rodolfo in Belloni e Stefania Rodolfo in Valerio a proseguire l’attività. Di lì a pochi anni sarà il figlio di Stefania, Marco Giulio, a prender e le redini della società, rilevando le quote della madre e della zia Lorenza. La nuova ragione sociale è “Società generale per l’industria della magnesia ‘ Ing. Rodolfo & C. di Valerio Marco Giulio ‘ sas. Negli anni cinquanta l’impresa sperimenta anche la vendita diretta della magnesia purgativa con il marchio Angelica destinata alle farmacie. Tuttavia questa strada non viene percorsa per molto tempo e si preferisce produrre il principio attivo, l’idrossido di magnesio, per le specifiche imprese del settore. Marco Giulio, insieme alla moglie Luisa Cederna, guiderà l’impresa fino al 1962, anno della sua scomparsa in un incidente stradale. La compagine sociale cambia nuovamente: ora le quote vengono suddivise tra Luisa, la figlia Giulia e la Waradsin, un’azienda chimica con sede in Liechtenstein. Tuttavia la presenza della famiglia Cederna nella gestione amministrativa della società aumenta sempre più in questi anni. Nel 1963 Enrico Cederna, cugino di Luisa, venne nominato procuratore e direttore generale della società; Giulia Valerio è impegnata nella direzione dell’area commerciale. La direzione dello stabilimento viene invece affidata a tecnici estranei alla famiglia che generalmente assumevano la carica di procuratori. Nel 1976 la sede legale della società viene trasferita da Milano ad Angera in via S. Martino, anche se nel capoluogo lombardo restavano gli uffici commerciali, e contabili. Due anni dopo l’impresa passa alla forma giuridica attuale di società per azioni con una presenza sempre maggiore della famiglia Cederna-Valerio nella divisione delle quote del capitale sociale. Enrico Cederna assume la carica di amministratore delegato a quella di direttore generale. Gli anni settanta e ottanta sono un periodo di forte sviluppo per l’impresa sottoposta a grandi interventi di rinnovamento degli impianti determinati sia dalla necessità di attuare le nuove norme entrate in vigore con la legge Merli del 1976, sia da quella di risparmiare energia. Notevole è la ricerca per la messa a punto e l’introduzione sul mercato di nuove tipologie di carbonati di calcio, in particolare quelli ultrafini rivestiti. Dal 1990 ad oggi All’inizio
Slimpa spa
Industria Slimpa spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Slimpa spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e commercializzazione di apparecchiature e componenti elettronici per ascensori INDIRIZZO | Via don Speroni 28 | 21062 | Cadrezzate (VA) CONTATTI | T. 0331-910401 | F. 0331-910473 | www.kone.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1942-1959) Oreste Fasani, nato nel 1903, dopo gli studi da perito meccanico ed una breve esperienza presso la centrale idroelettrica delle cascate del Toce, si impiega nell’impresa aeronautica Siai Marchetti di Sesto Calende come caporeparto. Nel 1942 le difficoltà della guerra, il rischio quotidiano dei continui bombardamenti, in una zona considerata strategica per il tipo di produzione militare, lo convincono ad abbandonare il suo lavoro per avviare con il fratello Arturo, anch’esso ex dipendente Siai, una autonoma e piccola produzione di parti elettromeccaniche per ascensori. Inizialmente l’attività è ospitata a Leggiuno nella cantina della moglie di Arturo, poi nei locali di un vecchio pastificio, oggi Villa Ossola. La fornitura di questi componenti all’impresa Bassetti elevatori di Milano (il signor Bassetti era un vicino di casa di Fasani), permette l’aumento del lavoro e l’assunzione dei primi operai. Successivamente la sede dell’attività, per necessità di nuovi spazi, viene portata in un fabbricato attiguo alla casa dei genitori dei due fratelli Fasani. Nel frattempo Oreste Fasani conosce per lavoro l’ingegnere Alfredo Spagnolo, proprietario e amministratore delegato dell’impresa Fiam (Fabbrica italiana ascensori e montacarichi). Da questa conoscenza nasce un rapporto di collaborazione molto stretta che porta, nel 1950, alla fondazione della società Slimpa (Stampaggio lavorazione italiana materie plastiche ed affini) formata dai due fratelli Fasani e dallo stesso Spagnolo. Presidente della neonata società è Alberto Panzanini, con Oreste Fasani quale consigliere delegato. La nascita della Slimpa risponde alla necessità, avvertita dall’ingegnere Spagnolo, di sviluppare il ramo della componentistica per ascensori, in particolare i relais e i dispositivi di sicurezza. L’obiettivo per la Fiam è quello di avere prodotti dedicati migliori di quelli reperibili sul mercato e a prezzi più bassi; d’altra parte la Slimpa non deve sostenere spese di acquisizione di ordini né cercare di costruirsi un proprio mercato di sbocco, passando direttamente alla Fiam i propri componenti che seguono di conseguenza l’andamento delle vendite degli ascensori. Infatti, anche se la proprietà fra le due imprese è divisa, la Slimpa si comporta, di fatto, come una divisione componenti della Fiam che ha l’esclusiva sui suoi prodotti. Nel 1958 l’espansione dell’attività porta ad un nuovo cambiamento di sede con la costruzione di uno stabilimento in quella che era la periferia di Leggiuno. Nel 1959, Alberto Panzanini, divenuto direttore tecnico della Fiam, si dimette dalla carica di presidente. Gli anni sessanta e settanta (1960-1976) Negli anni sessanta, quello che fino ad allora è rimasto un lavoro artigianale, acquisisce caratteristiche industriali con l’ampliamento e il miglioramento della produzione. La Slimpa, infatti, conta ora su un proprio ufficio tecnico e si dota degli impianti e delle attrezzature necessarie, compresi i trattamenti galvanici e gli stampaggi delle materie plastiche, per poter ottenere un ciclo produttivo completo. Questa scelta si spiega se si considera la difficoltà, in questi anni, per un’impresa sorta in un luogo lontano dai centri industriali maggiori, di recuperare sul mercato le parti finite necessarie alla propria produzione. Già notevoli sono le difficoltà incontrate nel costruirsi autonomamente una rete di fornitori di materie prime quali la plastica. In questi anni di boom nell’edilizia, la Slimpa, sviluppando un processo di automazione delle macchine, riesce a produrre tutte le bottoniere Fiam. Se nei primi anni sessanta i dipendenti sono in tutto circa 40, nello stesso decennio il numero del personale sale a 80 addetti. Tutto il personale viene reclutato in zona e principalmente nel comune di Leggiuno, per la precisa scelta di Oreste Fasani di dare lavoro, prima di tutto, agli abitanti del suo paese di cui sarà sindaco per circa quindici anni. Fra la fine degli anni sessanta e i primi anni del decennio successivo, prosegue la spinta all’automazione per poter contenere i costi: non si tratta però di un’automazione esasperata, dal momento che si investe prevalentemente sull’attrezzatura delle singole macchine e non sulle macchine nel loro complesso, permettendo così di utilizzare le stesse per più fasi di lavorazione, in base alle necessità del momento. Gli anni settanta vivono alcuni problemi legati alla trasformazione tecnologica che porta gradualmente ad una predominanza delle parti elettroniche su quelle elettromeccaniche. Nel 1974 un nuovo avvicendamento aziendale conduce alla presidenza Stefano Bracaglia, genero dell’ingegnere Spagnolo, mentre Oreste Fasani rirmane consigliere delegato. Nel 1976 il capitale sociale viene aumentato a 20 milioni di lire; il nuovo consiglio d’amministrazione comprende anche Mario Danti, Oreste Catinelli ed Enrica Spagnolo, moglie di Bracaglia, e vede Oreste Fasani assumere la presidenza della società. Dal 1977 ad oggi (1977-2008) Nel 1977 Oreste Fasani esce dalla società e il consiglio d’amministrazione viene ridotto a due membri, Alfredo Spagnolo, presidente, e Nicola Russo, consigliere delegato. Nel 1979 la proprietà passa alla Fiam Partecipazioni. Nello stesso anno inizia la produzione di quadri a microprocessori cui seguono la produzione di schede elettroniche e l’assemblaggio dei quadri elettrici, poi trasferite dalla sede Fiam di Pero a Leggiuno. Si devono quindi abbandonare alcune produzioni elettromeccaniche e inserire la produzioni elettroniche, cambiamento che non provoca una variazione nel numero degli addetti, poiché l’impresa si limita a sostituire il personale in pensionamento con addetti dal nuovo profilo professionale, principalmente periti elettronici. Nel 1986 l’oggetto sociale della Slimpa include la commercializzazione di ascensori, montacarichi, scale mobili, marciapiedi mobili ed apparecchi di sollevamento e trasporto in genere. Nel 1987 la società entra a far parte del gruppo Kone, grande multinazionale finlandese da 18.000 dipendenti e 2.000 miliardi di lire di fatturato, tra i leader mondiali nel mercato degli ascensori e scale mobili. Giuseppe Confalonieri diviene presidente della società, amministratore delegato è Sergio Salvetti, cui succede Angelo Poletti. Con la metà degli anni novanta, Slimpa attraversa un ulteriore momento di trasformazione. La produzione elettronica che aveva caratterizzato la società fino ad allora, viene prima concentrata presso la capogruppo in Finlandia e successivamente sviluppata in outsourcing.
Saporiti srl
Industria Saporiti srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Saporiti srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e installazione di macchine utensili INDIRIZZO | Via dei Patrioti 58 | 21058 | Solbiate Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-649196 | F. 0331-643136 | www.saporit.it Ditta individuale Carmelo Saporiti (1946-1970) Carmelo Saporiti, nato nel 1907 a Solbiate Olona, è un esperto operaio quando nel 1946 si mette in proprio e costituisce una ditta individuale per eseguire lavorazioni meccaniche. La sua esperienza tecnica proviene da anni di lavoro nelle grandi imprese di Milano, Busto Arsizio e Legnano, mentre sul piano imprenditoriale Carmelo è da poco uscito da una società costituita nel 1941 a Legnano con i signori Perico e Parini. Per liquidare la propria partecipazione, Saporiti porta con sé alcuni macchinari e li installa in via Matteotti a Solbiate Olona, dando così inizio alla propria attività nella cascina di proprietà della moglie Eleonora Filippini, dove i due si trasferiscono con il figlio Silvano nato nel 1935. In pochi anni il laboratorio assumedimensioniragguardevoli, arrivando ad impiegare 14 operai e una forza elettrica di 9 cavalli. Nel dopoguerra il mercato assorbe grandi quantità di macchinari per l’industria e la Saporiti si inserisce nell’espansione producendo torni e altri utensili. Laproduzione è destinata inizialmente all’Italia e dagli anni cinquanta anche all’estero: Germania, Stati Uniti, Messico, India e Sudafrica. Nell’impresa di Carmelo è impegnata da tempo anche la moglie Eleonora come dattilografa e segretaria e l’assunzione della prima impiegata avviene quando l’impresa ha già più di 25 operai. Nel 1957 Saporiti si trasferisce nell’attuale sede in via dei Patrioti, dove viene costruito un primo capannone che consente un ulteriore aumento dell’organico e una distribuzione più razionale degli spazi di produzione. Anche la nuova abitazione della famiglia Saporiti viene costruita adiacente all’industria. Alla fine degli anni cinquanta fa il suo ingresso nel nuovo stabilimento il figlio Silvano che ha conseguito all’Istituto Feltrinelli di Milano il diploma di perito meccanico e sta per completare il corso di laurea in ingegneria al Politecnico. Terminati gli studi, per alcuni anni Silvano è impegnato nell’insegnamento di meccanica, macchine e tecnologia presso l’Itis Bernocchi di Legnano. L’espansione del settore fino agli anni settanta favorisce in primo luogo i rivenditori di macchine utensili che mediano la relazione tra le aziende produttrici come la Saporiti e le industrie che comprano e utilizzano i macchinari.La politica messa in atto dai commercianti tende a comprimere i prezzi mettendo i fabbricanti in concorrenza tra loro e a sottovalutare l’importanza del servizio tecnico offerto ai clienti. I prodotti non portano nemmeno il marchio del produttore, ma sono venduti con un nome commerciale: le macchine della Saporiti, ad esempio, si chiamano Vampire, Super-Vampire e Comet. In seguito ad un’esperienza drammatica – nel 1963 la Saporiti si vede annullare un corposo ordine da un rivenditore – l’impresa corre ai ripari ridimensionando drasticamente l’organico e decidendo per il futuro di impegnarsi nella vendita diretta dei propri macchinari ai clienti industriali . La ristrutturazione, gestita da Carmelo con l’apporto determinante di Silvano è lunga e faticosa: nel corso degli anni sessanta i dipendenti scendono da 30 a 10 persone, per poi ridursi ulteriormente nei primi anni settanta. La produzione nello stesso periodo cala da 6 a 3 torni al mese. Il passaggio generazionale alla guida della società vede avvicendarsi due persone con tratti caratteristici ben distinti: Carmelo, formatosi nel lavoro, ha un approccio empirico nell’affrontare e risolvere i problemi tecnico-produttivi e ha una disposizione ottimistica che lo espone a brutte sorprese nel campo dei rapporti commerciali. Silvano, che negli studi ha maturato alte competenze nel disegno e nel calcolo, è più portato alla progettazione minuziosa e nelle scelte imprenditoriali si dimostra più pragmatico e prudente. Saporiti Costruzioni Meccaniche (1971-1992) Nel 1971 viene decisa la cessazione della ditta individuale con la costituzione di una società di fatto in cui Carmelo e Silvano sono soci con il 51 e il 49%, anche se è il figlio che da allora assume a tutti gli effetti la direzione delle attività. Assieme a Silvano, concentrato nella progettazione, si impegnano nella gestione amministrativa e commerciale la moglie Gabriella Brunelleschi, che subentra a Carmelo come socio dopo la sua morte nel 1980, e il padre di lei Fernando, in pensione dopo una carriera come impiegato della Pirelli. La nuova politica commerciale di relazione diretta con le imprese viene perseguita anche con l’impiego del marchio Saporiti sulle macchine, per dare maggiore visibilità al produttore. Superato il momento di maggiore difficoltà e attivati i canali per la vendita diretta, Silvano decide di non puntare sulla crescita dimensionale e sull’incremento della produzione ma di investire nella personalizzazione dei prodotti. Offre macchine più complesse dei torni paralleli per la lavorazione del metallo che rappresentavano il prodotto principale fino a tutti gli anni sessanta. I macchinari di maggiore successo per il rilancio della società diventano i torni a fresare, utilizzati per la filettatura delle viti per l’estrusione della plastica, industria che nel territorio di Varese è allora in forte sviluppo. In questi anni un freno all’espansione dell’impresa è rappresentato da un vincolo edilizio sull’area attorno al capannone, che per anni impedisce la costruzione di nuovi reparti. Mantenendo stabile la propria capacità produttiva, il numero di macchine realizzate diminuisce con il crescere della loro complessità e del loro valore unitario. A partire dagli anni novanta, quando inizia un restringimento del credito bancario, la capacità di esposizione finanziaria diventa un fattore determinante e la società inizia ad impiegare gli utili generati per sostenere lo sforzo produttivo. La produzione della Saporiti prosegue concentrata su prodotti altamente specializzati e destinati ad un mercato molto ristretto. Per consolidare e cercare di ampliare i propri sbocchi commerciali l’impresa deve cercare di essere presente a livello globale. A dare maggior respiro alla dimensione commerciale della Saporiti è l’ingresso nell’organizzazione di Sabrina, figlia di Silvano e Gabriella, che dalla fine degli anni ottanta comincia a seguire regolarmente le fiere specializzate sparse nel mondo, dalla Cina, alla Germania, agli Usa. In quegli anni Sabrina sta studiando ingegneria aerospaziale ma prima di
Secondo Mona spa
Industria Secondo Mona spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Secondo Mona spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Industria aereonautica, meccanica, elettromeccanica ed elettronica in genere INDIRIZZO | Via Carlo Del Prete 1 | 21019 | Somma Lombardo (VA) CONTATTI | T. 0331-756111 | F. 0331-252334 | www.secondomona.com L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1903-1939) Nel 1903, Secondo Mona, figlio di Coronato e Giovanna che conducono una piccola attività di tessitura, apre di fronte al Castello visconteo di Somma Lombardo, in piazza d’Armi, una bottega per la costruzione, riparazione e vendita di cicli e motocicli . L’attività si sviluppa rapidamente, grazie al progresso in campo meccanico e dei trasporti. Dapprima nel settore dell’automobile, che vede Secondo Mona occuparsi della manutenzione delle vetture del marchese Visconti, divenendo poi esclusivista della marca FN Fabrique Nationale); successivamente in quello dell’aereonautica. Il territorio livellato favorisce le sperimentazioni in questo campo. Cascina Malpensa, isolata, utilizzata fino ad allora per manovre di cavalleria militare, garantisce la segretezza necessaria durante gli esperimenti: qui nel 1910 Gianni Caproni costruisce il suo primo hangar. Poco lontano anche Giovanni Agusta inizia a costruire biplani, nel 1913 a Varese nasce l’impresa aeronautica Macchi e sulle rive del Lago Maggiore, a Sesto Calende partono già gli idrovolanti della S.I.A.I (Società Idrovolanti Alta Italia) progettati dall’Ing. Tonini e, successivamente, dall’Ing. Conflenti. In tale contesto Secondo Mona svolge la sua attività che nel frattempo si amplia alla riparazione e costruzione di qualsiasi tipo di apparecchi elettrici e motori. Nel 1909 Secondo Mona assiste, insieme a Caproni, a Brescia, al primo Circuito aereo internazionale ed entra definitivamente in contatto con quello che sarà il suo mondo professionale. Dal 1913 inizia ad occuparsi della riparazione di motori aeronautici e dei sistemi di bordo, sviluppando molto presto un’attività di produzione di componenti diversi di aeroplano. Caproni gli affida compiti di primo piano quali la produzione di serbatoi per benzina in lega leggera, radiatori e pompe a stantuffo. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, Secondo Mona si è già ritagliato un posto di rilievo nel panorama aeronautico locale. Nel 1916 con l’ampliamento delle attività e l’aumento delle maestranze provenienti da tutta la zona circostante, compresa la parte piemontese al di là del Ticino e del Lago Maggiore, l’impresa si trasferisce in una nuova sede, sempre a Somma Lombardo, in località Mezzana. Negli anni venti, avvia la sua prima collaborazione internazionale con l’impresa francese Albert Moulet per la produzione di impianti carburante. Frutto di questa collaborazione sarà ad esempio una pompa meccanica che equipaggia l’S.64, aereo con il quale i piloti Arturo Ferrarin e Carlo Del Prete compiono il primo collegamento aereo con il Brasile. La Secondo Mona partecipa, infatti, negli anni venti e trenta a molte imprese aviatorie: circuiti di alta velocità, record di velocità, trasvolate atlantiche. Nel 1925 l’impresa è iscritta come ditta individuale alla Camera di commercio di Varese. Anche se l’impresa si specializza sempre più nella produzione di equipaggiamenti aeronautici, parallelamente si continua in una decisa politica di diversificazione dei prodotti. La Secondo Mona, ad esempio, diviene la prima ditta italiana per la costruzione di macchinari per calzature (comprese le prime macchine per l’allestimento delle calzature in serie) ottenendo alla mostra di Fiume del 1926 la medaglia d’oro e il primo premio nella specifica sezione. La produzione si estende però anche a macchine per cartotecnica, edilizia e sugherifici: la Supermiat, poi denominata nel suo modello più avanzato “Supermatic”, è una macchina che consente la produzione di seimila tappi di sughero l’ora e che conosce una diffusione e un successo di vendita internazionali. Secondo Mona si avvale ormai per la gestione dell’amministrazione della presenza della moglie, Marina Vanelli e del fratello di lei, il direttore amministrativo Alberto Vanelli. Dal 1940 al 1962 Durante la Seconda guerra mondiale le assunzioni arrivano a sfiorare quota 800 dipendenti, massimo storico per l’impresa. Nel 1943 la fabbrica viene occupata dai tedeschi, tuttavia l’ottima conoscenza della loro lingua da parte di Bruno Mona, figlio di Secondo, laureatosi nel 1932 al Politecnico di Zurigo e da qualche anno impegnato nell’impresa di famiglia, fa sì che le maestranze possano godere di una certa tranquillità. Nel 1945 muore Secondo Mona e l’impresa passa agli eredi: la moglie Marina Vanelli e il figlio Bruno ne proseguono l’attività come società di fatto “Mona Secondo”. Nel 1946 Bruno Mona, aiutato della Banca Alto Milanese di Busto Arsizio, costituisce parallelamente la società “Secondo Mona – officine meccaniche costruzioni aeronautiche fonderie spa” con sede a Milano. Bruno Mona si trova, quindi, improvvisamente, ad avere la responsabilità dell’intera azienda in un periodo difficile. Le regole imposte all’Italia dall’armistizio non consentono all’impresa di proseguire nel settore aereonautico, se non limitatamente a collaborazioni con l’Aeronautica militare per delle riparazioni. La situazione non facile induce quindi a puntare nuovamente sulla diversificazione della produzione. Il settore motociclistico, in particolare, assorbe molto lavoro grazie alla costruzione di corpi motore, cilindri, bielle, forcelle telescopiche per la Guzzi e la Motom. Anche per il settore automobilistico si producono pompe autoregolatrici con le quali vengono equipaggiate automobili da competizione dell’Alfa Romeo, della Lancia, della Ferrari e della Maserati. Si sviluppa, inoltre, una linea di prodotti rappresentata dal reparto cartotecnico: stampe a mano, stampe a macchina, stampe a pressione, per inchiostro, per doratura, macchine rotocalco da foglio a uno o più colori. In ultimo, si avvia anche la produzione di componenti di precisione per la Ibm, l’Olivetti e la Rimoldi. Accanto a questa grande diversità di prodotti, a partire dalla metà degli anni cinquanta riprendono le prime attività di progettazione e di equipaggiamento in campo aeronautico. Uno dei primi progetti, ad esempio, è il DO27, il Dornier27, un aereo leggero che ha avuto una grande diffusione in tanti paesi del mondo. L’impresa, che da sempre dà il suo contributo ad attività sociali locali, finanzia interamente, in questi anni, l’asilo di Somma Lombardo che porta ancora oggi il nome di Secondo Mona. Dal 1963 al 1989 Nel 1963 la società di fatto “Mona Secondo” cessa definitivamente la propria attività. Nel 1965 il consiglio di amministrazione della “Secondo
Salumificio Minoli
Industria Salumificio Minoli DENOMINAZIONE SOCIALE | Minoli srl a socio unico FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di salumi freschi e stagionati INDIRIZZO | Via Pegoraro 3 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793367 | F. 0331-784531 | www.minoli.it Luigi Minoli e il figlio Andrea (1883-1912) Le origini dell’attività imprenditoriale della famiglia Minoli risalgono al 1883 quando Luigi apre un negozio di salumeria in via Mazzini nel centro di Gallarate . In pochi anni di attività il negozio guadagna una reputazione di eccellenza, anche grazie alla partecipazione a fiere e mostre di prodotti alimentari in Italia e all’estero dove Luigi ottiene lusinghieri riconoscimenti. Tra questi le tre medaglie d’oro assegnate nei primi anni del Novecento alla IV Esposizione campionaria di Roma, all’Esposizione culinaria di Parigi e a quella internazionale di Marsiglia.Assieme a Luigi inizia ben presto a lavorare il figlio Andrea, nato nel 1884 che, all’età di 23 anni, subentra formalmente a Luigi nella gestione di un seconda salumeria in piazza Garibaldi, non distante dal primo negozio del padre. Due anni più tardi nasce Luigi, il primo figlio di Andrea e della moglie Elisa Orsenigo.Nello stesso periodo con il padre e altri due soci, Gaudenzio e Stefano Tosi, Andrea promuove la costituzione di un’industria per la produzione dei salumi. La società in accomandita semplice assume la denominazione di Minoli Luigi & C. e lo stesso Luigi ne assume la gerenza come socio accomandatario. La sede viene stabilita nella zona di Cassina Verghera, lungo la strada provinciale che da Gallarate porta a Oleggio. In questo modo la famiglia Minoli attua un’integrazione vantaggiosa tra l’attività di produzione e vendita all’ingrosso di salumi e quella di commercializzazione al dettaglio nei propri punti vendita.In una lettera di presentazione inviata ai potenziali clienti si informa che lo stabilimento entrerà in funzione «nel prossimo mese di ottobre [1909]con macchinario moderno e perfetto in modo da assicurare alla Spettabile Clientela dei buoni prodotti di tipo costante e di piena soddisfazione». Negli anni seguenti Luigi si occupa principalmente della gestione della società e nel 1912 chiude il negozio di via Mazzini mentre il figlio Andrea mantiene la salumeria di piazza Garibaldi. Andrea Minoli e il figlio Luigi (1913-1939 ) Nel proprio negozio Andrea non si limita alla vendita dei prodotti del salumificio di famiglia ma ne commercializza anche altri di carne suina assieme a generi alimentari diversi. Non risultano documenti utili per seguire le sorti della società Luigi Minoli & C. di Verghera ma è plausibile supporre che sia cessata nel 1928 quando i Minoli acquistano un terreno nell’allora via Mario Brumana al numero 3, oggi via Pegoraro, impiantandovi un laboratorio per la macellazione suina e la produzione di salumi . Sul nuovo terreno, ai primi edifici produttivi, si affiancheranno nel tempo anche quelli destinati alle abitazioni per la famiglia. Nel 1930, quando Luigi è già ventenne, nasce Davide il secondogenito di Elisa e Andrea Minoli.Nel periodo tra la fine degli anni venti e degli anni trenta, anni di trasformazione nel tessuto urbano gallaratese, si può inoltre ricostruire, grazie alla documentazione storica, un’intensa attività di compravendita di altri negozi di alimentari. Nel 1928 viene ceduto alla ditta Tosone un negozio di salumeria a Gallarate in vicolo Orti; nel 1932 viene rilevato un negozio di salumeria in via Mercanti che viene anch’esso ceduto pochi mesi dopo; infine nel 1937 avviene la cessione di un altro esercizio, in questo caso una posteria, sito in via Novara.Nel 1934, mentre la sede principale dell’attività commerciale resta in piazza Garibaldi, Andrea Minoli apre un secondo negozio in via del Lavoro 35 dove, oltre a commercializzare i prodotti del proprio salumificio, avvia la vendita di carni bovine. Nel 1939, con la chiusura della storica salumeria in centro a Gallarate dove oggi si trova la sede di una banca, il negozio di via del Lavoro viene ampliato e diventa il principale canale di vendita dei prodotti del vicino macello di via Pegoraro. Andrea e il figlio maggiore Luigi sono sempre più concentrati sull’attività industriale e la loro competenza si affina anche nel settore, per loro essenziale, della conservazione refrigerata e manutenzione di frigoriferi. I fratelli Luigi e Davide Minoli (1940-1972) Nel 1941 la proprietà della ditta viene donata da Andrea al figlio Luigi. La presenza del padre, che offre esperienza all’interno e garantisce rapporti consolidati con l’esterno, prosegue comunque per alcuni anni: ancora nel 1946 una comunicazione formale dell’impresa al Comune di Gallarate e alla Camera di commercio di Varese è scritta su carta intestata della Salumeria Andrea Minoli e viene firmata da quest’ultimo.La differenza di età tra Luigi e il fratello Davide si rispecchia anche nella data del loro ingresso attivo nella società di famiglia. Se, come accennato, Luigi affianca il padre prima del 1930 e gli subentra come titolare nel 1941, l’apporto di Davide avviene alcuni anni più tardi direttamente al fianco del fratello maggiore, definito nei ricordi «quasi mio papà».Nel 1950 la famiglia Minoli abbandona l’attività commerciale cedendo la salumeria di via del Lavoro e si concentra nel settore della macellazione suina e della produzione di salumi.In seguito a questa decisione strategica e in concomitanza con l’ingresso di Davide, Luigi decide di chiudere la ditta individuale e i due fratelli costituiscono una società a responsabilità limitata denominata Salumificio Minoli di Fratelli Minoli. Due anni dopo la forma giuridica dell’impresa viene trasformata in società a nome collettivo.Da allora l’attività dei fratelli si concentra per circa vent’anni nella gestione del principale macello suino di Gallarate, quello di via Pegoraro 3: con cadenza settimanale decine di animali arrivavano dalla vicina stazione per essere trasformati in salumi. In questo periodo l’impresa raggiunge il massimo numero di dipendenti, circa 60, impegnati tra l’attività di macellazione e quella di preparazione e stagionatura dei prodotti finiti . Il prodotto più famoso dell’epoca è il Minoletto, con il diminutivo allora di moda per altri salami lombardi come il Negronetto e il Citterino.La differenza di età tra Luigi e Davide si riflette anche sulla quarta generazione imprenditoriale della famiglia Minoli: Enzo,
Rossi d’Albizzate spa
Industria Rossi d’Albizzate spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Rossi d’Albizzate spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, realizzazione di divani, poltrone, compatibili e accessori INDIRIZZO | Via Mazzini 1 | 21041 | Albizzate (VA) CONTATTI | T. 0331-993200 | F. 0331-991583 | www.rossidialbizzate.it Poltrone e divani: un’impresa atipica rispetto al contesto (1935-1959) Nel 1923 Felice Rossi avvia un’attività di famiglia ad Arsago come ditta individuale per la produzione e il commercio di materassi, tappezzeria e selleria e con una succursale a Cavaria. Vi lavora anche il fratello più giovane Giuseppe che nel 1935 si divide da Felice e, con la moglie Maria Saporiti, dà vita a Cavaria ad una propria ditta individuale, limitandosi alla tappezzeria in stoffa. Nel 1937 regolarizza la propria situazione alla Camera di commercio mentre parallelamente il fratello Felice dichiara cessata l’attività della propria succursale in Cavaria. Con lo sviluppo delle attività, l’impresa prende in affitto un capannone industriale a Solbiate Arno, dove si svolge la produzione, che in breve tempo arriva ad occupare trenta operai. Giuseppe Rossi studia, disegna, realizza e perfeziona meccanismi che portano alla creazione di modelli dinamici fondati sulla trasformabilità delle funzioni racchiuse in forme estetiche adeguate: la poltrona che diventa letto, il letto che diventa poltrona. Nasce così, nel 1939, la poltrona letto Confortevole che, cogliendo una domanda emergente di nuova abitabilità, registra l’apprezzamento del mercato. È l’inizio di una lunga serie di invenzioni e brevetti, nonché la concretizzazione di una filosofia aziendale, che guiderà tutta l’evoluzione successiva: fare cose belle, utili e capaci di durare nel tempo. Durante la Seconda guerra mondiale l’impresa sospende la produzione, che riprende subito dopo la Liberazione, alimentata dalle idee nate nel frattempo. Nel 1946 vede la luce il divano letto Pullman e nel 1949 il set di soggiorno Gardone, entrambi oggetto di illustrazioni dell’artista Silvio Zanella. Esposti alla Fiera Campionaria di Milano, gli “ambienti” creati da Giuseppe Rossi e da Maria Saporiti riscontrano un notevole successo di pubblico, rispondendo alle esigenze diffuse di fungibilità degli spazi domestici che si affermano con le trasformazioni demografiche, urbanistiche e abitative del dopoguerra. Nel 1951 azienda e famiglia si trasferiscono ad Albizzate, dove sorge il nuovo stabilimento costruito su di un terreno agricolo di proprietà della famiglia di Maria Saporiti. Nel 1955 inizia la collaborazione con l’architetto Giampiero Vitelli, che durerà sino agli anni settanta. Un’impresa del settore legno-arredo costituisce un’evidente anomalia in un contesto produttivo caratterizzato dalla prevalenza di altri comparti industriali (meccanica, tessile, aeronautica). La specializzazione nel mobile “imbottito”, la cultura del progetto e la stessa distanza da un ambiente più dotato, ma nello stesso tempo più condizionante, come la Brianza diventano i punti di forza dell’impresa Rossi.Emblema del successo raggiunto è la vetrina espositiva realizzata nel 1958 lungo l’autostrada Milano-Varese, una sorta di grande acquario in vetro e metallo a forma di parallelepipedo, che si illumina di notte e al cui interno “galleggiano” letti, divani, poltrone i sogni degli italiani. Innovazione, design e internazionalizzazione (1960-1969) La famiglia Rossi vive in una casa adiacente alla fabbrica. Giuseppe è l’anima tecnica dell’azienda, sua moglie Maria quella commerciale, ma anche l’ispiratrice di soluzioni che aggiungono gusto e sentimento alle cose. I loro figli crescono e studiano respirando l’aria e i valori dell’impresa familiare. Luigi (nato nel 1935) è già da qualche anno operativo in azienda, dopo il diploma in ragioneria, affiancato più tardi dal fratello Piero (nato nel 1942), specializzatosi in architettura degli interni. L’impresa Rossi è tra i soggetti che nel 1961 fondano a Milano il Salone internazionale del mobile, nella cui direzione rimane a lungo Luigi Rossi, assumendo poi la vicepresidenza. Il Salone, destinato a diventare la grande vetrina mondiale della creatività italiana, nonché un appuntamento espositivo annuale (mai mancato) per la stessa impresa Rossi, costituisce uno stimolo potente per orientare l’attività degli architetti verso la creazione di mobili e oggetti di arredamento. In questo clima Luigi e Piero rafforzano, insieme ai genitori, le collaborazioni con architetti di fama nazionale e internazionale,facendo del design una componente strutturale delle produzioni Rossi. Si afferma così un modello produttivo fondato sull’interazione stretta tra imprenditore (l’idea particolare e concreta), il progettista (l’evoluzione mondiale del disegno) e gli artigiani esterni cui sono demandate alcune fasi lavorative. Nel 1964, l’impresa – trasformatasi nel frattempo (1962) in società di fatto – attrezza una divisione interna per la produzione di una schiuma poliuretanica a brevetto proprio (il Rofoam), che sostituisce la gomma piuma, garantendo una maggiore morbidezza e durata. Nasce il centro informativo a Milano in San Babila, presso la Galleria del Toro, che rimarrà aperto fino al 1975. Si sviluppa la rete commerciale tramite agenti che seguono una clientela (in genere aziende) destinataria di prodotti su commessa. Crescono le esportazioni, che si allargano dai paesi europei a Stati Uniti e Canada: Rossi è ormai un marchio mondiale. Nel 1969 viene realizzato, su progetto di Giampiero Vitelli e Titina Ammannati, il Grandangolo, un sistema di seduta senza interruzioni, a linee curve o diritte, destinato soprattutto ai grandi spazi (hall di hotel di lusso, sale vip di aeroporti, ville). In questo periodo l’azienda arriva a occupare quasi cento addetti, costituiti in gran parte da operai specializzati. Luigi e Piero continuato ad abitare, con le loro famiglie, accanto allo stabilimento di Albizzate, mentre i genitori si sono trasferiti, sin dal 1963, a Gallarate. Nuovi punti di forza: sartorizzazione e componibilità (1970-1989) Con gli anni settanta inizia l’era del componibile, una tecnologia costruttiva complessa fondata sulla “sartorizzazione” di numerose componenti , che consente di realizzare sistemi di seduta e arredo caratterizzati da una notevole flessibilità d’uso, oltre che da una particolare eleganza. Nel 1972 l’impresa assume la forma giuridica di società in accomandita semplice. Le creazioni Rossi di Albizzate sono esposte alle fiere internazionali di Colonia (1970) e Parigi (1971); quindi all’Eurodomus di Torino, alla Triennale di Milano e così via. Il 1972 è l’anno di Sit Sistem, ideato da Hans Von Klier, un sistema (sedute e scrivanie) rivolto al top management. Nel 1975 è inaugurato a Milano lo showroom aziendale di Largo Augusto,
Riganti spa
Industria Riganti spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Riganti spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Stampaggio a caldo dell’acciaio e lavorazioni meccaniche INDIRIZZO | Via Vittorio Veneto 1 | 21048 | Solbiate Arno (VA) CONTATTI | T. 0331-988600 | F. 0331-988699 | www.riganti.com Dalla fucina all’industria (1891-1940) Innocente Riganti di Giuseppe nasce a Solbiate Arno nel 1867. Nel 1891 inizia, in quella che sarebbe diventata poi la via Vittorio Veneto, l’attività artigiana di fucinatura per la produzione di attrezzi agricoli (aratri, pale, picconi) e fonda una propria ditta individuale. Dal matrimonio con Maria Grandi nascono sette figli tra cui Emilio che affiancherà Innocente nella conduzione dell’impresa. Il contesto locale, caratterizzato dalla presenza di storiche imprese di stampaggio, come Grandi e Longhini, stimola l’abile e intraprendente Riganti a sviluppare l’attività. Nasce quindi alla fine del secolo la società “Innocente Riganti e C.”, mentre l’officina si trasferisce in un più ampio capannone di Solbiate Arno, nei pressi del quale sorge l’abitazione della famiglia, una palazzina di inizio Novecento ancora oggi esistente. La Riganti aumenta via via la produzione, passando decisamente alla fase dello sviluppo industriale. I prodotti si rivolgono a una platea differenziata di clienti: dalle numerose industrie della zona, soprattutto tessili, alle compagnie ferroviarie, ai cantieri navali. Nel 1911 l’impresa assume la denominazione “Officine meccaniche Innocente Riganti ” e aderisce alla neonata Assonime, Associazione fra le società italiane per azioni. L’espansione produttiva porta al rapido aumento dei dipendenti, che già nel 1915 raggiungono le 150 unità. Rimasto vedovo, Innocente si sposa con Maria Macchi e da questo matrimonio nascono Nanda, Carlo e Giuseppe, detto Pino. Sospinto dal padre, Emilio studia ingegneria meccanica in Germania e nel 1915 inizia a svolgere le funzioni di direttore tecnico dell’azienda. Nel 1926, con la costituzione della società anonima, è nominato consigliere delegato, affiancando il padre presidente. Nel 1927 nasce Innocente, detto Tino, il primo figlio di Emilio, seguito nel 1929 da Franco. Nell’impresa lavorano quasi 220 operai, fucinatori e stampatori, attratti anche dall’area bergamasca e bresciana, mentre i tecnici vengono reclutati a Varese e Gallarate. I profondi effetti recessivi conseguenti alla crisi del 1929, particolarmente pesanti per l’industria metalmeccanica forte utilizzatrice di ferro e acciaio, costringono la società Riganti a richiedere il concordato preventivo. Il periodo di difficoltà e incertezza si protrae sino al 1936 e viene superato con il ricorso al prestito finanziario dell’Istituto mobiliare italiano. Tre anni dopo, nel 1939, muore Innocente Riganti, che era stato podestà del Comune di Solbiate Arno, iniziando una tradizione di famiglia proseguita poi dal figlio Emilio, anche lui nominato podestà nel periodo fascista. I problemi successori legati alla morte di Innocente, padre di dieci figli, vengono risolti al meglio, con la liquidazione delle figlie femmine ed evitando l’insorgere di nuovi scompensi finanziari. La conduzione dell’impresa passa quindi ai due figli maschi, con Emilio nel ruolo di presidente e Pino in quello di amministratore delegato. Nel 1940 il capitale sociale aumenta da uno a due milioni di lire. Magli e linee elettriche (1941-1960) Durante la Seconda guerra mondiale, la Officine Riganti, che a differenza di altre imprese della zona non fabbrica armi, contrae la produzione e le ore lavorate. Nello stesso tempo gli aumenti salariali e i prezzi non più remunerativi praticati ai vecchi clienti portano a un nuovo deficit di bilancio, che tuttavia non si traduce in crisi finanziaria ed economica. Nel dopoguerra, sotto la guida di Emilio e Pino – il primo preposto alla parte tecnologica e il secondo a quella amministrativa – l’impresa torna a crescere, cogliendo le opportunità offerte dallo sviluppo dei mezzi di trasporto e soprattutto dall’elettrificazione del paese. A partire dai primi anni cinquanta, la società Riganti inizia infatti a produrre equipaggiamenti per le linee elettriche ad alta tensione e si afferma rapidamente come impresa leader in Europa, fornendo morsetteria ai maggiori produttori di energia elettrica italiani (Enel, Sae, Sadelmi) ed esteri sparsi in Europa, Sud America e Africa. Tino e Franco Riganti interrompono gli studi universitari, il primo in ingegneria e il secondo in economia e commercio, e affiancano i loro padri in azienda. Nel 1953 la gestione del patrimonio immobiliare dell’impresa viene separata da quella produttiva. La prima prosegue sotto il cappello della società per azioni, è seguita operativamente da Pino e partecipata, in termini azionari, da sua moglie Ester Alemanno. La seconda dà invece luogo alla costituzione della società in accomandita semplice Officine Innocente Riganti. Alla fine del decennio Tino e Franco entrano nei consigli di amministrazione delle società , unici rappresentanti della terza generazione, in quanto il loro zio Pino non ha avuto figli. Nel 1960 nasce la società immobiliare per azioni Innocente Riganti, presieduta da Tino, che nello stesso anno, impegnato in politica oltre che in azienda, viene eletto nelle liste democristiane consigliere comunale di Solbiate Arno. La grande crescita (1961-1980) Nel 1962 muore Emilio Riganti, lasciando il fratello Pino alla guida delle Officine meccaniche. Questi, senza figli, decide di trasferire le proprie quote societarie ai nipoti Tino e Franco, che alla morte prematura dello zio, avvenuta nel 1967, assumono il comando dell’azienda. Nel 1968 Tino Riganti è eletto sindaco di Solbiate Arno, una carica ricoperta sino al 1975, durante la quale promuove tra l’altro la metanizzazione del paese, che porta a una netta riduzione dei fumi industriali. Con l’esaurirsi del processo di elettrificazione dell’Italia e degli altri paesi evoluti, l’attività di produzione di morsetteria conosce una progressiva contrazione , finché il relativo ramo d’azienda viene ceduto. Ciò consente ai fratelli Riganti di concentrare maggiormente gli investimenti sul business storico dell’azienda, quello della forgiatura dei metalli per la produzione di parti meccaniche (bielle, ingranaggi, giunti, valvole, ecc.). All’inizio degli anni settanta, il Solbiatese presenta le caratteristiche di un vero e proprio polo industriale specializzato nello stampaggio degli acciai. Al suo interno operano numerose imprese di minori dimensioni, nate dall’intraprendenza di operai specializzati che, favoriti dal ciclo economico positivo, si mettono in proprio. L’aumento della concorrenza spinge Tino e Franco a dotare l’azienda di un’adeguata organizzazione commerciale , seguita direttamente o appoggiata su una rete
Rama spa
Industria Rama spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Rama spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Macellazione, lavorazione commercio all’ingrosso di carni e loro derivati INDIRIZZO | Via per Cedrate 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217078 | F. 0331-212221 | www.ramacarni.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1943-1970) Carlo Rabolli e Antonio Magnoni, commercianti di carni bovine nella valle del torrente Arno, costituiscono, nel 1943, la “Rabolli e Magnoni (RAMA) srl ”, con sede a Milano, assorbendo l’attività preesistente di Rabolli. Nel 1949, Rabolli si dimette dalla presidenza della società e l’anno seguente, insieme ad altri due soci, fonda la Omas snc per la costruzione di affettatrici e altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Virgilio Cajani è amministratore della Rama fino al 1953, quando viene sostituito da Pierino Carù, originario di Gallarate, che gestisce la società insieme al fratello Enrico. I fratelli Carù, hanno anch’essi alle spalle un’ampia esperienza imprenditoriale nel settore, perché costretti a continuare, ancora adolescenti e con l’aiuto della madre e della sorella maggiore Enrica, l’attività del padre Antonio , morto prematuramente. Inizialmente i Carù operavano tra l’Italia, la Svizzera e Trieste, da cui importavano bestiame vivo già nazionalizzato (le operazioni doganali erano già state eseguite al momento della compravendita) proveniente dai paesi dell’est. Il bestiame vivo era destinato all’allevamento sito in Cajello di Gallarate. Inoltre gestivano un macello nel trevigiano oltre a due macellerie a Oggiona con Santo Stefano e Solbiate Arno. Con l’entrata in Rama viene venduto il macello in Veneto e si sviluppa la macellazione , l’importazione e la commercializzazione nel nuovo stabilimento che impegnava una quindicina di persone. Nel 1959, pochi anni dopo la rivoluzione d’Ungheria, i fratelli Carù siglano il primo contratto a livello nazionale con l’unica impresa statale di allevamento e produzione carni del Paese, la ditta Terimpex, che disponeva di circa 15 macelli su tutto il territorio ungherese. Tale collaborazione durerà fino al 1980. Nello stesso anno l’impresa introduce anche il commercio all’ingrosso di carni congelate e stabilisce un duraturo rapporto commerciale con l’impresa statale ungherese Terimpex, con sede a Budapest, per l’importazione di bestiame. Nel 1960, si avvia anche dalla Polonia – con la ditta statale Animex di Warsavia – e dall’Austria l’importazione di carni poi rivendute nel mercato nazionale o utilizzate per forniture ospedaliere o per l’approvvigionamento delle industrie alimentari di trasformazione. Tre anni dopo la Rama è tra le prime imprese in Italia, insieme alle ditte Zerbi e Ronzoni & Perego, a acquistare cane congelata e importare bestiame vivo dal Sud America. In questi anni vengono stipulati contratti con la società Cap di Buenos Aires e la Swift. Dal 1971 al 1991 (1971-1991) Nel 1971 Antonio Magnoni si ritira dalla società, che rimane nelle mani della famiglia Carù con l’ingresso dapprima di Antonio e, qualche anno dopo, di Marco, entrambi figli di Pierino. Antonio si occupa principalmente della parte commerciale mentre Marco della produzione e della logistica. La moglie di Enrico, Luigia, cura invece l’amministrazione dell’impresa. Nel 1972 si avvia una completa ristrutturazione e un ampliamento dello stabilimento di via Cedrate a Oggiona Santo Stefano dove, tre anni dopo, viene portata la sede legale della Rama in occasione della sua trasformazione in società per azioni. In seguito agli elevati dazi imposti dalla Cee per le importazioni da paesi non appartenenti alla Comunità, l’impresa vive, in questi anni, un aumento dei costi e si orienta di conseguenza verso i mercati della Germania, della Francia e dell’Olanda. La macelleria di Oggiona Santo Stefano viene chiusa e successivamente nel 1987 ceduta in affitto. Nel 1988 la Rama viene contattata dal Gruppo Sme, per dar vita alla creazione della prima catena di fast-food italiana, chiamata “Burghy”. L’impresa diviene quindi l’unico produttore in Italia di hamburger freschi, vale a dire non congelati ma consegnati ai punti vendita tre volte alla settimana. Dal 1991 ad oggi (1991-2008) Verso la metà degli anni novanta cambia in modo significativo il commercio delle carni bovine poiché i principali acquirenti dell’impresa, come per l’intero settore, divengono le società della grande distribuzione, con una parallela e significativa perdita d’importanza delle vendite ai singoli macellai. Ciò comporta che la carne non venga più venduta nei suoi tagli principali e ancora con l’osso – demandando ai macellai la preparazione dei tagli per il consumo finale – ma che la stessa impresa si faccia carico del sezionamento e confezionamento sottovuoto, affinché sia pronta per la distribuzione e la preparazione finale al banco. A ciò si accompagna, sempre per la grande distribuzione, la preparazione di confezioni monoporzione, in atmosfera protettiva, già pronte per il consumatore. I processi di trasformazione divengono, quindi, sempre più importanti e complessi per l’impresa che si dota subito di un rigido sistema per il controllo della qualità, conquistando poi la certificazione Iso 9000. Infatti, la concentrazione di tutte le fasi della lavorazione della carne in un singolo stabilimento ha l’effetto di poter garantire un controllo sull’intera filiera e sulle lavorazioni stesse, con livelli igienici e qualitativi di molto superiori al passato. La Rama garantisce ai clienti la qualità delle carni attuando anche una serie di controlli negli allevamenti fornitori di bestiame. Nel 2000 muore Pierino Carù: Antonio Carù diventa presidente e Roberto Carù, figlio di Enrico, da poco attivo nell’impresa, amministratore delegato. A partire dal 2001, in concomitanza ed in seguito alla crisi della cosiddetta “mucca pazza”, la Rama intraprende una nuova ristrutturazione dei propri reparti. Vengono sostituite le celle frigorifere e viene realizzato un nuovo impianto per la produzione di carne macinata, destinata principalmente alla Bestfoods Italia, industria di trasformazione per la produzione di omogeneizzati con il marchio Gerber. Oltre all’adeguamento alle nuove normative sanitarie, l’impresa avvia anche l’informatizzazione di alcune procedure quali la pesatura e la marcatura di ogni taglio, in modo da avere una rintracciabilità rapida e certa della carne lavorata. Negli stessi anni la Rama affida ad imprese esterne la macellazione, la disossatura e la distribuzione del prodotto, compresa la gestione dei veicoli, e i servizi di manutenzione e pulizia. Il numero dei dipendenti dell’impresa si
Pusterla 1880 spa
Industria Pusterla 1880 spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Pusterla 1880 spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, sviluppo e produzione di astucci pieghevoli in cartoncino e di scatole di cartone rivestite in carta o tessuto per profumeria e cosmetica, vins et spiriteux, bigiotteria, abbigliamento ed in genere per tutti i prodotti ” alto di gamma” che richiedono una presentazione adeguata INDIRIZZO | Via A. Pusterla 4 | 21040 | Venegono Inferiore (VA) CONTATTI | T. 0331–856500 | F. 0331–865335 | www.pusterla1880.com Alessandro Pusterla, un’impresa attraverso due eredità (1880-1921) Lo scatolificio Pusterla, dopo 132 anni di attività e diverse trasformazioni, mantiene nella denominazione il cognome del fondatore. Alessandro Pusterla costituì la società nel 1880, con sede a Milano in via Bramante e uno stabilimento per la produzione di scatole a Tradate, località di origine della famiglia Pusterla. Le scatole erano destinate principalmente all’industria farmaceutica che a Milano si stava sviluppando rapidamente e lo stabilimento di Tradate poté sfruttare la nuova linea ferroviaria che dal 1881 lo collegava direttamente con l’area industriale della Bovisa. Nella sede di Milano venivano stampate le etichette da applicare sulle scatole di cartone, che allora erano prodotte e consegnate già montate con un’etichetta applicata all’esterno. Dopo la morte del fondatore nel 1886, la società venne trasmessa in eredità alla vedova Teresa Sessa, che fu tenuta a proseguire l’attività rispettando negli anni seguenti le ultime volontà del marito. Nel proprio testamento infatti Alessandro Pusterla stabiliva che la firma della proprietaria fosse congiunta a quella del direttore Federico Sessa, cugino di Pusterla, e che venissero corrisposte a più di 20 dipendenti delle partecipazioni sugli utili annuali della società, che ammontavano a quasi l’ottanta per cento del totale. Nei tre decenni successivi l’attività proseguì con questo assetto societario ma le notizie disponibili sono poche. Attorno al 1900 la società si dotò di un terzo stabilimento ad Abbiategrasso specializzato nella confezione di scatole per scarpe anche se il principale polo produttivo restò quello di Tradate. Nel 1920, dopo la morte della signora Sessa, l’unità dell’impresa venne meno in quanto la proprietà immobiliare degli stabilimenti fu trasmessa all’orfanotrofio delle Stelline di Milano, mentre i macchinari con le scorte di magazzino andarono ai dipendenti. Venne allora costituita tra i lavoratori, sotto gli auspici delle Stelline, la società Cooperativa A. Pusterla con sede a Milano che tuttavia si trovò presto a corto di capitali e fu posta in liquidazione nel 1921. La famiglia Meana dall’energia elettrica allo scatolificio Pusterla (1922-1968) Nel 1922 venne fondata la Società anonima cooperativa A. Pusterla di Tradate. Per qualche anno venne mantenuto il legame con le realtà produttive di Milano e Abbiategrasso, legame che però di fatto sembra essere venuto meno già nel corso degli anni venti. Come presidente della nuova cooperativa fu scelto Giuseppe Meana, imprenditore che proveniva da tutt’altro settore e che venne coinvolto nel rilancio della fabbrica di Tradate da Filippo Zerbi, un amico che dirigeva l’agenzia del Credito italiano. L’incontro tra i due avvenne nel quadro del loro impegno cristiano e il coinvolgimento di Meana ebbe motivazioni non solo economiche ma anche etiche e sociali. Il legame con la famiglia Zerbi si consolidò in seguito con i matrimoni dei due figli di Giuseppe: Piero sposò Carlotta, figlia di Filippo, mentre il maggiore Albino sposò la cugina Giuditta Zerbi; la loro sorella Angela Meana sposò invece l’imprenditore Antonio Molina dell’omonimo piumificio di Cairate. Giuseppe Meana, dopo aver rinunciato ad una carriera come musicista, fu tra i fondatori della Società elettrica di Nova, costituita in forma anonima nel 1908 e attiva nella distribuzione di energia e acqua potabile nell’area di Bresso e Nova Milanese. L’esperienza della Società elettrica di Nova proseguì con buoni risultati sotto il controllo della famiglia Meana fino alla seconda metà degli anni sessanta quando l’attività di distribuzione venne assorbita dalla nuova rete Enel. Tornando allo scatolificio di Tradate, la piccola cooperativa, nata con una cinquantina di soci e un capitale poco più che simbolico, nel 1936 dovette trasformarsi in società di capitali per fronteggiare la crisi e la famiglia Meana assunse allora la maggioranza azionaria. L’attività produttiva proseguì al servizio dell’industria farmaceutica e nel periodo tra le due guerre vi fu il passaggio dalle scatole con etichetta agli astucci di cartoncino prestampato. Sul piano produttivo questo cambiamento significò per l’impresa introdurre nei reparti di stampa e piegatura macchinari più vasti e complessi. Nel 1950, alla morte di Giuseppe Meana, i suoi figli gli succedettero nella gestione delle due imprese familiari. Per quanto entrambi ricoprissero il ruolo di consigliere delegato nelle due società, Albino, residente a Bresso, fu maggiormente coinvolto nell’attività elettrica mentre da Saronno Piero e la moglie Carlotta Zerbi si interessarono dello scatolificio Pusterla. Le strade dei due fratelli si riunirono alla fine degli anni sessanta, quando la Società elettrica di Nova dovette cessare la propria attività storica in conseguenza della nazionalizzazione. A partire dalla seconda metà degli anni sessanta le prime occasioni di diversificazione produttiva vennero da clienti che ampliavano la propria gamma dal settore farmaceutico ad altri ambiti: tra questi la multinazionale americana Avon di Olgiate Comasco, attiva nel settore dei cosmetici, che con i propri alti standard qualitativi aiutò la Pusterla nel miglioramento dei processi interni. Per inserirsi in nuovi mercati innovando la propria offerta, lo scatolificio di Tradate necessitava tuttavia di notevoli investimenti che richiedevano una maggiore capitalizzazione della società. Dai medicinali a profumi e champagne (1969-1999) La Società elettrica di Nova, incassati gli indennizzi derivanti dalla nazionalizzazione, venne fusa nel 1969 con la Alessandro Pusterla sas dando vita alla Cartografica Pusterla spa. In seguito alla fusione la nuova società ebbe così la necessaria dotazione finanziaria per pianificare la propria espansione. Il primo passo fu compiuto nello stesso 1969 con l’acquisto dello stabilimento di Tradate dall’orfanotrofio delle Stelline di Milano, proprietario dai tempi dell’eredità della vedova Pusterla. Nella nuova società Carlotta Zerbi divenne presidente, Albino Meana amministratore delegato e Agostino Molina, figlio di Angela Meana, consigliere d’amministrazione, mentre Pietro Meana fu direttore generale per pochi anni prima della sua prematura scomparsa nel 1973. Fu
Prealpi spa
Industria Prealpi spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Prealpi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di burro e formaggi INDIRIZZO | Viale Borri 40 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-275411 | F. 0332-275458 | www.burroprealpi.it L’avvio dell’attività fino ai primi anni trenta (1922-1932) Luigi Prevosti nasce nel 1897 a Caselle Lurani, nel Lodigiano, una delle culle dell’industria lattiero-casearia lombarda. Cresce nella piccola azienda agricola dei genitori dove acquisisce familiarità con i processi caseari e una base di competenze che risulteranno determinanti in futuro. Trasferitosi con i suoi familiari a Varese, Luigi partecipa come ufficiale dei bersaglieri alla Prima guerra mondiale rimanendo ferito. Negli anni faticosi del dopoguerra decide di mettere a frutto le proprie competenze avviando, sotto forma di ditta individuale, un’impresa casearia in un territorio con scarse tradizioni in questo settore. La sede è in via Robbioni, nel pieno centro di Varese, quasi davanti al palazzo comunale. Nel 1924 Luigi sposa Angela Mangano, di Varese, che da quella data lo affiancherà per tutta la vita nella gestione dell’impresa, curando in particolare l’amministrazione. Fino al 1932 la fabbricazione e il commercio all’ingrosso del burro, che resterà il prodotto principale nella storia quasi secolare dell’impresa, è affiancata da una rivendita al dettaglio in corso Roma, l’attuale corso Moro. Rispetto al modello di impresa tipico della bassa pianura lombarda, Prevosti non produce in proprio il latte necessario alle lavorazioni ma lo acquista da allevatori locali. Nel primo decennio di attività la dimensione del bacino territoriale di riferimento copre un’area limitata: il consumo di burro al di fuori delle aree urbane è ancora legato all’autoproduzione e si dovrà attendere la motorizzazione dei trasporti per un’espansione significativa della rete di distribuzione. Una prima soluzione logistica per integrare l’attività dello stabilimento di via Robbioni è la costituzione di centri per la raccolta del latte, dove viene eseguita la scrematura iniziale, a Casale Litta e a Luino, affiancati da piccoli allevamenti di suini, complementari alla gestione dei sottoprodotti di lavorazione. Dagli anni trenta agli anni cinquanta (1933-1959) Fino al secondo dopoguerra l’impresa è gestita in prima persona da Luigi e Angela, progressivamente affiancati dai figli Giovanni Battista (1928) e Giorgio Bruno (1935). La conduzione familiare dell’impresa, fondata sulla competenza amministrativa di Angela e su quella tecnica di Luigi, non contrasta con la capacità di innovare. Un esempio è l’identificazione del prodotto con un marchio, il quadrifoglio adottato negli anni trenta, che si dimostrerà negli anni una delle chiavi del successo commerciale. Altro esempio è il progetto studiato personalmente da Luigi Prevosti per il raffreddamento delle panne senza contatto con il ghiaccio, che ha rappresentato un salto tecnologico e igienico notevole nella lavorazione del burro. Negli anni trenta viene tentata anche una prima diversificazione del prodotto, con il lancio del formaggio “Varesino”, che però non ottiene grande successo di mercato e ha quindi vita breve. Dopo la guerra fanno la loro apparizione le prime macchine automatiche per l’impacchettamento del burro, operazione che per oltre vent’anni era stata effettuata a mano. Anche la rete distributiva della Prealpi a partire dagli anni trenta, si sviluppa notevolmente verso il Piemonte orientale, la Brianza e l’Alto Milanese. Dopo la parentesi del periodo bellico, la crescita prosegue e il marchio Prealpi arriva nel nord e nel centro Italia. La crescita impetuosa dei consumi, a cominciare da quelli alimentari, si appoggia su una rete capillare di piccoli negozi, diffusi in ogni angolo della penisola e riforniti grazie a depositi sparsi in tutto il nord Italia. Nel febbraio 1955 la Prealpi chiude la sede di via Robbioni per trasferirsi in una vasta area periferica acquisita in viale Borri, dove viene edificato uno stabilimento tecnologicamente all’avanguardia che ospita tuttora l’unico sito produttivo dell’impresa. Infine le modifiche societarie apportate nell’estate del 1955 sanciscono l’inizio di una nuova fase: Luigi cede ai figli una parte delle quote trasformando la ditta individuale in società in nome collettivo che assume la denominazione “Industria casearia Prealpi di L. Prevosti & figli”. Dalla anni sessanta agli anni ottanta (1960-1979) Con l’ingresso dei figli nella società e il trasferimento nella nuova sede la Prealpi si dota anche di una struttura manageriale in grado di fronteggiare le mutate dimensioni e le nuove tecnologie. Gli anni cinquanta e sessanta vedono proseguire l’affermazione del modello distributivo basato sui piccoli negozi generalisti e la rete Prealpi si estende a tutta la penisola: a seconda delle aree l’impresa è presente con proprie filiali, con concessionari o con agenti che riforniscono i punti vendita. Nel corso degli anni sessanta si cerca di ottimizzare la capillarità della rete distributiva affiancando al burro altri prodotti alimentari: non solo formaggini e altri prodotti caseari, che come il Prealpino e il Fontal avranno successo nel tempo, ma anche yogurt, preparati per budini e purè solubili, dadi e sughi pronti, che avranno vita più breve. In questo periodo riscuotono grande successo le raccolte di punti che aiutano a fidelizzare la clientela e anche la gestione logistica dei premi viene curata direttamente dall’impresa. In parallelo iniziano i primi investimenti consistenti in pubblicità, cogliendo con tempismo le opportunità del nascente mercato televisivo per lanciare i nuovi prodotti. La diversificazione produttiva richiede di impiantare in via Gasparotto uno stabilimento dedicato alle lavorazioni non casearie, che tuttavia non si sviluppano con sufficiente rapidità e vengono abbandonate pochi anni dopo. Negli anni settanta il mercato dei formaggini per l’infanzia incontra un momento di difficoltà: l’impresa risponde integrando la propria offerta con altri prodotti caseari di importazione, che in quel periodo stanno penetrando il mercato italiano. Nel 1968, quando viene trasformata in società per azioni, la Prealpi conta oltre 300 addetti. Sempre negli anni settanta la diffusione dei supermercati in Italia porta l’impresa ad attuare una profonda riorganizzazione della propriastruttura commerciale nel senso di una gestione più centralizzata. Nel campo produttivo invece l’innovazione fondamentale che si raggiunge alla fine degli anni settanta è quella del passaggio da una lavorazione discontinua a un processo di burrificazione in continuo. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2011) Nei primi anni ottanta ha inizio il secondo
Pipe Brebbia
Industria Pipe Brebbia DENOMINAZIONE SOCIALE | Pipe Brebbia srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di pipe e vendita di accessori per la pipa INDIRIZZO | Via Piave 21 | 21020 | Brebbia (VA) CONTATTI | T. 0332-770286 | F. 0332-770265 | www.brebbiapipe.it La famiglia Buzzi e la nascita della Centrale elettrica di Brebbia (1893-1944) La storia dell’impresa Pipe Brebbia ha le sue radici nell’itinerario imprenditoriale della famiglia Buzzi , che prende avvio nel 1893 quando Achille, originario di Gallarate, costruisce una centrale elettrica a Brebbia sfruttando il corso d’acqua del fiume Bardello, emissario del Lago di Varese, e fornisce energia al territorio compreso tra Brebbia e Gavirate. Di formazione perito edile, Achille lavora anche per la costruzione della Galleria del Sempione. Sposa la figlia di un imprenditore tessile, Giuseppina Roncari, da cui nasce Carlo Andrea detto Gino. Quest’ultimo segue la vocazione della famiglia materna: diventa perito tessile e apre una tessitura a Gavirate. Si sposa con Lina Papa e vanno ad abitare in un’agiata dimora a Gavirate; dal loro matrimonio nascono Achille, Giuseppe (chiamato Peppino), Enea e Franca. La crisi del 1929 costringe Gino a cessare l’attività e a trasferire per alcuni anni la famiglia a Brebbia nei locali sopra la centrale elettrica per poter affittare l’appartamento di Gavirate. L’occasione per tornare nel settore tessile gli viene data da Luigi Ronzoni, che propone a Buzzi di diventare direttore del Cotonificio di Besozzo in cambio della fornitura di energia elettrica per dieci anni. Suo figlio Enea rimane segnato dalla difficoltà economiche del 1929: quest’esperienza incide sul suo carattere e lo porterà poi a cercare di sostenere economicamente la famiglia con il proprio apporto. Frequenta il collegio De Filippi ad Arona dove conosce futuri artisti quali il pittore Enrico Baj, lo scrittore Gianni Rodari e il filologo Dante Isella. Si iscrive poi all’Istituto Daverio a Varese e ottiene il diploma di ragioneria nel 1943. Partecipa alla Resistenza come partigiano insieme al fratello Achille e al termine della Guerra si iscrive all’Università Bocconi di Milano. Decide però di abbandonare gli studi dopo un anno per cercare lavoro. Inizialmente sfrutta il diploma di ragioneria e trova un’occupazione come impiegato all’Enel di Varese, ma in breve prevale in lui il desiderio di mettersi in proprio e intraprende il commercio di auto usate. Enea vive in una zona, quella di Gavirate, in cui il settore della produzione di pipe è particolarmente sviluppato. Conosce personalmente alcune delle realtà più fiorenti, come ad esempio la famiglia Rossi di Barasso e Alberto Paronelli. Proprio da un incontro con quest’ultimo Enea matura la scelta di avviare una fabbrica di pipe con un coperchio, che fa sì che si possa fumare anche quando piove. Ordina i macchinari da Carlo Giudici di Oltrona – che glieli consegnerà con un ritardo di due anni avendo privilegiato le imprese già avviate – ma non dispone dei capitali iniziali. Sarà uno zio della mamma Lina, Bernardo Papa, a fornire il supporto economico per avviare l’attività. Non sposato e senza figli, lo zio Papa ricopre un ruolo centrale per la famiglia Buzzi. Prima, con il cugino Guido Bossi, fonda il Caffè Chantal a Milano e successivamente è direttore del Casinò di Venezia dove trova un impiego ai fratelli di Enea, Achille e Peppino. Egli intuisce le premesse per lo sviluppo di un’attività di successo: la Centrale elettrica che offre energia senza costi, la vocazione imprenditoriale di Enea, un territorio caratterizzato dalla presenza di imprese produttrici di pipe. Tutto ciò lo convince a investire nell’idea di Enea e a coinvolgere anche Achille Savinelli, importante commerciante in articoli di fumo attivo a Milano, che conosce personalmente perché ha sposato una sua cugina, Dina. Savinelli si sarebbe occupato della parte commerciale mentre Enea della produzione, che avvia con tre operai provenienti da altre imprese del settore già esperti del mestiere, a cui vengono affidate mansioni precise: sgrossatore, tornitore e pulitore. La materia prima è la radica, proveniente dalla Maremma toscana, dalla Calabria e dalla Sicilia, mentre i bocchini sono fatti in ebanite. Tra i clienti figurano anche società del territorio come ad esempio la stessa ditta Rossi di Barasso. Nascita e affermazione della Pipe Brebbia (1944-1969) Una volta avviata l’attività si rende necessario strutturare la rete commerciale. Savinelli, disattendendo gli accordi iniziali, chiede a Enea di occuparsene in prima persona. Il mercato di riferimento è soprattutto quello anglosassone (l’Inghilterra con le sue colonie e gli Stati Uniti) e Londra costituisce la città di riferimento per instaurare rapporti commerciali. Enea conosce la lingua inglese a livello scolastico ma per necessità intraprende un viaggio nella capitale britannica che gli consente di ottenere ordini per i successivi cinque anni. Questa esperienza, unitamente alla volontà di non chiedere ulteriore denaro allo zio Bernardo, fa maturare in lui la consapevolezza che può tentare da solo la strada imprenditoriale. Il 1953 è un anno di grandi decisioni per Enea che matura una diversa visione del ruolo del socio sulle linee di sviluppo dell’impresa: pertanto ritira le quote di Achille Savinelli , che si riserva per quattro anni la vendita esclusiva delle pipe prodotte a Brebbia. Nello stesso anno si sposa con Mariantonia Sartorelli e dalla loro unione nasceranno Luciano, Achille e Isabella. Il 17 gennaio 1954 un incendio distrugge la fabbrica , risparmiando solo per un caso fortunoso la centrale elettrica al pianterreno. Allo sconforto iniziale Enea reagisce con forte spirito di volontà e, grazie agli ordini dei rappresentanti, in particolare Bernard Hocsteinen per gli Stati Uniti, ricostruisce la fabbrica nell’arco di un anno ridisegnando gli spazi in base alla sequenza di lavorazione della pipa, mentre inizialmente aveva dovuto adattarsi ai locali disponibili. In questi anni il mercato statunitense è quello che assorbe gli ordini maggiori, risentendo anche delle favorevoli possibilità introdotte dal Piano Marshall. Una volta ripresa l’attività e libero di scegliere, Enea investe nella realizzazione di pipe scolpite con figure di animali realizzate da artigiani della Val Gardena. È un’intuizione che aprirà nuovi mercati esteri grazie anche ai rapporti diretti con alcuni rappresentanti che collaboreranno per
Parma Antonio & figli spa
Industria Parma Antonio & figli spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Parma Antonio & figli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e vendita di casseforti, impianti di sicurezza e scaffalature fisse e scorrevoli INDIRIZZO | Via Garibaldi 43 | 21047 | Saronno (VA) CONTATTI | T. 02-969851 | F. 02-96985232 | www.parmacasseforti.it Da Lainate al Venezuela (1870-1925) Antonio Parma nasce a Lainate nel 1854 e, dopo aver frequentato la sesta classe, si trasferisce a Milano, dove lavora come meccanico. Nel 1870 rientra a Lainate e, a soli sedici anni, inizia a produrre piccoli forzieri, torchi per copialettere, chiavi e serrature. Nel 1881 Antonio realizza un ingegnoso impianto corazzato a protezione del celebre “Pallio d’oro”, d’epoca carolingia opera del Volvinio, dell’altare maggiore della basilica di S. Ambrogio di Milano, in funzione fino al 1973. Il congegno è oggi esposto presso il Museo delle Industrie del Saronnese, con verniciatura ancora originale arricchita di borchie e fregi dorati. Forte della notorietà conseguita, il giovane Antonio avvia la produzione di casseforti per le banche, rompe il monopolio detenuto dai costruttori stranieri (tedeschi, inglesi e soprattutto austriaci) e diventa protagonista della nascente industria nazionale della sicurezza. Con l’elettrificazione dei processi produttivi e non essendo ancora il comune di Lainate servito dall’energia elettrica, nel 1901 Antonio trasferisce l’attività a Saronno, dove nasce un moderno stabilimento per la produzione di serie e la costruzione di impianti completi per caveaux bancari, che dà lavoro a oltre 100 persone. Con la qualità e la maneggevolezza dei suoi manufatti, la ditta Parma acquisisce nuovi clienti, anche in ambito non bancario e all’estero. Antonio – il cui primogenito Mario Giuseppe muore durante la prima guerra mondiale combattendo sul Carso, e il quartogenito Marco perisce nel lago di Como – coinvolge progressivamente nell’impresa i figli Ernesto, Angelo, Piero e Pio, che nel 1922 costituiscono la società in nome collettivo Ditta Antonio Parma e Figli. Un regio decreto dello stesso anno conferisce ad Antonio l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, un riconoscimento riservato a chi ha creato dal nulla un’impresa. Ma il 1922 è anche l’anno della morte di Antonio Parma. Tre anni dopo entra nella società anche il figlio più giovane, Ambrogio, diventato maggiorenne. La grande crescita (1926-1970) La società Parma primeggia anche nella costruzione di porti circolari per banche, una delle quali, dalle dimensioni imponenti, viene premiata all’Esposizione Internazionale di Barcellona del 1929. Dello stesso anno è la realizzazione per il Banco di Chiavari di una porta rettangolare di 600 quintali, che è tuttora la più pesante del mondo. Nel 1930 viene chiusa l’officina di Lainate. È di questi anni la fornitura di porte corazzate per la Real Casa Savoia, la sede Vaticana, la Banca d’Italia e le banche centrali di Perù, Colombia, Venezuela, tutte ancora perfettamente funzionanti La società dispone di propri uffici di rappresentanza in Italia e all’estero. Ha un ufficio tecnico per la progettazione di nuovi dispositivi, che vengono via via brevettati. Tutte le fasi di lavorazione (fresatura, saldatura, verniciatura, ecc.) si svolgono all’interno della fabbrica di Saronno, che conta già 300 dipendenti. Ad essa si affiancherà in seguito la Oscam, società di famiglia con stabilimento nel comune di Solaro, che produce mobili metallici. Nel 1937 muore Angelo Parma e nel 1938 il fratello Ernesto. Durante la seconda guerra mondiale la produzione si converte alle esigenze belliche: custodie, bossoli, caricatori. Con la morte di Piero avvenuta nel 1952, Ambrogio e Pio Parma rimangono i soli titolari della società, della quale, nel 1963, entrano a far parte i nuovi soci Luigi e Paolo Parma (figli di Pio), Edoardo, Mario e Piero (figli di Ambrogio). Il 1964 vede la trasformazione dell’impresa in società in accomandita semplice. Una società che è come una costellazione familiare periodicamente mutante. L’allargamento della compagine societaria, con i relativi aumenti di capitale sociale, è il segno che gli affari, per la società Parma, stanno andando bene. Con lo sviluppo industriale, finanziario, commerciale e turistico del Paese, nonchè degli apparati pubblici, la produzione di impianti per la sicurezza passiva (casseforti, porte blindate, armadi corrazzati, cassette di sicurezza, casse a muro) conosce infatti uno slancio notevole. La società che ha già una filiale a Roma e a Milano, ne apre altre a Verona, Padova, Genova, Firenze, Siena, Napoli e Palermo. La sfinge del marchio Parma è ormai il simbolo di un’impresa industriale di eccellenza apprezzata in Italia e nel mondo. Nel 1968 muoiono Ambrogio e Pio Parma. La terza generazione prende il comando dell’impresa. La modernizzazione (1971-2000) A partire dagli anni settanta – e si può dire sino ai giorni nostri – l’azienda conosce profonde trasformazioni produttive e organizzative. L’adozione delle nuove tecnologie di processo (macchine utensili a controllo numerico) e di taglio della lamiera (raggi laser) si combina con l’esternalizzazione di alcune fasi lavorative (come la verniciatura). Vengono quindi messi a punto sistemi avanzati di protezione, rivolti in particolare agli istituti di credito, che nascono dall’abbinamento dei tradizionali mezzi “pesanti” con quelli leggeri e sofisticati dell’elettronica. La società Parma è la prima impresa italiana a ottenere la certificazione Uni nel campo della sicurezza passiva, collaborando anzi, con i propri tecnici, alla definizione degli standard. Con il tempo si sviluppa anche il settore della sicurezza attiva, che fornisce oggi un’ampia gamma di prodotti (allarmi, rilevatori e sensori, sistemi video e digitali a circuito chiuso, ecc.). Nel 1982 avviene la trasformazione giuridica in società per azioni, di cui è nominato presidente Luigi Parma. In questi anni si deliberano diversi aumenti di capitale, mentre la Oscam di Solaro è posta in vendita. È del 1991 la nomina di un nuovo consiglio di amministrazione, la cui presidenza passa a Edoardo Parma. Intanto si continua a produrre per l’estero: nel 1990 vengono realizzate 13 porte corazzate con destinazione Jakuzia, glaciale regione della Siberia ricca di giacimenti auriferi. Nel 1998 la società si dota di un direttore generale, nella persona dell’ing. Giorgio Amedeo, mentre il capitale, a causa di perdite, viene ricostituito, evidenziandosi in ciò uno stato di crisi. Due anni dopo la Parma Antonio e figli Spa cede il
Omas spa
Industria Omas spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Omas spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di affettatrici, affettacarne, tritacarne, segaossi, inteneritrici, formatrici di hamburger, tagliatrippa INDIRIZZO | Via IV novembre 6 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-214311 | F. 0331-214350 | www.omasspa.it L’avvio dell’attività: gli anni cinquanta (1950-1959) La Omas snc (Officine meccaniche affettatrici Santo Stefano) con sede a Oggiona con Santo Stefano viene fondata nel 1950 dai soci Carlo Rabolli, Francesco Possagno e Luciano Maineri. Carlo Rabolli proviene da una famiglia che possedeva delle macellerie ed è socio fondatore della società Rabolli e Magnoni srl (oggi Rama spa) di Oggiona con Santo Stefano, specializzata nel ramo della macellazione della carne. Abbandonata questa società, Carlo avvia un’attività nell’ambito della bonifica agraria e nel 1950 una nel settore delle macchine per la lavorazione delle carni. Il territorio di Oggiona e dei comuni circostanti vanta una tradizione nella produzione di bilance. Carlo intravede la possibilità di sfruttare questa caratteristica indirizzandola verso la costruzione di affettatrici e di altre macchine necessarie alla lavorazione della carne. Dal punto di vista commerciale, infatti, appare conveniente seguire l’abbinamento affettatrici-bilance nella fornitura alle macellerie e ai negozi di alimentari. Nasce così, tra il 1949 e il 1950, l’affettatrice a volano Omas, il modello S9, la prima prodotta nella zona. Già a partire dal 1953, però, gli altri due soci escono dalla società, che nel 1956 si trasforma in ditta individuale. La sede dell’impresa occupa una vasta area di proprietà di Carlo Rabolli, che vi affianca, come spesso accade, anche l’abitazione dove vive con la moglie Ines e i figli Walter e Clelia. Nel corso degli anni, lo stabilimento edificato nel 1950 subirà vari ampliamenti, di pari passo con lo sviluppo dell’attività. Gli anni sessanta (1960-1969) Nel 1962 Walter entra nell’impresa dopo aver completato gli studi di perito meccanico, ma già da tempo ne conosce la realtà; ha pratica soprattutto dell’ufficio tecnico dove, da studente, ha iniziato a disegnare i pezzi. All’inizio Walter si occupa perlopiù della produzione acquisendo le competenze pratiche che la scuola non poteva trasmettergli, ma porta anche un contributo originale nello sviluppo dei prodotti. L’apprendistato imprenditoriale si allarga poi fino a coprire tutti i settori commerciali: a Walter viene affidato anche il compito di seguire clienti in Francia e in Germania, dato che l’impresa ha raggiunto una presenza internazionale. Né ci si ferma alla sola Europa: dal 1962, la Omas ha già un distributore a Hong Kong ancora oggi attivo. Il rapporto con i distributori è particolarmente importante: in genere i contatti avvengono durante le fiere e si stabiliscono spesso rapporti che durano un’intera vita commerciale o si tramandano di padre in figlio. Negli anni sessanta l’impresa può contare su 70 dipendenti, con la maggior parte dei quali mantiene un rapporto di lavoro stabile nel tempo. In questo periodo l’incremento dell’attività è tale che nel 1964 Walter apre una fonderia d’alluminio per poter controllare le caratteristiche di fusione e di qualità dei componenti delle macchine. La fonderia – denominata inizialmente “Brw” e successivamente “Fonderia leghe leggere srl” – crescerà parallelamente all’attività dell’Omas sino a trovare autonomi spazi commerciali nella produzione di leghe di alluminio per vari settori merceologici (nautico, medicale, arredamento, illuminazione, macchine utensili). Sempre verso la metà degli anni sessanta l’impresa tenta anche uno sviluppo nel settore commerciale con un punto diretto di vendita a Milano in via Farini. L’esperimento non ha esito positivo anche per le difficoltà di controllarne a distanza l’attività. Dopo tre anni il negozio viene chiuso. Dagli anni settanta ai novanta (1970-1999) Nel corso degli anni sessanta e settanta, il settore si popola di nuove imprese, attratte dal carattere relativamente elementare delle competenze meccaniche richieste. La Omas riesce a mantenere il primato sugli altri produttori apportando continue migliorie ai propri modelli, di cui solo alcuni vengono brevettati. L’impresa infatti preferisce la strada della continua, veloce e costante innovazione tecnica alle garanzie del sistema brevettale. L’affettatrice con movimento automatico, ad esempio, è stata proposta per la prima volta da Omas in questi anni. Nel 1970, Walter entra in società con il padre e la Omas diviene una snc. Nel 1979 l’impresa supera i 90 dipendenti e diventa società per azioni: Carlo Rabolli è presidente del consiglio di amministrazione e Walter amministratore delegato. Nello stesso anno, viene acquisita la ditta Dampa, un’impresa di Golasecca riconvertita dalla produzione di materiale elettrico a quella di affettatrici e accessori per un mercato meno esigente. Ciò consente di coprire un segmento più ampio del mercato, senza compromettere la qualità del marchio Omas. Negli anni ottanta, beneficiando anche del cambio favorevole fra dollaro e lira, l’impresa apre una filiale negli Stati Uniti, la Omas Usa Inc. Per circa sei anni gli Stati Uniti divengono uno sbocco importante per l’attività, sino a quando l’inversione delle condizioni di cambio determina la conclusione dell’esperienza. Negli anni novanta, le nuove norme europee orientano la progettazione nel settore verso il primato della sicurezza degli operatori alle macchine. Le associazioni imprenditoriali sono coinvolte nella fase di formazione della normativa e Walter Rabolli si impegna direttamente assumendo la carica di presidente dell’Associazione costruttori affettatrici e tritacarne all’interno dell’Anima (Federazione delle Associazioni nazionali della industria meccanica varia e affine). Nel 1995 scompare Carlo Rabolli e Walter ne prende il posto alla presidenza della società. Dal 2000 al 2007 (2000-2007) Con il nuovo secolo, l’impresa conosce le prime difficoltà a mantenere le tendenze di sviluppo dei decenni precedenti . Tra i fattori di crisi, giocano quelli valutari, la generale contrazione dei consumi, l’incertezza politica nazionale e internazionale, l’emersione di nuovi produttori all’interno di un settore in fondo tecnologicamente maturo. L’innovazione di prodotto rimane importante per contrastare la concorrenza straniera, sempre più vicina ai livelli qualitativi delle produzioni italiane, ma avvantaggiata da costi minori. L’ultima affettatrice a volano comandata da microprocessori è un esempio dell’incontro tra innovazione e tradizione. Tuttavia, molto più che negli anni passati, è la promozione della vendita che consente di aggirare le difficoltà. L’impresa presenta oggi una forte diversificazione commerciale, dall’America all’Estremo Oriente,
Nastro & Nastro srl
Industria Nastro & Nastro srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Nastro & Nastro srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tipografia INDIRIZZO | Via XV Agosto 7 | 21016 | Luino (VA) CONTATTI | T. 0332-531463 | F. 0332-510715 | www.nastroenastro.it Imprenditore a 50 anni: la nascita della Cerutti & Pozzi (1882-1920) La storia della Nastro & Nastro affonda le sue remote origini nella figura di Rocco Cerutti, nato nel 1856, che, dopo aver acquisito nel 1882 il diploma di “mastro operaio”, svolge l’apprendistato presso la prima tipografia di Luino, quella dei Bolognini Pusterla. Qualche anno prima, il giovane aspirante tipografo ha frequentato con profitto la Scuola di disegno della Società di mutuo soccorso locale, tra i cui fondatori figura il fratello Giovanni, di mestiere “droghiere e appaltatore”, che ne è anche il presidente. A 27 anni Rocco Cerutti si trasferisce a Milano, dove lavora in un’officina e sposa Clotilde Martinengo, maestra di professione e in stretti rapporti con la famiglia Vallardi, proprietaria dell’omonima casa editrice. È probabilmente in questo contesto di frequentazioni editoriali che Rocco matura l’idea di avviare una propria attività autonoma nel campo tipografico. Nel 1910, a 54 anni, ritorna quindi a Luino per attuare il suo progetto imprenditoriale. Nel 1913 si associa con Carlo Malagoli, dando vita alla ditta “Cerutti & Malagoli”, che alla produzione di stampati vari affianca la vendita di articoli di cartoleria. Soltanto un anno dopo il socio Carlo Malagoli recede dall’impresa, che torna ad essere proprietà di Cerutti. Questi nel 1920 associa nell’impresa la nipote Paolina Pozzi, figlia di Francesco e Marianna Cerutti, sorella di Rocco. Nasce così – con sede nel centro di Luino, prima in via Sant’Antonio e poi in via XV agosto – la snc “Cerutti & Pozzi” di Rocco Cerutti e Paolina Pozzi, il cui fratello Francesco partecipa all’attività aziendale in qualità di dipendente. L’impresa, con la tipografia artigiana nel retrobottega e la cartoleria affacciata sulla strada, è ormai un noto e frequentato punto di riferimento della realtà locale, offrendo un sempre più ricco catalogo di articoli utili alle esigenze di aziende, commercianti, scuole, famiglie e studenti. L’innesto della generazione Nastro (1921-1969) L’impegno in campo culturale costituisce, sin dall’inizio, uno dei tratti distintivi della società Cerutti & Pozzi. Nel 1921 inizia la pubblicazione del settimanale «Evoluzione», organo dell’Università proletaria luinese, nel quale si riflettono le simpatie socialiste di Rocco. Nel 1923 Paolina Pozzi sposa Antonio Nastro, originario di Caserta, che, giunto a Luino dopo la Prima guerra mondiale, prosegue la carriera militare (per impegnarsi successivamente in politica, nelle fila della Dc) senza mai ricoprire un ruolo nell’impresa partecipata dalla moglie. Nel 1931, con l’ingresso societario di Francesco Pozzi, l’impresa assume la ragione sociale di Cerutti & Pozzi di Francesco e Paolina Pozzi. Nel 1937, a 81 anni, muore Rocco Cerutti senza lasciare eredi. L’attività dell’impresa prosegue nelle affidabili mani della “sciura” Paolina, cartolaia divenuta una leggenda di Luino, e di Francesco, che si occupa della tipografia e della parte contabile. La crescita degli anni cinquanta induce la Cerutti & Pozzi ad acquistare nel 1956 la tipografia Bruno di Luino. Nello stesso anno prende il via la stampa del periodico «Il corriere del Verbano», che continuerà sino al 1993. Negli anni cinquanta Francesco Nastro, figlio di Paolina Pozzi e Antonio, nato nel 1926 e da già tempo attivo nell’impresa che frequentava fin da piccolo, assume la guida della tipografia, entrando poi a far parte della società nel 1968. Egli è ben più di un semplice braccio destro dello zio Francesco, il quale, in continuità con le idee dello stesso fondatore, milita nel Partito socialista, dedicando una parte importante del suo impegno alla vita politica locale. Prima Paolina Pozzi nel 1968 e poi il fratello Francesco nel 1969 recedono dalla società in favore di Francesco Nastro, che acquisisce i materiali, le merci e i macchinari della Cerutti & Nastro, diventando il titolare nel 1969 della ditta Cerutti & Pozzi di Nastro Francesco. Tra industria e cultura (1970-1990) Uomo aperto all’innovazione, nei primi anni settanta Francesco Nastro introduce in azienda profondi cambiamenti organizzativi e tecnologici. Nel 1973 fonda la ditta individuale Centrostampa e assume i dieci dipendenti del reparto tipografia, mentre condivide con la moglie Silvana Regazzi la titolarietà della Cerutti & Pozzi, che si occupa della cartoleria. Nel 1975, a pochi mesi di distanza l’una dall’altro, muoiono Paolina e Francesco Pozzi. Con la distinzione delle due attività e l’impiego delle nuove macchine a stampa offset a due colori, che sostituiscono lo storico sistema di composizione linotype basato sull’uso dei caratteri tipografici in piombo, Francesco Nastro imprime alla”nuova” tipografia, di cui cura direttamente gli aspetti commerciali, uno sviluppo di tipo industriale. In un territorio ancora caratterizzato dalla presenza di importanti insediamenti industriali, le aziende private, diverse delle quali localizzate nella vicina Svizzera, rappresentano i clienti privilegiati della Centrostampa, mentre le forniture per gli enti pubblici ricoprono un peso marginale. Francesco Nastro non è soltanto un uomo d’azienda, ma anche un appassionato imprenditore culturale. Nel 1978 edita il primo numero della rivista «La Rotonda», almanacco luinese fondato da Piero Chiara e Vittorio Sereni, ai quali Francesco è legato da profondi rapporti di amicizia. Dopo la morte di Piero Chiara nel 1986 e un’interruzione di due anni, la rivista riprende ad uscire con il nome nuovo di «Rondò». L’amore per i libri e per le cose ben fatte, spinge Francesco Nastro a realizzare, nel corso degli anni, diversi prodotti editoriali dedicati soprattutto alla cultura e alla storia locale e contraddistinti da un’alta qualità tipografica. L’impegno culturale si rafforza ulteriormente con l’apertura nel 1988 di un’elegante libreria nel centro di Luino, frequentata da una clientela fedele che proviene anche dal Canton Ticino. Nel 1988, la ditta Centrostampa cede una quota del 5% a Silvana Regazzi e assume la nuova ragione sociale di Nastro & Nastro snc di Nastro Francesco & C., cui fa seguito, qualche mese dopo, la trasformazione in srl. Anche l’attività della cartoleria – ovvero della ditta Cerutti & Pozzi di Regazzi Silvana & C., trasformatasi in snc nel
Mole Abrasivi Ermoli
Industria Mole Abrasivi Ermoli DENOMINAZIONE SOCIALE | Mole abrasivi Ermoli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | La fabbricazione ed il commercio di mole abrasive ed altri prodotti abrasivi fabbricati in ogni tipo di materiale atto allo scopo INDIRIZZO | Via Cairoli 4 | 21046 | Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425114 | F. 0332-426742 | www.ermoli.it La nascita dell’impresa (1882-1925) Gaetano Ermoli, nel 1882, avvia una attività per la realizzazione delle mole abrasive a Malnate, in uno stabilimento in via Cairoli ove è collocata anche la residenza. Inizialmente sfrutta la pietra arenaria, chiamata molera, proveniente da cave affittate in località Malnate e Cantello e usata sia nell’edilizia sia per la realizzazione di mole da frantoio . In seguito si passa alla produzione di mole a smeriglio, utilizzando una pietra naturale proveniente dalle miniere dell’isola greca Naxos. Agli inizi del Novecento l’impresa di Ermoli, ormai denominata “Industria italiana dello smeriglio” consegue un importante riconoscimento: la medaglia d’oro all’Esposizione di Torino del 1911. Le mole abrasive hanno una grande importanza in due ambiti: l’industria edilizia e l’industria meccanica che avrà grande sviluppo sul territorio nel corso degli anni. Ciò porta l’impresa verso una diversificazione dei prodotti che vengono valorizzati attraverso l’adozione di marchi e attraverso la loro promozione commerciale. In questo periodo le mole si evolvono verso le mole abrasive a legante ceramico (un composto inorganico formato da mescola di argilla, caolino e feldspato). Nel 1923 Gaetano cede la propria ditta “Industria italiana dello smeriglio di Ermoli Gaetano” ai figli Luigi, Benigno e Giuseppe che operano come società di fatto registrandola in Camera di commercio nel 1925. L’attività dal 1926 fino alla Seconda Guerra Mondiale (1926-1945) Negli anni venti l’impresa conosce un periodo di crisi dovuta alla forte concorrenza. Giuseppe intraprende un viaggio in Germania per visitare diverse ditte all’avanguardia del settore che introducono la bachelite, una resina sintetica, nella lavorazione delle mole. Da qui importa campioni di bachelite che consentiranno l’avvio della produzione di nuove mole abrasive di tipo resinoide. Nascono così le mole “Diamante” particolarmente efficaci per il taglio di pietra e marmo. Nel 1928 la ragione sociale muta in “Società italiana mole abrasivi Ermoli” (Simae). All’interno dell’impresa Luigi si specializza nel ramo commerciale, Benigno si occupa della parte tecnica e Giuseppe cura l’amministrazione. Negli anni trenta lo sviluppo del territorio favorisce lo sviluppo della società testimoniata anche dall’attenzione posta alla celebrazione del cinquantenario dell’inizio dell’attività (1932). In questa fase l’azienda, insieme alla Richard Ginori detiene il monopolio della produzione italiana. Nel corso della Seconda guerra mondiale l’impresa muta la propria natura giuridica in srl. Dal periodo post-bellico agli anni Settanta (1946-1979) Dopo le difficoltà della guerra, la società riprende nuovo slancio nel corso degli anni cinquanta. In questi anni l’impresa raggiunge il numero massimo di 150 dipendenti provenienti dal territorio circostante, ed apre a Milano un deposito e agenzia di vendita. Lo stabilimento occupa due siti in via Cairoli 4 e 14. A questo periodo risale la costruzione di tre grandi forni circolari in mattone con soffitti a volta, di cui uno ancora oggi in uso. Negli anni sessanta Luigi, figlio di Luigi, entra nell’impresa e spinge per un ammodernamento dei macchinari e per una migliore organizzazione dell’attività. Pur mantenendo una conduzione familiare, con il passaggio alla terza generazione la società si trasforma in spa. È proprio in questi anni che vengono prodotte anche le mole da banco, utilizzate nelle officine meccaniche per l’affilatura degli utensili e vendute in tutte le ferramenta. Questo settore verrà meno negli anni ottanta con l’introduzione delle plachette usa e getta che una volta consumate vengono gettate via piuttosto che affilate nuovamente. In questo periodo cresce la produzione di mole per rettifica in tondo, tangenziale, interno, senza centri. Negli anni settanta viene costruito un nuovo capannone in via Cairoli 14 dove si accentra tutta l’area produttiva; l’edificio di via Cairoli 4 è destinato in parte agli uffici che si occupano dell’amministrazione e in parte viene affittato a terzi. Dagli anni Ottanta a oggi (1980-2006) Negli anni ottanta termina la produzione dei dischi “Diamante”. Nel 1985 Giorgio Ermoli, figlio di Luigi, inizia a lavorare nell’impresa. Dopo una prima esperienza nel settore produttivo che gli consente di apprendere le tecniche di lavorazione delle mole, all’inizio degli anni novanta affianca il padre nella gestione dell’azienda. Luigi Ermoli muore nel 1997 e il figlio prosegue l’attività. É un periodo ricco di riconoscimenti alla longevità dell’impresa. Nel 1989 l’impresa si trasforma in srl assumendo la denominazione attuale. Attualmente la produzione è indirizzata alle mole impiegate in ogni genere di rettifica , e quindi nelle diverse tipologie di officine meccaniche. Nonostante lo sviluppo tecnologico nel campo dell’automazione la lavorazione di questo tipo di mole presuppone ancora una forte manualità. La specializzazione in questo settore ha comportato per l’impresa una minore produzione di pezzi a fronte di un rapporto più forte con il cliente dato dalla vendita di mole personalizzate, dall’assistenza tecnica e dalla qualità del servizio in genere. Ciò fa dell’impresa un punto di riferimento importante per il mercato nonostante il ridimensionamento degli ultimi anni che ha visto scendere a 13 il numero dei dipendenti. Parallelamente, l’impresa ha dismesso una parte degli edifici occupati in passato che ora ospitano nuove attività economiche. Giorgio Ermoli individua l’originalità del proprio stile gestionale nell’attenzione ai clienti, ai fornitori e alle risorse umane, oltre che nell’interiorizzazione delle responsabilità – sociale, etica, ambientale – che oggi competono all’impresa. Gaetano Ermoli, nel 1882, avvia una attività per la realizzazione delle mole abrasive a Malnate, in uno stabilimento in via Cairoli ove è collocata anche la residenza. Inizialmente sfrutta la pietra arenaria, chiamata molera, proveniente da cave affittate in località Malnate e Cantello e usata sia nell’edilizia sia per la realizzazione di mole da frantoio . In seguito si passa alla produzione di mole a smeriglio, utilizzando una pietra naturale proveniente dalle miniere dell’isola greca Naxos. Agli inizi del Novecento l’impresa di Ermoli, ormai denominata “Industria italiana dello smeriglio” consegue un importante riconoscimento: la medaglia d’oro all’Esposizione di Torino del 1911.
Mario Croci & figli srl
Industria Mario Croci & figli srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Mario Croci & figli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione di macchine per cantieri edili INDIRIZZO | Via Baracca 12/19 | 21046 | Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425279 | F. 0332-429626 | www.crocimario.com L’inizio dell’attività (1924-1945) Mario Croci nasce a Malnate nel 1898. Apprende il mestiere lavorando in una delle diverse aziende meccaniche presenti nel paese. Dal matrimonio con Angela Croci – stesso cognome ma nessuna parentela – nasce nel 1922 la primogenita Elsa, seguita nel 1925 da Imperia. Mario Croci decide presto di mettersi in proprioe nel 1924 costituisce una ditta individuale che svolge l’attività di costruzione di divisionali a intarsio da inserire in stampi per la realizzazione di piastrelle in cemento colorate. Ubicata dapprima in via Vittorio Emanuele, l’officina si trasferisce successivamente in via Brenta, rimanendo contigua all’abitazione di famiglia. Nel 1927 la ditta Croci, espone i proprimodelli alla Fiera campionaria di Tripoli. Nel 1929 nasce Piero e nel 1932 Valerio. Nel 1937 Luigi Croci entra come socio nella ditta del fratello Mario, che si trasforma così nella società di fatto “Mario & Luigi Croci”. Dopo appena un anno, Luigi, spinto da altri interessi, recede dalla società, che con il solo titolare Mario prosegue nella sua attività. Nel 1942 nasce Oretta, l’ultima dei cinque figli di Mario Croci. Negli anni della Seconda guerra mondiale l’impresa è ancora una piccola officina meccanica, che prosegue nella sua produzione ed effettua specifiche lavorazioni conto terzi subappaltate da imprese più grandi del comparto meccanico. Proprio in questo periodo di ristrettezze belliche accadono due fatti importanti, che pongono le basi dell’evoluzione futura della società: la produzione, a partire dal 1944, dei primi stampi manuali per tubi in calcestruzzo, nonché dei primi miscelatori di materiali per l’edilizia (sabbia, cemento, ghiaia). Dall’artigianato all’industria (1946-1966) Con la ricostruzione postbellica inizia la fase di crescita dell’impresa, che nel 1946, trasferisce l’attività dal “garage” di via Brenta al capannone del vicino viale delle Vittorie dove la famiglia sposta anche la propria abitazione. Mario Croci, persona autorevole e stimata, è presidente della Cooperativa di consumo di Malnate. I suoi figli maschi iniziano a lavorare nell’azienda paterna come dipendenti. Piero Croci, diplomatosi perito industriale, si occupa della progettazione e dei rapporti con i clienti. Il tecnigrafo con il quale realizza i progetti ed i disegni è posto nel seminterrato della casa in cui abita la famiglia, che funziona anche da ufficio amministrativo. Valerio segue invece la produzione in officina, gestendo le commesse e i rapporti con i fornitori. L’evoluzione tecnico-produttiva dell’impresa è testimoniata dalla messa a punto di un brevetto di invenzione industriale, depositato nel 1954, relativo a “dispositivo di supporto dotato di movimento rotatorio e assiale” che trova applicazione sulle tubiere a roto-compressione. La matrice artigiana permane in una produzione di piccola serie, a volte limitata a pochi esemplari, che viene personalizzata alle esigenze delle diverse imprese clienti, piccole o grandi che siano. Queste operano soprattutto nei numerosi cantieri della Lombardia e del Veneto, che assecondano lo sviluppo urbano e infrastrutturale di quegli anni. Nel 1954 dall’unione di Elsa Croci e Francesco Pavesi, che non riveste ruoli in azienda, nasce Massimo. Il capannone di viale delle Vittorie, collocato in una zona residenziale, ha poche possibilità di espandersi ed è divenuto ormai stretto per le esigenze produttive della ditta Mario Croci. Nel 1961 l’attività si trasferisce in una nuova e più ampia struttura in via Baracca, in posizione più periferica, dove ancora oggi ha sede l’impresa. Nel 1964 nasce Mauro, figlio di Piero. A partire dalla metà degli anni sessanta, i macchinari costruiti dall’impresa Croci iniziano ad affermarsi nei mercati esteri, sia dei paesi avanzati (come la Francia) che di quelli in via di sviluppo (dall’Africa al Sud America), sino alla lontana Australia. In questo primo sviluppo delle esportazioni gioca un ruolo importante la partecipazione alla Fiera campionaria di Milano, dove l’azienda espone i suoi prodotti e stringe nuovi rapporti commerciali. Partita come officina artigiana, la ditta Mario Croci presenta i caratteri di una piccola e dinamica impresa industriale basata sulla differenziazione delle strutture organizzative interne e sull’utilizzo di macchine utensili all’avanguardia. Tra seconda e terza generazione (1967-1990) A completamento della trasformazione organizzativa, nel 1967 si assiste a un cambiamento gestionale: Piero e Valerio entrano in qualità di soci nella ditta del loro padre, che si trasforma in società di fatto con la denominazione “Croci Mario e figli”. Alla crescita economica si accompagna l’ammodernamento tecnologico. Nel 1973 la Croci Mario e figli introduce, prima azienda in Italia, la tubiera a presso-vibrazione Mach 3 per la fabbricazione di tubi in calcestruzzo con altezza massima di un metro. L’ufficio tecnico, sempre seguito in prima persona da Piero Croci, si arricchisce di nuove risorse professionali reclutate all’esterno. Lo sviluppo dell’attività porta anche alla costruzione di un nuovo capannone sempre in via Baracca. A seguito della morte di Mario Croci, avvenuta nel 1974, le tre figlie del fondatore entrano nella compagine sociale, ma soltanto Oretta svolge un ruolo attivo in azienda, dove lavora da tempo come segretaria, mentre Elsa e Imperia tre anni dopo recedono dalla società. Nel 1979 la società di fatto viene regolarizzata in società a responsabilità limitata, il cui consiglio di amministrazione è composto dai fratelli Croci, con Piero presidente e Valerio amministratore delegato. Oretta Croci, l’unica donna rimasta in casa e non coniugata, è nominata procuratore speciale della società stessa, di cui cura gli aspetti amministrativi. Con i primi anni ottanta entrano in scena i protagonisti della terza generazione d’impresa, i cugini Massimo Pavesi e Mauro Croci , che si trovano ad operare in una moderna e dinamica realtà industriale con poco meno di 30 dipendenti, la cui officina frequentano sin da piccoli. Massimo, nato dieci anni prima Mauro e laureatosi in ingegneria civile, si occupa dello sviluppo commerciale e in particolare dei rapporti con i mercati esteri. Mauro, diploma di perito meccanico, s’inserisce un po’ alla volta, come dipendente, nei diversi reparti dell’attività aziendale: dall’ufficio tecnico, all’officina, al montaggio, sino ad occuparsi
Mazzucchelli 1849 spa
Industria Mazzucchelli 1849 spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Mazzucchelli 1849 spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di lastre in acetato di cellulosa INDIRIZZO | Via S. e P. Mazzucchelli 7 | 21043 | Castiglione Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-826299 | F. 0331-826341 | www.mazzucchelli1849.it Santino Mazzucchelli e l’epopea del corno bovino (1849-1890) Santino Mazzucchelli nasce nel 1827 a Venegono Superiore, sesto dei nove figli di Angelo Custode, piccolo proprietario agricolo. Rimasto orfano per la prematura morte del padre e poi anche della madre, non ancora quindicenne lavora come apprendista muratore a Milano. Nel 1845 rientra in paese e apprende il mestiere della sua vita lavorando presso una delle tante botteghe artigiane specializzate nella produzione di bottoni in corno bovino. Il 1849 è per Santino un anno di svolta: sposa Giuseppa Larghi, con la quale avrà cinque figli, e fonda una propria ditta per la fabbricazione di bottoni in corno di bue, cui si aggiunge presto quella di pettini. Due anni dopo si trasferisce nuovamente a Milano con la moglie e il primogenito Angelo, nato nel 1850, per sviluppare l’attività. Nel 1858 Santino Mazzucchelli rientra nella zona di origine e impianta a Castiglione Olona un opificio che sfrutta la forza motrice dal vicino fiume Olona per alimentare i macchinari. La materia prima è importata soprattutto dall’America, paese assai ricco di allevamenti, mentre gli scarti della lavorazione vengono impiegati come concimi in agricoltura. L’impresa Mazzucchelli si afferma rapidamente come una delle principali realtà produttive e commerciali della Lombardia: nel 1869 conta già 160 dipendenti – che quattro anni dopo diventano 200 –, di cui 25 donne.Lo stabilimento è dotato di impianti e tecnologie all’avanguardia e funziona secondo i principi della moderna organizzazione tayloristica del lavoro.La distribuzione commerciale di pettini e bottoni è basata su una rete di grossisti estesa all’intero territorio nazionale, che consente di contrastare il predominio sino ad allora detenuto nel mercato italiano dai produttori francesi e tedeschi. In questi anni iniziano inoltre le esportazioni verso gli Stati Uniti. Nel 1871 Santino Mazzucchelli è nominato sindaco del Comune di Castiglione Olona, dove già ricopriva la carica di assessore anziano.All’attività di imprenditore egli affianca quindi un importante impegno politico e sociale, che si esprime in un’azione volta soprattutto a migliorare la qualità della vita locale attraverso la realizzazione di nuovi servizi e infrastrutture (dalle ferrovie, alla viabilità, agli spacci alimentari, alla formazione, alla società di mutuo soccorso sorta tra gli operai della sua stessa azienda). Intorno al 1875 Santino si trasferisce ancora a Milano insieme alla moglie e al loro ultimo figlio Mario, di 4 anni: questa decisione appare di certo sorprendente soprattutto agli occhi di Angelo, che da diversi anni collabora con il padre. Santino non si dimentica però della sua impresa e a Milano costruisce un deposito dove vengono concentrate le merci prodotte dallo stabilimento di Castiglione Olona. Egli, in realtà, sta anche preparando il passaggio della guida della sua impresa ai figli Angelo e Pompeo, passaggio che avviene nel 1877 con la nascita della società in accomandita semplice “Fratelli Mazzucchelli e C.”, avente sede a Castiglione Olona. Santino è socio accomandante, Angelo e Pompeo sono i soci “solidali e responsabili”. Pompeo, nato nel 1857 e quindi ancora minorenne, viene emancipato dal padre il giorno prima della fondazione della società. Il relativo atto di costituzione contempla, tra le diverse “istruzioni”, una misura a favore del piccolo Mario, nato nel 1870, in base alla quale i fratelli maggiori Angelo e Pompeo si impegnano a farlo entrare in futuro nella società in quanto “socio solidario e responsabile”, cosa che di fatto poi non avverrà. Allontanandosi dall’impresa di Castiglione Olona, Santino Mazzucchelli concentra le proprie risorse e attenzioni nel promettente e dinamico settore immobiliare milanese, attività nella quale coinvolge la figlia Luigia. Nel 1886 Angelo Mazzucchelli esce dalla società di famiglia, che prosegue con il fratello Pompeo. Nel 1888 muore Giuseppa Larghi. L’anno successivo la Mazzucchelli partecipa con i suoi prodotti all’esposizione universale di Parigi. Nel 1890 Santino, non potendo trovare pace dopo la morte della moglie, mette volontariamente fine alla sua vita. La rivoluzione della celluloide (1891-1934) Pompeo Mazzucchelli, attento alle conquiste del progresso scientifico e industriale, inizia ad interessarsi attivamente alla celluloide , il rivoluzionario materiale nato per sostituire l’avorio nella produzione delle palle da biliardo. Cogliendo subito le opportunità di sviluppo che la prima “materia termoplastica” della storia offre alla sua impresa, Pompeo avvia nel 1895 un laboratorio per sperimentarne l’utilizzo. Il giovane imprenditore, seguendo l’esempio del padre, si impegna pubblicamente per il progresso del territorio. Divenuto membro del consiglio della Camera di commercio e arti di Varese, nel 1890 Pompeo viene incaricato di stendere un progetto per la realizzazione di una ferrovia della Valle Olona, un vero e proprio “asse” industriale punteggiato da numerosi opifici, che nel 1907 si arricchisce della presenza del nuovo stabilimento della ditta Mazzucchelli dedicato alla lavorazione della celluloide. I nuovi prodotti, destinati a soppiantare quelli tradizionali in corno bovino o in avorio, si affermano rapidamente in Italia e all’estero. Una delegazione dei grandi magazzini londinesi Harrods visita la fabbrica di Castiglione Olona, rimanendo colpita non solo dalla sua organizzazione moderna, ma anche dall’attenzione riservata al personale, come testimoniano la casa ad uso dormitorio e refettorio per la manodopera femminile. Durante la Grande guerra la Mazzucchelli riconverte gli impianti alla produzione di nitrocellulosa per usi bellici. Terminato il conflitto, fa il suo ingresso in azienda Silvio Mazzucchelli, figlio di Pompeo, nato nel 1892. Laureatosi nel 1918 in giurisprudenza all’Università di Pavia ma animato da forti interessi tecnici, frequenta corsi di specializzazione a Vienna e Zurigo. Silvio compie una serie di viaggi in Italia e all’estero per approfondire le conoscenze tecniche e incontrare imprenditori, nella prospettiva di dare corpo all’ambizioso progetto del padre: la creazione di un complesso industriale gestito secondo i più moderni criteri della società per azioni e in grado non solo di lavorare la celluloide, ma anche di produrla. Nasce così, nel dicembre del 1921, la “Società anonima Mazzucchelli” (Sam) per la lavorazione della celluloide e
Lindt & Sprüngli
Industria Lindt & Sprüngli DENOMINAZIONE SOCIALE | Lindt & Sprüngli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni con socio unico ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione e vendita all’ingrosso e al minuto di cioccolato, caramelle, confetture e prodotti dolciari in genere INDIRIZZO | Largo Edoardo Bulgheroni 1 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 0332-209111 | F.0332-203505 | www.lindt.com Dalla nascita agli anni quaranta (1909-1949) Nel 1909, dopo una lunga esperienza maturata presso la ditta dolciaria Luigi Lanzavecchia , Antonio Bulgheroni, nato nel 1866, fonda a Varese, insieme a Giuseppe Longhi ed Edoardo Chiesa, la società in nome collettivo “Longhi Bulgheroni e Comp.”, avente per oggetto la produzione e la vendita di caramelle, pastiglie e affini. La sede è in via privata Bernascone sino a quando non viene realizzato il nuovo edificio su progetto dell’architetto Ulisse Stacchini. Nel 1911 la società rileva una pasticceria di Varese e apre un proprio negozio, che però ha vita breve. Durante la Prima guerra mondiale, anche a causa del razionamento dello zucchero, lo sviluppo dell’attività si contrae notevolmente per poi riprendere negli anni successivi. Nel 1920 Edoardo Chiesa recede dalla società, che assume la denominazione “Longhi e Bulgheroni”. In questo periodo i figli di Antonio Bulgheroni, Edoardo e Ottorino, iniziano a prestare la loro opera in azienda. Nel 1928 muore Giuseppe Longhi, le cui figlie ed eredi, disinteressate a partecipare alla vita dell’impresa, cedono le proprie quote ad Antonio Bulgheroni, amministratore unico della nuova società società anonima “A. Bulgheroni & Figli”. Con la morte di Antonio Bulgheroni, avvenuta nel 1934, la seconda generazione assume le redini dell’impresa: Edoardo, che si occupa della parte commerciale, è nominato amministratore unico, mentre Ottorino (detto anche Rino) responsabile dell’area tecnica, diventa direttore generale. I due fratelli s’impegnano a fondo per rinnovare gli impianti e i macchinari di un’azienda che conta ormai una cinquantina di addetti. La Seconda guerra mondiale, con Edoardo e Ottorino Bulgheroni chiamati alle armi, porta alla paralisi della produzione ma non alla dismissione dello stabilimento, che nel 1943 viene temporaneamente dato in affitto alla Casa musicale Ricordi di Milano, sinistrata dagli eventi bellici. I fratelli Bulgheroni, finita la guerra, riordinano l’azienda ma soprattutto pensano di allargare l’attività ai prodotti in cioccolato . Edoardo si reca a Zurigo, dove incontra Robert Sprüngli, l’allora direttore della storica Lindt & Sprüngli (nata nel 1845), seguito subito dopo da Ottorino, che visita gli stabilimenti della società svizzera. È del 1947 la svolta decisiva: la Bulgheroni assume la concessione esclusiva per l’Italia della fabbricazione e vendita dei prodotti della Lindt & Sprüngli. In quello stesso anno, a causa di un incidente, muore improvvisamente Ottorino Bulgheroni. Edoardo – coadiuvato dal nuovo direttore tecnico Emanuele Bignone e dagli stessi tecnici svizzeri – realizza un impegnativo piano di riconversione produttiva e ampliamento infrastrutturale della fabbrica, che adegua gli impianti e si dota di un grande deposito merci e di un nuovo magazzino per le scorte. Anni cinquanta e sessanta (1950-1969) Nel 1950 nasce la “Bulgheroni Società per Azioni”, con presidente Paolo Bianchi, già direttore commerciale dal 1934, e amministratore delegato Edoardo Bulgheroni , evidenziandosi in ciò l’impronta non solo familiare ma anche manageriale dell’impresa. I prodotti in cioccolato di qualità, caratterizzati da un più elevato valore aggiunto e da un maggiore contenuto tecnologico, sostituiscono gradualmente la fabbricazione delle più “povere” caramelle. Tra queste sono presenti le famose Pascall alla frutta, prodotte dalla Bulgheroni sulla base di un accordo sottoscritto nel 1956 con la casa inglese James Pascall. Il mercato italiano, caratterizzato da bassi consumi pro-capite di cioccolato, presenta ampi margini di crescita, a fronte di una domanda comunque dinamica proveniente soprattutto dalle famiglie a reddito medio-alto del nord Italia. La Bulgheroni occupa un peso crescente in un contesto competitivo nazionale che vede la presenza di imprese storiche come Perugina, Ferrero, Caffarel, Tobler, oltre che di produttori locali attivi nella provincia di Varese. Nel 1956 Edoardo Bulgheroni, a seguito della morte di Paolo Bianchi, è nominato presidente della società. Alla fine degli anni cinquanta lo stabilimento di viale Valganna dà lavoro a 250 dipendenti. A riprova della rilevante dimensione economica raggiunta, nel 1961 la società delibera l’aumento di capitale sociale da 10 a 100 milioni di lire, mentre due anni dopo entrano a far parte del consiglio di amministrazione i consiglieri svizzeri Jurg Jegher e Rudoplh Sprüngli. Nel 1968 fa il suo ingresso ufficiale in azienda, ricoprendo il ruolo di direttore generale, Antonio Bulgheroni , nato a Varese nel 1943, figlio unico di Edoardo e laureato in giurisprudenza. Noto giocatore della Pallacanestro Varese , Antonio Bulgheroni si avvale di diversi collaboratori con i quali sviluppa un forte spirito di squadra nella conduzione quotidiana dell’impresa. Nel 1969 egli viene cooptato nel consiglio di amministrazione della società al posto del dimissionario Jegher. Anni settanta e ottanta (1970-1989) La crescita della Bulgheroni prosegue ininterrottamente, senza conoscere momenti di crisi. Ha alle spalle una grande impresa di successo internazionale come la Lindt & Sprüngli, che privilegia la ricerca continua della qualità e investe sull’innovazione (dalle tecnologie di produzione e confezionamento, agli imballaggi, alla politica commerciale, al marketing). Il nome Bulgheroni continua a comparire sulle confezioni di cioccolato prodotte dalla fabbrica italiana, anche se il marchio è Lindt. Il know how svizzero incontra una tradizione di alto artigianato che affonda le radici nella storia locale. Nel 1974 Antonio Bulgheroni è nominato amministratore delegato della società. L’espansione produttiva necessita di spazi adeguati. Dopo un ulteriore aumento di capitale da 100 a 400 milioni, nel 1981 viene decisa la realizzazione di un nuovo stabilimento localizzato a Induno Olona, che apre i battenti nel 1984, anno in cui il capitale sociale viene portato a 4 miliardi di lire. In questo periodo l’azienda conta oltre 500 dipendenti, compresi i lavoratori stagionali, contro i 240 del 1975. La prossimità con la confinante birreria Poretti (oggi Carlsberg) dà luogo ad un fenomeno di pendolarismo dei lavoratori stagionali tra le due fabbriche dovuto ai diversi picchi di produzione (inverno per la Bulgheroni, estate per la Poretti). Il 95% del fatturato annuale è ormai costituito dalla
Italo Cremona
Industria Italo Cremona DENOMINAZIONE SOCIALE | NM srl a socio unico FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di occhiali e accessori moda INDIRIZZO | Via Italo Cremona 40 | 21045 | Gazzada Schianno (VA) CONTATTI | T. 0332-871911 | F. 0332-871929 Un’impresa, un paese (1922-1949) Italo Cremona, nato a Castiglione Olona nel 1891, lavora inizialmente come dipendente della Mazzucchelli, storica impresa di articoli in celluloide di Castiglione Olona, dove apprende i segreti del mestiere e conosce Angela Ghiringhelli, la futura moglie. Nel 1922 fonda l’omonima società in nome collettivo, con stabilimento a Gazzada, che l’anno seguente si trasforma in società in accomandita semplice. La famiglia Cremona vive in un appartamento ricavato al piano superiore della fabbrica, oggi adibito a uffici, dove nascono i due figli di Italo: Bruno nel 1926 e Fernando nel 1930. I primi articoli (pettini, occhiali, toeletteria) sono realizzati con la celluloide prodotta all’interno dello stabilimento, compresa quella madreperlacea utilizzata per il rivestimento delle fisarmoniche. Italo Cremona coinvolge nella partecipazione agli utili d’impresa alcuni “capi” interni responsabili di reparto, dando vita, in anticipo sui tempi, ad una forma di azionariato aziendale. La crescita è rapida: l’impresa occupa 300 persone circa, assorbendo di fatto quasi l’intera popolazione adulta del piccolo centro di Gazzada. Negli anni trenta Italo Cremona è il primo in Italia a sostituire la celluloide, altamente infiammabile, con l’acetato di cellulosa, acquistato dalla Rhodiatoce di Pallanza, e ad applicare, dopo la trasformazione in granuli, la tecnologia dello stampaggio ad iniezione con apposite presse, studiate e realizzate dall’impresa stessa per la produzione degli occhiali da sole. La guerra non interrompe del tutto l’attività. Nel 1942 avviene la trasformazione in società per azioni e si producono, utilizzando manodopera femminile, le “trousse” per i soldati italiani. Nello stesso anno l’impresa assorbe il reparto plastiche della Sampa di Buguggiate. Oltre a fare l’imprenditore, Italo Cremona svolge le funzioni di podestà e, in questa veste, unisce in un unico Comune Gazzada e Schianno, sino ad allora divisi. Nel 1944 la denominazione cambia in “Poliplastica spa” e, all’inizio del 1945, vengono trasferiti nello stabilimento i macchinari della Sampa. Nel 1946 Italo Cremona muore prematuramente e subentra il primogenito Bruno , al quale si affianca, due anni dopo, il fratello Fernando . Nel 1947 la società riassume, in memoria del fondatore, il nome originario di Italo Cremona, al quale verrà più tardi (nel 1962) intitolata la via per Schianno, dove sorge lo stabilimento. Con gli aiuti del Piano Marshall varato nel 1947 l’azienda rinnova il proprio parco macchine . Anche la realizzazione degli stampi dei prodotti viene progressivamente esternalizzata affidandola a imprese meccaniche della zona. Il grande sviluppo: occhiali, bambole, giocattoli (1950-1969) I giovani fratelli Cremona si trovano a gestire un’impresa che, con oltre 600 addetti, ha raggiunto dimensioni ragguardevoli. Bruno si occupa della parte amministrativa e commerciale, mentre Fernando, che per aiutare in azienda interrompe, come del resto aveva già fatto il fratello, gli studi universitari in ingegneria chimica, segue la parte tecnica. Gli occhiali da sole, realizzati in tante fogge diverse, costituiscono l’articolo guida e più popolare della società Cremona, il suo business principale, ma nello stesso tempo ne limitano lo sviluppo, concentrandosi le vendite nei soli mesi estivi. Occorre escogitare qualcosa che compensi la caduta dei mesi invernali ed eviti il rischio di rendere esuberante, se non di perdere, una manodopera specializzata, addetta all’officina meccanica interna come al disegno o alle varie operazioni di “finissaggio” (dal montaggio delle lenti alla lucidatura). I fratelli Cremona trovano presto la risposta vincente: bambole e giocattoli in plastica. La loro fabbricazione, prima in polistirolo e successivamente nel più morbido cloruro di polivinile, inizia nei primi anni cinquanta, riscontrando da subito un notevole successo di mercato. Accade così anche per il “Plastic City” , una scatola da costruzioni a incastro brevettata nel 1950, lanciata nel 1960 e destinata a fare la gioia di intere generazioni di ragazzi. Si aprono filiali in tutte le principali città italiane, cresce la rete dei grossisti, si stringono accordi commerciali con la Standa, La Rinascente Upim e il mondo della moda, si sviluppano le esportazioni verso i paesi esteri, si investe in pubblicità. Alla fine degli anni sessanta la Italo Cremona conta oltre 1000 dipendenti, senza considerare le centinaia di addetti delle imprese esterne cui sono demandate alcune fasi del ciclo produttivo. Bruno è diventato nel frattempo il presidente della società e Fernando l’amministratore delegato. Con loro è il cugino Renzo Broggini, nato a Varese nel 1933, uno dei protagonisti della storia dell’impresa. Intanto la bambola Rossana parla, canta e cammina, mentre il bambolotto Pipito beve e fa la pipì: successi mondiali. L’incontro con la moda e il design (1970-1989) Nel 1972 Bruno Cremona riceve l’onorificenza di cavaliere del lavoro . Nel corso della sua vita ricopre diversi incarichi associativi, tra i quali membro di giunta della Confindustria e presidente dell’Associazione fabbricanti giocattolo sia italiana che europea. Nell’estate del 1974, un incendio , causato da un corto circuito, distrugge la quasi totalità della fabbrica e tutti i magazzini. La rinascita successiva punta decisamente sull’innovazione dei processi e dei materiali, che portano progressivamente a una contrazione della forza lavoro, e sulla qualità dei prodotti, ora riposizionati nella fascia medio-alta. I reparti e gli ambiti creativi (scultori e designer, laboratori di ricerca, marketing e ricerche di mercato, centro fotografico) assumono un ruolo centrale. Si producono occhiali, e non soltanto da sole, su licenza di prestigiosi stilisti come Versace, Valentino, Krizia. Nel 1978 la Italo Cremona iscrive alla Camera di commercio di Varese la N.M. srl, una società che produce pettini a marchio Nihil Melius acquisita dalla Sordelli di Venegono Inferiore. Adottando le tecnologie più avanzate, nei primi anni ottanta la società arriva a produrre giornalmente tra i 15.000 e i 20.000 occhiali, su licenza o a marchio proprio, un milione di bambole e 1.600.000 scatole da costruzioni “Plastic City”, che con l’elettronica è divenuto un gioco animato. L’azienda entra nel settore degli accessori per auto lanciando un nuovo tipo di occhiali, il “Rally Delta
Lazzati
Industria Lazzati DENOMINAZIONE SOCIALE | Lazzati industria grafica srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione grafica e stampa di cataloghi, brochure, magazine, calendari, poster, cartelli da banco e vetrina, packaging & etichette, modulistica per enti pubblici ed associazioni e moduli continui INDIRIZZO | Via Via 2 giugno 47 | 21030 | Casorate Sempione (VA) CONTATTI | T. 0331-768330 | F. 0331-768357 | www.lazzati.biz Dalle origini ottocentesche ai primi del Novecento (1802-1912 ) La Lazzati industria grafica ha la propria origine storica in una “stamperia e libreria” fondata a Gallarate nel 1802 da Giovanni Croci. L’industria tipografica conosce in quegli anni, soprattutto in Germania, una forte evoluzione tecnologica. Nel 1814 il tedesco Koenig costruisce la prima pressa piano-cilindrica, che consente di aumentare notevolmente la capacità di stampa. La tipografia si sviluppa rapidamente con il successore di Giovanni Croci, il figlio Marino, ingegnere con la passione della carta stampata, che nel 1851 ottiene il permesso da parte delle autorità di aprire una succursale a Busto Arsizio. Nel 1884 la tipografia Croci viene rilevata da un dipendente, Marino Bellinzaghi, che rinnova gli impianti e incrementa ulteriormente l’attività, rivolta soprattutto alla produzione di stampati per gli enti comunali. Nel frattempo sono nate la rotativa e la stampa in quadricromia. Avendo necessità di nuovi spazi, l’azienda sposta la propria sede in piazza Ponti . Alla fine del secolo subentra nella gestione Carlo Lazzati, nato a Bellano (allora in provincia di Como, oggi di Lecco) nel 1869, e l’impresa assume un nome destinato a durare sino ai giorni nostri. Carlo Lazzati rafforza l’anima editoriale della tipografia, curando con competenza la realizzazione di numerose pubblicazioni. Tra i suoi clienti figura anche la casa editrice Hoepli di Milano. Nel 1909 fa il suo ingresso in azienda Eugenio Salmini , nato a Casorate nel 1893 in una famiglia di commercianti, che avrà un peso di rilievo nello sviluppo dell’impresa. Dagli anni venti agli anni cinquanta (1920-1959) In occasione del censimento del 1925 Carlo Lazzati iscrive la propria impresa come ditta individuale alla Camera di commercio e industria di Milano (sotto la cui competenza territoriale ricade il Comune di Gallarate) per l’esercizio di attività di tipolitografia, che viene svolta da trentaquattro operai in gran parte addetti alla composizione manuale dei testi. Lo sviluppo economico-industriale dell’area fa crescere il peso dei clienti privati, tra i quali figurano diverse imprese storiche del varesino come Siai Marchetti, Aermacchi, Parma casseforti, Lanificio di Somma. La sede dell’azienda si trasferisce in via Cavour. Nel 1937 muore Carlo Lazzati, lasciando la tipografia in eredità alle figlie Maria e Giulia, che tuttavia non proseguono l’attività paterna. L’anno successivo nasce così la società in accomandita semplice “Stabilimento tipolitografico Carlo Lazzati”, partecipata dalle stesse figlie di Carlo, socie accomandanti, e dal suo braccio destro aziendale Eugenio Salmini , socio accomandatario, che assume la guida dell’impresa . Appassionato di fotografia, questi accentua la dimensione creativa e comunicazionale dell’attività. L’ulteriore crescita si traduce in un nuovo cambiamento di sede, che viene trasferita, sembra quasi un destino, in via Marino Croci, il titolare di cento anni prima e cittadino benemerito del Comune di Gallarate, di cui è stato sindaco. Alla stasi della Seconda guerra mondiale segue, con gli anni cinquanta, un intenso ciclo di sviluppo della tipografia Lazzati, di cui è protagonista Antonio Salmini (1932) che, in seguito a una malattia del padre Eugenio, abbandona gli studi universitari per dedicarsi completamente all’azienda. Nel 1958 Antonio Salmini diventa socio e amministratore della citata sas, che con la cessione delle quote sociali da parte di Maria e Giulia Lazzati si trasforma nell’anno successivo in società in nome collettivo, assumendo la nuova denominazione “Tipolitografia Lazzati di Salmini A. & C.”. Dagli anni sessanta agli anni novanta (1960-1999) Negli anni sessanta si affermano nuove tecnologie, come la stampa offset che sostituisce quella litografica su pietra levigata, migliorando la qualità dei prodotti. Antonio Salmini, sostenendo non pochi sacrifici, attua un ampio piano di investimenti per il rinnovo dei macchinari, operazione che implica anche lo svecchiamento del personale e conferisce alla tipografia l’aspetto di una moderna azienda industriale. Aiutato da una sorella che si occupa della contabilità, nel 1967 fa un breve ingresso nella società Maria Elena Masera, moglie di Antonio Salmini. Si sviluppano intanto nuovi prodotti, come i cataloghi e le brochure aziendali. Negli anni settanta l’impresa affronta alcuni momenti di crisi di liquidità dovuti ai ritardi nei pagamenti degli enti pubblici, mentre da parte sua non viene mai meno al principio di onorare le scadenze verso i propri fornitori. Nel 1974 la forma giuridica cambia nuovamente in società in accomandita semplice. Con gli anni ottanta i due figli di Antonio Salmini, Roberto (1962) e Laura (1965), entrambi diplomati in ragioneria, affiancano il padre nella gestione di un’azienda sempre più complessa e impegnativa, la cui atmosfera hanno respirato sin da piccoli. Roberto si occupa soprattutto degli aspetti tecnologici , Laura di quelli amministrativi e commerciali, affermandosi come prima donna imprenditrice dell’azienda di famiglia. Nel 1987 Roberto Salmini fonda, con l’aiuto del padre e insieme al socio Luciano De Vecchi, proveniente da una lunga esperienza maturata presso la storica Smolars di Trieste, una società indipendente da quella di famiglia: la Ldv snc , dedicata alla produzione del modulo continuo , ossia di tabulati e cancelleria per stampanti a trascinamento, il cui successo è legato allo sviluppo dell’informatica e dei sistemi di elaborazione dati. Roberto fa la spola tra le due società, riportando nell’azienda originaria le competenze acquisite in quella di nuova costituzione. La recessione economica del 1993 spinge la Lazzati e la Ldv ad ampliare l’offerta dei prodotti, come ad esempio gli espositori o la piccola cartotecnica a elevato contenuto manuale, e ad acquisire quindi altri clienti. Grazie all’apertura del nuovo aeroporto di Malpensa aumentano le forniture per le compagnie aeree (biglietti, etichette, riviste di bordo, manuali per i piloti ecc.). Gli anni 2000 (2000-2011) La crescita aziendale rende insufficiente la sede di via Croci che, collocata nel centro storico di Gallarate, è soggetta a vincoli di espansione. Nel 2003, dopo lunghe
Italiana Macchi
Industria Italiana Macchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Italiana Macchi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di bilance, strumenti per pesare, loro parti e food machinary INDIRIZZO | Via G. Matteotti 1 | 21040 | Oggiona S. Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331-217079 | F. 0331-218331 | www.italianamacchi.it Dalla stadera alla bilancia semiautomatica (1886-1929) Francesco Macchi nasce nel 1858 da una famiglia di “contadini possidenti” di Oggiona con Santo Stefano, un piccolo comune del Varesotto, suddiviso tra le frazioni di Oggiona e Santo Stefano, che all’epoca conta meno di 800 abitanti.Secondo la tradizione famigliare, dal 1871 Francesco lavora per 15 anni come operaio alle dipendenze della ditta “Buzzetti pesi e misure” di Gallarate, scuola di altri bilanciai-imprenditori della zona, e acquisisce così notevole esperienza in un settore il cui sviluppo sta originando nel territorio locale un polo di eccellenza industriale.Si segnala in parallelo la presenza di un documento dell’archivio camerale di Milano in base al quale Francesco ha un esercizio per la fabbricazione e il commercio di pesi e misure a Milano in corso Porta Ticinese n. 89. Nel 1886 Francesco Macchi con un amico, due giovani apprendisti e un capitale sociale di “quattro marenghi d’oro” costituisce a Santo Stefano la ditta “Francesco Macchi pesi e misure”, un’officina meccanica per la costruzione di stadere destinate alle piccole come alle grandi portate, che sorge in uno stanzone del centro del paese. Grazie a un fratello di Francesco emigrato in Argentina, l’impresa inizia presto a esportare bilance in alcuni paesi sudamericani.La crescita dell’attività conduce nel 1896 allo spostamento dell’officina nella sede più ampia di uno stabile di via Garibaldi, che sorge accanto all’abitazione di famiglia. Dotato di elevate capacità tecniche e ideative, Francesco Macchi progetta e produce, a partire dai primi anni del Novecento, la bilancia a pendolo. Silvio Macchi, il primogenito dei cinque figli di Francesco nato nel 1890, frequenta le scuole tecniche di Seregno e inizia giovanissimo a lavorare con il padre, seguito dal fratello Ercole, nato nel 1892; nascono quindi Rosa (1897), Enrico (1901) e Luigi (1905). Intorno al 1910 l’impresa, ormai affermatasi sul piano nazionale, ha una ventina di dipendenti ed esporta i suoi prodotti in Sud America, in Svizzera e in Egitto. Nel 1915 la gamma dei prodotti Macchi si arricchisce del bilancino di precisione per la misurazione delle piccole quantità. Nei primi anni venti il mercato degli strumenti di pesatura è interessato da una grande innovazione: l’invenzione e la diffusione della bilancia semiautomatica a due piatti, destinata a soppiantare la tradizionale stadera. L’ufficio tecnico della Macchi progetta, avvalendosi delle competenze di Enrico Blasi, teorico di metrologia, un proprio modello di bilancia semiautomatica.La collaborazione tra la Macchi e il cavalier Blasi porta alla costituzione della Sabai (Società anonima bilance automatiche italiane), marchio con il quale nel 1927 entra in produzione, nelle officine di Santo Stefano, la nuova bilancia. Essa è chiamata “l’Italiana” , per distinguerla dalla bilancia dell’olandese Berkel, molto diffusa in Italia, ma forse anche per essere in linea con l’ideologia nazionalista del periodo: lo slogan dell’azienda è “Preferite l’Italiana”. Due anni dopo, nel 1929, muore Francesco Macchi. Gli succedono i figli, i quali danno luogo ad una società di fatto la cui ragione sociale, “Francesco Macchi pesi e misure”, rimane invariata. Enrico affianca Silvio nel settore amministrativo, Ercole e Luigi sono responsabili tecnici, mentre Rosa, casalinga, non riveste ruoli operativi in azienda. La crescita industriale (1930-1965) Sciolta la Sabai, le bilance semiautomatiche marchiate Italiana Macchi, prima nel modello a due piatti e poi, a partire dal 1934, in quello a un piatto, che elimina l’uso dei pesi-campione, registrano un notevole successo di mercato. La società si dota di un’efficiente rete di rivenditori e concessionari, investe nella pubblicità, partecipa sin dalla prima edizione del 1920 alla Fiera campionaria di Milano. Nel 1939 i tecnici della Macchi progettano la bascula automatica a un giro, uno strumento sino ad allora importato dall’estero e prodotto per la prima volta da un’impresa italiana. Dopo la stasi della Seconda guerra mondiale, l’attività riprende con la fabbricazione, nel 1946, delle prime e “classiche” affettatrici a volano, seguite da quelle a gravità, nonché da altre attrezzature per l’industria alimentare (dal tritacarne al segaossa). Luciano Macchi, nato nel 1924, figlio di Silvio, diploma di perito industriale, fa il suo ingresso in azienda e ne assume in breve tempo la guida. Nel 1950 l’impresa, che ha raggiunto i 100 dipendenti, viene regolarizzata in snc. Poco distante dalla Macchi nasce nel 1950 la Omas, storica impresa del campo delle affettatrici, mentre diverse industrie più piccole del settore si affermano con il tempo in tutta la zona. Sono anni di grande fervore creativo , che vedono l’ufficio tecnico della Macchi particolarmente impegnato nella progettazione di nuovi prodotti. Nel 1951 nasce la bilancia per oreficerie e laboratori, seguita nel 1953 – con l’arrivo in azienda del giovane tecnico toscano Aldemaro Magni – dalla bilancia rotativa a giri multipli e dal design originale. Come a coronare una storia di successi che dura da oltre 70 anni, nel 1958 la snc “Francesco Macchi pesi e misure” si trasforma in società per azioni e assume la denominazione “Italiana Macchi”, che riecheggia il marchio Italma già adottato da tempo dall’azienda. Luciano Macchi è nominato amministratore delegato della nuova società, presieduta dallo zio Ercole, il capitale sociale passa da 1 a 25 milioni di lire. Lo stabilimento di via Garibaldi, ampliatosi nel corso degli anni, dispone di un grande salone di verniciatura interno. Nel 1960 muore Ercole Macchi e suo fratello Silvio viene designato nuovo presidente della società. Nel 1961, a ulteriore riprova della fase di crescita che l’impresa sta attraversando, entra in funzione una fonderia per la produzione di ghisa normale e sferoidale, di proprietà della Italiana Macchi, sita in frazione Oggiona su un’area di 7.500 metri quadrati. Per la gestione dello stabilimento viene costituita la Italfusioni spa, che nel 1965 è incorporata nella società madre. In questi anni inizia la fabbricazione di dosatori automatici e di moderni sistemi di pesatura industriale. Il contesto territoriale assume le caratteristiche
Impresa Cornelio Bianchi
Industria Impresa Cornelio Bianchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Impresa Cornelio Bianchi sas di Bianchi ing. Gerolamo sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Lavorazione del legno e realizzazione di strutture e tetti in legno INDIRIZZO | Via Campo di Maggio 1 | 21020 | Brunello (VA) CONTATTI | T. 0332-463654 | F. 0332-511388 | www.impresabianchi.it L’epoca dei “capomastri” (1900-1939) L’origine dell’Impresa Cornelio Bianchi è databile intorno alla metà dell’Ottocento, quando il capomastro Luigi Bianchi costruisce alcuni edifici in Morazzone, il proprio comune di nascita nonché paese di costruttori ben collegato a Varese e Milano. Luigi Bianchi ha nove figli, di cui quattro maschi, ma soltanto Gerolamo prosegue l’attività paterna, edificando all’inizio del Novecento ville padronali sulle alture di Morazzone, che i milanesi apprezzavano come luogo di villeggiatura. L’intenso sviluppo industriale di quegli anni induce Gerolamo Bianchi ad investire soprattutto nella costruzione di fabbricati con destinazione produttiva, che diventa l’attività prevalente, anche se non esclusiva, dell’impresa. Gerolamo preferisce costruire immobili industriali e residenze rimanendo nella dimensione locale, mentre, data anche la ristrettezza del mercato nazionale, altri capomastri della zona lavorano all’estero . Nel 1910 Gerolamo Bianchi e il fratello Angelo costituiscono, insieme ad Amedeo Zirottini, la società di fatto “Bianchi & Zirottini”, avente sede a Gazzada. Con la diffusione del calcestruzzo armato e l’ulteriore industrializzazione del territorio, l’impresa di Gerolamo Bianchi registra una rapida crescita, arrivando ad occupare, tra gli anni venti e trenta del Novecento, oltre 100 dipendenti. In questi anni l’impresa partecipa alla costruzione dell’autostrada Milano-Varese. Mario, Luigi e Cornelio , figli di Gerolamo, diplomatisi come periti edili, collaborano attivamente con il padre nella conduzione dei cantieri. All’inizio del 1932 la Bianchi & Zirottini si aggiudica l’appalto per la costruzione del padiglione maternità e infanzia dello storico ospedale Circolo di Varese . L’opera, ancora oggi esistente quale valida testimonianza del periodo liberty, è progettata da Aurelio Bianchi, figlio di Gerolamo, che esercita la libera professione senza far parte dell’impresa di famiglia. Poco prima dell’affidamento dell’appalto, Gerolamo Bianchi viene improvvisamente a mancare e nella direzione dell’impresa subentra il figlio primogenito Mario, che insieme al fratello Luigi conduce e porta termine nel 1934 i lavori di costruzione del padiglione. Nel frattempo, nella primavera del 1933, la società Bianchi & Zirottini viene sciolta e posta in stato di liquidazione, che tuttavia si concluderà definitivamente molti anni dopo (1950). Mario Bianchi prosegue l’attività iscrivendosi come ditta individuale a Varese nel 1935. Dai rifugi antiaerei ai condomini (1940-1960) Durante la Seconda guerra mondiale Mario Bianchi costruisce ricoveri antiaerei a Varese, sottoscrivendo i relativi contratti con l’Organizzazione Todt, la grande impresa pubblica di costruzioni della Germania nazista, che è presente in Italia dal 1943 con proprie strutture operative, una delle quali ha sede proprio a Varese. Dopo il ritiro di Zirottini, nell’immediato dopoguerra riparte l’attività con la costruzione di edifici sia industriali (come il setificio Andreae di Besozzo, la Ceramica Ravelli di Laveno, la vetreria Locati di Milano) che residenziali (case popolari Pontiggia di Varese). Nel 1946 l’impresa acquista un autocarro dall’Arar (Azienda rilievo alienazione residuati). Le prove su cemento e calcestruzzo vengono affidate ai Laboratori prove materiali del Politecnico di Milano. Mario Bianchi, la cui vita professionale è caratterizzata da un forte impegno associativo, è tra i fondatori del Collegio degli edili di Varese. Nel 1947 Mario, Luigi e Cornelio Bianchi costituiscono la snc “F.lli Bianchi fu Gerolamo”. Si tratta di una società per la lavorazione e lo stampaggio di materie plastiche, un’attività industriale autonoma rispetto a quella delle costruzioni, ma che si propone di creare delle sinergie tra i due settori. L’impresa, ancora oggi attiva, conosce la sua massima espansione con lo sviluppo dell’occhialeria degli anni sessanta, un settore in cui all’epoca la provincia di Varese deteneva il primato nazionale, per poi ridimensionarsi e specializzarsi nella produzione di articoli tecnici. Nella metà degli anni cinquanta l’impresa di Mario Bianchi, stimolata della forte crescita della domanda abitativa, si rivolge più decisamente all’edilizia residenziale. È del 1955 la costruzione di quello che viene considerato il primo condominio di Varese, a cui se ne aggiungeranno altri negli anni immediatamente successivi. L’organizzazione del cantiere, con la manodopera che costa ancora relativamente poco, non è molto diversa da quella dei capomastri d’inizio secolo: ogni volta che se ne apre uno è come aprire un’impresa nuova . Il nuovo decennio si apre con l’edificazione di un condominio a Tradate e con i lavori di ampliamento e restauro della chiesa parrocchiale di Gazzada, un intervento quest’ultimo che si colloca in un ambito di attività, la costruzione di edifici religiosi , ricorrente in tutta la storia dell’impresa. Dai grandi cantieri all’inizio della fase postindustriale (1961-1980) Le operazioni di autopromozione immobiliare costituiscono una parte importante ma secondaria dell’attività della Bianchi, che continua a caratterizzarsi come impresa di costruzioni per conto terzi operante soprattutto nel campo dei fabbricati industriali. Durante gli anni sessanta prosegue il processo di industrializzazione del territorio varesino, che si traduce nella nascita di nuovi stabilimenti, aventi spesso grandi dimensioni. È il caso del calzificio Carabelli di Solbiate Arno , un enorme complesso industriale di 31 mila metri quadrati realizzato interamente con strutture prefabbricate, che l’impresa Bianchi costruisce nell’arco di quasi due decenni, ultimando i lavori nel 1970. In quest’occasione Cornelio Bianchi introduce un’innovazione costruttiva importante , riuscendo a creare e utilizzare un tipo di trave di lunga gittata prefabbricata in cemento armato, nota in quel periodo come “trave Carabelli”. Verso la metà degli anni sessanta Mario Bianchi si disimpegna, per motivi di salute, dalla conduzione dell’impresa. La responsabilità passa quindi al fratello Cornelio, diplomatosi in gioventù all’Istituto Bazzi di Milano, dove dal 1872 si formano intere generazioni di imprenditori edili. Nel 1967 l’impresa assume la nuova denominazione di “Cornelio Bianchi & C. sas”, con Cornelio Bianchi (nato nel 1903) socio accomandatario e il figlio Gerolamo (nato nel 1940) socio accomandante. Stesso nome del nonno, laureato in ingegneria civile al Politecnico di Milano, Gerolamo Bianchi si fa subito le ossa sul campo seguendo i lavori del grande cantiere Carabelli . Nel 1975 muore Mario Bianchi, che
Isotessile
Industria Isotessile DENOMINAZIONE SOCIALE | Isotessile srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di laminati plastici termoindurenti e di isolanti elettrici INDIRIZZO | Via Piave 6 | 21019 | Somma Lombardo (VA) CONTATTI | T. 0331-256314 | F. 0332-252936 | www.isotessile.it L’avvio dell’attività (1939-1966) Negli anni venti del Novecento, Giovanni Perier, francese, giunge a Somma Lombardo come tecnico presso la ditta Itala – in seguito Itala-Pirelli – fabbrica produttrice di tubi flessibili ad alta pressione. Stabilitosi in Italia, avvia alla stessa professione il figlio, Luciano, che affianca e poi sostituisce il padre nella medesima azienda. Nel 1939, per soddisfare le esigenze di semilavorati necessari alla Itala-Pirelli, Luciano fonda la ditta individuale Isotessile costruendo lo stabilimento in un terreno prospiciente all’Itala. La società, amministrata da Luciano Perier , produce carte e tele oleate isolanti e nastri sterlingati (nastri in cotone o seta, impregnati di una particolare vernice, “sterling” appunto, che li rende isolanti elettrici per gli avvolgimenti di bobine di rame). Nel 1950 i fratelli Maurizio e Luciano Perier chiudono la ditta del padre e costituiscono la Isotessile srl proseguendone l’attività. Già nel 1951 l’impresa ha due rappresentanti con relativo deposito a Genova e a Torino e apre un proprio magazzino a Milano. Dal 1952 la produzione si amplia a lastre in tela e carta bakelite dai molteplici utilizzi. Le lastre in carta impregnata di resina fenolica, per le ottime proprietà isolanti, vengono utilizzate per la creazione di circuiti stampati e quadri elettrici. Con tessuto di puro cotone, ugualmente trattato con resina fenolica, si producono lastre e tubi di elevata resistenza meccanica. Dalle lastre, prodotte in svariati spessori, si ricavano particolari tagliati e torniti destinati a diversi impieghi come, ad esempio, gli ingranaggi utilizzati nei telai tessili. Infatti, alternando in uno stesso telaio ingranaggi metallici e in tela bakelite, si ha il vantaggio di aumentarne considerevolmente la silenziosità. I tubi di tela bakelite vengono spesso impiegati per costruire boccole per assi portaelica e per creare snodi per vagoni ferroviari e tram. Tra i clienti più importanti dell’impresa vi sono le Ferrovie dello Stato, l’Ansaldo e la Gte telecomunicazioni. Le vernici sterling e le resine impiegate dalla Isotessile sono tutte prodotte internamente. L’attività dagli anni sessanta agli anni novanta (1967-1989) Nel 1967, alla scomparsa di Luciano Perier, la guida dell’impresa è assunta da Sergio Garzonio genero di Luciano. Garzonio, perito chimico, abbandona la propria attività di produzione di calze per dedicarsi alla amministrazione dell’Isotessile. Sotto la sua guida, fra la metà degli anni sessanta e gli anni settanta, l’impresa vive il suo momento di massima espansione e arriva a contare 30 dipendenti. Nel 1974 Rudi Garzonio, figlio di Sergio, dopo la scuola di ragioneria e il servizio militare, affianca il padre nella gestione della produzione, esperienza che gli permette di conoscere a fondo i processi di lavorazione e che metterà a frutto nella conduzione dell’impresa. Negli anni ottanta, in seguito alle prime legislazioni antinquinamento, la società si dota di un post-combustore per ridurre le emissioni e decide di abbandonare la produzione ad uso interno delle resine per evitare l’onerosa costruzione di un depuratore per le acque di scarico. Nel 1984, Rudi Garzonio si sposa con Giovanna Picone che coinvolge nell’attività di amministrazione dell’impresa. Dagli anni novanta ad oggi (1990-2008) A partire dai primi anni novanta si verifica una contrazione del lavoro. La ragione risiede principalmente nel calo di produzione delle stesse aziende acquirenti: il numero dei clienti rimane invariato, ma il fabbisogno di tela e carta bakelite diminuisce. A ciò si aggiunge la concorrenza dei paesi asiatici, India e Cina soprattutto, cui l’Isotessile tenta di tenere testa puntando sulla qualità del prodotto, sulla rapidità di consegna e sui servizi di assistenza al cliente, ambiti in cui i produttori asiatici non possono competere. L’Isotessile, pur non avendo certificazioni di qualità ufficiali, punta su una qualità di fatto che cerca di proteggere con la rintracciabilità del prodotto. La volontà di creare particolari copertine alle lastre con il marchio Isotessile, in modo da riconoscerle anche una volta tagliate e lavorate, incontra l’opposizione dei rivenditori che temono di essere scavalcati dalle imprese acquirenti rendendo manifesta l’origine delle lastre comprate. Resta allora, come punto di forza dell’impresa, la possibilità offerta ai clienti di produrre lastre con spessori e dimensioni fuori standard – in modo da soddisfare ogni esigenza e qualsiasi urgente necessità – con una consegna del prodotto in tempi strettissimi. Nel 2003, Rudi Garzonio sostituisce il padre Sergio nel ruolo di amministratore. L’impresa oggi conta 8 dipendenti. Le figlie di Rudi Garzonio stanno completando il loro iter formativo per cui il problema della successione per il momento non si presenta. Negli anni venti del Novecento, Giovanni Perier, francese, giunge a Somma Lombardo come tecnico presso la ditta Itala – in seguito Itala-Pirelli – fabbrica produttrice di tubi flessibili ad alta pressione. Stabilitosi in Italia, avvia alla stessa professione il figlio, Luciano, che affianca e poi sostituisce il padre nella medesima azienda. Nel 1939, per soddisfare le esigenze di semilavorati necessari alla Itala-Pirelli, Luciano fonda la ditta individuale Isotessile costruendo lo stabilimento in un terreno prospiciente all’Itala. La società, amministrata da Luciano Perier , produce carte e tele oleate isolanti e nastri sterlingati (nastri in cotone o seta, impregnati di una particolare vernice, “sterling” appunto, che li rende isolanti elettrici per gli avvolgimenti di bobine di rame). Nel 1950 i fratelli Maurizio e Luciano Perier chiudono la ditta del padre e costituiscono la Isotessile srl proseguendone l’attività. Già nel 1951 l’impresa ha due rappresentanti con relativo deposito a Genova e a Torino e apre un proprio magazzino a Milano. Dal 1952 la produzione si amplia a lastre in tela e carta bakelite dai molteplici utilizzi. Le lastre in carta impregnata di resina fenolica, per le ottime proprietà isolanti, vengono utilizzate per la creazione di circuiti stampati e quadri elettrici. Con tessuto di puro cotone, ugualmente trattato con resina fenolica, si producono lastre e tubi di elevata resistenza meccanica. Dalle lastre, prodotte in svariati spessori, si ricavano particolari tagliati e torniti destinati
Gaspare Tronconi Spa
Industria Gaspare Tronconi Spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Gaspare Tronconi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Tintoria, candeggio, finissaggio, stamperia tessuti e lavorazioni tessili in genere INDIRIZZO | Via Opifici Valle 6 | 21054 | Fagnano Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-361900 | F. 0331-361818 | www.gasparetronconi.it Dalle origini agli anni venti del Novecento (1824-1929) In località Bergoro e Fagnano Olona la bibliografia storica riporta notizie di una famiglia Tronconi impegnata nel settore tessile dalla fine del 1597 con un primo stabilimento di “candeggio al prato”, lungo le sponde del fiume Olona, ad opera di Pietro Giovanni Tronconi. Da questo ceppo iniziale che si diversifica in più rami famigliari nascono più imprese attive nel candeggio e nella tintura delle pezze con sostanze vegetali. Le prime notizie riconducibili alla attuale Gaspare Tronconi provengono dal Registro ditte della Camera di commercio di Milano. Attilio Paolo Tronconi dichiara, nel 1911, di succedere al padre Gaspare Felice nell’attività di tintoria e appretto a Fagnano Olona in frazione Bergoro. Successivamente nel 1928 all’atto di iscrizione alla Camera di commercio di Varese viene dichiarato il 1824 come data di inizio dell’attività. Nell’Ottocento alla sede di Fagnano si affianca un secondo stabilimento a Briosco, in Brianza, dove le acque del fiume Lambro si rivelano più adatte alla tintura delle divise dell’esercito austriaco, mentre quelle dell’Olona sono più adeguate alle le divise dell’esercito piemontese. Con la rivoluzione industriale l’azienda si pone all’avanguardia, essendo tra le prime in Italia a utilizzare l’energia prodotta dallacaldaia a vapore, che sostituisce la ruota idraulica movimentata dalla corrente del fiume.Un’altra innovazione importante avviene alla fine dell’Ottocento, sotto la guida di Attilio Paolo Tronconi, con l’introduzione dei primi coloranti artificiali. Nel 1902 viene acquistata dalla ditta tedesca Monforts, tuttora fornitrice dell’azienda e leader mondiale nel settore delle macchine per tintoria e finissaggio, la prima garzatrice, una macchina che serve a conferire maggiore morbidezza ai tessuti. Attilio Paolo sposa nel 1880 una sua lontana parente, Regina Tronconi, la cui famiglia d’origine opera anch’essa nel settore tessile. Gaspare Tronconi, nato nel 1895 e figlio di Attilio Paolo, partecipa alla Prima guerra mondiale. Gaspare Tronconi, nato nel 1895 e figlio di Attilio Paolo, partecipa alla Prima guerra mondiale. Al ritorno dal fronte, nel 1915, assume la guida dell’impresa, che con la sua direzione conoscerà un forte sviluppo. Egli completa la propria formazione chimica e tintoriale in Germania, dove operano le case produttrici dei migliori coloranti, come la Bayer, presso le quali si rifornisce l’azienda. Negli anni venti prende avvio l’attività di stampaggio dei tessuti, tramite l’acquisto di due macchine fabbricate in Cecoslovacchia, mentre lo stabilimento di Bergoro sviluppa la lavorazione dei velluti. La grande crisi del 1929 colpisce duramente diversi clienti della nostra azienda, che contrae quindi l’attività. Nel frattempo un’altra svolta decisiva: l’arrivo dell’energia elettrica, che sostituisce quella a vapore; il tessuto inoltre non si vende più “a pezza” ma a metro. Gaspare Tronconi, nato nel 1895 e figlio di Attilio Paolo, partecipa alla Prima guerra mondiale.Al ritorno dal fronte, nel 1915, assume la guida dell’impresa, che con la sua direzione conoscerà un forte sviluppo . Egli completa la propria formazione chimica e tintoriale in Germania, dove operano le case produttrici dei migliori coloranti, come la Bayer, presso le quali si rifornisce l’azienda.Negli anni venti prende avvio l’attività di stampaggio dei tessuti, tramite l’acquisto di due macchine fabbricate in Cecoslovacchia, mentre lo stabilimento di Bergoro sviluppa la lavorazione dei velluti. La grande crisi del 1929 colpisce duramente diversi clienti della nostra azienda, che contrae quindi l’attività. Nel frattempo un’altra svolta decisiva: l’arrivo dell’energia elettrica, che sostituisce quella a vapore; il tessuto inoltre non si vende più “a pezza” ma a metro. Dagli anni trenta agli anni sessanta (1930-1969) La Gaspare Tronconi produce in conto terzi, ossia lavora e “nobilita” i tessuti greggi o semilavorati consegnati dai clienti, che a loro volta li passano ai confezionisti. Si tratta di una clientela locale, concentrata soprattutto a Busto Arsizio, allora considerata la Manchester d’Italia, alla quale si aggiungono, con gli anni quaranta, i primi clienti esteri. Nel 1938 Gaspare Tronconi, alla morte del padre Attilio Paolo, eredita l’impresa di famiglia e la iscrive, come ditta individuale, all’Ufficio provinciale delle corporazioni di Varese per lo svolgimento dell’attività di “tintoria e stamperia di tessuti di cotone e raion per conto terzi”. L’azienda dà lavoro a una novantina di operai. Nel 1934 Gaspare sposa Angela Azimonti dalla cui unione nascono i figli Regina (1936) e Attilio (1938). Angela muore 40 giorni dopo il secondo parto a causa di una polmonite. Gaspare, rimasto vedovo, nel 1941 si risposa con Luisa Di Sarro e dal loro matrimonio nasce Gianluca (1943). Nel 1952 viene introdotto un terzo impianto per la stampa dei tessuti cotonieri. Con gli anni del dopoguerra e della ricostruzione inizia un lungo e ininterrotto ciclo di crescita dell’impresa, dovuto all’aumento della capacità produttiva e all’uso di nuovi coloranti, che consentono di diversificare la gamma dei prodotti trattati e di rispondere all’evoluzione della domanda. Attilio e Gianluca Tronconi si inseriscono nella vita dell’impresa paterna, che nel 1965 si trasforma in società di fatto. Si producono quantità elevate, oggi del tutto inimmaginabili: 20-40 mila metri di tessuto stampato ogni giorno con macchine a cilindro in cinque varianti. In questo periodo l’azienda raggiunge il suo massimo storico in termini di addetti, oltre 200. Attilio, perito chimico, dopo un periodo di apprendistato svolto presso le stesse aziende clienti, assume la responsabilità dell’area tecnica, mentre suo fratello Gianluca si occupa dell’area commerciale. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1970-1989) Negli anni settanta cambia ancora la tecnologia di stampa, con l’acquisizione di macchine all’avanguardia prodotte dall’olandese Stork, che sostituiscono il tradizionale cilindro di rame con quello a nichel perforato, ottenendo una maggiore definizione. Ai mutamenti tecnologici s’intrecciano quelli organizzativi. Nel 1972 la Gaspare Tronconi, nel frattempo (1971) divenuta società in nome collettivo, si trasforma in società per azioni. Nel 1974 Attilio diventa amministratore delegato della società e nel triennio 1978-1981 ricopre l’incarico di presidente dell’Unione degli industriali della provincia di Varese. L’Olona è uno
Giovanni Clerici & Figli
Industria Giovanni Clerici & Figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Giovanni Clerici & figli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Apprettazione, preparazione dei tessuti in genere (tintoria, garzerai, candeggio) INDIRIZZO | viale Milano 22 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793031 | F. 0331-772350 L’avvio dell’attività (1869-1919) Sin dalla seconda metà dell’Ottocento, Gallarate è uno dei nuclei di sviluppo dell’industria cotoniera italiana.Nel 1869 Giovanni Clerici vi avvia un’attività di tintoria e finissaggio che si sviluppa a supporto delle importanti imprese cotoniere della zona (Crespi, Ottolini, Bassetti). Può contare sulla presenza di una manodopera locale di formazione artigianale che costruisce con l’impresa un rapporto di eccezionale continuità. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’impresa conosce avvicendamenti generazionali e proprietari passando sotto la direzione prima dei figli e poi di Giovanni Clerici , nipote dell’omonimo fondatore.Nel 1908 opera come ditta individuale su un vasto terreno: la mappa di Gallarate del 1911 consente di rilevare lo stabilimento come uno dei più importanti della zona. L’ampia area che circonda l’impianto di tintoria consente di stendere ad asciugare sui prati le stoffe candeggiate, una pratica utilizzata fino agli anni venti. Dagli anni Venti alla Seconda guerra mondiale (1920-1944) Nel 1922 Giovanni Clerici chiude la ditta individuale e costituisce assieme ai figli, Edoardo, Mario e Federico una società in accomandita semplice, registrata in Camera di commercio. Vi lavorano inizialmente 15 dipendenti e il capitale sociale ammonta a 25.000 lire. Nel 1927 Giovanni Clerici dona ai figli la proprietà dello stabilimento e questi provvedono con capitali personali al rinnovo dei macchinari. Alla morte del padre, nel 1935, i fratelli Clerici trasformano la società in nome collettivo e vi conferiscono la proprietà dello stabilimento. Un indicatore delle accresciute dimensioni dell’impresa è la costruzione del pozzo artesiano per l’approvvigionamento di acqua. Nel 1939 avviene la trasformazione in società anonima con Mario Clerici in veste di amministratore unico. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la conseguente mancanza di approvvigionamenti genera una situazione di crisi. La società è ceduta in affitto alla Società per azioni cotonificio succ. Alceste Pasta di Gallarate, e ne diventa la sezione tintoria e candeggio, sempre diretta da Mario Clerici. Dal Secondo dopoguerra agli anni ottanta (1945-1989) Nel marzo del 1945 l’impresa riprende la produzione in proprio. Dal 1949 al 1960 il capitale passa da 5 a 40 milioni di lire, i dipendenti nel 1955 raggiungono il numero di 74 di cui 4 impiegati. In questi anni l’organizzazione del lavoro è fondata sul jigger una macchina per tingere a cui opera un singolo operaio: una batteria di 34 jigger garantisce la lavorazione giornaliera. Alla morte di Mario Clerici nel 1960 diventano amministratori Giovanni Clerici, figlio di Federico, e Carlo Montonati , genero di Mario Clerici. La gestione dell’impresa rimane sempre di stampo familiare ma si articola in due rami che si avvicenderanno sino ai nostri giorni. Tra i due rami esiste una certa sfasatura che consente di ridurre la distanza generazionale tra un titolare e l’altro e ha reso meno traumatico il processo di avvicendamento alla guida dell’impresa . La fine degli anni sessanta rappresenta un giro di boa decisivo per l’industria tessile dato che in pochi anni il settore conosce il punto di massima espansione e l’avvio del declino. In primo luogo, la necessità di standardizzare la lavorazione di quantitativi sempre maggiori di tessuto spinge l’impresa a sostituire gli impianti con macchine per la lavorazione in continuo d’abbigliamento d’interni (fodere, interno cravatte). Parallelamente, l’afflusso di tessuti provenienti dai paesi dell’Est europeo e dall’Asia innesca la crisi dell’industria cotoniera italiana e, di conseguenza, delle imprese collegate alla filiera tessile. Inizialmente la concorrenza dei paesi in via di sviluppo si limita ai tessuti di qualità scadente, ma progressivamente si estende a tutte le fasce di mercato. In questa fase che abbraccia gli anni settanta e gli anni ottanta, l’impresa reagisce orientandosi verso una produzione di tessuti per l’esterno più remunerativi ed effettua investimenti sul processo – ad esempio, introduce il candeggio in continuo – che permettono di tener dietro ad ordinativi che permangono elevati. Si introducono miglioramenti che riguardano il risparmio energetico (crisi petrolifera del 1973), la salvaguardia dell’ambiente (legge Merli del 1976), l’introduzione dell’informatica, e l’adozione di nuove metodologie di tintura frutto di un’attività di ricerca in laboratorio. Dagli anni Novanta a oggi (1990-2006) Con gli anni novanta, le dimensioni del declino europeo si fanno più evidenti a causa dell’ingresso di nuovi paesi emergenti che hanno esteso la loro presenza non solo al tessuto ma anche alle lavorazioni successive. Molti produttori locali, optano per la delocalizzazione, in tutto o in parte, dell’attività e ciò ha aggravato la posizione delle imprese che svolgono una funzione intermedia lungo la filiera produttiva (attività di nobilitazione del prodotto). Al pari delle altre imprese del settore, la Clerici ha registrato a partire dagli anni novanta un forte calo di produzione riuscendo tuttavia a non ridurre il personale che rappresenta un patrimonio d’esperienza. Gli impianti potenziati negli anni oggi sono sottoutilizzati perchè la produzione si è attestata a meno della metà rispetto agli anni settanta e le lavorazioni spesso riguardano quantitativi esigui di materiale, inadatti a macchinari realizzati per la produzione di scala. Per affrontare la crisi è oggi necessario che le imprese del settore compiano uno sforzo di razionalizzazione dei processi, anche integrando i propri impianti , e che rispondano alla concorrenza dei bassi prezzi puntando sull’accuratezza e sulla velocità del servizio offerto. Oggi, sempre più spesso, il fattore discriminante nella competizione è il tempo di risposta al mercato e, su questo terreno, la lontananza dei paesi in via di sviluppo consente ancora di contrastarne la concorrenza. Sin dalla seconda metà dell’Ottocento, Gallarate è uno dei nuclei di sviluppo dell’industria cotoniera italiana.Nel 1869 Giovanni Clerici vi avvia un’attività di tintoria e finissaggio che si sviluppa a supporto delle importanti imprese cotoniere della zona (Crespi, Ottolini, Bassetti). Può contare sulla presenza di una manodopera locale di formazione artigianale che costruisce con l’impresa un rapporto di eccezionale continuità. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, l’impresa conosce avvicendamenti generazionali e proprietari passando sotto
Galli & C. Srl
Industria Galli & C. Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Galli & c. srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ideazione grafica, stampa litografica, legatoria, editoria e modulistica INDIRIZZO | Via Rosmini 20 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-810433 | F. 0332-265190 | www.tipografiagalli.it Una storica tipografia varesina tra editoria e stampa (1874-1945) Il nome della tipografia, le cui origini risalgono alla fine del XVIII secolo, si deve ad Eugenio Galli che nel 1874 rileva l’attività da Andrea Ubicini. Prima di loro la tipografia, che per oltre mezzo secolo è stata la sola attiva a Varese, era stata condotta dai Motta e Pedemonti e da Giuseppe Rainoldi. Di Eugenio Galli, nato nel 1849, sappiamo che è figlio di Santino e che ha preso parte in tenera età ad alcuni moti patriottici tra il 1859 e il 1861. Sotto la nuova gestione l’impresa mantiene per alcuni anni il nome di Ubicini e nel 1879 riceve una menzione alla Mostra industriale tipografica e delle arti affini di Milano. Una carta intestata degli anni ottanta riporta per esteso il dettaglio delle attività svolte: “Premiata Ditta Ubicini di Galli Eugenio in Varese, con Tipografia, Legatoria, Libreria e Rappresentanza in Litografia, Calcografia ed Incisioni”. Tra gli anni settanta e ottanta Galli apre una succursale anche ad Arona, abbandonando il nome del predecessore e assumendo il proprio nella denominazione. Con i tipi di Ubicini prima e di Galli poi vengono pubblicati volumi sulle attrazioni turistiche della città di Varese e del circondario, libretti teatrali, trattati scientifici e tecnici, sillabari e altri libri scolastici. La tipografia è tra le maggiori in città e secondo i dati del Ministero di agricoltura, industria e commercio, nel 1900 dispone di un motore a gas a due cavalli, tre macchine da stampa, un torchio a mano e sette operai. L’impresa conserva tuttora nella propria sede un torchio risalente alla seconda metà dell’Ottocento. L’attività di Eugenio Galli prosegue fino ai primi decenni del XX secolo e gli fa guadagnare la fama di buon editore e di severo principale. Nella ditta di Galli lavora come tipografo Michele Baioni, nato ad Azzate nel 1872. Nel febbraio 1929 Baioni costituisce con i soci Gino Nicora (Sant’Ambrogio Olona, 1905) e Luigi Ciotti (Comerio) la società in accomandita semplice Ditta Galli & C. di Baioni, Nicora & C. che rileva l’attività dal precedente titolare. L’apporto dei tre soci è diversificato: Baioni ha maturato una lunga esperienza nel settore tipografico e conosce la ditta dall’interno; il ventiquattrenne Nicora è ragioniere al momento della costituzione e diviene dottore commercialista pochi anni dopo. Di Luigi Ciotti abbiamo meno notizie: alla costituzione si definisce “esercente”, è socio accomandante e il suo apporto nella società si limita al capitale. I due soci accomandatari appartengono a generazioni diverse e nell’atto costitutivo questi indicano atipicamente come propri “eredi” il figlio Attilio nel caso di Baioni e il padre Giovanni nel caso di Nicora. La sede della tipografia, che si sviluppa su un piano terreno e un seminterrato, è nel centro di Varese, in piazza Giovine Italia 3. L’attività, sotto la guida di Baioni e con la supervisione amministrativa di Nicora, si sviluppa rapidamente e la produzione, che sotto la gestione di Galli aveva il punto di forza nella stampa di guide turistiche e testi teatrali, si afferma nel settore delle pubblicazioni mediche e amministrative. Alcuni esempi sono i protocolli del Regolamento organico per la condotta medico-chirurgica e quelli del Regolamento per la condotta ostetrica, entrambe pubblicati negli anni trenta e utilizzati dagli operatori sanitari della provincia. Nel 1942 Michele Baioni dona le proprie quote della società al figlio trentaduenne Attilio, tipografo come il padre. L’apprendistato di Attilio è un difficile itinerario tra i diversi impegni bellici che lo portano a combattere in Africa e in Spagna dopo il servizio militare; nel 1943 si trova in Sicilia e nel corso del difficile rientro a Varese si ferma qualche mese a lavorare come tipografo a Roma. Solo nel 1946 Attilio riesce a rientrare a Varese e a dedicarsi con continuità all’impresa. Gino Nicora, di pochi anni più grande del nuovo socio, presta servizio durante la guerra come alpino e, una volta rientrato a Varese, prosegue la propria attività professionale autonoma, mantenendo la responsabilità amministrativa della società. Dal dopoguerra agli anni settanta (1946-1980) La produzione di stampati per le amministrazioni pubbliche e gli enti locali, già avviata negli anni trenta, diviene uno dei settori di maggiore sviluppo per la tipografia nel periodo successivo alla guerra. Per la redazione di questi prodotti la tipografia si serve di un consulente esterno, il segretario di un comune della provincia, che è sempre ben informato su tutte le modifiche burocratiche e che aiuta l’impresa a fornire con tempismo materiali sempre aggiornati. Attilio Baioni è il referente commerciale della tipografia e questa attività rappresenta il suo impegno principale. Quando ha del tempo a disposizione dà il proprio contributo in laboratorio dove però, a causa della presenza saltuaria, non assume responsabilità su lavorazioni specifiche, preferendo assistere i propri collaboratori dove sia più utile volta per volta. Per la sua velocità nel lavoro manuale si dedica spesso a smontare le composizioni e riporre in ordine le lettere. La gestione e il coordinamento della produzione quotidiana sono affidati all’esperto collaboratore Angelo Buzzi, il cosiddetto “proto”. Il rapporto di Baioni con i propri collaboratori è improntato alla sincera amicizia e capita spesso che in occasione di festività e vacanze si frequentino con le rispettive famiglie. Il socio accomandante Luigi Ciotti muore nel 1955 e le quote di sua proprietà vengono ereditate dai tre figli Alessandro, Battista e Carla, senza un loro diretto coinvolgimento operativo. Un nipote di Luigi, Giorgio Ciotti, lavora invece per alcuni anni come operaio nella tipografia. I figli di Nicora e di Baioni si prestano come garzoni nell’impresa dei genitori durante le vacanze scolastiche: Giuseppe Nicora alla fine degli anni cinquanta e Michele Baioni a partire dalla metà degli anni sessanta. Quest’ultimo prosegue la collaborazione anche da maggiorenne, girando la provincia di Varese in auto per consegnare gli
Fratelli Galli
Industria Fratelli Galli DENOMINAZIONE SOCIALE | Fratelli Galli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Segheria e carpenteria, lavorazione del legno in generale INDIRIZZO | Via Via Legnano 185 | 21030 | Marnate (VA) CONTATTI | T. 0331-600398 | F. 0331-604735 Le origini dell’impresa (1890-1929 ) L’impresa è attiva sul territorio già alla fine dell’Ottocento. Davide Galli lascia il lavoro alla Pomini di Castellanza e in pochi anni, insieme ai fratelli Antonio e Giuseppe, acquista dalla curia di Olgiate Olona un grosso appezzamento in Marnate. Su questo terreno avviano una prima attività di segheria utilizzando macchinari elettrici. Viene acquisita una concessione di energia elettrica dalla società Vizzola. L’energia, inutilizzata durante la notte, viene ceduta al comune di Marnate che già nel 1901 può pionieristicamente vantare una illuminazione pubblica e privata elettrica. Nel 1908 i fratelli Galli acquistano il diritto di taglio di un bosco di quercia in Abruzzo per la fornitura di traversine destinate alla costruzione della ferrovia in valle Olona-Valmorea. Il materiale non si rivela idoneo per questo utilizzo e viene trasformato in carbone, mentre le traversine vengono prodotte con legno della zona. Durante la Prima guerra mondiale, con gli uomini impegnati nel conflitto, saranno le donne della famiglia a mantenere attiva l’impresa. Nel 1922 Davide Galli e il figlio Augusto registrano l’impresa alla Camera di commercio di Milano (che allora aveva la competenza sul territorio di Marnate) con la denominazione “F.lli Galli sas” e indicando nell’oggetto sociale le attività di segheria e carpenteria. L’attività dagli anni ’30 fino alla seconda guerra mondiale (1930-1955) Negli anni trenta la società F.lli Galli acquisisce boschi in Val d’Ossola e il fratello minore di Augusto, Giuseppe , di 20 anni più giovane, vi si reca per curarne l’attività. L’aumento di lavoro rende necessario l’affitto di una segheria sul posto che affianca la produzione della sede di Marnate. Il taglio dei boschi comporta un forte incremento della mano d’opera impiegata che raggiunge le 250 unità. Occorre anche adeguare tutta la struttura logistica alle nuove dimensioni: bisogna organizzare gli approvvigionamenti, costruire teleferiche, trasportare il legname sino alla sede principale. Nel 1935 la richiesta di fornitura di legname da carpenteria aumenta notevolmente, in seguito all’impegno da parte di aziende della zona alla costruzione di case prefabbricate destinate all’Etiopia. Nel 1943 si apre una grave crisi: Giuseppe muore accidentalmente; né il fratello Augusto né i cugini Pietro e Natale sono in grado di sostituirlo nei cantieri in Val d’Ossola. Gli subentra Amedeo , fratello giovane di Antonio, già attivo presso la segheria a Marnate. Il momento di crisi è testimoniato dalla messa in liquidazione dell’impresa, che ne fa presagire la cessazione. Tuttavia, alla fine della Seconda guerra mondiale entrano in azienda le nuove generazioni : il figlio di Augusto, Gian Mario, e il cugino Orlando , figlio di Pietro assumono pienamente la gestione dell’impresa. Grazie al loro apporto, nello stesso anno si decide di acquisire un grande bosco a Calanca Castiglione in Val Segnara, una valle minore della Valle Anzasca. Ciò consente di sviluppare una forte attività nella vendita di legname da opera e da ardere. Viene avviata anche l’attività di rivendita di bare che proseguirà sino agli anni sessanta. Dal 1956 agli anni settanta (1956-1980) L’impresa, uscita ufficialmente dallo stato di liquidazione nel 1956, partecipa direttamente alla fase di intenso sviluppo determinato dalla ricostruzione post-bellica. Il boom edilizio incrementa la produzione di carpenteria mentre la ripresa delle esportazioni guidata dalle grandi imprese del Legnanese incoraggia la produzione di casse da imballo. Tramonta invece rapidamente l’importanza dell’acquisto dei boschi da taglio, tanto che a metà degli anni sessanta vengono eseguiti gli ultimi lotti. La rinuncia al taglio diretto è causata dall’aumento dei costi: di anno in anno occorre garantire standard sempre più elevati di sicurezza agli operai e la presenza di cantieri boschivi richiede l’impegno sul posto da parte dei titolari. Diventa a questo punto più conveniente acquistare il legname già tagliato dai produttori e dedicarsi alle fasi successive della lavorazione. Con la fine dei boschi viene meno il commercio della legna da ardere, che è rimasto solo per i residui della lavorazione degli imballi. Dagli anni cinquanta agli anni settanta per oltre un ventennio, Gian Mario Galli è impegnato a livello politico nel comune di Marnate e ricopre per la Democrazia cristiana la carica di consigliere comunale, di assessore ai lavori pubblici e poi di sindaco per dieci anni consecutivi. L’ingresso dell’ultima generazione. Dal 1981 ad oggi (1981-2006) Nel 1981 la forma giuridica e la denominazione vengono modificati nell’attuale “Fratelli Galli srl”. Pur avendo vissuto nell’azienda di famiglia fin da ragazzo, Lorenzo Galli entra ufficialmente nell’impresa solo nel 1986, dopo aver svolto l’attività di insegnante per dieci anni nelle scuole superiori. In questi anni entra in azienda anche la sorella Franca per le mansioni di gestione contabile. Assistiamo così all’avvento dell’informatica, soprattutto nell’ambito della contabilità e della progettazione in autocad di lavori di carpenteria e imballaggi. Le condizioni complessive del mercato negli anni ottanta e per buona parte degli anni novanta non presentano elementi di trasformazione o di variabilità che invece sono stati percepiti in modo brusco in altri settori. Solo nell’ultimo decennio la situazione di fatica dell’economia ha iniziato a farsi sentire. In questi anni, infatti, si è registrata una variazione nei consumi di legname da carpenteria. Con la grande diffusione del tetto cosiddetto “mansardato”, è aumentata la richiesta di legname “tecnicamente ineccepibile”, senza difetti di sorta (spaccature e torsioni). Per questi motivi, ha preso piede l’utilizzo del legno di tipo lamellare (cioè incollato a strati sovrapposti) prodotto in Trentino e Austria. Il tetto viene predisposto in pezzi tagliati e destinati ad essere assemblati a incastro, controllati con macchine a controllo numerico e infine montati inopera molto velocemente. Ciò ha portato a un minor utilizzo della segheria che rimane pur sempre il sistema migliore per ottenere legname da taglio il più naturale possibile: il lamellare è infatti un legno composto artificialmente, è dunque inerte, non vive, non respira, non si assesta come avviene per il legno naturale. Oggi, per
Fratelli Crespi Industria Grafica
Industria Fratelli Crespi Industria Grafica DENOMINAZIONE SOCIALE | Fratelli Crespi industria grafica srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Litografia, editoria INDIRIZZO | Via Mazzel 49 | 21030 | Cassano Magnago (VA) CONTATTI | T. 0331-201178 | F. 0331-203100 | www.graficacrespi.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1923-1964 ) Antonietto Crespi, nato nel 1904, lavora presso un’azienda di arti grafiche a Gallarate e nelle ore serali, presso la sua abitazione di Cassano Magnago, con l’aiuto del fratello Luigi, svolge in proprio piccoli lavori di stampa. Così si avvia, nel 1923, la Tipografia Cartoleria Fratelli Crespi, iscritta alla Camera di commercio come società di fatto nel 1927. La tipografia è in via Carducci, mentre il negozio di cartoleria, seppure nella stessa zona della città, è aperto in via San Giulio. Nel 1935, Luigi Crespi si ritira per malattia dalla società e viene sostituito dal fratello minore Gino, che si occupa dei rapporti con la clientela. Nel secondo dopoguerra, la Tipografia Crespi lavora per banche locali quali il Credito varesino e la Banca industriale gallaratese e per le industrie della zona, composte principalmente da bilanciai e da imprese meccanico-tessili. Spostandosi spesso a Milano fra il 1955 e il 1960 riescono anche ad ottenere commesse dal Credito italiano e dalle Assicurazioni generali che divengono in questi anni i loro clienti più importanti. La Tipografia Crespi fornisce ai clienti tutto il cosiddetto “stampato commerciale” come i biglietti da visita, la carta da lettere, le buste e le bolle di consegna. Non mancano, inoltre, lavori pubblicitari quali cataloghi, illustrazioni pieghevoli, calendari e agende. Dal 1965 al 1979 Nel 1965, la Fratelli Crespi inizia ad introdurre nuove macchine litografiche in sostituzione di quelle tradizionali a piombo. La macchina litografica permette una maggiore velocità di stampa aumentando sensibilmente il numero di copie stampate ogni ora. Ciò comporta, però, qualche difficoltà tecnica iniziale e la necessità di istruire i dipendenti per questo nuovo tipo di macchine. Nel 1968, il ramo cartoleria, gestito dalla sorella Rosa e dalla madre Lucia Carabelli, viene ceduto per concentrarsi sull’attività litografica. Nello stesso anno Gino Crespi muore improvvisamente e gli subentrano la moglie, Rosa Castiglioni, e il figlio Claudio. Nel 1969 entra ufficialmente in società anche il figlio di Antonietto, Luigi, che pure già da un decennio lavora di fatto nell’impresa. Ben presto, nel 1971, i due rimangono i soli a continuare l’attività di famiglia con il recesso dalla società degli eredi di Gino Crespi. Antonietto, per formazione e consuetudine, continua ad occuparsi degli aspetti tecnici dell’impresa; il figlio Luigi si occupa dell’amministrazione della società. Nel 1972, però, terminati gli studi di perito meccanico, entra in azienda anche il secondo figlio di Antonietto, Luciano Crespi. Nel 1974 l’azienda cambia sede e si sposta in quella attuale di via Mazzel, in nuovi capannoni e con macchine nuove. Lo spostamento dell’attività in nuovi spazi coincide con il momento di massima crescita dell’impresa che arriva a contare 25 dipendenti. Il lavoro con le banche inizia, però, a diminuire perché l’impresa decide di non investire in macchine a modulo continuo, non potendo così far fronte rapidamente alle richieste della committenza. Dal 1980 ad oggi Nel 1980 la ragione sociale diviene “Fratelli Crespi Industria Grafica di Crespi A. & C.” snc, modificando l’oggetto sociale che comunque prevede sempre l’attività tipolitografica e la vendita di stampati, specie di tipo pubblicitario. L’anno seguente la società viene trasformata in accomandita semplice, tramite l’ammissione dei soci accomandanti Emilia Ferrario (moglie di Antonietto Crespi), Gabriella Cardani (moglie di Luigi Crespi) e Daniela Mazzucchelli (moglie di Luciano Crespi), con Luigi e Luciano come soci accomandatari. Al 1983 risale la definitiva trasformazione in srl con Antonietto Crespi amministratore unico. Persi i contatti con le banche, ora non più locali perché assorbite da altri istituti con conseguente cambiamento di sede, i clienti principali rimangono, le imprese della zona, della provincia di Varese e dell’alto milanese. L’avvento del computer e delle sue applicazioni in campo litografico, fa sì che l’impresa inizi un costante processo di rinnovamento e aggiornamento delle proprie macchine per non rimanere arretrata tecnologicamente e quindi perdere delle commesse. All’evoluzione tecnologica corrisponde una contemporanea ma lenta diminuzione del personale per via di successivi pensionamenti non più sostituiti con nuove assunzioni. Nel 1994 viene assunto da Luigi Crespi un grafico professionista in modo che la società possa seguire meglio la clientela proponendo l’ideazione grafica. Nel 1995 muore Antonietto Crespi all’età di novant’anni. L’anziana moglie gli succede nella carica di amministratore unico e dopo pochi mesi la gestione è affidata a un consiglio d’amministrazione composto da Gabriella Cardani e Daniela Mazzucchelli. Nel 1997 la Fratelli Crespi inizia l’attività editoriale di libri e periodici. Questa scelta è dettata dai vantaggi fiscali che permettono a privati o ad enti locali, quali i Comuni, di commissionare la stampa di monografie a prezzi meno onerosi. Il mercato della F.lli Crespi è costituito principalmente da imprese industriali, quindi la crisi di questi ultimi anni e la chiusura di alcune imprese locali ha fatto diminuire il numero di clienti, in parte sostituiti da nuove commesse provenienti dal settore terziario (studi di consulenza, agenzie pubblicitarie) per gli stampati pubblicitari. Il materiale commerciale (fatture, lettere, buste) è andato invece diminuendo perché l’evoluzione del computer consente anche alle piccole realtà di rendersi autonomi. La F.lli Crespi, che oggi conta 16 dipendenti, mantiene attivi contatti con altre tipografie in modo da potersi appoggiare a terzi per far fronte a picchi di produzione per commesse concomitanti. Ciò soprattutto perché, mentre una volta il lavoro si distribuiva in forma più equilibrata sull’intero anno e i tempi erano più facilmente programmabili, la caratteristica della produzione odierna è la concentrazione in alcuni periodi (ad esempio le fiere) e la maggiore urgenza della lavorazione. La ricerca dei clienti non viene perseguita attraverso figure commerciali interne all’impresa ma viene lasciata al buon nome dell’azienda. Pur non essendo un problema immediato, la successione è una questione sentita dai titolari. Attualmente non è previsto il coinvolgimento di esponenti della famiglia per cui si cercano possibili soluzioni che salvaguardino la solidità e
Fratelli Alberti
Industria Fratelli Alberti DENOMINAZIONE SOCIALE | Fratelli Alberti srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Costruzione di macchine e accessori per calzaturifici e pelletteria INDIRIZZO | Via Brunico 75 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-333619 | F. 0332-331761 | www.fratellialberti.com Le origini dell’impresa (1937-1949) Faustino Alberti, originario di Campo San Martino in Veneto, si sposta una prima volta nel Varesotto durante la Prima guerra mondiale, dovendo prestare servizio militare a Tradate, presso la fabbrica di motociclette Frera. Di ritorno in Veneto, diviene manutentore delle macchine agricole della famiglia Breda. Nel 1937, spinto da maggiori opportunità di lavoro, si trasferisce a Varese, senza mai stabilirvisi definitivamente, aprendo un negozio di ciclista in viale Belforte. Insieme a Faustino, in tempi diversi, si trasferiscono i figli: Alberto, maestro e poi impiegato nell’amministrazione centrale di Milano della Breda, Antenore, Arnaldo e Adelio che lavorano tutti alla Macchi. Una figlia, Lina, sarà anch’essa a Varese già nel 1938 come lavorante presso la Cornelia Conciaria. Nel negozio di ciclista, inizia una piccola attività parallela di lavorazione meccanica che darà alla luce il primo prototipo di macchina per calzaturifici e pelletteria. Nel 1945 la ditta Barenghi di Milano, importatrice delle macchine per pellami tedesche Fortuna, propone agli Alberti di produrre una macchina smussatrice fornendo l’attrezzatura necessaria che sarebbe stata ripagata in conto lavori. Alberto Alberti, viene convinto dai fratelli a lasciare il posto di lavoro alla Breda per curare l’amministrazione dell’azienda di famiglia. L’impresa nel 1949 viene registrata in Camera di Commercio, i soci sono i fratelli Arnaldo e Adelio e la moglie di Antenore, deceduto nel 1948, Emma Pierobon. Arnaldo si dedica alle pubbliche relazioni e alla parte commerciale, Adelio si occupa della produzione e del rapporto coi dipendenti. Emma Pierobon si impegna anch’essa nell’amministrazione. Già nel 1948 la F.lli Alberti tenta di valicare i confini nazionali avviando trattative, con una azienda del posto, per esportare in Argentina. L’attività dagli anni cinquanta e sessanta (1950-1969) L’impresa vive pienamente il periodo del boom economico. Dagli anni cinquanta, la produzione si divide in due grandi settori: quello delle macchine per calzaturifici e pelletterie e quello motoristico, intrapreso soprattutto per la passione comune ai tre fratelli per le corse motociclistiche . Nel 1954 si avvia la produzione di motori a scoppio per motocicli. In questo ambito sono numerose le imprese del territorio che si servono della F.lli Alberti. La prima fra essi è la Ganna di Varese, successivamente la Parilla, la Guzzi, la Bianchi, l’Harley-Davidson- AerMacchi. Sempre nel 1954 l’impresa si trasforma in snc e arriva a impiegare circa 50 dipendenti. Già a partire dagli anni sessanta però, il settore motoristico viene progressivamente abbandonato per dedicarsi completamente a quello, molto più redditizio, delle macchine per pellami.In questi anni infatti l’impresa deposita i primi brevetti di modifiche e migliorie apportate alle macchine. Gli anni settanta e ottanta (1970-1989) Nel 1975 Adelio apre, parallelamente al proprio impegno nella F.lli Alberti, una propria impresa per la produzione di coltelli a campana , un prodotto che non viene trattato dai suoi soci. Questa scelta trova spiegazione nella volontà di Adelio di dare ai propri cinque figli la possibilità di continuare nell’attività industriale, possibilità che allora non intravedeva nella F.lli Alberti per il folto numero di nipoti che avrebbero ereditato l’impresa una volta ritiratisi i fondatori. Nel 1978 Arnaldo esce dall’impresa cedendo le sue quote al fratello e alla cognata. Nel 1981 Luigi Alberti, figlio di Adelio, sostituisce lo zio Alberto nella cura dell’amministrazione e l’azienda torna ad essere una srl. Gli anni ottanta sono ancora anni positivi per la F.lli Alberti, attiva nella partecipazione alle fiere di settore e sempre più proiettata nell’esportazione dei propri prodotti. Alla fine degli anni ottanta però, l’uscita dall’impresa di Emma Pierobon, e la necessità di liquidarle la quota del 50%, costringe la F.lli Alberti a mantenere delle dimensioni limitate. Questo, inoltre, a fronte di un irrobustirsi della concorrenza, soprattutto sul territorio ma anche estera. Dagli anni Novanta ad oggi (1990-2006) La crisi, per la F.lli Alberti, inizia negli anni novanta a partire dalla prima guerra del Golfo. Soprattutto, si fa sempre più sentire la concorrenza estera: il decentramento della produzione calzaturiera e del pellame in paesi caratterizzati dal basso costo della manodopera, annulla il vantaggio relativo di una produzione meccanica più tecnologicamente avanzata come quella della F.lli Alberti. Per questo si decide di aprire una società in Cina , con un socio di Hong Kong, per abbassare i costi di produzione e soprattutto per essere presenti direttamente in un mercato dove ormai si produce circa l’80% della produzione mondiale di scarpe. Un’altra via per contrastare la crisi in corso del settore delle macchine per calzaturifici (che in pochi anni ha visto diminuire le vendite all’estero del 45%) è costituita dalla ricambistica. La stessa F.lli Alberti, deve ormai circa la metà del proprio fatturato alla produzione di ricambi. L’azienda vede ancora fortemente presente nella sua conduzione la famiglia Alberti in quanto sui 25 dipendenti attuali si contano i cinque figli di Adelio con due generi e la nuora. Faustino Alberti, originario di Campo San Martino in Veneto, si sposta una prima volta nel Varesotto durante la Prima guerra mondiale, dovendo prestare servizio militare a Tradate, presso la fabbrica di motociclette Frera. Di ritorno in Veneto, diviene manutentore delle macchine agricole della famiglia Breda. Nel 1937, spinto da maggiori opportunità di lavoro, si trasferisce a Varese, senza mai stabilirvisi definitivamente, aprendo un negozio di ciclista in viale Belforte. Insieme a Faustino, in tempi diversi, si trasferiscono i figli: Alberto, maestro e poi impiegato nell’amministrazione centrale di Milano della Breda, Antenore, Arnaldo e Adelio che lavorano tutti alla Macchi. Una figlia, Lina, sarà anch’essa a Varese già nel 1938 come lavorante presso la Cornelia Conciaria. Nel negozio di ciclista, inizia una piccola attività parallela di lavorazione meccanica che darà alla luce il primo prototipo di macchina per calzaturifici e pelletteria. Nel 1945 la ditta Barenghi di Milano, importatrice delle macchine per pellami tedesche Fortuna, propone agli Alberti di produrre una macchina smussatrice fornendo
Felli
Industria Felli DENOMINAZIONE SOCIALE | Felli spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzioni di arredo sacro in metallo (calici, pissidi, tabernacoli e altro) INDIRIZZO | Via Clivio 2 | 21056 | Gemonio (VA) CONTATTI | T. 0332-601062 | F.0332-604443 | www.fellispa.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1880-1959) L’impresa prende origine da un’attività impiantata a Gemonio nel 1880 da un imprenditore di Milano che rileva un mulino e ne sfrutta la forza motrice prodotta per la creazione di arredi sacri. Nel 1914 l’azienda viene rilevata, per difficoltà economiche della proprietà, da Pietro Felli e Isidoro Bodini, suo socio alla pari, entrambi di Gemonio. Pietro Felli si è formato come scalpellino negli Stati Uniti dove era emigrato a fine Ottocento e grazie a questa esperienza si dimostra portato e capace tecnicamente a continuare la produzione di oggetti metallici per l’arredo sacro cattolico (calici, pissidi, tabernacoli, candelieri ecc.), arrivando ben presto a impiegare nella produzione circa quindici dipendenti. Nel 1935 la fabbrica apre un deposito a Milano per potere meglio servire la clientela. Due anni dopo Pietro Felli muore e la gestione dell’attività passa ai figli Alfredo e Tullio . Tullio, però, scompare prematuramente nel 1942, poco più che trentenne, e l’impresa rimane di fatto nelle mani di Alfredo Felli che la guida fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Nel 1947 Isidoro Bodini, ormai stanco e anziano, decide di ritirarsi dall’attività e la sua quota, dopo un breve passaggio nelle mani di Luigi Andreoli, viene acquisita dalla famiglia. All’impresa comincia ad interessarsi, seppur saltuariamente, Paolo Fraschini, marito della figlia di Tullio, Franca, appartenente ad una antica famiglia di imprenditori conciari di Brenta e principalmente occupato nella gestione della sua impresa. Nel 1950 Alfredo Felli cede la sua quota dell’attività al figlio Luciano e la società apre negli stessi anni un deposito anche a Roma. Dal 1960 al 1977 Nel 1960 Franca Felli e il marito Paolo Fraschini, cui Luciano Felli cederà nel 1961 la propria quota, diventano amministratori della società, mentre il fratello di Paolo, Luigi Fraschini, viene nominato procuratore. Quest’ultimo, chimico, si interessa alle problematiche riguardanti gli impianti dell’azienda, quali le vasche galvaniche, mentre il fratello Paolo si dedica alla commercializzazione dei prodotti. Alla creazione di oggetti per l’arredo sacro si accompagna la produzione di oggetti di semiantiquariato, cioè fatti con antichi stampi, e quindi riproduzioni di modelli passati. Il Concilio Vaticano II, apertosi nel 1962, porta, con la revisione e il cambiamento delle liturgie della Chiesa, all’abbandono totale di alcuni oggetti di uso liturgico o alla loro radicale semplificazione modificando sensibilmente il mercato. Alcune imprese storiche dell’arredo sacro come la Bertarelli di Milano chiudono e parte degli stampi da essa utilizzati vengono salvati dalla distruzione da Paolo Fraschini che decide di acquistarli. Anche l’impresa Felli vive una drastica riduzione delle vendite e tenta di supplire alla perdita del proprio settore di produzione volgendosi al settore similare delle premiazioni sportive . Nei primi anni sessanta infatti, la premiazione sportiva è una premiazione d’élite realizzata in argento o in ottone, cesellata a mano, ben finita, molto simile, quindi, nelle tecniche di produzione a quelle utilizzate per l’arredo sacro. Ciò permette all’impresa di utilizzare le stesse attrezzature e di entrare in un mercato ancora ridotto ma caratterizzato da altissime potenzialità di espansione. A poco a poco, infatti, ci si concentra sulla produzione di coppe sportive abbandonando in parte l’arredo sacro. Questo settore sportivo si evolve e si amplia in modo esponenziale a partire dal 1965. Già nel 1968 gli addetti salgono a 55 e l’azienda si avvia a divenire una delle maggiori produttrici di coppe e trofei in Italia. Le persone che traghettano l’impresa in questo passaggio postconciliare, sono Paolo e Luigi Fraschini coadiuvati dal direttore Pierluigi Corbetta. Intorno al 1975, anno di massima espansione per il settore e per l’impresa, si giunge al numero di 104 dipendenti. In quel momento la produzione è per il 95% costituita dalle coppe sportive e solo il restante 5% consiste nell’arredo sacro. Nel 1978 entra nell’impresa Antonio Fraschini , figlio di Franca Felli e Paolo Fraschini, all’età di ventitré anni. Dopo aver conseguito un diploma di ragioneria e una breve parentesi universitaria, egli opta per l’impegno nell’impresa materna, mentre la sorella Gloria si dedicherà alla cura della conceria paterna. Dal 1978 ad oggi Agli inizi degli anni ottanta, inizia però per l’impresa una fase di crisi con lo scadere della coppa sportiva da oggetto élitario e prezioso a oggetto più semplice, molto meno costoso, da distribuire a tutti i partecipanti di una manifestazione sportiva. Ciò muta la tipologia di produzione che, per abbattere i costi, deve comprare sul mercato i vari componenti e limitarsi all’assemblaggio. É un rovesciamento dello stile di lavoro dell’impresa Felli orientato a mantenere al proprio interno l’intero ciclo produttivo, dalla lastra di metallo al prodotto finito. Nella nuova situazione il basso ricavo unitario costringe l’impresa a incrementare il personale e ad accrescere i costi fissi, appesantendo la gestione e mettendo in crisi il suo equilibrio economico. Antonio Fraschini vede la soluzione nel ritorno al settore originario dell’arredo sacro , riannodando i rapporti persi con un mercato nel quale il buon nome della ditta Felli era ancora ricordato. Inizia così a partire dal 1983 un lungo periodo di ristrutturazione dell’impresa. Nel 1984 l’impresa si trasforma in srl: il consiglio d’amministrazione è composto da Paolo Fraschini (presidente), Franca Felli, Antonio e Gloria Fraschini. Il fatturato rimane pressoché invariato ma è realizzato con la produzione di un numero minore di oggetti di valore unitario più elevato. Ciò comporta la progressiva riduzione del personale, una manovra che inizialmente grava interamente sull’impresa, dato che Paolo Fraschini avverte il ricorso alla cassa integrazione come un disonore. Nel 1988 l’impresa si trasforma in società per azioni e a partire dai primi anni novanta, a ristrutturazione conclusa, si dedica quasi esclusivamente all’arredo sacro, settore in cui oggi è fra le prime e più importanti imprese in Italia. L’esportazione copre il 50% della produzione annua e si dirige soprattutto verso l’Europa, l’America latina, il Nord America,
Federico Aspesi
Industria Federico Aspesi DENOMINAZIONE SOCIALE | Federico Aspesi srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione tessuti e accessori a contenuto moda ricamati e agugliati con brevetto e marchio proprio INDIRIZZO | Via del Lavoro 13 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793210 | F. 0331-799631 | www.federicoaspesi.it Anastasio Aspesi e i suoi primi soci (1903-1945) Nella seconda metà degli anni novanta una serie di trasformazioni interessa la Federico Aspesi industria del ricamo srl, sia sul piano dell’attività commerciale e produttiva che su quello dell’assetto proprietario e dell’organigramma dirigenziale. La filiera produttiva dell’abbigliamento confezionato si va trasformando: il settore “pronto moda” scade qualitativamente e perde la sua profittabilità economica mentre si sviluppa il lavoro “programmato” che richiede maggior coordinamento con stilisti, fiere di settore, converters e gruppi d’acquisto. I nuovi contatti commerciali sviluppati da Antonio si orientano in tal senso e nel 1995 torna in azienda anche Federico che inizia a occuparsi a fondo del rinnovamento dell’apparato produttivo, in gran parte fondato sulle macchine da ricamo acquistate nel 1962. Vengono acquistati nuovi impianti per l’agugliatura dei “tessuti non tessuti” e si studiano soluzioni per riconvertire le vecchie macchine alle nuove lavorazioni. Con il 1996 anche Nicola lascia l’Imagotessile e raggiunge i due fratelli, portando con sé l’esperienza maturata come amministratore della consociata e diventando il nuovo presidente della società che abbrevia il nome in “Federico Aspesi srl”. Nello stesso anno la famiglia Aspesi riprende il controllo maggioritario della società, cedendo in cambio agli altri soci le proprie quote di partecipazione nella Imagotessile. Nel 1998, dopo un ulteriore scambio di quote, Francesco controlla il 32%, Annamaria, Federico, Nicola e Antonio il 17% ciascuno. Il consiglio di amministrazione è composto da Nicola(presidente), dai suoi fratelli e dalla zia Annamaria. Nel 2000 la sede viene trasferita in via del Lavoro 13 e negli anni successivi la società progetta la costruzione di una nuova sede per la quale acquisisce un’area edificabile. Dopo alcuni anni di ritardi l’immobile è stato costruito ma l’impresa non ha ancora deciso se trasferirsi. Federico, Nicola e Antonio, sotto la guida esperta di Francesco, formano una squadra coesa e dinamica capace di portare ottimi risultati nel giro di pochi anni. La ricerca in campo tecnologico e meccanico, sviluppata in collaborazione con un produttore di macchine tessili di Busto Arsizio, porta nel 1998 al deposito di un importante brevetto industriale per l’uso del sistema di agugliatura sui tessuti per la moda. Nel 1999 viene acquistato il primo impianto per il ricamo rettilineo la cui messa a punto richiede alcuni anni. La crescita della rete commerciale e di contatti all’estero è l’altra linea di sviluppo che segue la Federico Aspesi: la quota del fatturato realizzata all’estero, che nel corso degli anni novanta, rappresenta tra il 10 e il 20% del totale, si attesta nell’ultimo decennio oltre il 50%, con importanti clienti in tutti i principali paesi del mondo. Dal 2000, alla tradizionale partecipazione alle fiera Moda In di Milano viene affiancata la presenza a Première Vision di Parigi e dal 2007 alla Preview di New York. Nel 2005 Annamaria decide di vendere le proprie quote a Federico, Nicola e Antonio, mentre l’anno seguente Francesco entra a far parte del consiglio di amministrazione. Negli ultimi quindici anni di continue trasformazioni il personale impiegato dalla Federico Aspesi è cresciuto fino a raggiungere i 25 dipendenti. Nel recente triennio tuttavia, per fronteggiare la contrazione degli ordini causata dalla crisi generale del mercato, la società ha dovuto fare ricorso alla cassa integrazione e a procedure di mobilità. Per contrastare la crisi l’impresa concentra i propri sforzi nell’innovazione dei materiali e dei processi produttivi. Questo impegno l’ha recentemente portata ad aggiudicarsi a Parigi l’Innovation Prize nel corso dell’ edizione 2011 dei Première Vision Awards, svoltasi nell’ambito di una delle più prestigiose esposizioni internazionali del tessile. Nel 2011 l’impresa è stata inserita nel Registro delle imprese storiche istituito da Unioncamere per valorizzare le aziende ultracentenarie presenti in tutta Italia. Federico Aspesi e la transizione dal commercio all’industria (1946-1975) Alla ripresa delle attività dopo la guerra la Anastasio Aspesi conta, oltre al titolare Federico, una quindicina di persone, tra impiegati, commessi viaggiatori e operai. Il figlio maggiore di Federico, Luigi, inizia nel 1953 a lavorare al fianco del padre seguito tre anni dopo dal secondogenito Francesco. Entrambi i fratelli sono diplomati in ragioneria e si impegnano sia nei viaggi di commercio e nelle relazioni con agenti e grossisti, sia nella realizzazione di nuove linee di prodotti. A cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta l’impresa riesce ad estendere la propria rete commerciale in Italia e inizia anche l’esportazione di foulard all’estero. Fino ai primi anni sessanta il mercato dei tradizionali foulard ricamati – e a partire dal 1958 di quelli stampati – è ancora il principale settore diattività e si concentra in particolare nelle regioni del centro-sud: su tutte Sardegna e Campania. Sucessivamente negli anni sessanta, con la contrazione del mercato dei foulard che determina la chiusura dell’azienda avviata da Anastasio e Pierino, viene ampliato il commercio di coperte e avviato quello di tappeti. La dimensione internazionale dell’impresa è fondamentale sia sul piano commerciale che su quello industriale: Aspesi è rappresentante per l’Italia di prestigiosi marchi europei e fa produrre all’estero articoli con propri marchi, come le coperte Anastasia e Federica prodotte a Leida, in Olanda. Sul piano produttivo gli anni sessanta segnano una svolta: nel 1962 si decide un importante investimento in nuovi macchinari per il ricamo dei tessuti. Nei primi anni la lavorazione è destinata all’abbigliamento ma prima degli anni settanta la Aspesi inizia la lavorazione di tendaggi e altri tessuti per l’arredamento . Le macchine vengono installate in un nuovo capannone che amplia la sede di via Maino e la forza lavoro impiegata raggiunge le 50 unità. Da allora l’attività industriale dell’impresa diviene preponderante rispetto al commercio all’ingrosso dei tessuti. Nel 1968 muore il titolare Federico e i suoi figli costituiscono una nuova società in accomandita semplice, la “Aspesi Anastasio di Luigi e Francesco Aspesi & C. sas”. I
Farmagomma
Industria Farmagomma DENOMINAZIONE SOCIALE | Farmagomma srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbrica e commercio di articoli stampati in gomma per l’industria in genere INDIRIZZO | Via Trieste 44 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 0332-200116 | F.0332-203311 | www.farmagomma.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1949-1966) Nel corso degli anni trenta, fino alla Seconda guerra mondiale, Waldemar Bragatti lavora presso la Vulcanova, impresa del ramo della gomma che principalmente rigenera copertoni di biciclette. Nel dopoguerra, rimasto senza lavoro, Bragatti decide di mettersi in proprio mettendo a frutto le conoscenze apprese durante il precedente impiego. Non avendo fondi sufficienti per avviare l’impresa, trova due soci di capitali, Eugenio Vailati e Bruno Furigo, con i quali costituisce, nel 1949, la società Farmagomma snc, con sede in via Cimabue a Varese, a duecento metri dalla sua abitazione. Il ruolo dei soci all’interno dell’impresa è limitato e l’attività è condotta quasi completamente da Bragatti. Poco dopo Waldemar conosce Melodia, un produttore di contagocce per l’industria farmaceutica e ne diventa il fornitore primario. In seguito allo sviluppo di questo settore e della ricerca di altri clienti, tra cui Capsulit, Drop e Stam Special, l’impresa abbandona la lavorazione di copertoni e si specializza nella produzione delle pompette per contagocce. I primi anni di vita della società coincidono con il boom economico e anche la Farmagomma conosce tassi di sviluppo altissimi. Nel 1960, per adeguarsi al nuovo livello di attività, il capitale sociale viene aumentato e Bragatti arriva a detenere il 60% della società. Due anni dopo, Vailati, che non aveva partecipato all’aumento di capitale, chiede di essere liquidato. In questi anni Bragatti prende contatto con Fradagrada, un commerciante in flaconi per farmaceutici, e la gamma dei prodotti si arricchisce così di tutta la serie di tappi utilizzati per la chiusura di bottiglie per fleboclisi e antibiotici che in quel periodo hanno un incremento esponenziale da parte degli ospedali. Le dimensioni dell’impresa rimangono però ridotte perché il titolare sa che l’espansione comporterebbe una maggiore complessità nella gestione. Dal 1967 al 1989 Nel giugno 1967, viene costruito l’impianto di Induno Olona nella quale la società trasferisce la propria sede mentre l’abitazione rimane a Varese. Nel dicembre 1972 l’impresa passa sotto l’esclusivo controllo della famiglia Bragatti: Furigo si ritira dalla società, e fa il suo ingresso come socio Maurizio Bragatti, figlio di Waldemar. Pur laureatosi in farmacia, Maurizio entra nell’impresa paterna così come era stato previsto e come lui stesso aveva sempre desiderato, ricevendo fin dall’inizio la piena responsabilità della conduzione dell’attività . Waldemar Bragatti infatti, pur rimanendo ufficialmente l’amministratore di Farmagomma, rinuncia progressivamente a una presenza attiva nell’impresa. Il lavoro viene quasi esclusivamente ottenuto grazie a rapporti diretti con i clienti e al passaparola degli stessi che permettono a Farmagomma di non ricorrere alla pubblicità. La principale fonte di lavoro per l’impresa è costituita dalle aziende dei due grandi poli biomedicali della Valtellina e del Modenese. I clienti principali di Farmagomma sono quelli di sempre, in un settore dove con difficoltà si cambiano i fornitori e si privilegia la qualità del prodotto fornito. Anche l’innovazione dei macchinari non subisce modifiche importanti poiché spesso il miglioramento della produttività porta a una relativa riduzione della manodopera impiegata, ma anche alla diminuzione del livello di qualità del prodotto. A volte, il cambiamento dei macchinari presenta più vantaggi fiscali che tecnologici. In questi anni i picchi delle esigenze di produzione sono affrontati con l’impiego di lavoranti a domicilio e di terzisti. Il 20 novembre 1978 l’impresa viene trasformata in società in accomandita semplice, cambiando denominazione in “Farmagomma sas di Bragatti Waldemar & c”. Il fondatore rimane socio accomandatario gerente, mentre Maurizio è accomandante e procuratore. Il 25 giugno 1981 la Farmagomma diviene una società a responsabilità limitata. In questo periodo l’impresa occupa un’area di più di 900 metri quadri, entro cui trovano posto i reparti di stampaggio, finissaggio ed il magazzino dei prodotti. Accanto allo stabilimento viene costruita una palazzina per dare nuovi spazi agli uffici. La società impiega una trentina di dipendenti e ha clienti sia in Italia che all’estero, quasi tutti concentrati nel settore farmaceutico e medico. Si affaccia nel frattempo la concorrenza asiatica, in particolare coreana, che provoca la cessazione di alcuni clienti della Farmagomma e nel biennio 1983-84 costringe l’impresa stessa a ricorrere alla cassa integrazione. La produzione asiatica è però di bassa qualità e ciò permette alle imprese europee del settore di recuperare le quote di mercato perse. Anche Farmagomma conosce, così, una ripresa significativa ed un nuovo periodo positivo che continua fino alla metà degli anni novanta. Dal 1990 al 2008 In quest’ultimo periodo l’impresa deve far fronte a una duplice difficoltà: da un lato un processo di concentrazione industriale con la formazione di grandi gruppi nel settore dei prodotti farmaceutici in gomma; dall’altra l’arrivo della concorrenza cinese. Nonostante le difficoltà la Farmagomma è tra le prime aziende del settore a conseguire la certificazione di qualità, nel 1996, intuendo l’importanza della soddisfazione finale dei clienti e della fornitura di prodotti con un livello qualitativo elevato. Farmagomma, che nel passato aveva scelto di non espandersi, non può competere con le grandi imprese che godono di una estesa rete commerciale; d’altro lato la concorrenza cinese ha imparato a fornire non solo prezzi molto bassi, ma anche prodotti di qualità. L’impresa allora, per aumentare il numero dei clienti storici, si rivolge ad una produzione di nicchia, sempre nell’ambito farmaceutico, per i settori dell’oculistica e della cosmetica che richiedono confezioni di qualità per i propri prodotti. Ciò comporta, dalla fine degli anni novanta, un dimezzamento del fatturato che si cerca di correggere anche attraverso la commercializzazione di modesti quantitativi di prodotti vari sempre nel settore della farmaceutica (come gli sfigomanometri, tubi e valvole). Alla scomparsa di Waldemar Bragatti nel 2000, la carica di amministratore delegato viene assunta dalla nuora Giovanna Garuglieri fino al 2004, anno in cui le subentra Orlanda Cacciari, moglie del fondatore. Per ora, il problema della successione non si pone, data anche l’incertezza del mercato e dato che
Famiglia Vincenzo Mascioni srl
Industria Famiglia Vincenzo Mascioni srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Famiglia Vincenzo Mascioni srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbrica e restauro di organi a canne INDIRIZZO | Via V. Veneto 20 | 21030 | Azzio/Cuvio (VA) CONTATTI | T. 0332-630605 | F. 0332-630504 | www.mascioni-organs.com L’artigiano Giacomo Mascioni e la tradizione degli organi meccanici (1829-1949 ) L’attività di costruzione di organi della famiglia Mascioni ha inizio nel 1829 con Giacomo Mascioni (1811-1896), che avvia un proprio laboratorio a Comacchio, frazione di Cuvio. Fin da ragazzo Giacomo svolge un periodo di apprendistato a Varese, dove si forma sia nell’arte dell’ebanisteria che nella conoscenza della musica sacra. Nella sua formazione ricoprono un ruolo fondamentale due zii, Pasquale Antonio e Giuseppe Antonio Mascioni, padri conventuali e maestri cantori che nel 1803, dopo la soppressione degli ordini religiosi, tornano a vivere a Azzio (Va). Al termine dell’apprendistato a Varese Giacomo viene spinto dai due zii a proseguire la formazione pratica presso il milanese Gaspare Chiesa, illustre artigiano e riparatore di organi, ai tempi attivo anche in Valcuvia. Combinando la formazione da artigiano con la sensibilità musicale, Giacomo riesce in breve tempo ad affermarsi in un settore caratterizzato da botteghe familiari di antiche tradizioni. Nei primi vent’anni di lavoro affina le proprie competenze e riesce a realizzare i primi cinque organi, uno dei quali commissionato in Svizzera. Nella seconda metà dell’Ottocento Giacomo si impegna nella formazione dei tre figli Anacleto (1837-1893), Bernardo (1844-1890) e Gaspare (1848-1893), che con il loro apporto daranno un forte impulso alla crescita dell’attività. Con il passare degli anni si afferma la buona reputazione dei manufatti di casa Mascioni e il raggio di azione si estende lungo tre direttrici principali: Svizzera, Lombardia e Piemonte-Liguria. Negli anni ottanta inizia l’apprendistato in fabbrica della terza generazione Mascioni, con il dodicenne Vincenzo (1871-1953), figlio di Bernardo. Nei primi anni novanta dell’Ottocento vengono a mancare tutti i tre figli di Giacomo e il giovane Vincenzo deve prepararsi a prendere le redini dell’impresa di famiglia. Il passaggio dell’impresa dal nonno Giacomo al nipote Vincenzo avviene in un modo traumatico, che ben rappresenta la transizione epocale che investe il mondo dell’organaria italiana sul finire dell’Ottocento. A quel tempo, infatti, mentre gli organari di altri paesi europei sperimentano nuove tecniche costruttive che sfruttano la trasmissione pneumatica, la maggior parte degli artigiani italiani resta fedele ai canoni di fabbricazione del XVII e XVIII secolo, basati sulla trasmissione meccanica. Vincenzo coglie le potenzialità offerte dall’innovazione tecnologica ma su questa scelta si scontra con il nonno Giacomo, formatosi invece nell’imitazione dei classici e fautore della trasmissione meccanica. Anche per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, Vincenzo è sensibile alle innovazioni che interessano l’industria, come l’uso di macchinari, mentre per Giacomo il mestiere continua a fondarsi sull’abilità manuale dell’artefice. L’industriale Vincenzo Mascioni e gli organi pneumatici e elettrici (1950-1963) L’industriale Vincenzo Mascioni e gli organi pneumatici e elettriciNel 1895 Vincenzo decide di staccarsi dal nonno Giacomo e costituisce una ditta individuale a proprio nome. Il sito per il nuovo stabilimento di Azzio, dove ha tuttora sede l’impresa, viene scelto per la presenza di un corso d’acqua che consente, mediante una condotta, di sfruttare la forza motrice per meccanizzare alcune lavorazioni di falegnameria. In una pubblicità di inizio Novecento la manifattura Vincenzo Mascioni si presenta come un’impresa all’avanguardia tecnologica, dotata di moderne attrezzature in grado di realizzare «tutte le parti meccaniche inerenti alla fabbricazione d’organi da Chiesa». Lo sfruttamento dell’acqua come fonte di energia, che consente all’impresa di dotarsi precocemente di macchine utensili, risulta fondamentale anche in seguito, quando potrà garantire la continuità produttiva nei periodi – frequenti durante le guerre – di mancanza di alimentazione dalla rete elettrica. Mentre Vincenzo si trasferisce a vivere presso la fabbrica, i suoi due fratelli lasciano la Valcuvia per Milano: Enrico (1867-1936) va a gestire il Grand Hotel e Tullio (1868-1920) una bottiglieria molto frequentata. Grazie all’estesa rete di conoscenze del fratello Enrico, Vincenzo conosce a Milano la sua futura sposa Rosa Ronchi (1873-1958), figlia di un imprenditore italiano trasferitosi in Svizzera dalla Valcuvia. Dal loro matrimonio nascono ben dodici figli, di cui sette lavoreranno nell’impresa di famiglia: Giacomo (1897-1975), Ernesto (1898-1980), Giovanni (1905-1979), Angelo (1907-1969), Vincenzo (1910-1975), Maria detta Mariuccia (1911-1977) e Tullio (1914-1999). Le competenze e l’istruzione di Rosa ne fanno una compagna valida e capace per Vincenzo anche nell’amministrazione dell’impresa. Il legame con la famiglia Ronchi, consolidato dal matrimonio di Enrico con una sorella di Rosa, consentirà a Vincenzo di rafforzare le relazioni con la Svizzera, una destinazione sempre ricettiva per il lavoro dei Mascioni. La nuova attività di Vincenzo si afferma rapidamente e contribuisce a consolidare il nome Mascioni, che sempre più spesso viene citato ad esempio per qualità costruttive e foniche da grandi maestri ed esperti di organaria. La fama acquisita consente all’impresa di ottenere nel 1904 l’affidamento dei lavori di restauro degli organi del Duomo di Milano. Anche sul piano quantitativo il nuovo secolo mostra un notevole incremento, con il moderno stabilimento che permette di soddisfare la richiesta crescente: in pochi anni la produzione annuale passa dalle due/tre unità alla decina e oltre, destinate in parte a Milano, Venezia, Genova, Bologna e Pesaro. In questi anni opera nell’impresa anche Virgilio Mascioni, un cugino di Vincenzo, che ricoprirà fino al 1946, anno della sua morte, l’incarico di disegnatore. Tra gli anni venti e gli anni trenta si diffonde nell’organaria la nuova trasmissione elettrica: con questa tecnologia diventa possibile posizionare registri di canne anche molto distanti dalla tastiera e si arriva a costruire organi di dimensioni colossali. Uno degli esempi di questa nuova fase è il nuovo organo del Duomo di Milano, costruito nel 1938 dalla Vincenzo Mascioni in collaborazione con la ditta Tamburini. La grande distanza tra il suonatore e i registri, tuttavia, si rivelerà controproducente per una questione di ritardo acustico e ciò porrà un limite allo sviluppo degli organi elettrici. Nel 1937 Vincenzo decide costruire una nuova e grande villa a Comacchio di Cuvio dove spesso alloggeranno i suoi ospiti d’affari. Il passaggio da Vincenzo
Erica Industria Tessile
Industria Erica Industria Tessile DENOMINAZIONE SOCIALE | Erica industria tessile spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, produzione e vendita di tessuti per abbigliamento e bagno INDIRIZZO | Via M. d’Azeglio 14 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-333011 | F. 0331-333033 | www.erica-it.com La prima fase (1901-1935) La società Erica industria tessile ha origine nel Cotonificio di Busto Arsizio, che a sua volta costituisce lo sviluppo dell’attività intrapresa in campo tessile da Ottorino Maderna sin dai primi anni del Novecento. Ottorino Maderna nasce a Castano Primo nel 1877 da una famiglia agiata e inizia assai presto la carriera di industriale. Nel 1901 costituisce, insieme a Cesare della Porta e Giovanni Brugora, la società in accomandita semplice “Ottorino Maderna e C.”, di cui è socio accomandatario: l’impresa subentra alla precedente società “Giovanni Cappia e C.” con sede a Casorezzo, nata nel 1897 e proprietaria di uno stabilimento tessile localizzato nello stesso Comune. Nel 1905 la società si trasforma nella ditta individuale “Ottorino Maderna”. Nello stesso anno nasce Rinaldo Maderna, l’unico maschio dei tre figli avuti da Ottorino con la prima moglie Candida Pelitti, che muore prematuramente nel 1918. Dalla seconda moglie Fulvia Tosi, appartenente a una delle famiglie più facoltose di Busto Arsizio, Ottorino ha quattro figli, di cui uno solo maschio, Pietro, che nasce nel 1921. Nel 1924 Ottorino Maderna è nominato podestà di Busto Arsizio, un incarico ricoperto sino al 1930, mentre nel 1926 diventa consigliere delegato del complesso industriale tessile Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni di Legnano. La fabbrica di Casorezzo occupa 200 dipendenti e dispone di una moderna struttura di telai, di tipo sia automatico che jacquard per la realizzazione di disegni complessi, producendo tessuti per conto terzi e in particolare per lo stesso cotonificio Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni. Nel 1931 cessa l’attività della ditta “Ottorino Maderna”, il cui stabilimento viene ceduto in affitto al citato cotonificio. Dal Cotonificio di Busto Arsizio al Cotonificio Erica (1936-1955) Nel 1936 nasce la società anonima “Cotonificio di Busto Arsizio”, con sede legale a Milano e sede operativa a Busto Arsizio in viale Duca d’Aosta 6. Fanno parte del consiglio di amministrazione della società, presieduta dallo stesso Ottorino, il figlio di questi Rinaldo, nonché altri industriali e tecnici, alcuni dei quali provenienti dal cotonificio Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni. La società registra inizialmente un andamento incerto, dovuto soprattutto alla difficoltà di rifornimento dei filati. Ottorino Maderna muore nel 1941, poco dopo aver ceduto la fabbrica di Casorezzo alla ditta “Vincenzo Zucchi e Grippa”. La guida del Cotonificio di Busto Arsizio passa a Rinaldo Maderna, che ne diventa amministratore delegato. Nel 1942 il fratello Pietro diventa consigliere della società, ma chiamato alle armi con lo scoppio del Secondo conflitto mondiale sospende l’impegno aziendale, che riprende nel dopoguerra, rinunciando peraltro a laurearsi in economia e commercio. In questi anni il cotonificio inizia a esportare i propri prodotti all’estero. Pietro Maderna sposa Ernestina Castellanza, figlia di Ettore Castellanza, che è titolare, insieme al fratello Carlo, della società in nome collettivo “Castellanza & Borri”, nata nel 1925 per la fabbricazione e vendita di confezioni e tessuti, con sede a Busto Arsizio in via Massimo d’Azeglio 14 e stabilimento localizzato inizialmente a Tradate. Dall’unione di Pietro ed Ernestina nascono Fulvia nel 1952 ed Ettore nel 1954, anno in cui muore la loro nonna Fulvia Tosi, consigliera del Cotonificio di Busto Arsizio. In questi anni il Cotonificio entra in crisi e viene messa in atto la procedura di liquidazione, poi revocata, e infine i soci decidono di vendere l’attività nel 1959. Nel 1955 Pietro Maderna entra nella società Castellanza & Borri, ovvero nell’azienda del suocero. Nello stesso anno nasce il “Cotonificio Erica spa” , guidato da Rinaldo Maderna e nel quale il fratello Pietro riveste la carica di consigliere. La nuova società conserva gli uffici e i magazzini di viale Duca d’Aosta 6, mantenendo la sede legale a Milano, mentre trasferisce la struttura produttiva, che occupa oltre 50 operai, da Busto Arsizio a Crugnola di Mornago. Sviluppo e cambiamenti (1956-1980) Il Cotonificio Erica prosegue l’attività ereditata dal Cotonificio di Busto Arsizio, che riguarda soprattutto la produzione e la vendita di tessuti per la casa, allargata progressivamente al settore dell’abbigliamento. I clienti sono principalmente grossisti, che acquistano i tessuti per poi farli confezionare ad altre aziende tessili. Nel 1958 gli uffici, i magazzini e il reparto di preparazione delle pezze vengono trasferiti in via Ferrer. In questo stesso anno nasce Emilio Maderna, il terzogenito di Pietro. La crescita produttiva porta all’aumento del capitale sociale da 1,3 a 10 milioni di lire. Nel 1960 Ottorino Maderna, il figlio di Rinaldo nato nel 1931, è nominato consigliere della società, insieme al cugino Rinaldo Pelitti. Nel 1969 nasce Anna Maderna, quartogenita di Pietro. Negli anni sessanta cresce la propensione all’export ma la vera trasformazione del Cotonificio Erica in una moderna impresa rivolta al sistema moda prende avvio soltanto nel 1975, quando Fulvia Maderna , già collaboratrice dello zio Rinaldo, entra nel consiglio di amministrazione della società. Fulvia, impegnata in azienda, non porta a termine gli studi universitari in lettere e introduce importanti innovazioni, quali la creazione di collezioni dedicate all’abbigliamento femminile e a quello per bambino, basate sulla stampa di disegni fantasia e sull’utilizzo di tessiture e filature di maggior pregio. Il cambiamento si riflette sulla tipologia dei clienti, che sono sempre meno grossisti e sempre più confezionisti. Con la morte di Ettore Castellanza, avvenuta nel 1974, Pietro Maderna è nominato presidente della Castellanza & Borri, già dal 1967 trasformatasi in società per azioni e tra i cui consiglieri figura Giulio Grassi, marito di una delle figlie di Carlo Castellanza. Nel 1977 Pietro Maderna si reca negli Stati Uniti per affrontare un difficile intervento chirurgico al cuore i cui esiti, molti incerti, lo inducono a far entrare il figlio Ettore nella Castellanza & Borri in vista di una possibile successione. Le esigenze del momento non consentono ad Ettore di conseguire la laurea in economia e commercio, come accaduto in precedenza anche per il padre. Alla fine degli anni settanta Emilio Maderna , studi
Ditta Socci Dante srl
Industria Ditta Socci Dante srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Socci Dante srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione oreficeria INDIRIZZO | Via Cavallotti 15 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-795235 | F. 0331-773814 La nascita dell’impresa (1895-1941) Nel 1895 Dante Socci apre un laboratorio artigianale di oreficeria a Gallarate in vicolo del Torchio. Originario di Lustignano in provincia di Pisa, fa il suo apprendistato di arte orafa dapprima in Toscana, poi presso un orafo valenzano e infine a Gallarate alle dipendenze di Paolo Colombo. Nei primi anni del Novecento, la sede si era intanto trasferita in via Volta, il figlio Luigi entra nell’impresa e vi porta, oltre alle capacità tecniche acquisite dal padre, una maggiore predisposizione commerciale che si riflette in un rapido sviluppo. Vengono acquisiti nuovi macchinari, aumenta il numero dei dipendenti, la produzione si specializza in anelli per uomo e donna. Tutto ciò porta alla necessità di spazi più ampi e quindi al trasferimento nell’attuale sede in via Cavallotti, 15. Nel 1925 la ditta individuale Dante Socci si iscrive alla Camera di commercio come esercizio di fabbricazione di argenteria e oreficeria, estendendo nel 1935 l’attività al “commercio all’ingrosso, ed eventualmente al dettaglio, di oggetti preziosi in genere”. Dagli anni Quaranta agli anni Settanta (1942-1969) Nel 1942 muore Dante Socci e il figlio Luigi rileva l’attività paterna sotto la ditta “Dante Socci di Luigi Socci”, aprendo una nuova posizione presso la Camera di commercio. L’impresa è attiva nell’esportazione di bigiotteria e gioielleria in oro e argento importando orologi e pietre sintetiche in Svizzera e sud America. Nel 1955 Luigi Socci muore prematuramente lasciando come eredi la moglie Anna Allaria e le due figlie Maria e Elvira non ancora maggiorenni. La madre decide di proseguire l’attività, ottiene dal giudice l’emancipazione delle figlie, e trasforma la ditta individuale in società di fatto “Dante Socci di eredi di Luigi Socci”. Tra le fine degli anni quaranta e gli anni sessanta l’impresa si sviluppa instaurando rapporti di collaborazione con varie ditte orafe di Valenza Po, con la Fabbricazione italiana catene di Milano e con imprese del territorio. Attraverso questo sistema l’impresa esternalizza parte della produzione, pur arrivando ad avere trenta dipendenti. In questo periodo l’attività è principalmente basata sulla tecnica a fusione a cera persa, affiancata per una parte residuale dalla tecnica dello stampaggio, caratteristica dell’arte orafa Gallaratese. Nel 1961 Maria Socci sposa Giuseppe Tronconi che entra così nell’impresa occupandosi della parte amministrativa. Dagli anni Settanta a oggi (1970-2006) Negli anni settanta l’aumento della concorrenza da parte di grosse aziende italiane del territorio di Arezzo e di Vicenza porta l’impresa a privilegiare una produzione più artigianale. Viene pertanto ripreso lo stile Valenzano della realizzazione di pezzi unici. Questa scelta porta a una specializzazione in un mercato di nicchia della media gioielleria di qualità sullo stile fiorentino. Ciò permette di fornire ai negozi un più vasto assortimento e di realizzare oggetti particolari creati intorno alla pietra preziosa. All’inizio degli anni ottanta l’impresa modifica la propria ragione sociale prima in società in nome collettivo e successivamente nell’attuale società a responsabilità limitata. Oggi uno dei problemi da affrontare per garantire la qualità dei prodotti riguarda la difficoltosa ricerca di manodopera specializzata. La tecnica della “fusione a cera persa” richiede personale molto qualificato che non sempre collabora a lungo con l’impresa. La continuità è data pertanto dalla famiglia: tra il 1994 e il 1995 si sono inseriti Francesco e Dante, figli di Maria e Maria Giovanna, figlia di Elvira. Negli ultimi cinque anni la ditta Socci ha indirizzato la propria attività nella creazione continua di nuovi modelli. Ciò è stato necessario per evitare il rischio di essere copiati dalla concorrenza estera di Turchia, India e Cina. Oggi la produzione si è molto ridotta rispetto al passato. Prima l’abbandono dello stampaggio e recentemente l’esternalizzazione della fusione dell’oro affidata a imprese specializzate, ha svuotato gli spazi occupati in passato dall’officina orafa e dal personale che vi operava. L’attività dell’impresa si concentra sempre più sulla progettazione e sulla commercializzazione dei gioielli. In ciò, essa può contare sul bagaglio di conoscenze e abilità accumulato dalla famiglia e testimoniato da un notevole archivio di modelli e disegni realizzato in più di un secolo di attività. Nel 1895 Dante Socci apre un laboratorio artigianale di oreficeria a Gallarate in vicolo del Torchio. Originario di Lustignano in provincia di Pisa, fa il suo apprendistato di arte orafa dapprima in Toscana, poi presso un orafo valenzano e infine a Gallarate alle dipendenze di Paolo Colombo. Nei primi anni del Novecento, la sede si era intanto trasferita in via Volta, il figlio Luigi entra nell’impresa e vi porta, oltre alle capacità tecniche acquisite dal padre, una maggiore predisposizione commerciale che si riflette in un rapido sviluppo. Vengono acquisiti nuovi macchinari, aumenta il numero dei dipendenti, la produzione si specializza in anelli per uomo e donna. Tutto ciò porta alla necessità di spazi più ampi e quindi al trasferimento nell’attuale sede in via Cavallotti, 15. Nel 1925 la ditta individuale Dante Socci si iscrive alla Camera di commercio come esercizio di fabbricazione di argenteria e oreficeria, estendendo nel 1935 l’attività al “commercio all’ingrosso, ed eventualmente al dettaglio, di oggetti preziosi in genere”. Nel 1942 muore Dante Socci e il figlio Luigi rileva l’attività paterna sotto la ditta “Dante Socci di Luigi Socci”, aprendo una nuova posizione presso la Camera di commercio. L’impresa è attiva nell’esportazione di bigiotteria e gioielleria in oro e argento importando orologi e pietre sintetiche in Svizzera e sud America. Nel 1955 Luigi Socci muore prematuramente lasciando come eredi la moglie Anna Allaria e le due figlie Maria e Elvira non ancora maggiorenni. La madre decide di proseguire l’attività, ottiene dal giudice l’emancipazione delle figlie, e trasforma la ditta individuale in società di fatto “Dante Socci di eredi di Luigi Socci”. Tra le fine degli anni quaranta e gli anni sessanta l’impresa si sviluppa instaurando rapporti di collaborazione con varie ditte orafe di Valenza Po, con la Fabbricazione italiana catene di Milano e con imprese
Comerio Ercole
Industria Comerio Ercole DENOMINAZIONE SOCIALE | Comerio Ercole spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione e costruzione di macchinari e impianti per l’industria della gomma, della resina, delle materie plastiche, del ricamo e di prodotti tessili in tessuto e non tessuto INDIRIZZO | Via Castellanza 100 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-48841 | F. 0331- 488421 | www.comercole.it L’avvio dell’attività (1885-1912) Ercole Comerio, figlio di un commerciante all’ingrosso di generi alimentari di Busto Arsizio, lavora, dal 1873, come operaio meccanico alla Cantoni-Krumm (trasformata dal 1881 in Franco Tosi). Con una rapida carriera all’interno dell’impresa, diviene capo del reparto attrezzeria e acquisisce una notevole esperienza. Nel 1885, in concomitanza con il matrimonio con Teresa Marcora, Ercole apre una propria officina di riparazione di macchine tessili a Busto Arsizio. L’iniziativa viene sostenuta finanziariamente dal cognato Roberto Marcora, figlio di un negoziante di ferramenta. L’officina, dapprima sita in via Confalonieri, viene successivamente trasferita in via Magenta. La ditta individuale Comerio Ercole passa in pochi anni dall’esclusiva riparazione ad una propria produzione di macchine per l’industria cotoniera, specializzandosi su quelle destinate alle lavorazioni finali (tintoria, candeggio, stampa…) cioè sui settori più avanzati ed innovativi. Il successo di tale scelta costringe l’impresa, già nel 1895, a trasferirsi nuovamente in spazi più ampi in via Silvio Pellico, dove rimarrà per un secolo. La produzione non si limita, inoltre, alla sola industria cotoniera locale: alcune macchine, come le calandre, vengono infatti impiegate anche nei settori della gomma e della carta. La Comerio rifornisce, già dai primi del Novecento, la Pirelli, la Ambrogio Binda, la Vita Mayer. L’innovazione tecnologica viene assicurata da stretti rapporti con l’ingegner Roberto Zust di Intra, produttore di macchine utensili. Nel 1900 l’impresa partecipa all’Esposizione Internazionale di Parigi. Dal 1913 al 1945 Nel 1913 l’impresa ha ancora dimensioni piuttosto limitate, circa 75 operai, ma una notevole spinta all’espansione giunge dalla Prima guerra mondiale: durante il conflitto, infatti, la Comerio converte in gran parte la propria produzione costruendo per conto dell’Ansaldo componenti per l’artiglieria pesante. Nel 1922 la ditta si trasforma in Società anonima Comerio Ercole con sede legale a Milano. Presidente è lo stesso Ercole mentre due dei suoi dieci figli, Melchiorre e Giuseppe, ricoprono la carica di consigliere con incarichi di direzione tecnica. I rapporti con la clientela vengono completamente ristabiliti ed ampliati: la società può contare su un’attività ben avviata sia in Italia sia all’estero (Svizzera, Francia, Germania, Romania, Bulgaria…). Negli anni successivi il capitale viene concentrato nelle mani di Melchiorre e Giuseppe e la società cresce rapidamente, soprattutto grazie alle strette relazioni con le imprese tessili locali (Giuseppe sposa infatti la figlia del cotoniere Carlo Ottolini) e agli ottimi risultati nell’esportazione in Sud America e in Europa Orientale, mercati di sbocco tipici dei prodotti tessili dell’Alto Milanese. Nel 1935, cinquantenario della fondazione dell’impresa, la Comerio conta ormai 400 dipendenti. Nel 1937 viene acquisito un ulteriore stabilimento a Legnano. In questo periodo, durante la campagna d’Africa, nello stabilimento di Busto Arsizio, vengono costruite anche macchine stradali e rulli compressori per conto della Ditta Loro e Parisini. Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale la Comerio collabora ancora con l’Ansaldo, per la produzione bellica, e successivamente con il Comando tedesco. La guerra sancisce un momento di ricambio generazionale. Nel 1942 entra nell’impresa Rinaldo Comerio appena laureato al Politecnico di Milano, ma presente già da tempo nell’attività dell’impresa. Dal 31 marzo 1943, Ercole Comerio affida la procura ai nipoti Rinaldo (figlio di Giuseppe), che si occupa inizialmente della fonderia, e Mario (figlio di Melchiorre). La sede legale viene riportata nel 1944 a Busto Arsizio, dove vi è sempre stata quella amministrativa, e la società si trasforma in Spa. Sempre in quell’anno, le maestranze dell’impresa aderiscono agli scioperi contro il regime che portarono ad una dura repressione da parte del Comando tedesco. Dal 1946 al 1966 Gli anni della ricostruzione postbellica vedono l’impresa impegnata nella difficoltosa ripresa dell’attività. Nel 1947 muore Ercole Comerio e la carica di presidente viene assunta dalla vedova Teresa Marcora. Nel 1950 la situazione dell’impresa è ormai risanata e la Comerio può inserirsi nella crescita del settore tessile stimolata dal boom economico. La Comerio costruisce però, in questo stesso periodo, macchine per un gran numero di settori diversi quali quelli già citati della gomma e della carta, ma anche del legno e dei metalli. Nel 1951, diventano procuratori della società anche Ercole e Mario (figli di Melchiorre) e Alfredo (figlio di Giuseppe). Nel 1952, con la morte della vedova del fondatore, il figlio Giuseppe assume la carica di presidente il primo maggio 1953. A metà degli anni Cinquanta il ramo della famiglia che fa capo a Melchiorre si allontana dall’impresa: nel 1954 si ha infatti una concordata separazione e Melchiorre e i suoi figli fondano una nuova società, la Metalmeccanica, utilizzando lo stabilimento di Legnano già di proprietà della Comerio. Dopo la morte di Giuseppe, nel 1958, è suo figlio Rinaldo ad assumere la carica di presidente, mantenuta fino ad oggi, e vengono nominati consiglieri i figli Alfredo, Emilio e Maria Silvia. Anche la moglie di Rinaldo, Antonia De Dionigi Comerio, inizia ad avere un ruolo nell’amministrazione dell’impresa. Le attività sono in forte crescita specialmente nel campo delle macchine da ricamo e nei settori delle macchine per la lavorazione della gomma e delle materie plastiche (PVC). La razionalizzazione industriale che intraprende la Comerio non consente però il mantenimento di una manodopera così vasta: si avvia, così, una riduzione dei dipendenti con la chiusura della fonderia nel 1965. La scelta che determina forti tensioni sindacali è dettata anche da motivazioni ecologiche dato che la fonderia di ghisa dello stabilimento funzionava oramai in un’aerea densamente urbanizzata. Nello stesso anno la sede sociale viene nuovamente portata a Milano e l’anno seguente si decide l’incorporazione nella capogruppo della società commerciale Rubber and textile Machinery Spa. Contemporaneamente Alfredo Comerio rinuncia alle proprie cariche e viene sostituito nella carica di amministratore delegato dal fratello Emilio. Dal 1967 a oggi Negli anni sessanta le ricorrenti e sempre più gravi crisi del
Candeggio Valle Olona
Industria Candeggio Valle Olona DENOMINAZIONE SOCIALE | Candeggio Valle Olona F.lli Pigni srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Candeggio e preparazione tessuti per stampa INDIRIZZO | Via Fornaci 14 | 21054 | Fagnano Olona (VA) CONTATTI | T. 0331-617190 | F. 0331-617574 | www.candeggiovalleolona.it Dal candeggio al prato alla candeggina (1866-1945) La Candeggio Valle Olona ha radici storiche nel lontano 1866, quando Giovanni Pigni avvia l’attività di candeggio di tessuti per conto terzi con un piccolo stabilimento posto sulla sponda del fiume Olona di Fagnano. La tecnica utilizzata è ancora quella primordiale del “candeggio al prato” , che consiste nel ricorso all’azione sbiancante della luce del sole e dell’ossigeno rilasciato dall’erba dei prati, sui quali vengono distese ad asciugare le lunghe pezze bagnate di cotone o lino. L’attività prosegue quindi con Giuseppe Pigni, parente di Giovanni, e i figli di quest’ultimo Angelo e Gaspare che nel 1928 costituiscono la società di fatto “Candeggio F.lli Pigni”. Con il passaggio dalla sbiancatura naturale a quella ottenuta tramite l’uso di additivi chimici come il cloruro di calcio, il candeggio Pigni inizia ad assumere caratteristiche di prima industrializzazione . Dopo il trattamento notturno effettuato in apposite vasche alimentate dall’acqua dell’Olona, i rotoli di tessuto vengono ora stesi su filari di pali di legno. Durante la stagione invernale si utilizza invece un edificio completamente vuoto alto 20 metri e riscaldato da stufe a legna, dal cui soffitto di travi pendono le tele messe ad asciugare, portate a spalla dagli operai che salgono su scalette di ferro fissate alle pareti. I clienti dell’impresa sono i commercianti di tessuti di Gallarate o Busto Arsizio, le consegne vengono effettuate con il carro trainato dai cavalli. Sul finire degli anni trenta Giannino Pigni, il figlio di Angelo nato nel 1918, inizia a lavorare al candeggio, affiancandosi al cugino Carluccio, il figlio di Gaspare nato nel 1910. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, come molti dei 10-15 dipendenti presenti in quel periodo in azienda, è chiamato alle armi. Dopo il 1943 si rifugia in Svizzera, dove conosce la sua futura moglie Margherita Fahrni. Terminata la guerra e rientrato a Fagnano Olona, Giannino riprende il lavoro di candeggiatore , introducendo un’innovazione che rende alcune operazioni meno faticose come l’utilizzo del motore elettrico per il sollevamento delle pezze nell’asciugatoio. Il cloruro di calcio è sostituito dall’ipoclorito di sodio o candeggina, un ossidante molto più efficace e tuttora utilizzato in questo tipo di industrie. Inoltre il carro per il trasporto delle pezze è rimpiazzato da un camion Dodge, residuato bellico. Nascita e primo sviluppo della Candeggio Valle Olona (1946-1970) Fiorentino Pigni, nato nel 1928 e fratello di Giannino, diploma di perito tessile conseguito a Como, nel 1946 s’inserisce nell’azienda di famiglia, seguendo soprattutto la parte commerciale. Nel 1950 muore Giuseppe Pigni, la cui quota sociale viene ereditata dal figlio Gaspare Luigi, nato nel 1899. Trascorrono gli anni ma l’impegno di Giannino e Fiorentino, entrambi dipendenti, non viene premiato con il loro ingresso nella società di famiglia: la “terza generazione”, in disaccordo con la seconda, decide allora di mettersi in proprio per diventare la prima generazione di una nuova impresa. Nasce così nel 1957 la Candeggio Valle Olona , registrata nell’anno successivo alla Camera di commercio di Varese come ditta individuale di Fiorentino Pigni. Nello stesso anno muore, ancora giovane, Carluccio. La Candeggio F.lli Pigni, gestita da persone ormai anziane, riduce l’attività per cessare definitivamente nel 1960. Giannino Pigni entra quindi come socio nella ditta del fratello, che si trasforma in società di fatto. Egli ha quattro figli, di cui due maschi destinati ad assumere, con gli anni settanta, la conduzione operativa dell’azienda: Claudio, nato a Berna nel 1950, e Adriano, nato a Fagnano Olona nel 1957. Il nuovo stabilimento , dotato di vasche di candeggio e di sistemi di asciugatura automatizzati, non è più “a valle” ma sorge nel centro abitato, in via Fornaci, ponendosi al riparo dalle frequenti e devastanti esondazioni dell’Olona, le cui acque risultano peraltro sempre più inquinate dagli scarichi industriali delle numerose fabbriche che sorgono lungo la sponda del fiume. La crescita della domanda di articoli tessili per la casa (dalle lenzuola alle tovaglie) e lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni si traducono in un forte aumento delle quantità di tessuti lavorati dal Candeggio Valle Olona, che annovera tra i suoi clienti importanti aziende nazionali spesso operanti nei mercati esteri. Nel 1966 l’attività si estende al finissaggio, ossia alle lavorazioni volte a migliorare l’aspetto e le proprietà di tessuti e filati. Nel 1968 la società di fatto si regolarizza nella snc “Candeggio Valle Olona dei F.lli Pigni Giannino e Fiorentino”. Alla fine del decennio viene introdotta la prima rameuse, voluminosa macchina utilizzata per asciugare e fissare in automatico il tessuto bagnato proveniente dalle vasche del candeggio. Lo sviluppo del finissaggio (1971-1990) Con l’aumento delle commesse, ciascuna delle quali può raggiungere rilevanti quantità di tessuto da trattare, viene introdotta nei primi anni settanta la produzione a ciclo continuo articolata su tre turni di lavoro. Esso non prevede, come del resto è sempre accaduto anche nel passato, la fase intermedia della stampa, tra candeggio e finissaggio, che viene effettuata presso altre aziende esterne.Più per volontà del padre che per vocazione personale, Adriano Pigni , ancor prima di conseguire il diploma di perito chimico, inizia a lavorare nell’azienda di famiglia, mentre il fratello Claudio conduce la vita dello studente universitario. È quest’ultimo tuttavia, laureatosi in scienze politiche, ad entrare per primo, nel 1976, nella compagine societaria, seguito l’anno dopo da Adriano. Nel 1979 entra in funzione nel vicino Comune di Cairate, in località Bolladello, un nuovo stabilimento unicamente dedicato alle operazioni di finissaggio (apprettatura, garzatura, calandratura ecc.), che conferiscono ai tessuti stampati le qualità richieste dai clienti. Per la sua gestione è creata la sas Finissaggio confezioni tessuti di Claudio Pigni & C, con Claudio socio accomandatario e Giannino, Fiorentino e Adriano soci accomandanti. Le competenze finanziarie di Claudio si integrano con quelle tecniche e commerciali di Adriano, che trova il suo “mentore” nello zio
Calzaturificio Star Artioli
Industria Calzaturificio Star Artioli DENOMINAZIONE SOCIALE | Calzaturificio Star spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione e commercio di calzature, generi affini, borse e valigie INDIRIZZO | Via Oslavia 3 | 21049 | Tradate (VA) CONTATTI | T. 0331-841322 | F. 0331-844564 | www.artioli.com L’apprendistato imprenditoriale e la fondazione dell’impresa (1918-1957 ) Ferrarese di nascita, nel 1912, Severino Artioli, all’età di soli sette anni, si reca a bottega, nel doposcuola, per imparare il mestiere di calzolaio. Alla fine della guerra, acquista un banchetto con tutti gli arnesi necessari e comincia a lavorare per proprio conto. Le calzature, infatti, sono ancora tutte fatte a mano, su misura, e sono ancora rare le esperienze di industrializzazione della lavorazione della scarpa . Fra queste, nasce proprio a Ferrara una delle prime fabbriche di calzature pret à porter, la Zenith, che avvia la produzione con macchine di provenienza statunitense prese soprattutto a noleggio. Severino Artioli viene assunto da questo calzaturificio, facendo rapidamente carriera al suo interno. Le speranze di nomina a direttore, dopo la morte improvvisa del proprietario, di cui Artioli è il beniamino, vengono però disattese dalla scelta, per questa posizione, di un altro tecnico. Severino Artioli, offeso e deluso, si licenzia quindi dalla Zenith ed inizia un lungo periodo di consulenza in vari calzaturifici per tutto il centro e il nord Italia. Nel 1932, Artioli diviene dirigente del Calzaturificio di Tradate; tre anni dopo, anche per evitare la chiamata alle armi per la guerra di Abissinia, lascia Tradate e lavora per il calzaturificio Battistini di Forlì, fornitore di calzature per l’esercito. Artioli è esonerato dalla chiamata militare e ciò si ripete anche quando nel 1940 ritorna al Calzaturificio di Tradate come direttore generale . Nel 1945 Severino Artioli decide di coinvolgere nel progetto di creare una propria fabbrica due colleghi del calzaturificio di Tradate: Angelo Millefanti, modellista di Busto Arsizio, e Eugenio Stefanotti, ex-direttore dei negozi “Tradate”. Nasce così il Calzaturificio Star srl. Il nome scelto richiama i nomi di due dei tre soci ma risente soprattutto della popolarità che i termini anglosassoni riscuotono in Italia nel dopoguerra. La lavorazione di Artioli si distingue per il suo carattere di alto artigianato; lo stabilimento passa in breve tempo da 7 a 110 operai, con una produzione di circa 36.000 paia annuali. Nel 1955 muore Stefanotti, gli eredi cedono la loro quota ad Artioli e Millefanti e la ragione sociale dell’impresa cambia in “Calzaturificio Star di Artioli e Millefanti snc”. Due anni dopo viene costruito un nuovo stabilimento e la sede viene spostata, sempre a Tradate, in via Meucci 12. Gli anni cinquanta e sessanta (1958-1969) Alla fine degli anni cinquanta, entra nell’impresa Vito, secondo dei quattro figli di Severino, prescelto dal padre a continuare nell’attività. Abile nel disegno e creativo, Vito Artioli da sempre aiuta il padre nell’impresa, soprattutto nei periodi estivi. Conclusi gli studi in Italia, svolge una lunga e formativa esperienza negli Stati Uniti dove studia anche marketing e pubbliche relazioni al Mit di Boston. Tornato in Italia, approfondisce le proprie competenze nel settore calzaturiero conseguendo il diploma di modellista e stilista calzaturiero presso l’Ars sutoria di Milano. Forte dell’esperienza maturata e delle competenze acquisite, Vito Artioli comincia ad occuparsi della vendita delle proprie calzature, in quel momento destinate per l’80% ai negozi del Calzaturificio di Varese. I loro ordini non sono però soddisfacenti: non solo i negozi pagano poco, ma costringono la Star a produrre modelli che Vito Artioli considera ormai vecchi e superati. Egli decide così di iniziare a disegnare la sua collezione su basi completamente innovative e, al tempo stesso, stilisticamente raffinate nelle forme, nel disegno e nei materiali. Queste nuove collezioni, pur ispirandosi alla tecnica artigianale di papà Severino che garantisce al prodotto leggerezza, calzabilità e una solidità quasi incorruttibile dal tempo, permettono a Vito di mettersi in luce dapprima nella vicina Svizzera e subito dopo nel Benelux, Francia ed Inghilterra. Il successo è tale da spingerlo a tentare la fortuna negli Stati Uniti: si allacciano inoltre legami stabili con negozi di abbigliamento statunitensi, che apprezzano il nome italiano Artioli più dell’anglosassone Star, e il successo di vendita sancisce la nascita del brand “Vito Artioli”. Nel 1966 viene liquidato il socio Millefanti e la denominazione sociale cambia in Calzaturificio Star di Artioli Severino e Vito snc. Negli Usa il successo delle sue scarpe innovative , anche per l’uso di pellami esotici, soprattutto lo struzzo, è tale da fornirgli i capitali necessari per un decisivo ammodernamento degli impianti e delle strutture dell’impresa. Gli anni settanta e ottanta (1970-1989) Nel 1973 il Calzaturificio Star assume la forma della società per azioni: Vito Artioli è amministratore unico della società, con il padre come procuratore speciale. La crisi del petrolio fa sentire i suoi effetti sul potere d’acquisto degli europei e degli statunitensi ed anche le vendite di Artioli ne risentono negativamente; si affaccia però, in questi stessi anni, un nuovo ricco mercato : quello arabo. Cresce la domanda di modelli estrosi, colorati, con tacchi alti e impreziositi da morsetti, fibbie e accessori anche in oro massiccio. La produzione tocca anche nicchie quali la scarpa da golf e lo stivale da polo su misura: Vito Artioli arriva a disegnare più di mille modelli all’anno e i clienti aumentano sempre di più. Accanto alle calzature, per soddisfare le richieste, si avvia anche la produzione di cinture in abbinamento con le scarpe, sempre su disegno di Vito Artioli, con la conseguente assunzione di artigiani cinturai. Si intraprende poi la produzione di piccola pelletteria, borse e valigeria sempre all’interno della fabbrica tradatese. A ditte esterne viene anche commissionata una produzione dedicata di guanti, ombrelli, cravatte e abbigliamento in pelle, calze e accessori vari, quali occhiali da sole e gemelli per polsini di camicie, fibbie e morsetti per scarpe. Sempre negli anni settanta si sperimenta la commercializzazione al minuto con un negozio multimarca a Tradate, tre a Varese e un monomarca a San Francisco. Una parte di questa attività è affidata alla moglie di Vito Artioli, Grazia Mascheroni, che viene
Brevetti Montolit
Industria Brevetti Montolit DENOMINAZIONE SOCIALE | Brevetti Montolit spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, costruzione e commercio di attrezzature professionali per l’edilizia INDIRIZZO | Via Turconi 25 | 21050 | Cantello (VA) CONTATTI | T. 0332-419211 | F. 0332-418444 | www.montolit.com Vincenzo Montoli, meccanico e inventore (1946-1953) Il fondatore di questa impresa è Vincenzo Montoli, nato nel 1892 a Lozza. Negli anni giovanili Vincenzo lavora a Varese come garzone di un ciclista e tra i clienti del suo titolare è anche il leggendario Luigi Ganna. In questo laboratorio Montoli sviluppa passione e competenza per le riparazioni meccaniche, combinandole con una forte capacità creativa.Dopo alcuni anni come apprendista Vincenzo attrezza una propria officina per lavorazioni meccaniche in un piccolo locale presso la Folla di Malnate e in seguito prende in affitto dal Comune di Cantello alcune stanze nei pressi delle scuole. Con lui lavorano alcuni parenti e in questi anni, precedenti la costituzione formale dell’impresa, Montoli si applica allo studio di soluzioni e prodotti sia per l’uso industriale che per quello domestico. Negli anni quaranta, sempre grazie a intuizioni e applicazioni elaborate da lui stesso, Montoli si specializza nel settore degli utensili da taglio : forbici e cesoie per utilizzi diversi.Nel settembre 1946 viene registrata la società di fatto Montoli Vincenzo e Figli, costituita dal fondatore con Ezio e Egidio, nati rispettivamente nel 1924 e nel 1926 dal matrimonio di Vincenzo con Gioconda Cavadini, detta Carolina. L’anno seguente, nel luglio 1947, Vincenzo e i figli decidono di regolarizzare la società di fatto che trasformano, mantenendo la stessa denominazione, in società in nome collettivo. Nella nuova compagine societaria il padre mantiene la maggioranza assoluta (52%), i due figli hanno quote paritarie (20% ciascuno) e il capitale restante è in capo alla madre. Fin dalle sue prime esperienze imprenditoriali Vincenzo Montoli fonda la propria attività sulla ricerca e sullo sviluppo e comprende ben presto l’importanza della proprietà intellettuale nelle applicazioni industriali.Le sue prime invenzioni vengono subito brevettate , e questo termine, che oggi compare nella denominazione dell’impresa, è già presente nell’oggetto sociale della prima Vincenzo Montoli e Figli: “fabbricazione di cesoie brevettate”. Anche il nome Montolit, che dal 1978 è nella ragione sociale dell’impresa, viene utilizzato già negli anni cinquanta come marchio per i prodotti. L’idea di contrarre in un unico termine il proprio cognome con le prime lettere di Italia è del fondatore Vincenzo Montoli.I prodotti da taglio che decretano i primi successi dell’impresa coprono una varia gamma di impieghi, dalle cesoie per le lamiere metalliche alle forbici utilizzate in campo medico per la rimozione dei gessi. Anche i due figli seguono le orme di Vincenzo e si applicano con lui nello studio di prodotti innovativi e nella realizzazione di strumenti e utensili per applicazioni diverse. All’interno dell’impresa il maggiore Ezio, formatosi come disegnatore meccanico e forte di una precedente esperienza nella fabbrica di utensili Usag, assume una posizione di maggiore responsabilità mentre il fratello minore Egidio cura in particolare gli aspetti relativi alla produzione. Padre e figli sono immersi nel proprio lavoro cui dedicano tempo, energie e passione: in officina Vincenzo è riconoscibile per il camice nero da lavoro che indossa quotidianamente.Nel corso degli anni cinquanta i tre Montoli abbandonano lo sviluppo di forbici e cesoie per usi diversi mentre si dedicano in modo particolare alle applicazioni per il taglio di materiali destinati all’edilizia come piastrelle, marmi e tegole. Il prodotto simbolo di questo periodo è una versatile macchina “tagliaforapiastrelle”. Lo sviluppo quantitativo dell’attività e la produzione di macchine di dimensioni maggiori rendono necessario un ampliamento degli spazi con la costruzione dello stabilimento di Cantello, più volte ampliato nel ventennio successivo. L’Officina Montoli e gli utensili per il boom edilizio (1953-1977) Lo sviluppo della Montoli nel corso dei decenni successivi avviene a ridosso del settore edilizio per il quale vengono sviluppate macchine da taglio sempre più conformi alle necessità dei materiali e degli operatori professionali. Il lavoro in campo immobiliare è inesauribile in questo periodo e le attrezzature dell’impresa varesina trovano un mercato in rapida espansione. Dalle prime forniture a cantieri e posatori in territorio varesino la Montoli estende il proprio bacino di utenza prima alla regione e poi al territorio nazionale.La specializzazione nel trattamento di piastrelle e materiali lapidei colloca l’impresa in un settore di eccellenza dell’industria italiana, cosa che le consente di proporsi anche all’estero come fornitore di macchine per la loro lavorazione. La prima fase di internazionalizzazione del mercato coincide con un ripensamento dell’immagine che si concretizza negli anni sessanta con l’adozione della denominazione Officina Meccanica Montolit.L’espansione internazionale si realizza lungo due direttrici: la prima, di tipo promozionale, consiste nella partecipazione dell’impresa ai principali appuntamenti fieristici del settore, prima in Italia e in seguito all’estero. La seconda, di tipo organizzativo, è rappresentata dalla costituzione di una rete di agenti e rappresentanti in diversi Paesi.La robustezza e la facilità d’uso sono caratteristiche vincenti per i prodotti Montoli. Essi si adattano infatti alle esigenze degli utilizzatori finali di queste macchine che non sono operai meccanici specializzati ma muratori e posatori, spesso manovali di scarsa esperienza. L’ideazione e la messa a punto di questi utensili richiedono invece una capacità progettuale e realizzativa non comuni che Vincenzo e i suoi figli sono in grado di mettere a disposizione. Questa competenza viene riconosciuta, oltre che sul piano commerciale, anche in ambito pubblico: nel 1968 Vincenzo Montoli è nominato cavaliere del Lavoro dell’ordine al merito della Repubblica Italiana, nel 1971 riceve il premio Inventore Benemerito dall’Associazione italiana degli inventori; nel 1974 all’impresa viene consegnato il premio europeo Mercurio d’Oro. La continua espansione produttiva dell’Officina Montolit si concretizza con la costruzione del nuovo stabilimento di via Varese a Cantello che, grazie agli ampliamenti successivi, è tuttora utilizzato.All’inizio degli anni settanta iniziano a frequentare l’impresa anche i primi membri della terza generazione, nati dai matrimoni dei fratelli Montoli con le sorelle Caravati. Paola (1954) e Vincenzo (1959) sono i figli di Ezio e Giuliana; Barbara (1963) e Stefano (1971) quelli di Egidio e Angela. I nipoti iniziano a conoscere l’officina
Zoni spa
Commercio Zoni spa DENOMINAZIONE SOCIALE | Zoni spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio all’ingrosso e al minuto di articoli di ferramenta e materiali ferrosi in genere, carburo di calcio, bombole di acetilene e di ossigeno – commercio al minuto di vernici, colori e attrezzature inerenti. INDIRIZZO | Via Belforte 15 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0331-331919 | F. 0331-331414 Dalle origini al 1949 (1937-1949) Nel 1941, Marco Ferrari e Francesco Zoni rilevano dal cognato di quest’ultimo, Egisto Franzosi, un’attività di recupero rottami avviata dal 1937 a Varese in via Adamoli 2. Nasce la società in accomandita semplice “Ferrari Marco & C.” Ferrari è il socio accomandatario, Franzosi e Zoni gli accomandanti. Il recupero dei materiali ferrosi è particolarmente rilevante durante la guerra, dato che risponde alle esigenze delle varie imprese meccaniche del territorio coinvolte nello sforzo bellico. Nel settembre 1943 Francesco Zoni è deportato in Germania; l’attività, fortemente limitata nel giro d’affari, viene condotta da Marco Ferrari. Al rientro dalla prigionia, nel settembre 1945, Francesco Zoni diviene socio accomandatario e il suo nome è inserito nella ragione sociale. Nel 1946 sposa Gemma Bottinelli , figlia di un importante commerciante di vino di Varese. La moglie si inserisce nell’impresa curandone la contabilità e l’organizzazione. L’anno successivo muore Egisto Franzosi e la sua quota viene ceduta alle mogli degli altri due soci: Giacomina Boscaglia e Gemma Bottinelli. Al recupero dei rottami e all’attività di ferramenta, l’impresa accompagna il commercio di materiali ferrosi e di prodotti siderurgici di ogni tipo, particolarmente richiesti nel periodo della ricostruzione. Francesco Zoni recupera anche le rotaie del tram che vengono riutilizzate nelle riedificazioni in ambito civile e industriale. Si mette poi in contatto con la Locatelli ossigeno di Milano, la prima azienda in Italia a distribuire ossigeno e gas compressi, divenendone rivenditore per il mercato di Varese. Le bombole di gas sono utilizzate sia per il taglio nelle demolizioni sia per le saldature e quindi sono particolarmente importanti nei lavori di costruzione; la loro vendita consente di crescere rapidamente. Dagli anni cinquanta al 1982 (1950-1982) Gli anni cinquanta e sessanta vedono l’intenso sviluppo dell’impresa. L’attività di raccolta dei rottami viene abbandonata mentre cresce sempre più la vendita di prodotti siderurgici destinati alle costruzioni civili, alle carpenterie, alle officine meccaniche e all’industria. L’ampliamento del mercato favorisce lo sviluppo della concorrenza che tuttavia non crea problemi all’impresa, grazie alla capacità di rinnovare e diversificare i prodotti. In questo periodo inizia la collaborazione con la Dalmine per la rivendita di tubi senza saldature per acqua e gas. Nel 1955 l’impresa assume una più netta dimensione familiare: i coniugi Ferrari cedono a Zoni la loro quota e la denominazione si modifica in “Zoni Francesco e C. sas”. La famiglia investe nell’impresa il cui capitale sale a 100 milioni di lire nel 1964. Lo sviluppo del commercio porta con sé anche un miglioramento della logistica: il primo motocarro Guzzi degli anni cinquanta viene sostituito da camion più idonei al trasposto di materiali ferrosi e vengono assunti autisti. Soprattutto, nel 1964 la sede viene trasferita in viale Belforte per dotarsi di spazi e attrezzature (carri-ponte, bascule automatiche) adeguate. I dipendenti fissi sono circa otto, poiché l’azienda nei momenti di necessità si appoggia, per il carico e lo scarico dei camion rimorchio, a manovalanza esterna, in particolare alla ditta Carovana Facchini. Negli anni settanta, l’impresa estende il proprio raggio d’azione alla provincia di Como e a quella di Novara. Commercializza nuovi prodotti e tra questi i grigliati della Orsogril di Cantù che per prima fa conoscere e distribuisce in Varese e provincia. Si pone la necessità di far fronte con forze nuove alla situazione di crescita e i due figli di Francesco e Gemma, Luciano e Margherita, entrano nell’impresa: il primo come amministratore, la seconda inizialmente come coadiuvante. Luciano si è laureato in legge, mentre Margherita è ragioniera. L’introduzione dell’iva spinge l’impresa a meccanizzare prima e ad automatizzare dopo la contabilità che non può più essere redatta manualmente dalla madre. Con gli anni ottanta Luciano Zoni regolamenta il sistema dei pagamenti che si basava ancora su un rapporto fiduciario con il cliente, automatizza la gestione degli ordini e del magazzino, inizia ad assumere i primi venditori esterni per presentare i nuovi prodotti. Negli stessi anni Luciano partecipa attivamente alle riunioni dell’Assofermet. Dal 1983 ad oggi (1983-2006) Nel 1983, prevedendo un’ulteriore espansione dell’attività, la Zoni diviene una società per azioni, mantenendo pur sempre una conduzione familiare (anche Margherita Zoni entra infatti nel consiglio di amministrazione). Alla trasformazione societaria non segue però l’ampliamento previsto, a causa di un grave incidente che allontana Luciano Zoni dall’attività per alcuni anni. Superata questa fase critica, l’impresa riesce a stare alpasso di un mercato in continua evoluzione, legandosi aiprincipali partners del settore come grossista e ampliando sempre più la sfera dell’oggetto sociale fino ad includere nel 1988 un settore vernici e aprendo un punto vendita nello stesso immobile di proprietà della società. Questo passaggio risponde all’esigenza di offrire al cliente un prodotto quanto più vicino all’impiego diretto, così da incorporare una quota crescente di servizio. Seguendo questa strategia, l’impresa si orienta verso una semilavorazione che richiede anche la collaborazione con terzisti, ciò viene riconosciuto anche dal comune di Varese attraverso l’iscrizione all’Albo d’oro e il conferimento della medaglia d’oro nel 1991. Luciano inoltre ricopre il ruolo di consigliere all’interno dell’Ascom. Nel 2000 l’azienda ha 16 dipendenti. Nel 2001 Gemma Bottinelli assume la presidenza del consiglio di amministrazione, lasciando la gestione dell’amministrazione alla figlia Margherita e al figlio Luciano la cura della logistica. La società Zoni persegue tuttora una politica di ricerca di innovazione dei prodotti, come le recinzioni prefabbricate e i nuovi sistemi strutturali integrali di cancelli e cancellini. Nel 2005 viene ristrutturato il colorificio. Oggi l’impresa sta sperimentando l’ingresso della terza generazione e ciò fa ben sperare per la continuità della stessa in quanto impresa famigliare. Nel 1941, Marco Ferrari e Francesco Zoni rilevano dal cognato di quest’ultimo, Egisto Franzosi, un’attività di recupero rottami avviata dal 1937 a Varese in via
Velati Srl
Commercio Velati srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Velati srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ottica e optometria INDIRIZZO | Via G. Mazzini 24 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793537 | F. 0331-773435 | www.velati.it Dal bazar delle origini all’avvio dell’attività di ottico (1894-1949) Nel 1894 Giovanni Velati, commerciante di Rancio Valcuvia, giunge a Gallarate dove insieme alla moglie Severina Rocchi, pellicciaia e ricamatrice, apre un negozio nella piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza della Libertà) per la vendita di articoli vari: occhiali, binocoli, bambole, pellicce, cappelli, fuochi d’artificio, armi e così via. Un vero e proprio bazar. Nei primi anni venti, Gaetano Velati, figlio di Giovanni, inizia a lavorare, dopo la scuola di avviamento professionale, nel negozio paterno, mentre i fratelli e le sorelle prendono strade diverse. Un decreto regio del 1928 istituisce l’abilitazione professionale per l’esercizio della professione di ottico, considerata come “arte ausiliaria” della professione sanitaria e sino a quel momento svolta nella totale assenza di regole. Gaetano consegue la licenza in una scuola specializzata e diventa così il primo ottico “patentato” di Gallarate, iniziando a vendere gli occhiali fatti su misura e non solo quelli già predisposti. Nel 1932, alla morte del padre, Gaetano Velati assume la conduzione dell’impresa, affiancato dalla moglie Luigia Rigamonti. Dal loro matrimonio nascono Giovanni, Enrica e Giuliangelo (chiamato Giulio). Il negozio si trasferisce quindi in uno stabile di via Mazzini, attuale sede dell’impresa, dove, al piano superiore, viene ricavato l’appartamento di famiglia. In questi anni l’impresa esercita il commercio di generi di ottica, armi, fotografie e pellicceria. Durante il fascismo Gaetano Velati ricopre la carica di segretario del Pnf di Gallarate, una compromissione che, data la reputazione di rettitudine di cui gode l’uomo, non avrà conseguenze negative alla caduta del regime. Nel dopoguerra inizia, all’interno del negozio, la vendita di dischi musicali, affidata poi a Giovanni ed Enrica, figli maggiori di Gaetano. Lo sviluppo del comparto ottico per gli occhiali da vista (1950-1970) Con il boom economico e lo sviluppo dei consumi degli anni cinquanta e sessanta cresce anche la domanda di occhiali da vista, un bene salutista la cui importanza era sino ad allora sottovalutata. Il negozio Velati, cogliendo le nuove tendenze, perde progressivamente le iniziali caratteristiche di emporio, per affermarsi sempre più come negozio di ottica. Nel reparto occhiali si combinano due attività diverse seguite direttamente da Gaetano: una di tipo professionale, relativa alla misurazione, tramite il retinoscopio, della miopia e presbiopia; l’altra di tipo artigianale, consistente nel taglio, effettuato con la mola, delle lenti semilavorate provenienti dal Cadore, cui segue il montaggio degli occhiali. Luigia Rigamonti, donna forte e precisa, di formazione contabile, si occupa della parte commerciale e amministrativa, come continuerà a fare nel corso di tutta la sua lunga esistenza, svolgendo un ruolo fondamentale nella vita dell’impresa. Nel 1961 la sede del negozio è interessata da una prima ristrutturazione. Ne seguiranno diverse altre per rispondere alle ricorrenti esigenze di nuovi e più funzionali spazi, che nascono dalla crescita e professionalizzazione dell’attività di ottico. Nei primi anni sessanta cessa la vendita di dischi musicali seguita da Giovanni ed Enrica Velati, che spinti da altri interessi si disimpegnano dall’azienda, pur continuando a seguirne l’attività. Della varietà merceologica delle origini sono rimasti soltanto gli articoli pesca e le armi, cui si affianca il settore di apparecchi fotografici. A differenza dei suoi due fratelli Giulio Velati sceglie di impegnarsi nell’impresa di famiglia. Nel 1964, dopo il diploma di maturità e sospinto dal padre, consegue l’abilitazione di ottico. Nel 1968 muore Gaetano Velati e l’impresa, ereditata dai tre figli, passa sotto la guida di Giulio, che coinvolge nell’attività la sua futura moglie, Daniela Baila, con la quale si sposa nel 1970 e che da allora contribuisce con grande competenza e attenzione , a sviluppare l’attività attraverso la gestione della sua componente commerciale. Per rispetto della memoria del padre cacciatore, si continua la vendita delle armi, che viene però trasferita in un negozio di piazza Risorgimento e gestita, insieme ad altri due soci, da una società commerciale appositamente costituita. Dall’ottica all’optometria (1971-1990) All’inizio degli anni settanta si diffonde l’uso delle lenti a contatto morbide, progettate oltre dieci anni prima da due ricercatori cecoslovacchi, Lim e Wichterle, e prodotte, a partire dal 1971, dalla multinazionale americana Bausch&Lomb. Il successo riscontrato dalle nuove lenti da vista contribuisce ad espandere ulteriormente il settore ottico dell’impresa. Nel 1975 Giulio Velati si diploma in optometria presso l’Istituto superiore di scienze optometriche “Giuseppe Ricco” di Milano, imprimendo così all’attività della sua impresa una svolta tecnica e professionale destinata a contrassegnarne profondamente tutta l’evoluzione successiva. L’ottico optometrista esegue un’analisi complessa delle deficienze della vista, prescrive e fornisce il miglior sistema correttivo e se rileva l’eventuale esistenza di altri problemi non somministra farmaci ma indirizza l’utente verso i medici specialistici appropriati, svolgendo quindi anche una importante funzione di prevenzione sociale. Nel 1977 l’armeria Velati subisce una rapina da parte di un commando di brigatisti capitanato da Corrado Alunni; in conseguenza di ciò, ed essendo quel business di interesse secondario, la società viene venduta. Tra il 1978 e il 1982 Giulio Velati ricopre la carica di presidente dell’Assopto provinciale di Varese, che fa parte della rete nazionale di Federottica, la più importante associazione di categoria italiana del settore ottico e optometrico, presso la quale viene istituto l’Albo degli ottici optometristi per la formazione e l’aggiornamento dei professionisti del settore. È l’inizio di un lungo e ininterrotto impegno associativo, che tuttora prosegue. Nel 1985 l’impresa Velati assume la forma giuridica di società in accomandita semplice. In questi anni l’industria italiana dell’occhialeria trova nuovo slancio attraverso la produzione delle montature e di occhiali da sole firmati dai più noti stilisti e designer, che arricchiscono l’assortimento dell’ottica Velati. Nella primavera del 1990 il negozio si trasferisce provvisoriamente in via Verdi per consentire i lavori di ristrutturazione dello storico e prestigioso stabile di via Mazzini, dove rientra nel settembre dello stesso anno. La terza generazione e gli sviluppi recenti (1991-2010) Nel rinnovato e più ampio negozio sono in funzione
Turba interiors srl
Commercio Turba interiors srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Turba interiors srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione di arredi, commercio al dettaglio di mobili antichi moderni e in stile, dipinti, tappeti e oggettistica INDIRIZZO | Via XX settembre 14 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-633205, 0331-847612 | F. 0331-633205 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1890-1959) Intorno al 1890, Narciso Turba avvia un’attività di tappezziere e materassaio a Busto Arsizio, in via Principessa Elena. L’impresa viene però registrata alla Camera di commercio solo nel 1911. Negli anni venti, il figlio di Narciso, Luigi Turba, affianca e poi subentra al padre nell’attività che si amplia al commercio e alla costruzione di mobili d’arredamento in stile. Nel 1933, la sede sociale si sposta nel nuovo negozio di corso XX Settembre 11. L’attività conta ormai, fra i suoi dipendenti, non solo tappezzieri ma anche falegnami; Luigi può inoltre avvalersi dell’aiuto della moglie Velia, di origini romane, che lo affianca attivamente nel negozio. Verso la metà degli anni quaranta entra in azienda, prima ancora di terminare gli studi di architettura presso il Politecnico di Milano, il figlio di Luigi, Antonio Turba. Anch’egli coadiuvato dalla moglie Lia Brugioli, accanto all’originale attività di tappezziere e commercio di mobili in stile, introduce il commercio di mobili d’antiquariato e di tappeti persiani e antichi. Nel 1950, gli viene affidato dal padre un nuovo negozio a Legnano che viene però chiuso dopo solo un anno. L’impresa vive il boom economico di questi anni ed è ormai in grado di ampliare l’offerta ai propri clienti provvedendo all’arredamento completo della casa: dai mobili ai tendaggi e ai divani. La ditta organizza al proprio interno l’intero ciclo produttivo sul quale lavorano 17 dipendenti come tappezzieri, falegnami e sarte. Per la necessità di rispondere ad una domanda crescente l’impresa coinvolge un numero equivalente di artigiani esterni. Nel 1956 Antonio diviene ufficialmente socio del padre e la ditta individuale viene così trasformata nella società di fatto “Narciso Turba di Luigi Turba & c.”. Gli anni sessanta e novanta (1960-1989) Antonio Turba diventa unico titolare della società nel 1966, dopo il ritiro del padre Luigi (tornando così alla forma della ditta individuale, con la denominazione “Narciso Turba di Antonio Turba”). Nel 1968 Luigi Turba, figlio di Antonio, dopo gli studi di economia e commercio, entra in azienda con la prospettiva di occuparsi dell’amministrazione dell’impresa. Nel 1969 si sposa con Letizia Fumagalli, di origini parmensi che ricorda la difficoltà ad ambientarsi in una città meno vivace e priva di eventi culturali e dove il tempo è scandito esclusivamente dagli impegni lavorativi. Dopo pochi anni Luigi trasferisce la propria abitazione sopra il negozio in via XX Settembre, nella casa costruita dal nonno Luigi e dove già abita il padre Antonio con la famiglia. Il carattere familiare dell’attività fa sì che, ben presto, Luigi si occupi anche della parte tecnica, disegnando e seguendo i lavori di realizzazione dei mobili d’arredamento. Pur mantenendo la vendita di mobili d’antiquariato e la fabbricazione di riproduzioni di alta qualità, nei primi anni settanta, l’impresa decide di trattare anche l’arredamento moderno. Si apre così un nuovo negozio, sempre in corso XX Settembre 11, in collaborazione con la Ditta Alberti Cucine, per la vendita di cucine e mobili moderni. Questo reparto viene seguito esclusivamente da Luigi Turba, dato che il padre Antonio non si lascia coinvolgere in questo ampliamento dell’attività. La necessità di preparare i disegni tecnici per mobili su misura (la maggior parte di quelli commissionati all’impresa) e seguire da vicino gli operai nella realizzazione dei lavori di falegnameria e di tappezzeria in tensione, impedisce a Luigi Turba di dedicarsi al nuovo settore che, dopo circa sei anni, viene abbandonato. L’impresa concentra le forze sul mobile e nell’arredo tradizionale. Negli stessi anni inizia la progressiva riduzione dei dipendenti, che verso la metà degli anni settanta scendono a 7 in quanto si affida la maggior parte delle lavorazioni ad artigiani esterni. Ciò non è dovuto a un calo del lavoro, che al contrario continua a crescere, ma è l’effetto del pensionamento e dell’esigenza di ridurre i costi. Il figlio di Antonio, Luigi, comincia a detenere una quota minima del capitale sociale a partire dal 1976 con la costituzione della società di fatto “Narciso Turba di Antonio & Luigi Turba”, tramutata l’anno seguente in società in nome collettivo. Anche gli anni ottanta segnano un momento positivo per l’impresa. La maggior parte delle commesse della clientela riguardano la progettazione e la fornitura dell’arredamento completo della casa (dai mobili alle tappezzerie, dai divani ai tendaggi). Dagli anni novanta ad oggi (1990-2008) Nel 1991 Antonio Turba si ritira dall’attività. Agli inizi degli anni novanta, la moglie di Luigi Turba, Letizia Fumagalli, affianca il marito nell’impresa. Cambia, contestualmente, la tipologia di lavoro: la minor disponibilità economica, spinge la clientela a richiedere l’arredo solo per singoli locali della propria casa, rinunciando ad arredarla nella sua interezza in un unico momento. Ciò provoca una diminuzione del lavoro dell’impresa che, verso la metà degli anni novanta, riduce ulteriormente il personale, mantenendo solo gli addetti per il montaggio e la riparazione, appoggiandosi invece per la produzione ad artigiani esterni che spesso hanno maturato la propria esperienza lavorando presso la famiglia Turba. Tale scelta si spiega anche con la crescente difficoltà nel trovare e formare in breve tempo nuovo personale che possa sostituire adeguatamente gli addetti andati in pensione. Parallelamente viene potenziato il reparto di complementi d’arredo e oggettistica di antica e di nuova produzione che si rivela essere, ben presto, una parte preponderante dell’attività. Nel 1994 Antonio Turba esce dalla società. Il figlio Luigi rimane socio di maggioranza insieme alla moglie e la ragione sociale diviene “Ditta Narciso Turba di Luigi Turba & c. – società in nome collettivo”. Nel dicembre del 2008 l’impresa decide, per scelte famigliari, di “cambiare pelle”. Viene sciolta la società fondata da Narciso Turba alla fine dell’Ottocento e l’azienda prosegue l’attività, nella nuova sede di corso XX settembre 14, come Turba Interiors srl. Gli attuali amministratori sono Letizia Fumagalli
Taglietti sas di Bedogni Pierluigi & c.
Commercio Taglietti DENOMINAZIONE SOCIALE | Taglietti sas di Bedogni Pierluigi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Riparazione e vendita all’ingrosso e al dettaglio di pneumatici e loro accessori INDIRIZZO | Via Cattaneo 24 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0331-797294 | F. 0331-7991084 | www.tagliettisnc.com L’avvio dell’attività (1921-1940) Luigi Taglietti, classe 1882, originario di Borgo San Giacomo in provincia di Brescia, presta servizio militare in aeronautica a Gallarate. Qui conosce e sposa Rosa Milani, figlia di un sarto e appartenente ad una famiglia benestante proprietaria di terreni. Dal loro matrimonio nascono Giuseppina nel 1919 e Adalgisa nel 1925. Grazie al sostegno economico della moglie, Luigi nel 1921, nell’attuale Largo Camussi, avvia un’attività di commercio e riparazione gomme, oltre al noleggio di auto con autisti per privati e per il servizio pubblico. Dopo circa tre anni è affiancato in questa attività dal fratello Giovanni che, dopo aver frequentato la scuola degli Artigianelli a Milano, si trasferisce a Gallarate. Da qui la decisione nel 1928 di registrarsi alla Camera di commercio di Varese come ditta individuale “F.lli Taglietti di Taglietti Luigi” dichiarando che l’impresa era attiva già da quattro anni e aveva allora sede in via Como (ora via Venegoni) nello stesso edificio dove abitava con la famiglia. Lo sviluppo della motorizzazione tra gli anni venti e trenta – è del 1924 l’inaugurazione della prima autostrada del mondo, la Milano-Gallarate – favorisce la nascita di officine per la sostituzione e riparazione di gomme. I fratelli Taglietti si specializzano proprio in questo settore, affiancando al commercio di pneumatici di grandi marche, come ad esempio la Dunlop e la Pirelli, l’attività di ricostruzione delle gomme anche attraverso il processo di vulcanizzazione. In questo periodo il raggio d’azione dell’impresa si amplia coprendo un territorio molto ampio, da Milano a Domodossola, e Luigi può servire i propri clienti con i tre negozi di Gallarate, Busto Arsizio e Varese. Tra il 1938 e la fine degli anni quaranta, forse per necessità di maggiori spazi, l’attività si svolge anche nei laboratori di via Marconi e via Battisti fino al definitivo trasferimento nell’attuale sede di via Cattaneo. Nel frattempo agli inizi degli anni quaranta, Giovanni decide di mettersi in proprio e apre un’officina a Pavia sempre per il commercio e la ricostruzione delle gomme. Dagli anni quaranta agli anni sessanta (1941-1967) Nel 1941 Giuseppina sposa Vittorio Bedogni, dal quale ha tre figli: Rossella nel 1942, Pierluigi nel 1946 e Massimo nel 1953. Come Luigi, anche Vittorio, perito industriale di Cesenatico, aveva lasciato la città natale a 17 anni per arruolarsi come motorista nell’Aeronautica militare presso il distaccamento di Gallarate. Alla fine della guerra, dopo una breve esperienza con il cognato Renzo Marobbio (marito di Adalgisa e padre di Rosalba, nata nel 1946) in una società di produzione di suole per scarpe e la collaborazione con gli amici Agusta nella realizzazione della prima moto MV, inizia a interessarsi e a impegnarsi attivamente nell’azienda del suocero. Avendo maturato una professionalità specifica nel campo della meccanica, con il suo ingresso l’attività subisce una nuova spinta, soprattutto nel settore della ricostruzione, con l’importazione dalla Germania di nuovi macchinari e la partecipazione alle fiere di settore. Sempre su impulso di Vittorio viene installato nell’officina di Gallarate da una società francese il primo impianto in Italia per la verifica della convergenza . In questi anni vengono ceduti i negozi di Busto e Varese e il lavoro si concentra nell’officina di Gallarate, dove operano anche Francesco e Paolo Martinelli, nipoti di Luigi. Nel 1948 Luigi costituisce la “Fratelli Taglietti srl” e coinvolge nell’apparato societario anche le figlie Giuseppina e Adalgisa. Nel 1955 l’impresa tornerà a essere una ditta individuale fino al 1959, anno dell’ingresso di Vittorio nella compagine sociale che modifica denominazione e natura giuridica nella società in nome collettivo “Vulcanizzazione Taglietti Luigi & C. snc”. Gli anni sessanta coincidono con l’ingresso di Pierluigi nell’impresa. Fin dall’adolescenza aveva dimostrato una passione per i motori, diventando pilota professionista di go-kart per la squadra dei Parilla di Milano con cui vince anche il titolo di campione italiano juniores.arese. L’amicizia fraterna che lo lega ad Angelo e Achille Parilla lo porterà, finito il servizio militare, ad una collaborazione saltuaria nella loro azienda di moto e questo lo spingerà, fino ai primi anni settanta, a dividersi tra Gallarate e Milano. Nel 1970 Pierluigi sposa Aurelia Ghiringhelli dalla quale nasceranno Matteo nel 1970 e Riccardo nel 1981. Le esigenze della sua nuova famiglia, le necessità dell’officina e le pressanti richieste del padre lo inducono a impegnarsi a tempo pieno nell’impresa di famiglia, che in questo periodo raggiunge il suo massimo di espansione commerciale e occupazionale con otto dipendenti. Dalla fine degli anni sessanta agli anni novanta (1968-1989) La fine degli anni sessanta segna un momento di svolta per l’impresa, che avrà conseguenze per gli anni successivi. Già nel 1968 infatti si prospetta la possibilità di chiudere l’attività di ricostruzione e di concentrare il lavoro solo sul commercio e cambio gomme. Luigi e il nipote Pierluigi sono favorevoli, mentre Vittorio è dubbioso. Si decide infine di vendere i macchinari a un concorrente che ha sede in Trentino e che proprio grazie alla ricostruzione svilupperà la propria impresa. L’attività di ricostruzione consentiva tuttavia alla Taglietti di avere utili più alti rispetto al solo commercio delle gomme e quindi questo cambiamento costringe l’impresa a modificare profondamente il proprio modo di lavorare. A questa situazione già instabile si aggiungono nel 1969 la scomparsa del fondatore Luigi e la presenza nell’azienda di collaboratori non particolarmente affidabili e attenti alla gestione del lavoro. Nonostante questi presupposti Vittorio e Pierluigi iniziano la riconversione dell’attività aziendale. Il magazzino si trasforma in un centro di stoccaggio e di distribuzione delle gomme strutturato per rispondere alle esigenze di una presenza più capillare nell’area tra Milano e Domodossola. Diventa allora fondamentale uscire dall’officina non solo per consolidare i legami esistenti con gommisti e imprese ma per creare una nuova clientela composta da meccanici, rivenditori, piccole e medie imprese perlopiù nel settore dei trasporti. Di
Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas
Commercio Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ristorante Olona di Pedrinelli Venanzio & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ristorante e catering INDIRIZZO | Via Olona 38 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 0332-200333 | F. 0332-200333 | www.davenanzio.com Venanzio e Giuditta Pedrinelli: il ristorante e la privativa-posteria (1923-1956) Venanzio Pedrinelli, classe 1893, è originario di Trenno, alle porte di Milano. Figlio di Luigi e Angela Arienti si trasferisce a Varese in cerca di un impiego, che trova come fuochista nello stabilimento della Birra Poretti a Induno Olona. Lì conosce Giuditta Mazzocchi, che lavora come cuoca in casa della famiglia Magnani, discendenti di Angelo Poretti e proprietari del birrificio. Dopo il loro matrimonio, nel 1923 Venanzio e Giuditta avviano un ristorante in una palazzina di due piani appartenente al complesso della Poretti, che diviene anche l’abitazione della famiglia. Due anni dopo all’esercizio del ristorante Venanzio aggiunge quello di una posteria con privativa di sali e tabacchi. Per i primi sei anni di attività Venanzio e Giuditta sono anche proprietari dell’immobile ma nel 1928 la Poretti lo riacquista e ne mantiene la proprietà fino al 2006. Negli anni quaranta Lucia e Renzo, nati nei primi anni di matrimonio di Venanzio e Giuditta, cominciano ad affiancare i genitori nella conduzione del negozio e del ristorante. Rimasto vedovo di Giuditta, Venanzio si sposa con la legnanese Ernestina Cerri e da questo secondo matrimonio nasce Carlo, che a differenza dei due figli di Giuditta, non ha parte nell’attività del ristorante. Nei primi anni il ristorante ha come principali clienti i carrettieri che vanno a caricare e scaricare le casse di birra alla Poretti, mentre il negozio di generi alimentari e di monopolio serve gli abitanti delle frazioni e delle cascine più vicine. Una miglioria apportata da Venanzio dopo alcuni anni di attività è la costruzione di alcuni campi da bocce, grazie a cui l’osteria diventa anche luogo di passatempo e di ritrovo per i vicini e per i clienti. Dopo il Secondo conflitto mondiale il locale si dota di una delle prime televisioni del circondario e accentua ancora di più il proprio ruolo di centro di aggregazione locale. Inoltre la tramvia turistica che collega Varese con Luino lungo la Valganna – funzionante dai primi del secolo fino al 1955 – fa una fermata non lontano dall’osteria, che diventa così un punto di ristoro per i villeggianti che utilizzano la linea. l controllo del birrificio viene ceduto nel 1939 dagli eredi Poretti alla famiglia Bassetti e nel corso di questo passaggio l’immobile che ospita l’attività della famiglia Pedrinelli viene mantenuto nella proprietà dell’azienda. Lo stretto legame con il birrificio Poretti diviene una delle linee di sviluppo del Ristorante Olona che, nato come ristoro per i carrettieri del birrificio, diventa con gli anni il luogo preferito per i pranzi di azionisti e dirigenti. I rapporti tra i vertici dell’impresa e la famiglia Pedrinelli sono improntati a familiarità e le sale del ristorante vengono utilizzate anche in occasione di piccole feste aziendali. Quando negli anni cinquanta lo stabilimento di Induno Olona diviene il principale centro produttivo del gruppo Poretti-Splugen, il ristorante ospita dirigenti e tecnici provenienti dalla Germania e dall’Alto Adige. Il Ristorante Olona di Renzo Pedrinelli, alta qualità per una clientela esclusiva (1957-1983) Alla morte di Venanzio nel 1957, la titolarità dell’impresa passa al figlio Renzo che la sviluppa con l’aiuto della sorella Lucia e della moglie Maria Carcano, detta Mariuccia. Nel passaggio di consegne Renzo decide di cessare l’attività di posteria e privativa, mantenendo in attività solamente il ristorante che può così aumentare la capienza fino a 50-60 posti a sedere. Nella nuova conduzione Renzo e Lucia lavorano principalmente in cucina alla preparazione delle pietanze mentre Mariuccia coordina il servizio in sala; oltre a loro sono attivi tre o quattro dipendenti tra cuochi, camerieri e lavapiatti. Renzo è appassionato di funghi, che raccoglie personalmente e introduce nel menu incontrando grande successo tra i clienti. La cucina del ristorante, ispirata alla tradizione lombarda, offre il meglio di sé nel corso dei mesi invernali quando le ricette sono più elaborate e sostanziose. La qualità del ristorante deve qualcosa anche alla selezione del vino, tra cui quello delle cantine Pio Cesare di Alba, storico fornitore già dai tempi di Venanzio, che viene acquistato sfuso e imbottigliato direttamente in casa. Nel 1961 nascono i due figli di Renzo e Mariuccia, i gemelli Venanzio e Chiara, che grazie all’identità tra casa e luogo di lavoro dei genitori crescono a stretto contatto con un’attività che imparano ad amare già da bambini e che in alcune occasioni assume i contorni della festa corale. Negli anni della loro infanzia la Poretti è l’unica realtà industriale in un contesto di cascine e insediamenti agricoli, da cui il ristorante si rifornisce delle principali materie prime: ortaggi, frutta, salumi, formaggi provengono dai dintorni, quando non vengono prodotti direttamente in casa. Il ristorante in questi anni aumenta la sua fama grazie alla frequentazione di importanti famiglie borghesi di Varese e di Milano, che ne apprezzano la cucina di tradizione e il clima familiare e che si tramandano questa passione di generazione in generazione. Alcuni di loro frequentano il ristorante da decenni perché sanno di potervi trovare i funghi in settembre e ottobre, la cassoeula in novembre e gli asparagi di Cantello a primavera. Un’altra fonte di intenso lavoro in questi anni è rappresentata dalla categoria dei rappresentanti di commercio, soprattutto nel settore delle calzature e della pelletteria, che per molti anni organizzano spesso pranzi di lavoro al Ristorante Olona. Nel corso degli anni settanta il ristorante riesce a costituire un bacino di clienti fedeli tra i frequentatori degli ippodromi di Varese e di Milano, anche grazie ad alcune manifestazioni sportive sponsorizzate dalla Birreria Poretti. Sfruttando la vicinanza all’Ippodromo delle Bettole e alcuni legami consolidati con personaggi del mondo dell’ippica, Renzo riesce in questi anni a portare a cena nel proprio ristorante una nuova clientela di prestigio, che a sua volta alimenta la
Rigamonti Riccardo & c. snc
Commercio Rigamonti Riccardo & c. snc DENOMINAZIONE SOCIALE | Rigamonti Riccardo & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Macinazione granoturco e commercio granaglie e generi alimentari INDIRIZZO | Via Varesina 40 | 21035 | Cunardo (VA) CONTATTI | T. 0332-716101 | F. 0332-716254 Un antico molino nelle valli varesine con il nome brianzolo (1787-1944) Il 27 aprile 1787 Carlo Rigamonti, originario di Barzago, località della Brianza lecchese, rileva da Pasquale Aimetti di Ganna il molino attivo a Cunardo, alimentato da una derivazione del torrente Margorabbia, emissario del Lago di Ghirla. Siamo a pochi chilometri dal confine con la Svizzera, in un’area agricola ricca di pascoli e seminativi posta a cavallo tra Valcuvia, Val Marchirolo, Valganna e Valtravaglia. La proprietà del molino passa in seguito a Natale Rigamonti, nipote di Carlo. Alla morte di Natale, nel 1903, la proprietà passa ai suoi figli maggiori, Pietro e Francesco, tra i quali si instaura la società di fatto Fratelli Rigamonti. Nel 1913, in seguito alla morte di Francesco Rigamonti avvenuta l’anno prima, entrano nella società i suoi figli: Luigi ed Ettore . Lo zio Pietro viene nominato tutore dei figli più giovani di Francesco, Riccardo, Alessandro, Giovanni. Maria, unica figlia femmina, non entra in società. L’impresa ha per oggetto l’attività di oleificio, molino, commercio al minuto di olio di semi e granaglie, con depositi in Luino, Lavena Ponte Tresa e Mesenzana. In memoria della sua antica origine il molino viene chiamato “Mulino Barzago”, nome con il quale è ancora oggi conosciuto. Nel 1931 muore Pietro Rigamonti che dal matrimonio con la maestra Ernesta Tonta non ha avuto figli. L’attività prosegue quindi con i nipoti Luigi ed Ettore. Il molino opera a pieno regime, spesso anche di notte, per la macinatura dei cereali (frumento, granoturco, orzo, avena, segale) conferiti dai contadini e proprietari della zona e la relativa produzione di farine e cascami, che trovano impiego nell’alimentazione umana e nella zootecnia. Accanto a ciò si produce olio di lino, il cui seme arriva dalla Sicilia e che sostituisce l’olio di oliva, all’epoca assente dalle valli prealpine, e ancora olio di mandorle, di noci e di ravizzone. Il vecchio molino è anche una fattoria dove si allevano mucche, cavalli e maiali, secondo un modello di economia rurale assai diffuso. Il prodotto principe è la farina di granoturco, la polenta, alimento base della cucina dell’epoca, acquistato e apprezzato anche dalle famiglie benestanti milanesi , che amano trascorrere la villeggiatura tra le campagne amene del vicino varesotto. Durante il secondo conflitto mondiale, l’attività del molino Rigamonti non subisce interruzioni, anzi si intensifica per venire incontro ai bisogni di una popolazione stremata dai disagi dalla guerra. Un mulino, un’impresa, due famiglie (1945-1969) Negli anni del dopoguerra l’impresa dei fratelli Rigamonti non conosce particolari cambiamenti: è uno dei tanti molini ad acqua attivi in un territorio punteggiato da aziende agricole e fattorie. I fratelli Luigi ed Ettore sposano le sorelle Candida e Rita Taglioretti. Le due famiglie vivono nella corte del molino. Sono due famiglie affiatate, dieci persone in tutto, quasi tutte impegnate in azienda, eccetto Alessandro e Maria, figli di Ettore, che scelgono strade diverse. La metà sono donne: Candida Taglioretti, moglie di Luigi, con le figlie Elena e Piera, e Rita Taglioretti, moglie di Ettore. I restanti due maschi sono Francesco, figlio di Luigi, e Riccardo, figlio di Ettore. L’impresa Rigamonti, con la sua attività artigiana di trasformazione, opera in un contesto economico e sociale ancora largamente caratterizzato dall’agricoltura e dall’allevamento, anche se non manca una tradizione industriale locale basata soprattutto sulla lavorazione della seta e della ceramica, peraltro in fase di declino. Nel 1951muore Luigi Rigamonti a cui succede il figlio Francesco, che affianca nella società lo zio e mugnaio Ettore, per diversi anni sindaco di Cunardo. Il figlio di quest’ultimo, Riccardo, appena ultimata la scuola di avviamento commerciale, inizia a lavorare nell’azienda di famiglia, occupandosi soprattutto della molitura. Il suo impegno aumenta quando, nel 1957, viene a mancare prematuramente Francesco, cui subentrano, quali eredi, l’anziana madre e le due sorelle Piera ed Elena, che condivide la firma sociale con lo zio Ettore. Seguendo l’esempio paterno, anche Riccardoricopre incarichi politici nell’amministrazione comunale, un impegno che proseguirà sino agli anni settanta. Nel frattempo cessa la produzione dell’olio di semi e, con lo sviluppo della motorizzazione, viene chiuso il deposito di Luino, mentre nel 1956 l’impresa è iscritta all’Albo artigiani. La consegna diretta dei prodotti presso i clienti, effettuata tramite un camioncino, rende necessaria, nel 1964, l’acquisizione della licenza di commercio ambulante. Nello stesso anno viene assunto come dipendente Renzo Borellini che sposerà nel 1971 Piera Rigamonti. Nel 1969 Ettore Rigamonti, che muore l’anno seguente, e Candida Taglioretti recedono dalla società, conferendo le loro quote ai figli, e conseguentemente l’impresa assume la nuova denominazione “Riccardo Rigamonti & C.” Nello stesso anno Riccardo Rigamonti sposa Renata Gironzini, diplomata in ragioneria, che collabora attivamente in azienda occupandosi della parte amministrativa. La coppia costruisce una casa nei prati circostanti il molino e vi si trasferisce. La lunga transizione verso l’impresa a prevalenza commerciale (1970-2011) Il paesaggio agrario è profondamente mutato: sempre meno coltivazioni e allevamenti, sempre più boschi e prati incolti. Molti mulini hanno chiuso i battenti, o stanno per farlo, ma non il mulino Barzago che, azionato dalla grande passione di Riccardo Rigamonti, ancora produce farine e cascami, seppure in quantità nettamente inferiori a quelle del passato. Alla contrazione dell’attività molitoria corrisponde, con l’inizio degli anni settanta, lo sviluppo di quella commerciale, svolta soprattutto presso la sede aziendale di via Varesina, che si arricchisce di nuovi articoli di vendita, come i terricci e i mangimi. Nel 1977 l’impresa Rigamonti è menzionata nell’Albo d’oro del lavoro, cui seguono altri riconoscimenti attribuiti (1981 e 1994) dalla Camera di commercio di Varese. Nel 1996 viene a mancare Renzo Borellini. L’anno successivo Elena e Piera Rigamonti recedono dalla società di fatto, cedendo la propria quota a Francesco Borellini, nato nel 1974 e diplomatosi in ragioneria. La società si trasforma in snc, i cui soci amministratori sono Riccardo
Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc
Commercio Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc DENOMINAZIONE SOCIALE | Minoli ferramenta di Minoli Alessandra & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Ferramenta INDIRIZZO | Piazza Garibaldi 7 | 21013 | Gallarate (VA) Pasquale Minoli, “successore a Furla” (1903-1938) Nel 1903 Pasquale Minoli apre un negozio per il commercio di ferramenta in piazza Garibaldi 7 a Gallarate. Le notizie biografiche sul fondatore sono scarne: sappiamo che nasce a Crenna nel 1876 e che la sua famiglia, come quella della moglie Carolina Magnoni è piuttosto benestante. Ne è conferma il fatto che, all’avvio dell’impresa, Pasquale è in grado di acquistare l’intero immobile di piazza Garibaldi dove insedia il negozio e dove stabilisce la propria abitazione. Nel corso degli anni la disponibilità di ingenti spazi dove costituire magazzini e depositi si rivela molto importante per favorire la crescita dimensionale dell’impresa. Per alcuni anni Pasquale mantiene sulla carta intestata, sotto al proprio nome, la dicitura “successore a Furla”, dal che si deduce che l’impresa è stata avviata rilevando una preesistente attività di ferramenta con un proprio bacino di clienti. La lettura di questa carta intestata del 1906 ci consente anche di inquadrare la varietà di articoli in vendita e le specialità della ditta: in alto, sopra il nome, campeggiano le tre categorie “Ferramenta, Ottonami, Chincaglieria”; a sinistra del nome si legge “Assortimento in ferro smaltato e posateria, stufe, cucine e ghiacciaie per famiglie, articoli per capimastri, canali, e lamiere, utensili agricoli e industriali”; sulla destra troviamo “Specialità in ferri da taglio ed articoli per falegnami, grande deposito di chioderie, punterie, viti e bulloni, assortimento cordami, colla, carta e tela vetrata e smerigliata”; infine, più in basso, “Ranze e messorie marche Rosa, Serpente e Stella”. La varietà dell’assortimento è un segno di come il negozio si pone contemporaneamente al servizio dell’utenza professionale e di quella domestica, per quanto la distinzione tra le due destinazioni non fosse marcata come lo è oggi. Pasquale e Carolina lavorano insieme nel negozio e riescono in pochi anni a diventare un punto di riferimento in città per chiunque abbia bisogno di utensili da lavoro o di articoli per la casa. Dal loro matrimonio nel 1898 nascono tra il 1900 e il 1921 Maria, Francesco detto Franco, Adele, Gaetano detto Nino, Carlo e Arturo. Franco, Nino e Arturo, in tempi diversi a seconda dell’età, affiancano i genitori nella conduzione del negozio. Arturo si diploma in ragioneria presso il collegio San Carlo di Milano; Carlo prosegue negli studi e diventa farmacista, lavorando nella storica farmacia Daho’ in piazza Garibaldi, sul lato opposto rispetto alla ferramenta. La farmacia viene rilevata da Carlo e tuttora è attiva sotto la conduzione della dottoressa Renata Minoli, sua figlia. I tre figli di Pasquale. Una squadra ben assortita (1939-1966) Nel 1939, in seguito ad un atto di donazione da parte di Pasquale, i tre figli Franco, Nino e Arturo proseguono l’attività con una nuova società, la Ditta Minoli Pasquale snc, anche se è il padre, fino alla morte avvenuta nel 1943, a mantenere le maggiori responsabilità decisionali nell’impresa. Durante la Seconda guerra mondiale Arturo è l’unico dei tre chiamato al fronte, insieme a Carlo, mentre i due fratelli maggiori possono continuare nella conduzione del negozio. Subito dopo la guerra Arturo si sposa con Luciana Gaiazzi continuando ad abitare nella casa di famiglia. Dal matrimonio nascono Luisa, Franca e Alessandra. Con la scomparsa dei genitori tra il 1943 e il 1949 si forma la struttura operativa che sostiene l’attività per il successivo ventennio. Dei tre fratelli Franco è il capo amministrativo e rappresenta la massima autorità nell’organizzazione dell’impresa: la sua abitudine a gestire in nome proprio gli affari dell’impresa non viene messa in discussione dagli altri due fratelli. Nino è presente al banco di vendita dove lo affianca Arturo che, anche per un semplice dato anagrafico, è considerato dai fratelli il “jolly” per tutte le necessità del negozio. Le sorelle Maria e Adele non partecipano all’attività che, dopo la scomparsa di Carolina, diventa per alcuni decenni un ambito riservato agli uomini di famiglia. La disponibilità di ampi spazi per immagazzinare le merci in attesa della loro vendita è molto importante per garantire alla clientela un ampio assortimento. Il volume e il peso delle merci movimentate rendono necessaria la presenza di un organico di circa 10-12 persone, in parte addette alla vendita e alla gestione dei magazzini, in parte alla contabilità. Gli anni cinquanta e sessanta rappresentano un periodo di intenso lavoro per l’impresa, che rifornisce aziende e artigiani del territorio gallaratese. I settori con cui l’impresa lavora maggiormente sono quello meccanico e quello edilizio, il cui boom accompagna la crescita dell’impresa, mentre nel tempo perdono di importanza le forniture per la lavorazione del legno. Nel secondo dopoguerra l’assortimento del negozio si adegua alla rapida innovazione dei materiali: gli articoli casalinghi in ferro smaltato lasciano posto alla plastica e fanno la loro comparsa gli utensili elettrici. Nel pieno di questa fase di crescita l’impresa deve fare fronte ad un avvicendamento tanto inatteso quanto improvviso. Tra il febbraio e il luglio del 1966 muoiono i due fratelli maggiori e a loro subentrano come eredi il figlio maggiore di Franco, Pasquale detto Linuccio, nato nel 1933, che entra attivamente nella conduzione del negozio al fianco dello zio Arturo, e Ambrogio, nato nel 1940, che eredita le quote del padre Nino ma non gli subentra nel ruolo operativo. Arturo e Pasquale, tra seconda e terza generazione (1967-1986) Con la scomparsa dei fratelli maggiori Arturo deve farsi carico di crescenti responsabilità mentre il nipote Pasquale, rimasto fino ad allora lontano dall’attività, si inserisce occupandosi delle vendite. La transizione non è facile in quanto la presenza di Franco e Nino aveva mantenuto il fratello minore lontano da compiti decisionali e organizzativi. A partire da questo momento Arturo deve necessariamente dividersi tra la gestione degli acquisti e la vendita, mentre la parte amministrativa viene perlopiù delegata a suoi collaboratori. Arturo e il fratello Carlo vivono con le rispettive famiglie nello stesso immobile che ospita il
Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas
Commercio Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ossola di Ossola Luigi e Aldo & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria, orologeria e ottica INDIRIZZO | Corso Aldo Moro 19 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-281020 | www.gioielleriaossola.com Gino Ossola, da artigiano a commerciante (1919-1949) Il fondatore di questa impresa commerciale di oreficeria e gioielleria è Giovanni Ossola, detto Gino, nato a Varese nel 1891 da Luigi e Maria Minonzio. Le notizie sulla formazione e l’apprendistato professionale di Gino sono scarne, così come i dati sull’avviamento della sua prima attività. Dalla testimonianza dei suoi due figli, attuali titolari dell’impresa, si può fare risalire agli anni immediatamente successivi la Prima guerra mondiale l’inizio dell’avventura imprenditoriale della famiglia Ossola. In questi stessi anni Gino si lega in matrimonio con Rosa Martignoni, madre del primogenito Franco (1921-1949). Attorno al 1919 Gino subentra in un’attività di orefice alla famiglia Santini: il fatto che per alcuni anni il nome dei precedenti proprietari sia rimasto nell’intestazione dell’impresa, “Ossola già Santini”, fa presupporre che Gino subentrasse ad una ditta già affermata, con un bacino di clienti propri. Nei primi anni Gino alterna periodi di lavoro in proprio ad esperienze di società con altri colleghi. Nel 1924, quando costituisce una ditta individuale a proprio nome, dichiara di succedere nell’attività alla “Faoro e Ossola”; nel 1930 cessa la ditta individuale per costituire con un tal Giorgi la società in nome collettivo “Ossola e Giorgi”, ma due anni più tardi apre una nuova ditta a proprio nome. Il trasferimento della sede di lavoro dalla zona di piazza della Motta, allora periferica, all’importante arteria di corso Roma risale ai primi anni venti, forse in coincidenza con la costituzione della prima ditta individuale, e segna il passaggio da un’attività puramente artigiana all’esercizio del commercio al dettaglio. Anche l’abitazione della famiglia Ossola viene spostata in un appartamento ubicato sopra il negozio, presi entrambi in affitto. Le poche informazioni su questo periodo di attività non consentono molti approfondimenti, salvo quello che ci viene tramandato dalle testimonianze degli eredi. Sulla base di queste si può ricostruire come Gino, nato professionalmente come artigiano orefice, abbia ampliato l’oggetto dell’attività nel corso degli anni trenta, estendendolo al commercio di strumenti ottici e fotografici. Ne emerge il profilo di un uomo in grado di abbinare la propria maestria di artigiano con l’intuito commerciale. Alla fortunata biografia imprenditoriale del fondatore fa da contraltare una vicenda personale travagliata: rimasto vedovo nei primi anni trenta, Gino sposa nel 1936 in seconde nozze Angela Civelli (1911-2010), nativa di Barasso dove i genitori gestivano un mulino tuttora esistente. Prima delle nozze Angela lavorava come segretaria amministrativa in una clinica privata e in seguito affiancherà Gino nella conduzione del negozio. Negli anni in cui la famiglia Ossola si completa con la nascita dei figli Luigi (1938) e Aldo (1945), il figlio maggiore è in procinto di iniziare una gloriosa quanto breve carriera sportiva. Franco infatti inizia a giocare a calcio nel Varese verso la fine degli anni trenta e nel 1939 si trasferisce a Torino, dove diventa una delle colonne portanti della storica compagine granata protagonista del tragico incidente aereo di Superga nel maggio 1949. Negli anni in cui si afferma la fama di Franco il negozio del padre diventa un punto di riferimento per gli appassionati sportivi della città. Pochi mesi prima della morte di Franco un’altra disgrazia colpisce la famiglia Ossola: di ritorno da Milano in autostrada, Gino e la moglie sono vittime di un incidente stradale in cui lui perde la vita. Angela si salva dopo essere rimasta in coma per alcuni giorni e si trova a fronteggiare da sola la difficile scelta di proseguire l’attività del negozio in nome e per conto dei figli minori, che nel 1949 hanno rispettivamente 11 e 4 anni. Angela Civelli Ossola: il dovere di imprenditrice (1950-1982) Dopo la morte di Gino e del figlio Franco i due rami della famiglia, pur mantenendo saldi e continui rapporti, separano le proprie attività. A Varese Angela prosegue l’attività del negozio, in cui viene successivamente affiancata dai figli, mentre gli eredi di Franco (la vedova Piera Bernardi e i figli Franchino e Daniela) si stabiliscono a Torino e abbandonano ogni interesse nel settore della gioielleria. La fama acquisita dal negozio nei primi trenta anni e la favorevole congiuntura economica del dopoguerra aiutano la vedova a risollevare le sorti dell’impresa, che cresce e si afferma come una delle realtà più in vista della città. Angela si rivela donna di forte volontà e ottime capacità imprenditoriali, assumendo in prima persona la gestione del negozio. Con la scomparsa di Gino vengono meno alcune delle competenze tecniche e artigiane del negozio e Angela decide dopo alcuni anni di cessare la vendita di articoli per la fotografia e di iniziare quella di alcuni prestigiosi marchi di orologeria svizzera. Un elemento di continuità con la precedente gestione e un supporto importante vengono dalla presenza di uno storico e affezionato dipendente, Emilio Bertani, che ogni mattina raggiunge Varese dall’alta Valganna. Un’altra dipendente, Antonietta Tosetti, viene invece assunta da Angela nei primi anni cinquanta e diventa in breve una fidata collaboratrice e un’amica anche fuori dal negozio. Il buon andamento dell’attività consente inoltre alla vedova di acquistare nel corso degli anni sessanta l’immobile contiguo dove vengono trasferiti sia il negozio che l’abitazione di famiglia e dove tuttora opera l’impresa. Nel 1959, in concomitanza con il raggiungimento della maggiore età da parte di Luigi, viene decisa la trasformazione della ditta individuale in società di fatto con la denominazione “Eredi di Ossola Gino”: Angela mantiene una quota minoritaria e i due figli entrano nella società. Nel 1966 anche Aldo diviene maggiorenne e anche per lui cessa la tutela della madre. Il supporto dei figli nella gestione del negozio, sebbene facilitato dalla compresenza di casa e bottega, si limita per molti anni ad aiuti sporadici, visto che anche Luigi e Aldo intraprendono carriere sportive che assorbono buona parte del loro tempo. Luigi, dopo una breve
Pasticceria Veniani Sas di Clerici Alessandro & C.
Commercio Pasticceria Veniani Sas di Clerici Alessandro & C. DENOMINAZIONE SOCIALE | Pasticceria Veniani sas di Clerici Alessandro & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Bar, caffè , commercio al minuto di pasticceria e gelati INDIRIZZO | Piazza Matteotti 4 | 21026 | Gavirate (VA) CONTATTI | T. 0332-743084 | F. 0332-743084 | www.bruttiebuoni.it Le origini: “Brutti e buoni” e tanto altro (1875-1901) Costantino Veniani nasce nel 1851 da una famiglia di proprietari terrieri di Ternate. Apprende sin da giovanissimo i segreti dell’arte dolciaria lavorando presso le primarie pasticcerie di Milano. Nel 1875 acquista a Gavirate una locanda per il cambio di cavalli, la trasforma e, con l’aiuto della moglie Giuseppina Anderwill, avvia l’attività di caffè pasticceria . Da allora Veniani vuol dire i “Brutti e buoni di Gavirate”, semplici e piccoli dolci a base di nocciole e mandorle tostate, nati da una ricetta originale di Costantino, che nel 1878 ottiene dal Ministero agricoltura industria e commercio del Regno d’Italia l’attestato di “privativa industriale”: mandorle di Avola, nocciole di Cuneo, fragranza mitteleuropea. Il locale è raffinato, l’atmosfera è quella spensierata della belle epoque. I clienti sono per lo più i notabili del posto ma anche avventori illustri richiamati dalla fama dei “Brutti e buoni”, tra i quali Giuseppe Verdi,la Regina Elena e Giosuè Carducci. Dietro l’euforia del locale, i macchinari del laboratorio artigiano movimentati dalle pulegge, il forno dal pesante sportello in ghisa caricato a fascine. Sopra, le stanze da letto sarà sempre così: la casa nel negozio, il negozio nella casa. Costantino non si limita ai “Brutti e buoni”, ma realizza un proprio ricettario che copre tutte le specialità possibili e immaginabili dell’epoca. Su di un piccolo quaderno annota minuziosamente le indicazioni per la preparazione di elisir, vermut, tonici e aperitivi, in cui diventa maestro. Tutto realizzato con tecnologie povere, con niente, ma con testa e cuore d’artista. E così sulla pasticceria Veniani iniziano a fioccare premi: medaglia di bronzo all’Esposizione regionale Varesina del 1886, medaglia d’oro per i “Brutti e buoni” all’Esposizione campionaria di Roma del 1898. Ma a Costantino Veniani rimane poco tempo per godersi la fama raggiunta: colpito da un attacco cardiaco muore improvvisamente a soli cinquant’anni nel 1901, lo stesso anno in cui muore il suo cliente più famoso: Giuseppe Verdi. Il consolidamento (1902-1951) La prematura scomparsa del marito non demoralizza Giuseppina Anderwill, che ha coraggio da vendere. Prende in mano la situazione, gestisce con polso fermo le maestranze (un pasticciere e un garzone di origine armena che alloggiano come ospiti nella “foresteria”), partecipa a fiere ed esposizioni, amplia negozio e abitazione acquistando, a forza di debiti, le piccole botteghe-case confinanti. È imprenditrice e madre insieme, dovendo provvedere alla cura del figlio Giuseppe (nato nel 1887), che è ancora ragazzo e frequenta con passione una scuola di elettrotecnica. In occasione di un’esposizione svoltasi a Torino, Giuseppina Anderwill conosce il conte Teofilo Rossi, sindaco della città e fondatore della Martini e Rossi, che le consiglia di registrare il marchio di fabbrica già concepito dal marito (e a tutt’oggi regolarmente rinnovato). Si tratta di una cartina che avvolge e infiocchetta a due a due i “Brutti e buoni” e riproduce, disegnati in stile liberty, scorci del paesaggio locale. Al centro riporta una frase a firma di Costantino, che mette in guardia dal non confondere i suoi “Brutti e buoni”, i soli originali, con quelli di altre pasticcerie che cercano di imitarli. Giuseppe abbandona presto i suoi sogni elettrici, gira mezza Europa per fare esperienza e diventa pasticciere provetto come il padre, aiutando così la madre. A 33 anni sposa Giuseppina Rossini e quando, nel 1928, muore sua madre, subentra nell’impresa costituendo la ditta individuale “Caffè Pasticceria Veniani di Veniani Giuseppe”. È il periodo del regime fascista ma la nuova Giuseppina è così affabile con tutti i clienti che la pasticceria è frequentata dal podestà come dai cospiratori. Ma anche dalle celebrità del tempo: Amedeo Nazzari, la scrittrice Mura, la cantante e attrice Elsa Merlini e il vignettista satirico Giuseppe Scalarini. Durante gli anni della Seconda guerra mondiale la clientela, naturalmente, si dirada e le materie prime scarseggiano. La pasticceria è comunque un punto di ritrovo degli ufficiali alloggiati nella vicina caserma. Nel 1946 Giuseppe Veniani muore, stroncato da un infarto come suo padre. Attilio Rossini, già pasticciere a Milano presso l’Alemagna, affianca la sorella Giuseppina. Nel 1951 subentra la ditta individuale “Pasticceria Veniani di Rossini Giuseppina ved. Veniani”. L’impresa femminile (1952-1990) Giuseppina Veniani ha due figlie, Costantina e Augusta, che nella casa-negozio hanno studiato per conseguire un titolo di studio – diploma magistrale la prima, segretaria di azienda la seconda – apprendendo nello stesso tempo il mestiere della propria vita. Augusta è sposata con Claudio Clerici, un geometra che non si occuperà mai della pasticceria, facendo tutt’altro (sarà uno primi progettisti della nascente metropolitana di Milano). Costantina è nubile e lo rimarrà per sempre. A portare avanti l’azienda ci sono quindi tre donne. Augusta si occupa insieme al pasticciere di famiglia, Attilio, del laboratorio, che alla fine degli anni cinquanta viene completamento rinnovato. Giuseppina tira su la saracinesca del negozio dopo essere tornata dalla messa mattutina delle sei mentre la figlia Costantina la riabbassa intorno alla mezzanotte; e così per 365 giorni all’anno, festivi compresi, pomeriggio di Natale escluso. L’impresa femminile attraversa con successo i “gloriosi venti”, dagli anni cinquanta a tutti i sessanta. Arriva la televisione, crescono i ceti medi, giungono i migranti dal sud Italia. E la sera tutti da Veniani, che possiede l’unico televisore del quartiere, a guardare Lascia o raddoppia?. O soltanto per bersi un bicchiere e chiacchierare, incontrando magari gli atleti sponsorizzati da Giovanni Borghi, patron della grande Ignis. Sono gli anni d’oro del caffè-comunità. Andato in pensione Attilio Rossini, il laboratorio di pasticceria si avvarrà sempre di persone qualificate esterne all’azienda. La produzione dolciaria rimane notevole nonostante siano venute a mancare le forniture a rivenditori ed alberghi. Tra gli habitué c’è anche Guido Morselli, grande scrittore ignoto ai più e divenuto famoso solo post-portem, che
Mario Crespi
Commercio Mario Crespi DENOMINAZIONE SOCIALE | Mario Crespi Spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio semilavorati metalli non ferrosi grezzi e rottami INDIRIZZO | Viale Milano 153 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-792028 | F. 0331-793883 | www.crespimetalli.com L’avvio dell’attività fino agli anni Sessanta Garibaldi (1938-1959) L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di integrare l’attività paterna, Mario avvia in proprio un’attività di raccoglitore ambulante di rottami metallici munito di motofurgoncino, con sede in via Birago 22 a Gallarate. Nel 1947 Mario Crespi esercita il commercio dei semilavorati metallici non ferrosi e grezzi nonché dei rottami. La sede dell’impresa viene trasferita in piazza Montegrappa, dal 1957 via Galilei. Qui il capannone e l’abitazione si fronteggiano divisi da un ampio cortile e si crea pertanto un forte connubio tra l’attività imprenditoriale e la vita famigliare al punto che alcuni dipendenti facevano da babysitter ai figli di Mario, Giorgio e Silvano. Gli anni cinquanta vedono l’impresa strutturarsi e ampliare la propria attività. Il numero dei dipendenti sale a 20 e nel 1955 viene aperto un deposito a Gozzano, in provincia di Novara in quello che poi diverrà il distretto industriale del Cusio. L’anno successivo prende avvio l’attività di trasformazione dei prodotti già commerciati con lavorazione presso terzi. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1960-1979) Nel 1968 la ditta si trasferisce nella sede attuale, in viale Milano. Qui vengono costruiti ampi spazi di magazzino, strutture tecnologiche (carri-ponte) adatte allo spostamento di grandi pesi, uffici moderni che utilizzano le nuove soluzioni architettoniche dell’open space. Le dimensioni della sede e la modernità degli impianti esprimono le aspettative di crescita che all’inizio degli anni settanta sembravano aprirsi all’economia italiana. Sulla spinta dell’aumento dei volumi del commercio, anche le dimensioni occupazionali crescono: il numero dei dipendenti sale fino a 30, di cui 8 autisti. In questi anni il rapporto di fidelizzazione con il cliente e con i dipendenti è molto forte tanto che l’azienda arriva ad organizzare viaggi all’estero a cui partecipano entrambi. Anche la struttura societaria si sviluppa coerentemente con la crescita economica: nel 1971 la ditta individuale si trasforma nella società di fatto “Mario Crespi & C.” con l’ingresso in società della moglie Maria Bruna Giraldo e dei figli Giorgio e Silvano. Nel 1972 entra nella società anche il figlio minore Alessandro. Nel 1980 avviene la trasformazione in società per azioni. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2006) Nel 1982 muore Mario Crespi e Silvano Crespi viene nominato amministratore unico. La successione coincide con una forte trasformazione del mercato che si riflette sull’andamento e sull’organizzazione dell’impresa. Nelle zone di maggior consumo, si diffondono i magazzini dei produttori di semilavorati che vendono direttamente ai clienti, scavalcando l’intermediazione mercantile. La Crespi riesce a mantenere una certa quota di mercato grazie alla vendita di barre forate – largamente utilizzate per la produzione di rubinetterie nel distretto del Cusio – e alla solidità dei rapporti di collaborazione costruiti nei decenni precedenti sia con i clienti, sia con importanti produttori. La quantità del prodotto lasciato all’intermediazione commerciale si riduce sempre più e questo aumenta la concorrenza tra intermediari. Diventa necessario ricorrere alla conoscenza del mercato, conoscerne le nicchie e sfruttarle dedicandosi a prodotti una volta trascurati. Per l’impresa, ad esempio, è stato importante inserire il settore del semilavorato. Le imprese manufatturiere utilizzano leghe particolari di alto valore unitario. Le lavorazioni producono naturalmente scarti che rappresentano un costo sensibile per i produttori. A partire dagli anni ottanta la Crespi ritira questi rifiuti dai propri clienti e li ricicla: servendosi di terzisti, li trasforma in nuovi semilavorati. In questo modo l’impresa consente ai clienti di ottimizzare gli scarti e rafforza i rapporti reciproci di solidarietà e fedeltà. Negli anni cambia il modo di conservare e movimentare i prodotti in magazzino: da assetti verticali si passa ad assetti orizzontali. Nel deposito di via Cavallotti il materiale veniva spostato a mano e collocato in verticale contro le pareti. Nel nuovo deposito in viale Milano, l’operazione viene invece effettuata grazie al carro-ponte: il materiale, che giace orizzontalmente, è sollevato da terra e caricato su carri aperti. Attualmente l’utilizzo dei container al posto dei carri aperti comporta la sostituzione del carro ponte con i muletti. Ciò crea una nuova modalità di stoccaggio del materiale su più livelli che permette di sfruttare meglio lo spazio. Nel 2000 la Mario Crespi spa ha 18 dipendenti. Oggi l’attività dell’impresa è influenzata dalla crescente internazionalizzazione dei mercati e dalle modificazioni che i prezzi delle materie prime subiscono quotidianamente. Il prezzo si forma suoi mercati internazionali, soprattutto alla Borsa di Londra e ciò significa che i contratti con i clienti devono essere stipulati rapidamente. Grazie al rapporto fiduciario con il cliente, gli accordi vengono conclusi verbalmente e solo successivamente la transazione viene formalizzata. La rapidità nella consegna è l’elemento che rende concorrenziale l’impresa nei confronti dei produttori. Ciò è conseguenza del mutamento di cicli produttivi sempre più fondati su una variabilità dei prodotti cui occorre rispondere con tempestività; ma deriva anche dalla necessità dell’impresa che i flussi di scarti in entrata e di semilavorati riciclati in uscita siano equilibrati in modo da non generare scompensi sul bilancio aziendale. Oggi l’impresa è dimensionalmente più piccola – gli occupati sono scesi da 30 a 14 nell’arco di un ventennio – ma al contempo sempre più pronta a rispondere agli stimoli che vengono dal mercato. Attualmente il magazzino di via Galilei ospita la collezione d’arte privata di Giorgio Crespi. L’apprendistato imprenditoriale di Mario Crespi avviene negli anni trenta presso la fonderia artigianale del padre Giulio, in viale dei Tigli, a Gallarate. Qui ha senz’altro modo di impratichirsi nelle problematiche di commercio e reperimento dei metalli non ferrosi e dei rottami. Nel 1938, quasi trentenne, forse per desiderio di autonomia, forse immaginando di
M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc
Commercio M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc DENOMINAZIONE SOCIALE | M.P. Marco Pontiggia di E. Pontiggia & c.s snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Libreria, cartoleria. INDIRIZZO | Corso Moro 3 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-282182 | F. 0332-232369 | www.libreriapontiggia.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1890-1959) Marco Pontiggia alla fine dell’Ottocento lavora come libraio presso una cartoleria e libreria in piazza Monte Grappa a Varese di proprietà di una anziana signora, Gaetana Perfetti, che, non avendo eredi disposti a continuarne l’attività, gli cede il negozio nel 1890. Nel 1930, Marco lascia l’attività nelle mani del figlio Antonio (1892-1981) il quale nel 1934 trasferisce il negozio in corso Roma (dal 1979 ridenominato corso Aldo Moro). In quell’occasione, l’impresa viene registrata in Camera di commercio come ditta individuale. Nel 1928 Antonio sposa Elsa Minola Cattaneo che dà grande impulso alla libreria diversificando i prodotti commerciati: accanto ai libri, la vendita si apre a generi complementari o da regalo quali la pelletteria (servizi da scrittoio, cartellette), gli articoli religiosi, le cornici in metallo e cuoio. Nel 1936 nasce Eligio, figlio di Antonio ed Elsa, che, per la compresenza nello stesso stabile di abitazione e negozio, si trova a vivere sin dall’infanzia in libreria. Nel 1946 l’impresa si trasforma in società di fatto con l’ingresso di Elsa Minola accanto ad Antonio. La struttura è a composizione prevalentemente familiare: in negozio sono presenti anche una sorella di Antonio, Maria Augusta due commesse e un fattorino. Ad essi si aggiunge nel 1953 Eligio che, superando alcuni dubbi sul futuro del settore, decide di abbandonare gli studi liceali per aiutare i genitori nella conduzione dell’attività. Gli anni sessanta e settanta (1960-1979) Nel 1964 Eligio Pontiggia entra ufficialmente in società e vive in prima persona l’intenso sviluppo degli anni sessanta che farà della libreria un punto di riferimento culturale a Varese. Egli comprende che gestire una grande libreria richiede una solida preparazione culturale e competenze da bibliotecario: bisogna conoscere quanto prodotto dalle varie case editrici, saper guidare il cliente nella scelta e, soprattutto, offrire la disponibilità del libro cercato. Di conseguenza, una libreria importante conserva in sede una elevata quantità di pubblicazioni, indipendentemente dal loro successo editoriale. Tutto questo impone un ampliamento degli spazi espositivi e l’incremento del personale. Posta dinanzi all’opzione della crescita e stimolata dall’affacciarsi di nuovi concorrenti, la famiglia Pontiggia decide di accettare la sfida, confortata anche dai buoni risultati di vendita. Il negozio viene strutturato su più piani e nel 1967 viene acquistato un vicino magazzino per sgomberare i sotterranei dove viene collocato il reparto cartoleria. Seguendo il modello della Feltrinelli di Firenze, il negozio si dispone ora su più piani. Per l’occasione viene acquistato l’arredamento necessario in Germania dalla ditta Bruback, specializzata in arredo per cartoleria. Nel 1969 Eligio sposa Maria Teodora Casalis che, dopo la nascita dei tre figli, Antonio, Anna Giulia e Chiara, affianca dal 1974 il marito in libreria. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2008) Nei primi anni ottanta i genitori di Eligio lasciano la conduzione dell’attività al figlio che coinvolge anche la moglie Maria Teodora Casalis nell’assetto societario. Nel 1981, dopo la morte di Antonio Pontiggia l’impresa si trasforma in società in nome collettivo. Due anni dopo l’oggetto sociale viene ampliato alla legatoria di libri, alla riproduzione di disegni tecnici con macchine eliografiche, fotocopiatrici e duplicatrici e alla vendita di articoli per disegno e belle arti. Nello stesso anno viene aperto un magazzino in via Ugo Foscolo in vista di un nuovo e definitivo ampliamento degli spazi commerciali. A partire dal 1985, in seguito a una definizione di successione fra Eligio Pontiggia e la sorella Giovanna, si ha la seconda e definitiva espansione di sede, con l’acquisizione degli spazi appartenuti all’ex Calzaturificio di Varese, al primo piano. Il 1985 è anche l’anno in cui viene avviata la riorganizzazione informatica dell’impresa che ancora oggi ne garantisce l’efficenza gestionale. Viene introdotto un sistema per la gestione dei titoli che consente di conoscere in tempo reale i guadagni o le perdite con i singoli editori. La libreria entra a fare parte di una rete informativa (il Gruppo Libris) e riesce a garantire al cliente una più efficace reperibilità dei volumi richiesti. Il ricorso all’informatica consente poi di ridurre la merce in giacenza e ciò porta alla cessione del magazzino nel 1995. Negli anni novanta l’andamento delle vendite subisce una forte contrazione a causa della nascita della catena “Il Libraccio” specializzata nei testi scolastici. Se infatti la libreria Pontiggia poteva fino ad allora contare su un fatturato di circa un miliardo di lire all’anno solo sui testi scolastici, l’avvento di questa catena di negozi, incentrata molto sulla compravendita di libri usati, fa scendere il giro d’affari a trecento milioni di lire. Seguendo l’esempio di quanto avviene in altri settori, l’impresa diviene più “leggera” e può contenere i costi finanziari. Anche il personale scende progressivamente da 18 ai 14 dipendenti del 2000, tra cui i figli di Eligio, Antonio e Anna Giulia. La libreria Pontiggia negli anni è diventata un punto di riferimento culturale della città di Varese: tra i visitatori e i clienti illustri spiccano i nomi di Piero Chiara, Guido Morselli, Renato Guttuso, Giovanni Spadolini. Il fatturato si mantiene alto ma i costi di gestione si fanno sentire nell’andamento dell’attività. Tra i 357.000 titoli che gestisce, Eligio Pontiggia mantiene, anche edizioni di piccole case editoriali che comportano vendite esigue e bassi ritorni economici. E tuttavia è importante tenerle perché lo spirito di servizio al cliente, la varietà e la completezza d’offerta prevalgono sul calcolo economico. Oggi la libreria risente di due problemi strutturali. Da un lato pesa il declino del territorio che non è limitato unicamente alla deindustrializzazione: il ridimensionamento del progetto Euratom, che nel passato portava a Varese una popolazione di 5/6.000 addetti, tra cui molti ricercatori esteri, ha costituito un grave impoverimento qualitativo per la provincia. Dall’altro, l’effetto congiunto del calo del potere d’acquisto e dell’espansione della grande distribuzione commerciale determinano un calo delle vendite. Questo, sia
G. Bianchi
Commercio G. Bianchi DENOMINAZIONE SOCIALE | Società per azioni Giuseppe Bianchi alimentari e coloniali FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio all’ingresso di generi alimentari e coloniali INDIRIZZO | Via Roma 21/a | 21045 | Gazzada Schianno (VA) CONTATTI | T. 0332-872111 | F. 0332-870803 | www.gbianchi.it Origini e primi sviluppi (1908-1926) Giuseppe Bianchi, nato a Tradate nel 1883, a venticinque anni ha già preso le decisioni fondamentali della sua vita: si sposa con Paola Bernasconi, abbandona gli studi universitari, lavora presso le imprese altrui per poi metterne in piedi una propria. Questa nasce nel 1908 con l’apporto decisivo di capitali di uno zio della moglie, ingegnere ferroviario in Argentina, che crede nelle capacità dell’intraprendente Giuseppe: una piccola drogheria nel centralissimo corso Matteotti di Varese, all’epoca corso Vittorio Emanuele. Ma è con la successiva esperienza che Giuseppe si fa le ossa da imprenditore. Insieme alla moglie e grazie anche al sostegno dell’allora Credito varesino, Giuseppe affianca presto alla drogheria un esercizio all’ingrosso di generi alimentari, che apre i battenti in via Sempione sempre a Varese. È l’intuizione giusta, perché la nuova attività conosce da subito una crescita straordinaria, intercettando le trasformazioni economiche dell’epoca, basate sullo sviluppo dei traffici coloniali e delle vie di comunicazione, che richiedono strutture commerciali più moderne e idonee alla concentrazione e distribuzione delle merci. Sotto la spinta del crescente bisogno di spazio, nel 1926 l’attività di commercio all’ingrosso si trasferisce a Gazzada , un piccolo comune contiguo a Varese, dove ha tuttora sede la società. La scelta del luogo è particolarmente felice, perché situato tra la strada provinciale che collega Varese a Gallarate e la linea ferroviaria statale che congiunge il nord al sud. E, oggi, con l’aeroporto Malpensa a due passi. Sorge così, sempre con l’aiuto della “banca amica”, un grande e per l’epoca moderno complesso commerciale, che rappresenta anche una delle prime edificazioni in cemento armato realizzate nella provincia di Varese. Insomma, l’impresa giusta al momento giusto nel posto giusto. La grande crescita (1927-1969) La drogheria di Varese è l’emporio al minuto per le famiglie, dove si trova e si compra di tutto e si respirano odori di cui si è persa la memoria. Altre drogherie Bianchi verranno in seguito aperte nei comuni di Tradate, Gallarate, Mortara, Novara e Milano, contribuendo a rafforzare l’immagine dell’impresa, anche se cesseranno via via l’attività. Il centro ingrosso di Gazzada è invece al servizio delle piccole aziende commerciali sparse nella zona. Dispone di un efficiente raccordo ferroviario, di grandi piazzali per gli autotreni e di magazzini per lo stoccaggio e la conservazione delle merci. Proprietario dei terreni sui quali sorge il complesso, Giuseppe Bianchi fonda, alla fine degli anni trenta, una propria società immobiliare. L’attività si allarga al ramo industriale, con la produzione diretta di concentrato di pomodoro in Emilia, l’acquisizione in Libia di una tonnara per la pesca e la lavorazione del tonno. È del 1941 l’apertura a Lissone di un’azienda, l’Acsal, che inizia a produrre scatolette di carne conservata in gelatina (la famosa carne Montana), registrando un enorme successo. Anche Gazzada è un po’ come uno stabilimento dove si confeziona un’incredibile varietà di prodotti. La moltiplicazione e la valorizzazione di una pluralità di marchi propri (come ad esempio il Molino Rosso) o di fabbrica rappresenta un aspetto peculiare della strategia commerciale perseguita dall’impresa. Questo orientamento al fare “tutto in casa” verrà negli anni abbandonato con la crescente focalizzazione sull’attività distributiva in senso stretto. Nel 1951 la ditta Bianchi si trasforma in “Commerciale Giuseppe Bianchi spa”, con sede legale a Milano e sede operativa a Gazzada. In quel periodo l’impresa ha 100 addetti circa, una dimensione che rimarrà sostanzialmente invariata nel tempo.L’intesa con il Credito varesino non viene mai meno, al punto che Giuseppe Bianchi, detentore di un consistente pacchetto di azioni, ne diventa consigliere. E se il Credito varesino è la banca di Giuseppe, questi è a sua volta la “banca” dei suoi clienti, ai quali concede di ritardare i pagamenti. Una generosità che Giuseppe mostra anche nei riguardi dei dipendenti, specie se bisognosi, ai quali è legato da un rapporto di genuino e affabile paternalismo. Alla fine degli anni sessanta la vecchia drogheria amplia i propri spazi con la totale ristrutturazione dell’immobile all’angolo tra corso Matteotti e piazza Carducci. Poco dopo la società realizza in via Manzoni un imponente edificio, caratterizzato da una serie di gallerie di raccordo tra alcune vie cittadine, che ospitano negozi e boutique di un certo livello. Ancora una volta Giuseppe, ormai anziano, ha colto i segni del tempo: l’evoluzione degli stili di vita e l’affermarsi di consumi più sofisticati, che di certo trovano nella ricca Varese un ambiente particolarmente favorevole al loro sviluppo. Dall’ingrosso tradizionale al cash & carry (1970-1999) L’ultraottantenne Giuseppe è alle prese con il problema della trasmissione dell’impresa. Ha avuto due figlie, che non si sono mai occupate dell’azienda, mentre i nipoti sono ancora troppo giovani per poterlo fare. Coinvolge allora alcuni dei collaboratori più meritevoli di fiducia, tra cui l’attuale amministratore delegato Gianpaolo Bianchi, riservando loro l’intero aumento di capitale (da 300 a 450 milioni di lire) deliberato dall’assemblea straordinaria dei soci nell’ottobre del 1970 con l’obiettivo di rilanciare l’azione della società, che contestualmente incorpora al suo interno il ramo immobiliare. L’anno successivo – dopo l’adeguamento degli immobili di Gazzada e la razionalizzazione organizzativa con l’istituzione di tre direzioni (generale, vendite e acquisti) – inizia l’attività di cash & carry . La Bianchi è uno dei primi operatori di commercio all’ingrosso italiani ad adottare questa formula moderna – nata negli Stati Uniti e sviluppatasi poi in Europa nei primi anni sessanta – che è in buona sostanza un ingrosso self-serviceriservato agli operatori autorizzati non consumatori finali. Questo cambiamento, avvenuto senza alcun aiuto finanziario, non implica però lo smantellamento della rete degli agenti di vendita, che continuano a curare il rapporto diretto con i clienti. Nel 1972, a quasi novant’anni, il commendator Giuseppe Bianchi muore, proprio mentre nasce il Consorzio C3 , un gruppo di acquisto tra grossisti, di cui poco dopo diventa
Fratelli Dario
Commercio Fratelli Dario DENOMINAZIONE SOCIALE | F.lli Dario di Dario Giulia & Dario Giovanna snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di articoli da regalo, casalinghi, apparecchi elettrodomestici, lista nozze, ecc. INDIRIZZO | Via San Cristoforo 35 | 21042 | Saronno (VA) CONTATTI | T. 02-9602954 | F. 02-9608951 | L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1944-1969) Giovanni Dario, agli inizi del Novecento, è attivo nella zona di Saronno come commerciante di bestiame. Alla sua morte, nel 1928, la figlia Giulia e il figlio Francesco sono costretti a lavorare da dipendenti rispettivamente come sarta e come impiegato presso la ditta Genetti di Saronno. Nel 1944 però in pieno periodo bellico, con l’aiuto economico della madre, aprono un negozio di ferramenta sotto la ditta Dario Francesco fu Giovanni. Le difficoltà iniziali non sono piccole: le dimensioni iniziali del negozio sono minime, 20-30 metri quadri al piano terreno di uno stabile che, al piano superiore, ospita l’abitazione della famiglia; spesso inoltre Francesco deve recarsi in bicicletta fino a Milano per procurarsi i prodotti da vendere. Negli anni del dopoguerra, con il boom economico, gli articoli trattati si diversificano comprendendo bombole a gas ed elettrodomestici. Ciò permette una notevole espansione dell’attività, sostenuta principalmente dalla vendita dei cosiddetti elettrodomestici bianchi (lavatrici, frigoriferi, ecc.). L’andamento degli affari e le rilevanti dimensioni dei prodotti venduti rendono necessario un primo allargamento del negozio: nel 1954 viene acquistato un appartamento al piano superiore che consente di strutturare l’attività su due piani, mentre in altri spazi vengono organizzati i magazzini. Nel 1962, all’età di 46 anni, Francesco sposa Vera Cossu e l’anno seguente nasce Giovanni. La nuova famiglia si trasferisce in via T. Grossi mentre Giulia continua ad abitare nel vecchio appartamento sopra il negozio. Questa situazione rende opportuno operare una trasformazione dell’impresa da ditta in società di fatto, con l’ingresso ufficiale di Giulia Dario. La denominazione muta in “Fratelli Dario di Francesco & Giulia Dario”. Nel 1964 si apre una sede staccata in via Monti, pensando al possibile ingresso in società del terzo fratello Angelo, ma il tentativo non ha poi sviluppo. Nel frattempo Francesco e Giulia iniziano a introdurre anche porcellane, cristalli, casalinghi e articoli da regalo, mentre il reparto ferramenta viene via via ridimensionato. Tra gli anni sessanta e gli anni settanta la trasformazione è accentuata da due fenomeni. La sostituzione del gas di città con il metano ridimensiona il mercato delle bombole a gas; lo sviluppo del mercato degli elettrodomestici porta alla nascita di catene di distribuzione specializzate difficilmente contrastabili sul piano dell’assortimento e del prezzo. Ne consegue la rapida e definitiva riconversione del negozio sui prodotti di qualità per la casa e l’arredo. Dagli anni settanta agli anni novanta (1970-1990) Già negli anni settanta, Giovanni inizia ad essere coinvolto, anche se occasionalmente, nel negozio che, del resto, è stato palestra dei suoi giochi infantili. Nonostante l’insistenza con cui il padre lo spinge verso la laurea e la libera professione, egli si sente attratto dall’attività di famiglia. Nel 1980, l’improvvisa scomparsa del padre porta Giovanni a fare delle scelte. Non essendo ancora maggiorenne assume la titolarità del negozio sotto la tutela della madre. Può così affiancarsi nella gestione alla zia Giulia contribuendo alla continuità dell’impresa. Nel 1983, terminati gli studi di ragioneria e assolto l’obbligo militare, si occupa a tempo pieno dell’impresa di famiglia. È questa una fase in cui il maggior peso della conduzione dell’attività grava sulla zia. Il rapporto di grande affetto che la lega al nipote Giovanni, fa sì che l’intesa nella gestione sia piena: per entrambi il futuro del negozio sta nei casalinghi, oggetti di uso comune che godono di uno smercio giornaliero, e negli oggetti di maggior valore come le porcellane e i complementi d’arredo. Gli anni ottanta vedono un ulteriore ampliamento degli spazi dell’attività con l’acquisizione nello stesso stabile dei locali che dividevano precedentemente il negozio dai magazzini. Giovanni concentra il proprio intervento nell’informatizzazione delle procedure contabili e amministrative . All’inizio degli anni ottanta viene introdotta la moneta elettronica mentre, verso la fine del decennio, è la volta della gestione del magazzino e del registratore di cassa. Dinanzi a queste trasformazioni, Giulia Dario nonostante sia aperta alle novità e rivolta al futuro per quanto concerne la scelta dei prodotti o l’arredo del negozio, rivela un atteggiamento poco favorevole; esse turbano la quotidianità della sua vita nel negozio per cui preferisce delegarne la gestione al nipote. Nel 1987 la società di fatto viene trasformata in snc. Nello stesso anno Giovanni torna a viver insieme alla mamma nell’appartamento sopra il negozio, in concomitanza con la ristrutturazione della mansarda. Dagli anni novanta ad oggi (1991-2008) Con gli anni novanta, si fa sentire più forte la concorrenza della grande distribuzione, per cui l’impresa si specializza ulteriormente nel settore del complemento d’arredo e dell’articolo da regalo. Ciò porta ad una maggiore attenzione nella gestione del magazzino – ulteriormente evoluta con l’utilizzo dei codici a barre – e dell’assortimento, garantendo la rotazione dei prodotti messi a disposizione della clientela. In determinati periodi dell’anno, come il Natale, è necessario però per l’impresa avere un gran numero di articoli in magazzino, per il cui acquisto, e per ridurre al minimo la quantità di invenduto, si fa riferimento agli andamenti delle vendite degli anni precedenti. La gestione si arricchisce pertanto dello strumento del budget che consente di controllare l’andamento delle vendite e mettere a punto le strategie finanziarie. In questi anni, si decide anche per un nuovo e importante intervento strutturale con il rinnovo di uno dei due saloni del piano superiore: il negozio raggiunge così i 200 metri quadri di superficie di vendita. Nel 1995 Giovanni sposa Milena Colombo che lascia un’attività nel settore dell’abbigliamento per lavorare in negozio col marito. Dopo due anni entra nella società, come amministratrice, subentrando a Giulia Dario che acconsente alla conservazione del proprio nome nella denominazione della ditta. L’arrivo di Milena Colombo, forte della sua esperienza nel settore commerciale, e della sorella Monica come dipendente, porta nuovi stimoli ed un nuovo aiuto nella scelta
Ditta Giannino Tosi & C. Sas
Commercio Ditta Giannino Tosi & C. Sas DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Giannino Tosi & C. Sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio di tessuti e stoffe INDIRIZZO | Via Dante 4 ang. Via Mazzini | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-631088 | F. 0331-631088 L’avvio dell’attività e i suoi sviluppi (1930-1959) Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929, decide di abbandonare il settore produttivo e dedicarsi al commercio al dettaglio e all’ingrosso di tessuti per abbigliamento. Dalla metà degli anni trenta e per tutti gli anni quaranta, Giannino Tosi è socio di negozi di tessuto, fino a quando, nel 1949, apre un negozio in proprio in via Montebello (vicolo Custodi) a Busto Arsizio, costituendo con la moglie Maria Farioli una società per il commercio di tessuti denunciata l’anno seguente. Il negozio viene trasferito presso la sede attuale nel luglio 1959 in locali in affitto. La data è significativa nella storia dell’impresa perché il trasferimento consente di espandere l’attività al commercio di biancheria da casa, compresi tappeti e tendaggi. Nello stesso anno, inoltre, il figlio di Giannino, Danilo Tosi, si sposa con Maria Landini e abbandona definitivamente gli studi in economia e commercio per dedicarsi all’attività di famiglia. Anche la moglie di Danilo, sollecitata dalla famiglia Tosi, abbandona l’insegnamento per ricoprire il ruolo di capocommessa in negozio, che giunge così ad impegnare quattro membri della famiglia Tosi e due commessi. Giannino Tosi si riserva il compito principale e delicato della scelta dei tessuti e degli articoli da acquistare, mentre il resto della famiglia lavora in negozio senza una precisa divisione delle mansioni. Gli anni sessanta e settanta (1961-1986) L’impresa mantiene e sviluppa, in questi anni, la propria attività sia nel commercio al dettaglio sia in quello all’ingrosso. Tosi, infatti, per poter spuntare i prezzi migliori, acquista direttamente presso aziende tessili biellesi volumi importanti di tessuto, comprando pezze e rivendendo in tagli piccoli soprattutto ad ambulanti, operando così da grossista. La necessità crescente di spazi per lo stoccaggio della merce, spinge l’impresa a prendere in affitto un magazzino nello stesso stabile del negozio e ciò consente di aumentare l’offerta ai clienti per la vendita al dettaglio. Nel 1972 entra nella società il figlio Danilo e la ragione sociale viene modificata in “Tosi Giannino & C. di Tosi Giovanni Farioli Maria Tosi Danilo”. Già nel 1976 Danilo Tosi, ancor prima della morte del padre avvenuta nello stesso anno, diviene in pratica l’unico responsabile della società, con l’attribuzione del 98% delle quote sociali. Gli anni settanta segnano un lento declino delle vendite del tessuto per l’abbigliamento, compensate però dal commercio della biancheria da casa che assume sempre maggiore importanza. Ciò porta l’impresa a prendere in affitto dei locali contigui, dapprima occupati da un’altra attività commerciale, che vengono utilizzati come magazzino. All’affacciarsi degli anni ottanta è ormai chiara la preponderanza del commercio al dettaglio e il quasi totale abbandono delle vendite all’ingrosso anche a causa di nuove normative di legge che impongono un registro di carico e scarico del magazzino. Nel 1981, la vedova di Giannino Tosi si ritira dalla società che passa quindi interamente al figlio e alla moglie di questi che partecipa alla proprietà con una quota dell’ 1%. Il cambio di proprietà viene sancito dalla nuova denominazione “Tosi Giannino & C. di Tosi Danilo e Landini Maria”. Verso la terza generazione (1987-2008) Nel 1987 l’impresa diviene una società in accomandita semplice: i coniugi Danilo e Maria Tosi sono gli unici soci con quote rispettivamente del 60 e 40% del capitale. La scelta degli articoli da acquistare per il negozio viene effettuata da entrambi, che approfittano della chiusura del lunedì per visitare le varie imprese tessili. Spesso anche Andrea Tosi, figlio di Danilo, accompagna i genitori, conoscendo così direttamente i fornitori e maturando una certa esperienza. Coinvolto fin dall’infanzia nella vita dell’impresa di famiglia, complice il fatto che l’abitazione si trova esattamente sopra i locali del negozio. Anche la scelta degli studi (perito tessile) è indirizzata all’attività di famiglia. Conseguito il diploma nel 1980, tre anni dopo Andrea entra nell’impresa come coadiuvante. Nel 1989 partecipa ufficialmente alla società come socio accomandante. Gli articoli e i tessuti commerciati dal negozio Tosi si mantengono su livelli di qualità medio-alti, con una particolare attenzione alla soddisfazione del cliente. Nel 1991 muore Danilo Tosi e l’anno seguente Andrea diviene socio accomandatario, mentre la sorella Paola entra nella società come socio accomandante per pochi mesi, non essendo mai coinvolta operativamente nell’impresa. In questi stessi anni, a fronte di un continuo calo della vendita dei tessuti, si decide di dare maggiore visibilità al settore dell’arredo e della biancheria da casa in continua crescita sfruttando le vetrine dei locali del magazzino, raddoppiando così la superficie del negozio. Andrea Tosi si occupa dell’amministrazione dell’impresa e, insieme alla madre, degli acquisti. La vendita dei tessuti è ora influenzata sempre più dalle mode stagionali cui si cerca di adeguarsi, ascoltando le proposte dei rappresentanti delle aziende fornitrici e coinvolgendo nella scelta degli articoli anche le commesse che sono a diretto contatto con le esigenze dei clienti. Ne deriva una difficoltà di fondo poiché, spesso, la produzione dei tessuti precede anche di un anno le tendenza moda degli abiti confezionati e la necessità di acquistare dei metraggi lunghi non consente all’impresa di inseguire ogni proposta del settore del pronto moda. Peraltro non si può tralasciare il settore dell’abbigliamento classico e l’impresa deve così, anche a seguito della rarefazione di questo tipo di negozi, offrire la maggiore varietà possibile, dal classico al pronto moda. Per questo, il magazzino, un tempo ricchezza per l’impresa, diviene un peso economico e gli acquisti si fanno più frequenti e di minor volume. Nel tempo la famiglia Tosi ha costruito con i clienti un rapporto di servizio fondato sulla continuità. Per alcune famiglie del luogo l’acquisto del corredo in questo negozio è diventato pertanto una tradizione. Giannino Tosi direttore commerciale di un’azienda tessile di Arcorate, in seguito alla crisi economica del 1929,
Ditta Cristina
Commercio Ditta Cristina DENOMINAZIONE SOCIALE | Ditta Cristina di Finato Maria e c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di cappelli, pelletteria e accessori INDIRIZZO | Piazza della Libertà 12 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-795620 | F. 0331-795620 Il primo negozio di Mario Cristina in piazza Garibaldi (1910-1916) Cesare Cristina, detto Mario, apre nel 1910 con l’aiuto della moglie Maria Silvera un negozio di cappelli da uomo e ombrelli a Gallarate, nella centralissima piazza Garibaldi alle spalle della chiesa di San Pietro. I due coniugi Cristina, nati rispettivamente nel 1887 e 1886, sono originari di Invorio, borgo agricolo sulle colline novaresi che si affaccia sul Lago Maggiore e decidono di trasferirsi a Gallarate per tentare la fortuna nel settore del commercio. Il loro negozio ottiene un rapido successo, dovuto anche alla posizione centrale nel “salotto” di Gallarate, la zona in cui si passeggia in compagnia e ci si ritrova nelle giornate di festa, quello che con termini attuali può essere definito un “centro commerciale naturale”. Il cappello da uomo a quei tempi è un accessorio imprescindibile, soprattutto per gli esponenti dei ceti borghesi e aristocratici che lo portano quotidianamente e sono attenti alle mode internazionali. L’utilizzo del cappello allora non risente di sensibili picchi stagionali, fattore che invece condiziona fortemente il commercio degli ombrelli. La cappelleria Cristina ha tra i propri fornitori le principali industrie del tempo come Panizza, Frigerio e soprattutto Borsalino: Teresio Borsalino, figlio del fondatore Giuseppe, frequenta personalmente il negozio per concordare gli ordinativi con Mario Cristina. I due titolari non hanno figli che li assistono nel lavoro ma nel 1917 viene loro affidata la nipote, Margherita Silvera, che lascia Invorio all’età di quattro anni e viene cresciuta dagli zii a Gallarate, dove il negozio diviene la sua seconda casa. Il legame di parentela della nipote con i due zii è doppio: Margherita infatti è figlia di un fratello di Maria e di una sorella di Mario. In piazza della libertà, all’angolo del “bar Cristina” (1927-1959) Nel 1927 la cappelleria di Mario Cristina si trasferisce di pochi metri, lasciando piazza Garibaldi per stabilirsi nell’adiacente piazza Vittorio Emanuele che, dopo la Seconda guerra mondiale, prende il nome di piazza della Libertà. Il nuovo negozio viene progettato secondo canoni moderni per l’epoca, l’arredo e le vetrine sono realizzati su misura e vengono utilizzati ancora oggi. La posizione, al termine dei portici di casa Piantanida (oggi conosciuta come casa Peroni), è ancora più favorevole della precedente: situata di fronte al sagrato della Basilica di Santa Maria, la cappelleria diviene un luogo familiare per i gallaratesi. I ragazzi si danno appuntamento sotto i portici per trascorrere le ore insieme, i più giovani a giocare e schiamazzare, i più grandi ad aspettare le ragazze che escono dalla messa. Chi non ha l’età e i soldi per frequentare i caffè della piazza adotta come ritrovo quell’angolo dei portici, che per tanti ragazzi diventa noto come il “Bar Cristina” . Mario li intrattiene inventando un motivetto pubblicitario che diventa rapidamente un successo in piazza: «Non c’è bambino che non abbia mai comprato un cappello da Cristina». In quegli anni la maggior parte della clientela del negozio è costituita da persone benestanti e la torma di ragazzi davanti al negozio viene talvolta dispersa da Margherita armata di una scopa. Anche lei diviene una figura familiare per tanti giovani e con il passare degli anni sarà nota a tutti come la zia Rita. Nel secondo dopoguerra altri membri della famiglia si trasferiscono da Invorio: prima Jolanda, sorella minore di Margherita, che sposa il milanese Carlo Rattazzi con cui si stabilisce a Busto Arsizio; Guarda le fotoin seguito anche il padre di Margherita e Jolanda, Carlo Silvera, rimasto vedovo decide di raggiungere la figlia maggiore a Gallarate. Per qualche anno è attivo anche lui in negozio, occupandosi della riparazione di ombrelli e di cappelli. Con gli anni cinquanta e sessanta il negozio amplia la propria offerta con altri accessori come guanti, cinture, foulard di seta, cappelli femminili da cerimonia e borse. Questo aspetto della diversificazione merceologica si rivela fondamentale per la sopravvivenza dell’attività nei decenni a venire, in quanto il mercato del cappello in feltro da uomo subisce un drastico ridimensionamento. Il primo passaggio generazionale: dallo zio Mario alle nipoti Silvera (1960-1994) Nel 1960, con la scomparsa della moglie Maria, Mario inizia a predisporre la propria successione e nel 1961 decide di cessare la ditta individuale e di farle subentrare la società in nome collettivo “Cristina Cesare & C. In questo periodo di transizione la cappelleria si avvale del lavoro di una commessa, unico episodio di apporto di lavoro esterno nella secolare storia di questa impresa, che si caratterizza per la continua presenza in negozio di membri della famiglia. Mario Cristina muore nel 1965 e le quote della società vengono divise tra le due nipoti Silvera: Margherita e Jolanda. Quest’ultima decide in quel frangente di trasferirsi con il marito Carlo Rattazzi e i figli Loredana, Marina e Aldo a Gallarate, per condividere con Margherita la casa lasciata dagli zii Cristina. In negozio le due sorelle vengono affiancate dalla figlia maggiore di Jolanda, Loredana Rattazzi, assunta come commessa e attiva al loro fianco per trent’anni. A partire dagli anni sessanta l’industria e il commercio di cappelli, in particolare quelli da uomo, subiscono un forte ridimensionamento: le abitudini e le mode cambiano radicalmente. La crisi del settore ha effetti sia sul versante industriale che su quello distributivo, che portano alla chiusura di molti punti vendita specializzati. Come già accennato, l’attività della famiglia Cristina-Silvera può contare su un’offerta varia ma soprattutto su un rapporto solido con la propria clientela di riferimento. Ad alcuni clienti di riguardo , esponenti delle dinastie imprenditoriali della zona, capitava che la zia Margherita dedicasse anche la domenica mattina. Inoltre molti dei ragazzi che passavano il loro tempo davanti al “Bar Cristina” con il passare degli anni diventano clienti del negozio, che diviene in un certo senso simbolo di ascesa sociale. Nel corso
Dino Ceccuzzi
Commercio Dino Ceccuzzi DENOMINAZIONE SOCIALE | Dino Ceccuzzi spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria e oreficeria INDIRIZZO | Piazza San Giovanni 1 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632867 | F. 0331-632644 | www.dinoceccuzzi.it Origini, nascita e primi sviluppi (1935-1961) Verso la metà degli anni trenta Dino Ceccuzzi, nato a Montepulciano nel 1915, giunge a Gallarate dove il padre, ferroviere “girovago”, si è trasferito con la famiglia. Qui inizia l’apprendistato presso la gioielleria Ganosa, diventando in poco tempo non solo un provetto orologiaio ma anche un abile venditore. Nel 1939 si sposa con Maria Taverna da cui ha due figli, Bruno nel 1941 e Alberto nel 1949. Qualche anno dopo passa alle dipendenze dell’orologeria-oreficeria Mazzucchelli di Busto Arsizio, essendo attratto dalla promessa di rilevarne l’attività nel momento del ritiro del titolare, i cui figli non sono interessati al negozio. Nel 1949 Dino Ceccuzzi subentra al suo datore di lavoro e la ditta assume la denominazione “G. Mazzucchelli di Dino Ceccuzzi”. Dino, coadiuvato dalla moglie, espande l’attività, amplia le vetrine del negozio, che si apre nel palazzo settecentesco di piazza San Giovanni: al piano terra la zona giorno del lavoro, al piano superiore la zona notte del riposo. Il laboratorio di riparazioni si dota di strumenti all’avanguardia come, ad esempio, il crono comparatore che consente di leggere con precisione il funzionamento di un orologio. All’angolo del negozio compare l’insegna luminosa degli orologi Rolex, di cui la ditta Ceccuzzi è concessionaria, una novità assoluta per i bustocchi. Il piccolo Bruno respira l’atmosfera del negozio paterno , rimanendone affascinato. Gioca in un cortile che è un microcosmo pulsante di vita commerciale e dove aiuta il padre a fondere l’oro, che una volta fuso sembra un «tuorlo d’uovo cotto sulla piastra». Dopo la terza media è combattuto tra la passione per lo studio e il desiderio del padre che lo vorrebbe subito a bottega, consapevole della precarietà delle proprie condizioni di salute. Decide infine per il ginnasio che frequenta con ottimi risultati fino a quando lo stato di salute del padre non lo costringe ad abbandonare gli studi e a fare un apprendistato di due anni (tra il 1956 e il 1958) presso un maestro orologiaio di Milano. Rientrato a casa, frequenta la scuola serale di ragioneria; studia di notte e lavora di giorno, acquisendo con il diploma una formazione amministrativa utile al lavoro. All’inizio degli anni sessanta viene ventilata la demolizione dell’antico palazzo in cui sin dal 1918 ha sede l’ex orologeria Mazzucchelli. Dino Ceccuzzi predispone tutto il necessario per il trasferimento del negozio in uno stabile vicino ma nel 1961, poco prima dell’inaugurazione della nuova sede, a soli 46 anni, cessa di vivere. Il ventenne Bruno si trova improvvisamente a doversi fare carico dell’attività, potendo comunque contare sull’indispensabile aiuto della madre: la denominazione della ditta muta quindi in “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi”. Dalla ditta alla società di capitale (1962-1988) Nel corso degli anni Ceccuzzi diventa la gioielleria per antonomasia di Busto Arsizio, che offre i prodotti delle migliori marche: non occorre più andare a Milano per comprare un orologio Vacheron Constantin o un gioiello di Pomellato. Il personale impara le tecniche della vetrinistica, perché la cura dell’esposizione è di primaria importanza per comunicare l’identità di ogni singolo prodotto: quel Rolex è diverso da quel Le Coultre. Nel 1971 Bruno e il fratello Alberto entrano in qualità di soci nell’impresa, che si trasforma nella società di fatto “Dino Ceccuzzi di Taverna Maria ved. Ceccuzzi e figli”. Due anni dopo Bruno fonda insieme ad altri “amici” l’Istituto gemmologico italiano per la diffusione della cultura gemmologica tra gli operatori e la formazione di gemmologi qualificati, e di cui egli stesso è il primo diplomato, ricoprendo per molti anni (sino al 1997) la carica di vice presidente, nonché di responsabile della commissione scientifica. Il presidente è Gianmaria Bucellati, nome storico della gioielleria italiana, le cui prestigiose creazioni trovano posto nelle vetrine del negozio Ceccuzzi. La società nel 1979 registra il proprio marchio d’impresa, il cosiddetto “ragno”, nato da un’idea di Maurio Milani, giovane designer emergente dell’epoca. Nel 1983 la ragione sociale muta in “Dino Ceccuzzi srl”. Bruno è coniugato con Paola Grampa, proveniente dalla borghesia professionale di Busto Arsizio; dall’unione nascono Alessandra (1967) e Dino (1971). Dopo una breve esperienza come insegnante di scuole medie, Paola Grampa, laureata in lettere, si diploma in gemmologia e inizia a lavorare nell’azienda del marito, occupandosi in particolare delle vendite e apportando una “ventata” di cultura umanistica. Paola instaura con i clienti rapporti fondati sul rispetto, sull’empatia e sulla fiducia , perché vendendo e comprando non si scambiano soltanto oggetti e denaro ma anche emozioni, bisogni, confidenze da cui spesso nascono vere e proprie amicizie. La crescita continua dell’attività porta nel 1986 all’apertura a Varese di un secondo negozio , la cui conduzione è affidata ad Alberto Ceccuzzi. Alessandra e Dino Ceccuzzi sono ormai diventati grandi e, da buoni figli d’imprenditore, mostrano interesse a lavorare nell’azienda di famiglia. Occorre però una sede più grande. L’occhio di Paola Grampa cade proprio lì, a due passi, sulla vecchia e fatiscente casa-bottega di una volta, che la famiglia Ceccuzzi acquista insieme a una parte del palazzo del Settecento in cui sorge, in realtà mai demolito e da poco messo in vendita. Verso la terza generazione (1989-2000) I primi anni novanta sono impegnativi e ricchi di novità. C’è la fatica del cantiere i cui lavori durano due anni, trattandosi della ristrutturazione conservativa di un immobile di valore storico, che deve fare i conti con i vincoli imposti dalla Sovrintendenza. Bruno raccoglie e mette da parte i chiodi del Settecento forgiati a mano, che spuntano dalle antiche travi di legno: ingentiliti con una piccola piastrina d’argento diventano il cadeau i clienti invitati alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede, disposta su tre piani, che avviene nel 1991. I coniugi Ceccuzzi trasferiscono qui la loro abitazione e così, dopo una separazione durata trent’anni, casa e negozio ritornano a stare insieme. Nel caveau gioielleria c’è
Corvi
Commercio Corvi DENOMINAZIONE SOCIALE | Corvi Alfredo fioraia snc di Alfredo e Giovanni Corvi FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fiorista, coltivazione di bonsai e orchidee, noleggio piante per manifestazioni e allestimento floreale per celebrazioni INDIRIZZO | Corso Matteotti 39 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-284121 | F. 0332-831250 | www.corvi.it Alfredo Corvi e Adelaide Masini (1919-1954) Alfredo Corvi, varesino nato nel 1888, è figlio di Cesare e di Teresa Bossi. Quando ha circa vent’anni inizia la propria attività di floricoltura in alcune serre nella zona di Biumo Superiore. Sono i primi anni del secolo e anche se non rimane traccia nei documenti di un’impresa formalizzata, vi sono alcuni pubblici riconoscimenti di mostre e società floricole a testimonianza del suo precoce successo.La formazione di Alfredo si svolge tra Varese, dove frequenta la Scuola d’arte applicata all’industria Giuseppe Bernascone, e Milano, dove trascorre alcuni periodi come apprendista. Nel 1919 Alfredo apre il proprio negozio in corso Vittorio Emanuele 33 nel centro di Varese e costituisce la ditta individuale “Fioraia di Alfredo Corvi”, nome che gli eredi hanno conservato fedelmente in tutti questi anni. Sposa nel 1921 Adelaide Masini di Buguggiate e nel 1924 nasce la loro prima figlia Annamaria, seguita da Gianni Battista, detto Gianbattista, nel 1930. La presenza di Adelaide in negozio è fondamentale, mentre Alfredo può dividersi tra il lavoro in serra, in negozio e le consegne nella provincia .Dagli anni trenta la Fioraia di Alfredo Corvi è corrispondente per la provincia di Varese dell’Unione fioristi Italia, che costituisce una pioneristica rete di distribuzione sul territorio degli ordinativi provenienti da tutta Italia.Nel dopoguerra questa associazione tra fioristi si svilupperà a livello internazionale contribuendo alla costituzione di Interflora. Dopo dieci anni di attività Corvi apre un negozio filiale in via San Giulio a Cassano Magnago, che viene ceduto nel 1945 alla ditta di Carlo Ferrario.L’attività della famiglia Corvi in quegli anni spazia dalla coltivazione di fiori e piante nelle serre di via Reni, alla vendita al dettaglio nei negozi di Varese e Cassano Magnago.Il negozio principale viene trasferito nel 1931 di pochi metri, dal civico 31 al 39, dove ha sede ancora oggi e dove la famiglia Corvi si stabilisce occupando i piani superiori. Anche Maria Corvi, una sorella di Alfredo, lavora nel settore vendendo fiori in un chiosco sotto i portici della vicina piazza San Vittore. L’attività di Maria è autonoma ma si può giovare dell’integrazione con quella più ampia del fratello che la può rifornire di fiori e piante. Come accennato, Alfredo Corvi gode presto di ottima fama come floricoltore: le prime orchidee della provincia di Varese vengono coltivate da lui nella villa del senatore Piero Puricelli; la sua specialità sono i garofani e i suoi fiori sono noti e ammirati anche fuori dal territorio varesino. In questo periodo e per molti anni ancora non vi è un confine netto tra l’attività agricola e l’attività commerciale, che inizia a delinearsi con la seconda generazione e matura con il passaggio alla terza generazione della famiglia Corvi. Terminate le scuole dell’obbligo, nell’immediato dopoguerra Gianbattista inizia a lavorare e nel 1948 costituisce una ditta a proprio nome che affianca quella paterna subentrando nella licenza di vendita ambulante della zia Maria Corvi. Gianbattista Corvi e Maria Tagnochetti (1955-1979) Nel 1955 Gianbattista sposa Maria Tagnochetti, anche lei figlia di commercianti. Nel 1956 nasce Alfredo, cui seguono Giancarla, Vittorina, Ferdinando e Maria Adele tra il 1957 e il 1963 e Giovanni nel 1970. Nella seconda metà degli anni cinquanta avviene la transizione dalla gestione di Alfredo e Adelaide a quella di Gianbattista e Maria. Il fondatore muore nel 1962 ma la sua salute lo allontana dal lavoro già alcuni anni prima. Invece Adelaide prosegue a collaborare con il figlio e la nuora per altri vent’anni, fino quasi alla morte avvenuta nel 1983. Per qualche anno l’impresa di Alfredo e quella del figlio procedono in parallelo. La sede della seconda è presso l’abitazione di famiglia, in via Ferrari 20, sul retro del corso che dal secondo dopoguerra viene intitolato a Giacomo Matteotti. La sua attività di vendita ambulante viene trasferita nel 1957 da piazza San Vittore in un’edicola in via Milano, con l’insegna “Casina dei fiori” , e ha come clientela i villeggianti che utilizzano le vicine stazioni ferroviarie. Nel gennaio 1961 avviene formalmente il passaggio di consegne da Alfredo al figlio, con un atto notarile che denota una totale identificazione di famiglia e impresa: Alfredo cede le attività della propria ditta in corso Matteotti e in via Reni al figlio Gianbattista che contestualmente – in modo atipico per un’impresa – si impegna a versare ai genitori un vitalizio mensile e a fornire loro assistenza in caso di bisogno. A questo punto l’impresa di Alfredo cessa, mentre quella di Gianbattista si insedia nel negozio storico, proseguendo l’esercizio del chiosco in viale Milano. La produzione e il commercio dei fiori, che fino alla Seconda guerra mondiale erano rimasti limitati su scala locale, diventano nel corso degli anni cinquanta e sessanta un mercato su vasta scala. Il miglioramento delle reti e dei mezzi di trasporto rende possibile il rifornimento di merci a distanze notevoli e la Fioraia è tra le prime imprese a rifornirsi direttamente dal mercato olandese e da altre regioni italiane. L’attività di floricoltura subisce un conseguente ridimensionamento e non riguarda più l’intero ciclo di vita vegetale, ma più spesso vengono acclimatate e portate a fioritura piante acquistate già “mature”. Nel campo delle composizioni floreali Gianbattista si forma una solida competenza nell’arte giapponese dell’ikebana , di cui diviene uno degli esperti sul territorio. Il 1973 è un anno ricco di eventi nella storia dell’impresa. In gennaio Gianbattista associa la moglie Maria e la ditta individuale viene trasformata in società di fatto. Nello stesso anno viene chiusa la Casina dei fiori di viale Milano e viene aperto un negozio in via Vittorio Veneto 12, dove negli anni seguenti lavoreranno le sorelle Giancarla e Vittorina Corvi. L’insegna “Ci” è un’estrema contrazione del cognome Corvi e la concezione del punto vendita
Cooperativa Acli di Gavirate
Commercio Cooperativa Acli di Gavirate DENOMINAZIONE SOCIALE | Società cooperativa Acli di Gavirate FORMA GIURIDICA | Società cooperativa ATTIVITÀ PRINCIPALE | La cooperativa persegue scopi mutualistici e svolge attività sociali a favore dei soci e dei non soci in modo diretto o indiretto anche in collaborazione con l’Associazione A.C.L.I. ed il relativo patronato Caf INDIRIZZO | Via Corridoni 4 | 21026 | Gavirate (VA) CONTATTI | T. 0332-745296 | F. 0332-745296 Dal 1947 al 1971 La Società cooperativa a responsabilità limitata Acli nasce il 5 ottobre 1947 per volontà di cinque soci fondatori che, per divergenze politiche con la Casa del popolo di Gavirate affiliata alla Lega delle cooperative, decidono di fondare un nuovo organismo ispirato ai principi della cooperazione bianca . La nuova cooperativa di consumo ha sede in via Corridoni 2 e ha per oggetto la gestione di una trattoria (inizialmente in un locale in centro a Gavirate, in via XXV aprile, prestato da un socio commerciante) e di uno spaccio di vino e liquori , di generi alimentari e di abbigliamento. I soci raggiungono in tempi rapidissimi il numero di 255. Fin dai primi anni, la società avvia l’attività di vinificazione con pigiatura diretta dell’uva, acquistata prevalentemente dalla ditta Bottinelli di Varese, impiantando un torchio e grandi botti di legno nelle cantine del locale di via Corridoni. Nel 1955 l’attività prevalente risulta già essere la gestione diretta della trattoria e lo spaccio di vino. La società è ormai nota come il “Circolino” di Gavirate, sede anche di un’intensa pratica del gioco delle bocce, grazie ai campi realizzati dalla cooperativa stessa che provvede alla costituzione della “sezione bocce”. Nello stesso anno i soci della cooperativa decidono di associarsi alla Confederazione delle cooperative italiane di ispirazione cattolica e di conseguenza all’Unione provinciale delle cooperative di Varese. Negli anni successivi vengono realizzati nuovi campi da bocce e rinnovato l’arredamento dei locali della trattoria. In questo periodo il numero dei nuovi iscritti non supera le 25 unità: questo è forse dovuto al fatto che la società non è più, di fatto, una cooperativa di consumo con vendita di prodotti a prezzi vantaggiosi, ma si identifica con la trattoria, attraendo quindi come soci i soli frequentatori del circolino. Nel 1967 in occasione dei venti anni dalla fondazione, l’assemblea dei soci decide di prorogare la durata della società fino al 31 dicembre 2000. Dal 1972 al 1987 Dal 1972 l’attività va in perdita e la cooperativa inizia a non distribuire più utili ai soci. L’anno seguente la situazione non migliora, ma si decide di rinnovare ugualmente la cucina della trattoria. Il bilancio del 1973 è ancora in perdita ed alcuni soci mettono in discussione l’opportunità di continuare l’attività della cooperativa. L’assemblea dei soci decide, però, di proseguire l’attività pur prendendo atto che gli scopi per i quali la cooperativa era stata fondata non sono più attuabili a causa delle necessità e dei tempi mutati. Nel 1975 l’appartamento al primo piano dello stabile della trattoria, prima occupato dal gerente, viene adibito a uffici e utilizzato, dietro pagamento di un rimborso spese, per ospitare le sezioni locali del Club Varese e della Democrazia cristiana. Negli anni successivi questi locali verranno lasciati in fruizione, per un giorno alla settimana, a numerosi altri gruppi: il Gruppo alpini Gavirate, la Società ciclistica gaviratese, il Moto club Gavirate, la Pallacanestro Gavirate, la Scuola di taglio e cucito, la Società scacchistica. Si mettono poi a disposizione spazi per l’associazione Acli, in particolare per il Patronato Acli. Nel 1982, anniversario dei trentacinque anni di attività, la Società decide di affidare la propria gestione amministrativa, fiscale e contabile all’Unione delle cooperative di Varese. La sempre minor produzione di vino e lo scandalo del metanolo che determina l’introduzione di una normativa più severa in Italia, spinge la società a cessare l’attività di vendita al dettaglio e vinificazione. L’anno seguente la gestione diretta dell’attività commerciale di bar-trattoria, fino a quel momento affidata ad un gerente con stipendio fisso più una percentuale sulle vendite, divenuta di difficile gestione esoprattutto troppo onerosa dinnanzi ad un continuo sbilanciamento tra costi e ricavi, viene sostituita, per decisione dell’assemblea dei soci, con l’affitto delle licenze relative alla gestione dell’attività. Nel 1987 la cooperativa apre i suoi spazi anche alla locale Schola cantorum. Dal 1988 a oggi Dal 1988 il numero dei soci (di cui circa l’80% è costituito da pensionati) torna a salire grazie al ripristino delle feste tradizionali della cooperativa, come le gare di bocce e l’annuale sagra dell’uva, ma anche grazie all’idea di rilanciare l’attività di vendita intesa soprattutto come attività di servizio per le persone anziane che non possono muoversi da casa. Nel 1992 la società si accorda con la proprietà dell’immobile per l’avvio di importanti lavori di ristrutturazione ottenendo in cambio la stipula di un vantaggioso contratto d’affitto a lungo termine che prevede anche il diritto di prelazione in caso di vendita. I lavori sono completati l’anno seguente. Nel 1996 il consiglio aderisce alla nuova Cooperativa S. Egidio di Tornavento da cui parte il “Progetto Comunità” proposto dall’Unione cooperative di Varese per rilanciare la cooperazione. Il Presidente della Cooperativa di Gavirate, Luigi Giromini, in questa occasione viene eletto consigliere provinciale nel consiglio dell’Unione suddetta. Nello stesso anno si vota il prolungamento della Società fino al 2050 e sempre in questo periodo la Casa del popolo di Gavirate chiudeva l’attività così che il Circolino rimane la sola realtà cooperativa locale.Nel 1997 viene deciso il restauro della statua della Madonna Orante : statua divenuta simbolo della cooperativa stessa e posta, esattamente cento anni prima, dai progenitori delle famiglie proprietarie dello stabile. Nel 2001, alla morte della proprietaria Lidia Bravo, l’edificio, ormai sede storica della società, viene ereditato dai figli che, dopo una contrattazione durata circa un anno, ne decidono la vendita alla cooperativa stessa. L’intera assemblea dei soci procede così all’acquisto dello stabile grazie all’attivazione di un mutuo ventennale, confidando nelle entrate costituite dagli affitti dell’attività della trattoria. Nel 2006 la trattoria funziona anche come pizzeria, riscontrando notevole successo e richiamando anche una clientela giovane per
Cavalleri Mario & figli
Commercio Cavalleri Mario & figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Cavalleri Mario & figli srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Riparazione e commercio di radiatori per autoveicoli INDIRIZZO | Corso Sempione 15 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-632568 | F. 0331-632568 L’avvio dell’attività (1938-1949) Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta (1950-1969) A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e la diffusione dell’automobile come mezzo di trasporto di massa, comporta anche per l’officina Cavalleri un rapido aumento del volume di lavoro. Le richieste per la riparazione di radiatori non fanno che aumentare, complice anche la scarsa longevità dei radiatori delle utilitarie. Si decide pertanto di investire nella costruzione di un nuovo edificio, su un terreno di proprietà in corso Sempione, che unisca nello stesso stabile l’abitazione e l’officina. Nel 1956 avviene il trasferimento in quella che tuttora rimane la sede dell’impresa. Mario Cavalleri viene aiutato nel lavoro dal figlio maggiore Bernardino e, a partire dai primi anni sessanta, anche dall’altro figlio, Attilio , entrambi da sempre coinvolti nell’attività di famiglia. In questi anni l’impresa giunge ugualmente a contare fino a 6 dipendenti per poter far fronte alle richieste dei clienti e rispettare i tempi di consegna, considerata l’elevata quantità di tempo necessaria per la riparazione di un singolo radiatore. Per i Cavalleri, la difficoltà in questi anni consiste nel trovare persone disposte a lavorare stabilmente nella riparazione dei radiatori : attività che costringe ad esporsi a fumi, acidi e a rimanere a diretto contatto con l’acqua (per poter testare i radiatori). Solo nel 1969 i due figli di Mario Cavalleri entrano ufficialmente in società che, da impresa individuale, diviene società di fatto con la denominazione “Riparazioni radiatori per auto di Cavalleri Mario e figli”. In realtà, da sempre l’attività di riparazione si estende ad ogni tipo di radiatore, qualsiasi sia la sua provenienza (automobili, camion, carrelli elevatori, mezzi meccanici per l’edilizia). Dagli anni settanta ad oggi (1970-2007) Nel corso degli anni settanta, l’attività di riparazione comincia lentamente a decrescere. Accade, infatti, sempre più frequentemente, che sia più conveniente sostituire il radiatore danneggiato piuttosto che ripararlo. Consapevoli di questo cambiamento in atto, i fratelli Bernardino e Attilio Cavalleri, divenuti nel 1978 unici soci e amministratori, iniziano a prendere contatto con i primi rappresentanti delle aziende produttrici per la commercializzazione di radiatori. Questa tendenza alla sostituzione del radiatore prende definitivamente il sopravvento con la comparsa dei radiatori realizzati in plastica e alluminio, non riparabili. Nel 1987, alla riparazione, sempre più limitata a casi particolari, si aggiunge l’attività di commercio all’ingrosso di radiatori. Si intraprende anche il commercio di accessori e ricambi per auto, fanali soprattutto, per ampliare il volume d’affari e garantire al cliente un servizio completo di sostituzione delle parti danneggiate. Nel 1991, l’impresa si trasforma in srl con i due fratelli, Bernardino e Attilio, come unici amministratori. L’attività commerciale si fa sempre più importante, con la scelta, tuttavia, di rinunciare ai fanali e agli accessori per auto e rimanere specialisti nel campo dei radiatori. Questa decisione è dettata dalla necessità di riduzione dei costi di magazzino, non compensati da una vendita che rimane invece limitata a causa di una concorrenza più ampia e soprattutto per la percezione che la clientela ha dell’officina Cavalleri come specialista unicamente in radiatori. Oggi l’impresa, grazie ad un ampio magazzino , è in grado di soddisfare le richieste dei clienti molto più celermente rispetto alla concorrenza. Questo permette all’Officina Cavalleri di mantenere una posizione di forza nella commercializzazione di radiatori nonostante l’evoluzione di questo settore le abbia fatto perdere il vantaggio derivante dalle capacità tecniche che poteva far valere nella riparazione. Bernardino e Attilio, sono oggi affiancati nell’impresa dai rispettivi figli, Giorgio e Riccardo che, in linea con la tradizione familiare, sostituiranno in futuro i padri nella società. Mario Cavalleri, dopo una lunga esperienza di lavoro come lattoniere, è assunto presso la ditta Crespi Radiatori di Busto Arsizio, specializzandosi in questo settore. Nel 1938 insieme a Mario Re Fraschini avvia un’officina per la costruzione e la riparazione di radiatori .Fin dall’inizio, l’accordo fra i due fondatori prevede lo scioglimento della società una volta ammortizzati i costi delle macchine utensili acquistate e avviata l’attività. Nel corso della Seconda guerra mondiale, accanto alla produzione base di radiatori, grazie all’esperienza come lattoniere di Mario Cavalleri, viene avviata una piccola produzione di tubi per altre industrie, in modo da incrementare il lavoro dell’officina e superare la difficile congiuntura bellica. Iscrizione della ditta individuale Mario Cavalleri al Registro ditte della Camera di commercio di Varese. 1949, Archivio Camera di commercio di Varese. Nel 1948 i due soci decidono di sciogliere la società e il 1° gennaio 1949 viene registrata presso la Camera di commercio di Varese la costituzione della ditta “Cavalleri Mario”. La bottega artigiana, due o tre addetti in tutto, ha sede in via Tasso a Busto Arsizio. A partire dagli anni cinquanta, il generale innalzamento del tenore di vita e
Anganuzzi
Commercio Anganuzzi DENOMINAZIONE SOCIALE | Eredi di Anganuzzi Ampellio sas di Cerrozzi Dora & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandata semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gioielleria in oro e in argento e bomboniere INDIRIZZO | Corso Matteotti 62 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-280206 La prima orologeria di Varese (1909-1935) Efrem Anganuzzi, nato nel 1880 a Gravedona (oggi Gravedona ed Uniti), un piccolo centro rivierasco del lago di Como, apprende il mestiere di orologiaio lavorando presso l’argenteria Bernasconi di Milano, bottega fondata nel 1872 e ancora oggi attiva con il suo prestigioso negozio situato in Galleria Vittorio Emanuele II. Dopo aver avviato un’attività autonoma con lo stesso Bernasconi, nel 1909 Efrem apre a Varese – nell’allora corso Vittorio Emanuele, poi corso Matteotti – un laboratorio artigiano per la riparazione di orologi, sveglie e pendole: nasce così quello che può essere considerato il primo negozio di orologeria della città. La ditta individuale Efrem Anganuzzi dispone anche di un recapito a Gavirate , che apre soltanto il venerdì, giorno di mercato, per servire la clientela del circondario. Nel 1913 Efrem Anganuzzi sposa Emilia Giuseppina Bottini, nata nel 1891, che s’inserisce come coadiuvante nell’impresa del marito. Dal matrimonio nascono Rosita nel 1913 e Ampellio nel 1920. L’attività cresce rapidamente e il laboratorio di riparazioni, che si trova al piano superiore del locale, confinante con l’abitazione di famiglia, arriva a contare ben otto dipendenti, tutti orologiai. La data di riparazione e il nome della ditta vengono incisi all’interno delle casse degli orologi riparati, funzionando da garanzia per il cliente . Ogni lunedì Efrem e i suoi operai, e in seguito anche suo figlio Ampellio, si recano nelle ville dei “signori”, molti dei quali milanesi, per ricaricare le preziose pendole. Al lavoro di riparazione e manutenzione si affianca la vendita di gioielli (fedi nuziali, anelli, orecchini, spille, collane) e argenteria varia. Il giovane Ampellio frequenta la scuola di orologeria della Società umanitaria di Milano e a soli quindici anni vince un premio per la creazione di un orologio a pendolo. Di padre in figlio passando per la madre (1936-1962) Finita la scuola, Ampellio inizia a lavorare nella bottega del padre, mentre sua sorella Rosita intraprende una strada diversa. Durante la Seconda guerra mondiale il giovane, arruolato, è fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania. Con l’emanazione delle leggi razziali molti ebrei che fuggono in Svizzera entrano nel negozio degli Anganuzzi per vendere i loro gioielli, ma l’onesto Efrem non ne approfitta, preferendo indirizzarli altrove. Rientrato a Varese e ripreso il lavoro, nel 1947, onorando un lungo fidanzamento, Ampellio Anganuzzi sposa Dora Cerrozzi, nata nel 1926, di professione stenodattilografa e impiegata negli anni della guerra presso la sede di Varese della Cassa nazionale dei lavoratori dello spettacolo sfollati nella città varesina. Nel 1949 muore Efrem Anganuzzi e la titolarità dell’impresa passa alla moglie Emilia Bottini, coadiuvata dal figlio, che nel 1950, con la nascita di Daniela, diventa padre. Negli anni successivi si assiste alla quasi completa trasformazione commerciale del negozio, che porta alla chiusura del laboratorio di riparazioni. Queste sono ora eseguite nel retrobottega dal solo Ampellio, aiutato nei momenti di punta da un orologiaio esterno. Nel 1958 nasce Raffaela, la seconda figlia di Ampellio. Questi, nel 1961, subentra alla madre ormai anziana e la ditta assume la denominazione “Oreficeria Anganuzzi Efrem di Ampellio Anganuzzi”, mentre sua sorella Rosita, che non ha mai partecipato all’attività del negozio, viene liquidata per la sua parte. Dora Cerrozzi inizia a lavorare con il marito , occupandosi anche della contabilità e tenendo i rapporti commerciali con i rappresentanti e fornitori, tra i quali detiene, ancora oggi, un ruolo particolarmente importante la gioielleria Lattuada di Milano nata nel 1930. Nel 1962 cessa l’attività del recapito di Gavirate. Dagli orologi ai bijoux (1963-2012) Nel corso degli anni sessanta si afferma la vendita della posateria in argento, con marchi importanti quali Mantel e Clementi di Casalecchio di Reno. Si sviluppa altresì il settore orologeria, con marche note, come gli orologi svizzeri Cyma e Lorenz, molto apprezzati da Ampellio, il cui lavoro comprendeva, oltre la riparazione, anche il semplice controllo degli orologi portati in negozio dai clienti. Cresime, anniversari, fidanzamenti e matrimoni costituiscono le occasioni più ricorrenti per la vendita di oggetti di valore, che si concentra soprattutto nel mese di dicembre. Nel negozio si predispongono anche le sorprese in oro o in argento per le uova pasquali confezionate da una pasticceria locale. L’orologeria e gioielleria Anganuzzi conta su una cerchia di clienti fedeli, molti dei quali hanno conosciuto direttamente il fondatore o ne ricordano la figura quando da piccoli frequentavano il negozio insieme ai loro nonni o genitori. Clienti che diventano “amici” in un lungo rapporto di fiducia e stima. Le figlie di Ampellio Anganuzzi e Dora Cerrozzi hanno inizialmente e per lungo tempo un rapporto del tutto occasionale con l’attività dei genitori, preferendo intraprendere altri percorsi di vita, che dopo gli studi portano entrambe alla professione di insegnante. Il 3 giugno 1988, mentre la famiglia sta per celebrare le nozze di Raffaela e in un periodo in cui gli affari vanno piuttosto bene, il negozio subisce una rapina. Lo storico rapporto fiduciario che lega la ditta al proprio fornitore di gioielli Lattuada si rivela una risorsa preziosa per far fronte all’emergenza. L’offerta merceologica conosce un profondo cambiamento: si riduce il peso degli orologi, mentre, a partire dagli anni duemila, compaiono gli articoli di bigiotteria di qualità in argento, che a loro volta sostituiscono progressivamente i più costosi gioielli tradizionali, di cui sono peraltro una “perfetta imitazione”. Nel 2007 muore Ampellio Anganuzzi, presente in negozio sino agli ultimi giorni della sua vita. L’attività prosegue con la costituzione della società in accomandita semplice “Eredi di Anganuzzi Ampellio di Cerrozzi Dora & C.” con Dora Cerrozzi come socio accomandatario e le due figlie socie accomandanti. La vedova – che dopo la morte del marito abita nell’antico appartamento di famiglia posto al piano superiore del negozio, entrambi da sempre in affitto – assume la conduzione dell’impresa, con la consueta professionalità, supportata dalle
Casa del popolo di Venegono Superiore
Commercio Casa del popolo di Venegono Superiore DENOMINAZIONE SOCIALE | Casa del popolo di Venegono superiore società cooperativa FORMA GIURIDICA | Società cooperativa ATTIVITÀ PRINCIPALE | Gestione centri di aggregazione sociale, educativa, culturale sportiva. INDIRIZZO | Via C. Battisti 52 | 21040 | Venegono Superiore (VA) CONTATTI | T. 0331-850361 Dai primi del Novecento alla seconda guerra mondiale (1914-1944) La storia della Casa del popolo di Vengono Superiore affonda le radici in una tradizione cooperativa che risale al primo decennio del Novecento. Nel 1914, a Venegono, nasce ad opera del movimento socialista una Casa del popolo sita in via dei Prati (oggi via Pasubio). Questa, come avviene anche altrove, svolge sia una funzione di luogo di ritrovo e assistenza per i lavoratori, sia quella di cooperativa di consumo e circolo ricreativo . Venegono è, in questo periodo, un piccolo paese in cui la principale fonte di reddito è costituita dall’impiego nelle attività edilizie del Milanese. I bassi salari sono integrati dalla coltivazione di piccoli appezzamenti di terra che le famiglie del paese si tramandano di generazione in generazione. La cooperativa di consumo svolge, quindi, una funzione particolarmente importante poiché consente di contenere i prezzi dei generi alimentari, dei prodotti casalinghi e dell’abbigliamento. La scissione comunista del 1921 dal Psi, porta alla creazione in paese di una nuova Casa del Popolo, a Monterosso, grazie alla donazione del terreno da parte di un simpatizzante e al lavoro gratuito, nei fine settimana, degli iscritti. Vengono aperti anche due punti vendita: uno in via Garibaldi e l’altro in piazza Montegrappa. Con l’avvento del fascismo le attività politiche cessano ma la cooperativa di consumo continua a funzionare, spesso in modo clandestino, tollerata dallo stesso regime per la necessità della popolazione di avere una fonte di approvvigionamento alimentare . Dal Dopoguerra agli anni settanta (1945-1979) Alla fine della guerra la cooperativa di consumo viene ricostituita sotto il nome di “Circolo famigliare cooperativa venegonese – società cooperativa a responsabilità limitata” da Carlo Brogli (primo presidente), Carlo Cattaneo, Vittorio Pogliani, Carlo Cattaneo (fu Antonio), di professione muratori, e Natale Zanchini, operaio, i quali sottoscrivono una quota di capitale di 500 lire a testa. La sede rimane in via Pasubio e tre anni dopo, nel 1948, cambia denominazione in “Casa del popolo di Venegono Superiore – Società cooperativa a responsabilità limitata”. Nello stesso anno viene anche acquistato un terreno per edificare una nuova sede sociale (in via Alpini), costruita dai soci stessi e inaugurata il 1° maggio 1949. Nell’ottobre 1950, viene aperta anche una succursale in via Garibaldi per la vendita di generi alimentari, e nel 1954 il socio Carlo Uslenghi cede alla Casa del popolo la propria trattoria. Il locale viene chiuso già l’anno successivo ma la licenza viene trasferita alla sede sociale. In questo periodo, infatti, l’attività prevalente è lo spaccio di bevande che si accompagna al mantenimento di una dispensa da cui i soci possono rifornirsi dei beni di prima necessità. La Casa del popolo organizza anche attività puramente ricreative quali intrattenimenti danzanti, incontri di pugilato e il gioco delle bocce. Il nuovo statuto del 1971 aggiorna di conseguenza le finalità sociali, orientandole maggiormente verso le attività culturali e politiche piuttosto che verso l’originale cooperazione di consumo. La Casa del popolo viene nuovamente trasferita, nel 1974, in via Battisti, all’esterno del centro paese, in una sede più accessibile. Dagli anni ottanta ad oggi (1980-2008) Dal 1981 la cooperativa affitta la gestione diretta del circolo percependo un compenso forfetario. La scelta si rivela positiva sul lato economico, ma impone limitazioni nell’utilizzo degli spazi per l’organizzazione e la promozione di attività culturali e sociali. A partire dal 1983 alcuni soci ricoprono cariche nell’amministrazione comunale di Venegono. Questo nuovo impegno distoglie energie dalla cooperativa che non riesce ad affrontare il problema del ricambio degli organi direttivi. Il numero degli iscritti cala in questi decenni da circa 150 alla settantina di soci attuali, quasi tutti pensionati e subentrati nel possesso delle azioni aipropri padri, come previsto dallo statuto sociale. Questa diminuzione è dovuta anche al distacco progressivo dalla partecipazione politica attiva della maggior parte dei cittadini, soprattutto dei giovani, e all’incremento dei luoghi di aggregazione e di svago. Anche la cooperativa di consumo si vede superata nelle sue finalità dalla disponibilità di prodotti e dall’abbassamento dei prezzi conseguenti alla nascita e allo sviluppo della grande distribuzione. La cooperativa oggi è attiva nel recuperare le adesioni degli eredi dei soci passati, nel tentativo di rinnovare lo spirito cooperativo e di riprendere il costume dell’assistenza e dell’informazione politica – ora in pratica demandata solo alla televisione – affinché la Casa del Popolo ritorni ad essere un luogo di incontro e di confronto. La storia della Casa del popolo di Vengono Superiore affonda le radici in una tradizione cooperativa che risale al primo decennio del Novecento. Nel 1914, a Venegono, nasce ad opera del movimento socialista una Casa del popolo sita in via dei Prati (oggi via Pasubio). Questa, come avviene anche altrove, svolge sia una funzione di luogo di ritrovo e assistenza per i lavoratori, sia quella di cooperativa di consumo e circolo ricreativo . Venegono è, in questo periodo, un piccolo paese in cui la principale fonte di reddito è costituita dall’impiego nelle attività edilizie del Milanese. I bassi salari sono integrati dalla coltivazione di piccoli appezzamenti di terra che le famiglie del paese si tramandano di generazione in generazione. La cooperativa di consumo svolge, quindi, una funzione particolarmente importante poiché consente di contenere i prezzi dei generi alimentari, dei prodotti casalinghi e dell’abbigliamento. La scissione comunista del 1921 dal Psi, porta alla creazione in paese di una nuova Casa del Popolo, a Monterosso, grazie alla donazione del terreno da parte di un simpatizzante e al lavoro gratuito, nei fine settimana, degli iscritti. Vengono aperti anche due punti vendita: uno in via Garibaldi e l’altro in piazza Montegrappa. Con l’avvento del fascismo le attività politiche cessano ma la cooperativa di consumo continua a funzionare, spesso in modo clandestino, tollerata dallo stesso regime per la necessità della popolazione di avere una fonte di approvvigionamento
Grafiche Reggiori srl
Artigianato Grafiche Reggiori srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Grafiche Reggiori srl FORMA GIURIDICA | società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | edizione in conto proprio e in conto terzi di cartoline, depliant, opuscoli, calendari, guide turistiche, stampati commerciali, editoria INDIRIZZO | Via per Mombello 42 | 21033 | Cittiglio (VA) CONTATTI | T. 0332–626246 | F. 0332-626206 Dalla tipografia all’attività commerciale (1903-1948) La storia della Arti grafiche Reggiori nasce nel 1903, data in cui Luigi Filippo Reggiori apre un’officina tipolitografica per lavori commerciali a Laveno in via Labiena presso il Palazzo Albergo Roma (poi Palazzo Baratelli). L’imprenditore è originario di Mombello dove è nato il 15 ottobre 1878 da Giovanni e Orsola Parlatini e ha svolto un’importante esperienza di tipografo compositore presso il «Corriere della Sera». Nella casa paterna di Mombello sposa nel 1900 Piera Bellorini; dal matrimonio nascono Fedora, Giampiero e infine Teresio (1917). Intorno al 1910 la tipografia viene assorbita dalla”Cartiera del mulino” di Besozzo che produceva cartonati, tra cui il carton-cuoio utilizzato come succedaneo per le suole delle scarpe. Nel 1927 le disponibilità economiche consentono a Luigi Filippo di costruire una propria abitazione a Laveno in via al Motto. Nel 1937, probabilmente in seguito alla crisi del 1929, la cartiera viene incorporata dalla Cartiera Beniamino Donzelli C.B.D. società anonima. Nel 1932 Luigi Filippo riapre la tipografia di Palazzo Baratelli con l’aiuto del figlio Teresio (Fedora fa l’insegnante e Giampiero è ingegnere delle Ceramiche di Laveno) che inizia a lavorare come compositore a mano e realizza semplici bozzetti grafici. Nel 1934 all’attività tipografica si aggiunge quella commerciale di cartoleria e vendita di cancelleria. Teresio matura in quegli anni una forte passione amatoriale per la fotografia. A casa realizza un piccolo laboratorio dove sviluppa le lastre fotografiche con le vedute delle località del Lago Maggiore e dei laghi vicini. Nel 1940 Teresio subentra al padre nella gestione dell’impresa aprendo una nuova ditta per l’esercizio di una cartoleria e il commercio all’ingrosso di carta e stampati. La tipografia di Palazzo Baratelli viene affittata a imprenditori milanesi e Teresio si trasferisce in un vicino magazzino situato in una traversa di via Labiena. Nel settembre 1945 Teresio sposa Maria Ferrato (detta Mara) che si inserisce subito nell’attività del marito curandone l’amministrazione. Dal matrimonio nascono Alvaro (1947) e Donatella (1954). Il boom economico e il successo delle cartoline (1949-1971) Il boom economico del secondo dopoguerra sostiene lo sviluppo del turismo nella regione dei laghi e Teresio vi coglie l’occasione per trasformare la propria passione amatoriale in un’attività imprenditoriale. Nel 1949, alla morte del padre, cede la tipografia a una ditta locale, l’impresa Rossetti (attualmente Grafica Lavenese) e nel 1951 apre una nuova ditta, la “Fotostampa Reggiori Teresio”, mantenendo la vendita all’ingrosso di carta e cancelleria. Teresio inizia a commercializzare cartoline turistiche in bianco e nero stampate presso terzi su cartoncino sensibile ai sali d’argento (bromuro d’argento) e utilizza l’importante archivio fotografico personale su lastra di vetro che, alla fine degli anni cinquanta, arriva a contare 15.000 pezzi. Nei primi mesi del 1950 Teresio sposta la propria abitazione da via al Motto a via Labiena, vicina alla sede lavorativa e nel 1954 inizia la costruzione di una nuova residenza, completata nel 1960, in via Roma 12 dove riunifica famiglia e attività commerciale. Verso la metà degli anni cinquanta si afferma sul mercato il gusto per l’immagine colorata che influenza il mercato della cartolina illustrata. Inizialmente si ricorre alla colorazione manuale del bianco e nero tramite colori all’anilina distribuiti col pennello sulle cartoline schermando le varie aree di colore con l’ausilio di maschere di zinco. L’impresa commerciale conosce in questa periodo una forte accentuazione in senso artigianale: vengono assunte sei operaie addette alla colorazione manuale delle cartoline . Alla fine degli anni cinquanta, l’utilizzo più generalizzato della pellicola a colori (diapositiva) nelle macchine fotografiche apre nuovi scenari tecnologici. In particolare permette la realizzazione di pellicole fotolitografiche per l’allestimento delle matrici offset mediante procedimento di selezione a sei colori (magenta, ciano, giallo, nero, rosa, celeste). Ciò consente di stampare cartoline a colori su normali cartoncini monopatinati di ordinaria produzione di cartiera. Inoltre il declino del bianco e nero è causa ed effetto del trasferimento all’estero della Tensi di Milano, un’impresa storicamente specializzata nella produzione del cartoncino sensibile; anche questo affretta la transizione al colore. La Reggiori si adegua alla nuova situazione: innanzi tutto la produzione di cartoline colorate a mano si conclude e l’impresa torna a occupare solo membri della famiglia; Teresio riprende la campagna di fotografie documentando i percorsi turistici con la nuova pellicola a colori (nasce un nuovo archivio parallelo al primo e ancora oggi in continuo aggiornamento); la produzione di nuove cartoline a colori viene effettuata presso tipografie di Milano e l’impresa si riserva il solo confezionamento a mano. I processi tipografici impongono quantità rilevanti per consentire il contenimento dei prezzi mentre il dettagliante acquista pezzature limitate di cartoline; ciò obbliga l’impresa a garantire lo stoccaggio del prodotto. Inoltre, grazie alle cartoline, la Reggiori avvia un’attività editoriale curando la realizzazione di guide turistiche stampate all’esterno ma rilegate in fabbrica. La seconda parentesi industriale (1972-2002) A questo punto sono mature le condizioni per una nuova trasformazione dell’impresa che si intreccia con la vicenda personale di Alvaro. Conseguito il diploma scientifico nel 1967, si iscrive al Politecnico di Milano. La passione per il disegno lo spinge tuttavia verso l’impresa di famiglia per cui, ripercorrendo le orme paterne, inizia a realizzare bozzetti grafici per i depliant e le illustrazioni delle guide turistiche. Decide pertanto di lasciare gli studi per inserirsi definitivamente nell’impresa, coordinando prima la fase di confezionamento/legatoria, poi l’intera attività. Alvaro punta a ricostruire la completezza del ciclo produttivo – dall’allestimento delle matrici, alla stampa, alla confezione ed alla vendita del prodotto finito – riportando l’impresa alla fisionomia industriale originaria. A tale scopo nel 1972 viene costruito nel comune di Cittiglio lo stabilimento attuale. Nel 1975 si sposa con Lia Zampini e, seguendo una tradizione familiare, la moglie collabora nell’impresa curandone l’amministrazione. Alla fine degli anni settanta lo stabilimento conosce un ampliamento dei magazzini per le
Officina meccanica di Claudio Pierobon
Artigianato Officina meccanica di Claudio Pierobon DENOMINAZIONE SOCIALE | Officina meccanica di Claudio Pierobon FORMA GIURIDICA | ditta individuale ATTIVITÀ PRINCIPALE | officina meccanica di precisione (componenti per motocicli e cicli da competizione) INDIRIZZO | Via Campiglio, 35 | 21040 | Oggiona con Santo Stefano (VA) CONTATTI | T. 0331–217427 | F. 0331-217427 L’avvio dell’attività (1930-1959) Beniamino Pierobon, di origini venete, negli anni trenta lavora come meccanico in una ditta di Solbiate Arno. Durante la guerra diviene motorista aeronautico del conte Corrado Agusta e questa conoscenza influenzerà il corso della sua vita. Quando infatti, nel dopoguerra, Corrado Agusta avvia una produzione di motociclette decide di avvalersi della preparazione tecnica di Pierobon. Beniamino non volendo lavorare come dipendente, dà inizio, nel 1950, all’attività in un piccolo locale presso l’utensileria di suo cognato a Oggiona con Santo Stefano, poco distante dalla sede odierna. Dopo pochi anni, per la necessità di spazi più ampi costruisce la sede attuale che unisce l’abitazione all’officina. Dapprima, l’attività, si concentra sulle motociclette da competizione: il rapporto con Agusta si mantiene strettissimo in questi anni e Pierobon vive e partecipa direttamente alla storia della competizione motociclistica della MV Agusta. Un terreno adiacente all’officina viene addirittura adibito ad eliporto per accogliere gli elicotteri Agusta che, nei loro voli di collaudo, si fermano quotidianamente a caricare e scaricare le varie parti delle moto. Gli anni Sessanta e Settanta (1960-1979) Gli anni sessanta segnano un momento di grave difficoltà dell’attività che risente della più generale crisi del settore della moto causato dal diffondersi dell’automobile come mezzo di trasporto di massa. Il crollo del settore porta l’Agusta ad abbandonare totalmente la produzione di moto e la competizione motociclistica. Questa decisione coincide con la crisi strutturale dell’impresa di Pierobon che tenta di riconvertire ed allargare la produzione ad altri settori. Il momento di difficoltà si aggrava poiché coincide con l’inizio della malattia di Beniamino Pierobon, coadiuvato, a partire dal 1966, dal figlio Claudio che fin dall’infanzia ha vissuto a diretto contatto con l’officina. Nel 1971 l’impresa viene trasformata in società di fatto con l’ingresso di Claudio Pierobon come socio. Nel 1974, tuttavia, Beniamino abbandona l’attività per problemi di salute lasciando al figlio l’officina, che torna impresa individuale sotto la ditta “Pierobon Claudio”. Claudio ha frequentato il liceo scientifico e non ha una preparazione tecnica specifica e, senza l’aiuto del padre, deve far vivere l’impresa dandole un indirizzo che possa seguire personalmente. Abbandona pertanto la collaborazione con l’Agusta perché ciò avrebbe significato passare alla meccanica degli elicotteri, un salto di qualità cui non si sentiva preparato. Grazie all’aiuto di conoscenti e amici del padre, si inserisce nel settore moto, inizialmente per le lavorazioni più semplici. Si specializza nella componentistica per telai, lavorando principalmente per la Aermacchi (componenti del motofurgone Ercolino) e in seguito per il gruppo Cagiva. Verso la fine degli anni settanta, l’impresa è consolidata nel settore ed è ormai piuttosto importante e conosciuta. Lo sviluppo economico ha determinato un incremento del reddito e ora la moto torna in auge come veicolo del tempo libero. Sono anche gli anni in cui si scatena una forte concorrenza da parte delle marche giapponesi, tuttavia il settore italiano riesce ad assorbirla puntando sulla maggiore qualità delle produzioni. L’impresa ha come clienti la Ducati, la Cagiva, l’Aprilia, la Gilera. Sempre negli anni settanta a Claudio Pierobon viene chiesto di produrre particolari per le biciclette. L’impresa entra così nel settore ciclo che, nel corso degli anni, eguaglia il valore della produzione per il settore moto, sino anche a superarlo. Nel 1978 Claudio Pierobon sposa Celestina Noacco anch’essa imprenditrice, proprietaria di una impresa che commercializza condizionatori d’ambienti. Dagli anni Ottanta a oggi (1980-2006) Con gli anni ottanta è il settore ciclo che vive un’intensa fase di espansione grazie alla produzione di parti per le maggiori case italiane ed estere (Colnago, De Rosa, Pinarello, Specialized) e ad una progettazione spesso innovativa che si impone sui mercati e porta l’impresa ad essere per alcuni anni il numero uno del mercato nazionale ed internazionale. I volumi di produzione sono alti, anche perché Claudio Pierobon sceglie di non uscire direttamente sul mercato con un marchio proprio, in modo da poter rifornire più aziende e personalizzare secondo i desideri e le esigenze dei clienti le parti richieste. Verso la metà degli anni ottanta Claudio Pierobon decide anche di impegnarsi nell’associazionismo di categoria, ricoprendo nella Confartigianato cariche sempre più importanti. Dopo quindici anni lascia questi incarichi per la necessità di seguire da vicino la forte crescita della propria impresa. Nel 1992 l’impresa vive però un nuovo ciclo negativo che blocca la fase espansiva dell’attività. La crisi del Gruppo Cagiva toglie infatti a Pierobon gran parte del mercato della moto e i ritardi nei pagamenti portano l’impresa in una situazione finanziaria difficile, anche per l’assenza di un’adeguata copertura bancaria. Le difficoltà vengono superate grazie all’espansione sempre maggiore nel settore ciclo che porta l’impresa ad appoggiarsi a fornitori esterni per coprire le accresciute esigenze di produzione. A partire dal 2000 però i volumi di produzione cominciano repentinamente a diminuire a causa della concorrenza dei paesi asiatici di nuova industrializzazione. Alla radice di questa nuova e più radicale crisi stanno gli effetti imprevisti della delocalizzazione industriale che ha portato le imprese italiana a esportare saperi tecnologici verso paesi una volta arretrati ma ora concorrenti incontenibili. I paesi emergenti non si limitano più alla produzione di semilavorati o di prodotti intermedi: oggi fanno la loro comparsa prodotti finiti di buon livello al punto da mettere fuori mercato i prodotti italiani. La concorrenza diventa insostenibile anche per l’abilità dei nuovi produttori di replicare immediatamente le innovazioni tecnologiche, cosa che vanifica i continui sforzi di progettazione e la presentazione di nuovi modelli, spesso copiati nell’arco della stessa stagione. La situazione è sufficientemente complessa perché Pierobon guardi con prudenza all’idea dell’inserimento del figlio Marco nell’impresa. Da un lato vi vede lo sviluppo naturale di una passione per i motori e di un’intelligenza tecnica che accomuna padre e figlio. Dall’altro, è lieto che Marco stia valutando la possibilità di iscriversi all’università per conseguire
Rossi d’Angera Srl
Artigianato Rossi d’Angera Srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Rossi d’Angera Srl FORMA GIURIDICA | società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | produzione grappe e liquori INDIRIZZO | via Puccini, 20 | 21021 | Angera (VA) CONTATTI | T. 0331–930248 | F. 0331-932941 | W. https://www.rossidangera.com/ Dalle origini al primo dopoguerra (1847-1924) Secondo la tradizione familiare, la Rossi d’Angera produce grappa fin dal 1847. Tutta la zona, in quel periodo, conosce una diffusione importante della coltivazione della vite che alimenta anche la produzione di superalcolici per il consumo personale. In quest’epoca i superalcolici fanno parte dell’alimentazione quotidiana e non vengono considerati beni voluttuari. Il fondatore dell’azienda, Bernardo Rossi, dopo un’esperienza come falegname, avvia un’attività in proprio utilizzando le vinacce locali. La produzione è quindi stagionale e legata alla vendemmia. L’attività, proseguita dal figlio Carlo insieme ai fratelli, all’inizio del Novecento viene rilevata da Arturo Rossi (nipote del fondatore), che in precedenza aveva lavorato presso una piccola industria di aromi, essenze e liquori ad Arona. Da una prima fase artigianale si passa a una produzione di tipo industriale: accanto al prodotto base, la grappa, compaiono i primi liquori. È di questo periodo l’acquisto della sede in via Mazzini ad Angera e l’utilizzo dei primi alambicchi industriali. Nel 1913 l’azienda partecipa, a Varese, alla manifestazione “Mostre riunite” ottenendo la medaglia d’oro per i liquori. L’impresa, affermata in tutto il Verbano, conosce una fase di crisi a causa della Grande guerra; Arturo Rossi viene mobilitato con i Granatieri di Sardegna e combatte sul Carso. L’attività è affidata alla moglie Anna Zingaro che, insieme ai suoi tre fratelli, la prosegue chiedendo consigli nelle lettereche invia al marito al fronte. L’attività dal 1925 fino al secondo dopoguerra (1925-1949) Nel primo dopoguerra si ha una nuova fase espansiva. La ditta viene registrata in Camera di commercio come “Rossi Maffei Arturo”. Negli stessi anni Arturo, è podestà del comune di Angera e ricopre importanti cariche nelle associazioni di categoria. L’attività dell’impresa si sviluppa anche grazie all’introduzione del ciclo continuo nella lavorazione delle vinacce. Vengono perfezionate le ricette dei liquori e si avvia la produzione di grappe invecchiate. In questi anni Bernardo Rossi, figlio di Arturo e Anna Zingaro, è spesso ospite di parenti in Francia, dove ha modo di coltivare un sistema di relazioni personali che si rivelerà essenziale nel secondo dopoguerra. In particolare frequenta la casa del ministro Carlo Sforza. Durante il soggiorno in Francia conosce e apprezza i distillati e i liquori del posto, più raffinati e invecchiati di quelli italiani. Dagli anni trenta Bernardo Rossi, laureatosi in giurisprudenza con una tesi su L’imposta di produzione sugli spiriti in Italia, entra nell’impresa che diventa società di fatto e ripercorre l’impegno del padre nella Federazione nazionale distillatori. Partecipa al censimento delle distillerie dell’alto Veneto e del Trentino acquisendo una forte esperienza nel settore. Durante la Seconda guerra mondiale la produzione si riduce notevolmente poichè l’alcool viene requisito dallo stato e rimborsato a prezzi molto bassi. Dagli anni cinquanta agli anni ottanta (1950-1979) Finita la guerra, Bernardo Rossi abbandona la professione legale e si dedica completamente all’azienda. Nel 1950 Arturo Rossi, la moglie Anna e il figlio Bernardo costituiscono con sede a Milano la “Rossi d’Angera distillatori” società a responsabilità limitata che prosegue l’attività della precedente “Rossi Arturo di Arturo Rossi e C.” cessata nello stesso anno. Bernardo mantiene i contatti personali avviati in Francia con la famiglia del ministro Carlo Sforza e tramite essa conosce Cesare Merzagora e Alcide De Gasperi. In questi anni, Arturo e il figlio Bernardo si impegnano in politica nelle fila della Democrazia cristiana. Entrambi rivestono cariche nell’amministrazione provinciale: Arturo come assessore all’agricoltura e al turismo, Bernardo ricopre la carica di assessore al turismo. Scomparso il padre Arturo nel 1958, Bernardo avvia il rinnovamento dell’azienda: l’insegna, da semplice “Rossi”, viene modificata in “Distilleria Rossi D’Angera” mentre vengono adottati il marchio e il logo ancora oggi utilizzati. Viene modernizzata la distilleria, ridisegnate tutte le etichette, adattate le ricette ai gusti degli anni sessanta. In Italia stanno cambiando i gusti e i superalcolici non vengono più consumati come un semplice alimento ma sono considerati e apprezzati come un bene voluttuario. Con l’intenso sviluppo economico ed edilizio degli anni sessanta i vigneti della zona tendono a sparire e le vinacce locali non sono più sufficienti a garantire la produzione. Alcune distillerie decidono di trasferirsi abbandonando Angera e avvicinandosi alle terre di produzione vinicola, soprattutto in Piemonte. All’opposto la Rossi d’Angera fa la scelta di radicarsi sul territorio rifornendosi di materia prima in Piemonte e in Toscana. Negli anni settanta Bernardo e la moglie Adele sono affiancati dal figlio Arturo nella conduzione dell’impresa. Dagli anni ottanta a oggi (1980-2006) All’inizio degli anni ottanta, Arturo diviene titolare dell’impresa; la moglie, Bruna Rapetti lo affianca nell’attività acquisendo la quota della nonna Anna Zingaro. È un breve periodo di ripresa delle vendite cui segue la nuova fase di crisi apertasi con gli anni novanta. Oggi segnali positivi sul futuro dell’attività vengono sia da un rifiorire della viticoltura nel territorio di Angera, sia dagli sforzi degli organismi locali – tra cui la Camera di commercio – per il riconoscimento ai vigneti dell’indicazione geografica tipica (Igt). Questi elementi hanno spinto l’impresa a investire sul proprio futuro e a trasferirsi in una nuova e più moderna sede nella zona industriale di Angera. I marchi rappresentano una delle ricchezze principali dell’impresa. Di qui la necessità di difenderli da contraffazioni e di tutelare il diritto all’uso. La storia della Rossi d’Angera racchiude anche l’episodio di una battaglia legale, poi vinta, contro il gigante “Martini e Rossi” di Torino determinata dalla coincidenza del nome nelle due case commerciali. Secondo la tradizione familiare, la Rossi d’Angera produce grappa fin dal 1847. Tutta la zona, in quel periodo, conosce una diffusione importante della coltivazione della vite che alimenta anche la produzione di superalcolici per il consumo personale. In quest’epoca i superalcolici fanno parte dell’alimentazione quotidiana e non vengono considerati beni voluttuari. Il fondatore dell’azienda, Bernardo Rossi, dopo un’esperienza come falegname, avvia un’attività in proprio utilizzando le vinacce locali. La produzione è quindi stagionale e
Marchetti srl
Artigianato Marchetti srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Marchetti srl FORMA GIURIDICA | società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | lavorazione del legno e realizzazione di strutture e tetti in legno INDIRIZZO | via Stehli, 9 | 21010 | Germignaga (VA) CONTATTI | T. 0331–532730 | F. 0331-511388 | W. https://www.legnamimarchetti.it I Marchetti falegnami in Germignaga: Giovanni, Piero e ancora Giovanni (1890-1945) L’origine dell’attività di falegnameria dei Marchetti a Germignaga si perde nella seconda metà del XIX secolo. La prima traccia che attesta la presenza di un membro della famiglia in questo campo è un documento degli anni quaranta dell’Ottocento con cui l’esercito austriaco congeda dal servizio Giovanni Marchetti, di professione falegname. Altri documenti confermano che Piero, figlio di Giovanni, è attivo come falegname nell’ultimo decennio dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento: un quaderno con un elenco dei lavori eseguiti negli anni 1892-1893 e un Diploma con medaglia d’oro “per ottima fabbricazione di botti” della Mostra internazionale di Genova del 1913. Il premio ricevuto a Genova, oltre a testimoniare la qualità del lavoro dei Marchetti in quegli anni, fornisce utili indicazioni sulla specializzazione produttiva – le botti – e sull’intraprendenza dell’impresa che partecipa a un evento così rilevante e così distante dalla sede. Nel corso del XIX e nella prima metà del XX secolo Germignaga si trasforma da piccolo borgo agricolo a cittadina industriale di una certa importanza: la popolazione cresce dai circa 1000 abitanti del 1867 ai 2600 del 1920 e il paesaggio urbano si popola di stabilimenti di varie dimensioni. Nel 1917 avviene il secondo passaggio generazionale: Giovanni (1890-1972), figlio di Piero Marchetti e di Giuseppina Frapolli, costituisce la propria ditta individuale e prosegue il lavoro del padre. Il campo di attività rimane il medesimo, come indicato nella costituzione della ditta: bottaio. La sede della ditta viene mantenuta nel centro di Germignaga, in via Vittorio Emanuele II 23, dove già lavorava Piero e dove l’impresa è attiva fino al 1980. Alcuni anni dopo la via viene intitolata a Luigi Cadorna e tra il 1928 e il 1947 il Comune di Germignaga viene annesso a quello di Luino. Intorno al 1930 Giovanni sposa Rosa Carolina Cerinotti e nel volgere di alcuni anni la famiglia si allarga con la nascita di cinque figli: Teresa, Piero (morto prematuramente a due anni), Piero, Giuseppe e Maria. Carolina è una donna intraprendente e capace, in grado di assistere il marito – e in seguito i figli – nell’amministrazione dell’impresa. I due coniugi Giovanni e Carolina sono inoltre tra i benefattori dell’asilo infantile di Germignaga, di cui Carolina è presidente per molti anni. Nel laboratorio di via Cadorna vengono eseguite tutte le fasi di lavorazione che, durante la guerra, sono sostenute dall’espansione di una piccola attività di segheria. In una carta intestata del 1940 si nota che, accanto alla tradizionale produzione di “botti, tine, vasche, mastelli e secchie”, viene pubblicizzato un “assortimento in legnami d’opera”. L’ingresso nelle produzioni per l’edilizia e l’apertura della segheria (1946-1968) Nel secondo dopoguerra l’impresa prosegue con la duplice attività di falegnameria e di segheria. In entrambi i campi Giovanni Marchetti riesce ad adattarsi al contesto di mercato profondamente mutato. L’utilizzo di recipienti in legno diviene sempre più raro in ambito domestico, dove vengono sostituiti da altri materiali come il ferro smaltato, il vetro e la plastica. Il mercato del vino sfuso si contrae gradualmente e con esso la domanda di botti, il cui uso resta prerogativa dei soli produttori vinicoli. Una nuova opportunità è offerta dall’intenso sviluppo dell’edilizia nel periodo della ricostruzione, che spinge la Marchetti alla produzione di travi, serramenti e altri componenti, realizzati nel periodo invernale per poi essere montati a partire dalla primavera. La dipendenza dal ciclo stagionale dell’edilizia è tuttavia compensata per alcuni anni dalla più tradizionale produzione di oggetti per il consumo domestico. Nel corso degli anni cinquanta Giovanni, oltre che dalla moglie, comincia ad essere affiancato dai figli, che inizialmente lo accompagnano nei viaggi di lavoro. L’acquisto del legname allora veniva effettuato nei luoghi di provenienza, come i boschi della vicina Val Vigezzo o le più lontane foreste austriache e svizzere, dove le piante venivano scelte ancora “in piedi”, prima del taglio. Nei ricordi tramandati in famiglia queste trasferte in motocicletta sono importanti momenti di formazione professionale ma anche occasioni di turismo e di approfondimento culturale. Lo sviluppo dell’attività di segheria negli anni cinquanta e le crescenti dimensioni dei macchinari rendono necessario un ampliamento degli spazi produttivi: viene acquistata l’area in via Stehli, a Germignaga, dove nei primi anni sessanta viene edificato il nuovo stabilimento e dove la società opera tuttora. La famiglia Marchetti mantiene in via Cadorna oltre all’abitazione la sede dell’impresa e il laboratorio di falegnameria, mentre tutto il reparto di segheria viene trasferito nel nuovo insediamento: qui l’attività può svilupparsi senza troppe costrizioni logistiche. La stagionatura naturale del legno necessitava allora di tempi lunghi e spazi ampi, che vengono ridotti grazie all’uso di forni consentendo così di allargare il magazzino. Il rifornimento di materia prima avviene con l’acquisto sia di tronchi interi da lavorare secondo la necessità, che di travi, assi e tavole in formati standard. Con l’avanzare dell’età di Giovanni i figli subentrano operativamente nell’impresa, di cui tuttavia il padre resta unico titolare fino al 1969: Piero dirige il reparto di segheria, Giuseppe si occupa della falegnameria e Maria cura con la madre la contabilità di entrambe le attività; Teresa è l’unica che non assume ruoli operativi. In quegli stessi anni la famiglia Marchetti si allarga in seguito ai matrimoni di Piero con Maria Vittoria Parigi nel 1962 e di Giuseppe con Celestina Pasqua nel 1967. Da Piero e Maria Vittoria nascono Patrizia nel 1963, Giovanni nel 1966 e Roberta l’anno successivo; da Giuseppe e Celestina nascono Alessandro nel 1968 e Giancarlo nel 1971. Piero e Giuseppe decidono tra il 1965 e il 1967 di trasferirsi con le famiglie in una palazzina a due piani presso lo stabilimento di via Stehli. I figli crescono così a diretto contatto con l’ambiente di lavoro e assieme al loro gruppo di amici
Guidali
Artigianato Guidali DENOMINAZIONE SOCIALE | Guidali lavorazioni del legno di Guidali Alberto & c. sas FORMA GIURIDICA | società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | falegnameria, produzione, riparazione e commercio di serramenti e mobili in legno INDIRIZZO | Corso Sempione 19 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331–795301 | F. 0331-795301 Dall’avvio dell’attività fino ai primi anni trenta (1893-1929) La storia imprenditoriale della famiglia Guidali comincia con l’apertura di una falegnameria intestata ai fratelli Giovanni e Vittorio (detto Vittore): l’iscrizione all’anagrafe commerciale della Camera di commercio di Milano consente di datare l’inizio dell’attività nel 1893. I due falegnami sono figli di Protaso e di Paola Limido, contadini originari di Rovate, frazione di Carnago, trasferitisi a Gallarate con i loro sei figli: oltre a Giovanni e Vittorio vi sono Alessandro, Maria, Baldessare e Luigi. La “vasta bottega da falegname”, fornita di attrezzi, con annesso deposito per il legname, è ricavata all’interno di un complesso edilizio che Protaso alla sua morte, avvenuta nel settembre 1888, lascia in usufrutto alla vedova e in eredità ai figli. Il complesso consta di una casa con giardino, di un portico e di un’altra casa in cui è collocata al piano terra la falegnameria. L’edificio si affaccia sull’importante asse viario che da Gallarate porta a Sesto Calende, separato dall’antica chiesetta di San Rocco solo da una strada campestre. Ancora oggi l’azienda ha qui la sua sede, al numero 19 di corso Sempione, che per un certo periodo prese il nome di via Amedeo di Savoia. Sopra il laboratorio vi sono le abitazioni di Maria e Vittorio. In questi spazi vivranno e lavoreranno anche molti dei loro discendenti, organizzati secondo il modello della famiglia “allargata”. Gli altri fratelli Guidali già alla fine del secolo si sono stabilmente insediati a Beckenried, sul lago svizzero dei Quattro Cantoni. Sono infatti titolari di un’azienda di costruzioni stradali che avrà molta fortuna, trasferendo poi la sede a Lucerna. Anche Giovanni, in origine titolare della falegnameria, raggiunge i fratelli in Svizzera, ma diversamente da loro conserva la cittadinanza italiana. Pur avendo solo l’istruzione elementare, si cimenta con successo nella scultura del legno e si dimostra abile disegnatore. Si deve a lui la realizzazione dello schizzo del capitello che viene scelto dai nipoti come marchio dell’azienda. La falegnameria quindi viene gestita da Vittorio, che si è formato professionalmente lavorando come apprendista nel mobilificio gallaratese di Andrea Macchi e, dopo i quattro anni di servizio militare, in un’analoga azienda bustese. Nel 1907 scioglie formalmente il sodalizio col fratello e registra una ditta individuale, la “Guidali Vittore”, specializzata nella produzione di “serramenti e affini”. La sua preferenza va alla costruzione di mobili, che soddisfano maggiormente la sua abilità professionale e che garantiscono un guadagno più continuativo nel corso dell’anno. Vittorio tuttavia non ignora le opportunità di lavoro offerte da quel nuovo ceto di professionisti e imprenditori del gallaratese che si stanno costruendo case e villette sia in città che nei centri di villeggiatura marini e montani. Per le loro abitazioni richiedono serramenti di qualità, realizzati prevalentemente con legni italiani, soprattutto abete e larice. Date le tecniche di lavorazione dell’epoca, la realizzazione dei serramenti per una villa può richiedere anche un anno di lavoro. Le commesse non mancano e l’azienda si consolida. La seconda generazione. Dagli anni trenta agli anni cinquanta (1930-1959) Vittorio introduce progressivamente nell’azienda il figlio Giuseppe, l’unico maschio nato dal matrimonio con Luigia Mocchetti. Giuseppe ha una solida formazione scolastica, avendo effettuato studi tecnici a Gallarate. Dopo il diploma, viene inviato al fronte nella Grande guerra. Ferito due volte, ha una scheggia di cannone nella clavicola ma questa ferita non gli impedisce di macinare chilometri in bicicletta, sport di cui è appassionato. Sposato con Rosa Guffanti (detta Rina), Giuseppe ha sette figli: due maschi, Vittore e Luigi e cinque femmine: Anna, Natalina, Celestina, Carla, Maria Pia. Nessuna di loro partecipa alla vita aziendale e una diventa suora missionaria: una scelta che non sorprende dal momento che i genitori sono molto religiosi. I figli maschi invece iniziano presto a collaborare col padre e, se pure per poco tempo, anche con il nonno. Vittore, all’età di dodici anni inizia il suo percorso di apprendistato professionale nel laboratorio di famiglia e Luigi fa altrettanto dopo aver frequentato la terza commerciale. Rispetto al padre, che aveva orientato l’attività alla produzione di mobili, Giuseppe preferisce incentivare quella dei serramenti. Nel 1938 la ditta acquisisce un importante cliente, l’Ospedale “S. Antonio Abate” di Gallarate, di cui cura soprattutto la manutenzione degli infissi e al cui interno crea un piccolo laboratorio attrezzato in cui lavora stabilmente un operaio. Questo tipo di lavoro ha il vantaggio di poter essere svolto anche nei mesi invernali, quando le altre attività edilizie sono cessate. Nel 1944 Giuseppe ha ormai raggiunto la soglia dei 46 anni ed ha un’esperienza di vita e di lavoro sufficienti per dare garanzie di continuità nella conduzione dell’azienda, nonostante le differenze rispetto al padre. Il 1 maggio 1944, all’età di 78 anni, Vittorio cede ufficialmente l’attività al figlio, che registra una ditta individuale a lui intestata. Tre anni più tardi, alla sua morte, le figlie Rina, Elena, Laura, Maria e Paolina ereditano una quota delle sostanze paterne ma non entrano a far parte dell’azienda. L’opera di Vittore e Luigi Guidali. Dagli anni sessanta agli anni ottanta (1960-1989) Nel dicembre 1963 Giuseppe muore e la ditta individuale a lui intestata cessa. Vittore e Luigi ne continuano l’attività sotto forma di società di fatto mantenendo nell’oggetto la riparazione, costruzione e commercio sia di mobili che di serramenti in legno. In un primo momento la moglie di Vittore, Giancarla Dettone, si occupa della contabilità aziendale ma dopo qualche tempo lascia l’incombenza al cognato. La moglie di Luigi, di nazionalità francese, non è invece coinvolta nell’impresa. I due fratelli si dividono i ruoli: Vittore segue prevalentemente la produzione, Luigi sovrintende alla posa dei serramenti e all’amministrazione. Negli anni del boom economico molti concorrenti diversificano l’attività, entrando nel settore dei cantieri che, data la tumultuosa espansione edilizia, offre grandi opportunità di guadagno. I fratelli Guidali invece restano fedeli
Mamba maglificio di Magnaghi Paolo
Artigianato Mamba maglificio di Magnaghi Paolo DENOMINAZIONE SOCIALE | Mamba maglificio di Magnaghi Paolo FORMA GIURIDICA | Ditta individuale ATTIVITÀ PRINCIPALE | maglieria INDIRIZZO | via A. Boito, 6 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331–635313 | F. 0331-635313 L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1930-1949) La storia del maglificio Mamba Magnaghi nasce nel 1947 a Busto Arsizio, quando Angelo Magnaghi costituisce una ditta individuale in via Rovetta.Angelo proviene da una famiglia che, secondo le migliori tradizioni varesine, ha nel sangue il lavoro e l’impresa. I nonni di Angelo emigrarono in America in cerca di fortuna, il fratello Giovanni assieme al cognato Mario Tovaglieri avviò il maglificio Tovaglieri e Magnaghi a Busto Arsizio. Qui, il giovane Angelo, inizia il proprio apprendistato agli inizi degli anni trenta e già nel 1934 coglie l’occasione per mettersi in proprio trasferendosi con la moglie Maria Crespi a Torino. Nonostante il capitale esiguo, l’impresa è ben avviata e conta presto una decina di operai. A Torino la famiglia si ingrandisce perché nascono Eliana ed Ermanno, ma nel 1939 Angelo liquida l’attività per aprire una maglieria in via Molino a Busto. Lo scoppio della guerra e il richiamo alle armi lo costringono a liquidare il maglificio ricavando una somma cospicua che tuttavia, alla fine del conflitto, gli permetterà appena di acquistare una macchina tubolare ancora oggi in funzione. Gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta (1950-1969) A Busto, in via Rovetta, Angelo riprende la propria attività. Sono anni di sviluppo intenso, grazie anche alla piena dedizione al lavoro di entrambi i genitori. Maria Crespi, che prima della guerra aveva lavorato presso la tessitura Milani e Nipoti, affianca il marito accudendo contemporaneamente all’impresa e alla casa collocate nello stesso stabile. Angelo si occupa dei rapporti con i clienti e i fornitori, la moglie del personale e dell’amministrazione. Anche il piccolo Ermanno, tornando dalla scuola elementare, aiuta i genitori nei lavori più semplici. Da lì, progressivamente, passa a operare su tutte le macchine, acquisendo quella competenza globale sulla produzione che è caratteristica del lavoro artigiano. I macchinari per la maglieria sono tedeschi e inglesi perché il settore meccanotessile non si è ancora sviluppato sul territorio mentre i filati provengono dalle numerose filature presenti nella zona del bergamasco e bresciano. Prevalgono i misti lana e le fibre sintetiche, di qualità inferiore rispetto alla lana e al cotone. In questo ventennio la piccola impresa Magnaghi si costruisce uno spazio di nicchia riuscendo a sopravvivere tra grandi concorrenti: punta sulla differenziazione del colore nei prodotti e sulla realizzazione di capi particolari, il cui consumo limitato non consente produzioni di massa. Anche la commercializzazione dei prodotti avviene secondo forme diverse da quelle attuali: il produttore ha rapporti esclusivamente con il grossista e la vendita non è a capo, ma a peso. Con gli anni sessanta l’evoluzione del settore e il miglioramento del tenore di vita portano l’impresa ad abbandonare i filati misti e a utilizzare esclusivamente il cotone. Migliora anche l’attenzione al modo di presentare i prodotti: dalla vendita a peso si passa alla vendita a dozzine. Nel 1963 l’impresa si trasferisce nella sede attuale in via Boito, in un edificio costruito da Angelo Magnaghi dove risiede anche la famiglia. Gli anni Settanta e Ottanta (1970-1989) Nel 1973 Ermanno, sposatosi nel frattempo con Cristina Cabella, affianca il padre nell’impresa, che si trasforma in società di fatto “Mamba – di Magnaghi Angelo e Magnaghi Ermanno”. La moglie vi è coinvolta e si occupa dell’amministrazione e del rapporto con i dipendenti. La situazione economica è positiva e favorisce gli investimenti tecnologici: i nuovi macchinari sono rapidamente ammortizzati. Il numero di dipendenti è di 8. Con gli anni settanta, l’introduzione della normativa sull’iva rende più complessa la gestione amministrativa e impone un livello più ampio di formalità cui però l’impresa riesce a far fronte. Nel 1978 Angelo abbandona l’attività, Ermanno diventa titolare unico dell’impresa che torna alla forma giuridica della ditta individuale. Con la fine degli anni ottanta lavorano nell’azienda anche i figli di Ermanno, Manuela e Paolo. Per Manuela ciò comporta l’abbandono della facoltà di medicina, mentre per Paolo le competenze informatiche acquisite a scuola vengono applicate soprattutto nell’ambito amministrativo. Per entrambi i figli, l’inserimento nell’impresa è diverso da quello delle generazioni precedenti: soprattutto per Paolo, il punto di forza non è la competenza tecnico-professionale, bensì la costruzione di un rapporto solido con la clientela. Gli anni novanta (1990-2006) Gli anni novanta sono gli anni della crisi. La deindustrializzazione del territorio e la delocalizzazione delle imprese trasforma la struttura socio-economica del territorio. Spariscono le medie e grandi fabbriche di filati: i produttori si riforniscono della materia prima facendola affluire dai paesi in via di sviluppo e quindi si terziarizzano. La crisi ha determinato la chiusura di molte imprese, il calo dell’occupazione nel territorio e quindi la contrazione del potere d’acquisto della popolazione. Alla lunga, la terziarizzazione del comparto tessile si è ritorto contro le scelte degli industriali stessi. Paradossalmente, nel breve periodo la crisi delle grandi imprese non ha depresso la piccola impresa che, per un certo periodo, ha conosciuto un’espansione della propria fetta di mercato. Solo negli ultimi anni il riflusso ha investito anche le piccole imprese e ciò ne ha modificato l’organizzazione del lavoro: oggi la piccola impresa ricorre sempre di più alla collaborazione di terzisti che resistono specializzandosi su segmenti molto limitati della produzione. L’impresa acquista il filato, produce la maglia per realizzare la biancheria intima e le t-shirt. Il tessuto viene inviato nelle tintorie e nelle stamperie per essere tinto e candeggiato; al ritorno viene tagliato e rinviato all’esterno per il confezionamento. Infine, si controlla la qualità del prodotto, lo si stira, lo si imbusta e lo si vende. In altri termini, l’attività artigiana si trasforma mescolando le tradizionali funzioni produttive con nuove funzioni di coordinamento e controllo della qualità. La cessione di parte dell’attività manufatturiera ai terzisti consente di controllare meglio la formazione del prezzo e di dare all’impresa una struttura quanto più leggera possibile. Ne consegue che il numero degli occupati oggi è sceso a 3. Parallelamente, la
Carlsberg Italia
Industria Carlsberg Italia DENOMINAZIONE SOCIALE | Carlsberg Italia spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio all’ingrosso di birra e bevande alcoliche e analcoliche INDIRIZZO | Via Olona 103 | 21056 | Induno Olona (VA) CONTATTI | T. 02-93536911 | www.birrificioporetti.it Dalla nascita della birra Poretti agli anni venti del Novecento (1877-1919) Angelo Poretti, nato nel 1829 a Vedano Olona, decide di lasciare in gioventù la provincia varesina per andare a lavorare tra Austria, Germania e Boemia prima come manovale, poi come operaio e infine come appaltatore di alcune linee ferroviarie. A metà degli anni Settanta, insieme alla moglie la boema Franziska Peterzilka, decide di tornare in Italia e d’investire la discreta ricchezza accumulata nella produzione della birra che tanto successo incontra nell’Europa centrale. La sua idea è quella di introdurre in Italia un nuovo tipo di birra – la boema Pilsner – che rispetto a quelle vendute fino a quel momento (la “Vienna” e la “Chiavenna”) è più leggera ed è prodotta con ingredienti di prima qualità. Della bontà dell’iniziativa si è convinto attraverso la sua lunga esperienza mitteleuroepa. A Induno Olona individua l’area dove costruire il proprio impianto. Si trova in prossimità delle grotte della Valganna, dove c’è una sorgente, detta “fontana degli ammalati”, molto famosa non solo nel circondario ma persino a Milano per i suoi effetti definiti “miracolosi”. Angelo Poretti acquista entrambi con un effetto pubblicitario immediato: l’acqua della “fontana degli ammalati” diventa la base della sue birra. In breve, acquista la fabbrica della cessata Amideria del Dones, fa arrivare dall’estero macchinari, materie prime e il primo mastro birraio. L’impresa, creata nel 1877 e formalizzata tre anni dopo con la costituzione della Poretti Angelo e C., conquista una grande popolarità qualche anno dopo, nel 1881, in occasione dell”Esposizione Universale che si tiene a Milano. L’elegante chalet svizzero che ospita l’azienda varesina, infatti, è letteralmente preso d’assalto da una folla di visitatori che vuole assaggiare la pilsner italiana. Negli anni seguenti, l’impresa cresce e questo nonostante un mercato allora come adesso caratterizzato da consumi pro-capite molto bassi rispetto alle media europea (oggi siamo intorno ai 30 litri) e un’estrema frammentazione dei punti vendita. Oltre alla sua esperienza imprenditoriale, Angelo Poretti è attivo anche nella vita pubblica ed economica. Negli anni, infatti, ricopre la carica di consigliere comunale a Varese e di sindaco a Vedano Olona, mentre a metà anni ’80 viene nominato presidente del Comitato permanente dell’associazione dei birrai. Non ha figli e alla sua morte, nell’ottobre del 1901, gli succedono i nipoti (figli delle sorelle) Edoardo Chiesa, i fratelli Angelo e Tranquillo Magnani e Francesco Bianchi (scomparso nel 1918). Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, l’azienda fa registrare risultati molto positivi tanto da inserirsi stabilmente al vertice della graduatoria nazionale per ettolitri di birra prodotti. Intanto, nel 1905, le accresciute esigenze produttive hanno spinto i due nipoti a rinnovare l’impianto produttivo di Induno Olona. Il progetto viene affidato allo studio tedesco Bihl e Woltz, che realizza uno stabilimento in puro stile Jugendstil in grado di coniugare perfettamente tecnologia industriale con l’arte. Gli eredi di Poretti e la cessione dell’impresa alla famiglia Bassetti (1920-1974) Nel dicembre del 1922, l’impresa si trasforma in società anonima per attrarre nuovi capitali e per avviare un nuovo processo di rimodellamento gestionale e organizzativo. L’operazione riesce ed è proprio il Credito Varesino ad entrare nel capitale sociale e questo rende possibile iniziare i lavori di ampliamento, realizzato in più fasi, del complesso produttivo. Nel maggio del 1924, proprio quando il mercato ricomincia ad inviare segnali di normalità dopo il difficile dopoguerra, scompare Angelo Magnani. Le conseguenze della grande crisi mondiale scoppiata nell’autunno del ’29, sono pesanti anche per la S.A. Birra Poretti. La produzione di birra, infatti, crollava dai 120 mila ettolitri del 1922 ai 14 mila del 1934. Nello stesso anno, muore Tranquillo Magnani e a dirigere l’impresa rimane il solo Edoardo Chiesa. Sono anni difficili, la particolare congiuntura spinge i consumi al ribasso e tra questo non può mancare anche la birra. Ormai sull’orlo della chiusura, nel gennaio del 1939, l’azienda viene salvata dalla famiglia Bassetti, che peraltro è già presente nel settore essendo proprietaria del birrificio Spluga di Chiavenna. Il legame profondo tra Varese ed il Birrificio Angelo Poretti è testimoniato in questo caso dal bar della stazione, completamente personalizzato con il marchio Poretti. Non solo un luogo di distribuzione, ma anche e soprattutto di comunicazione. Anni sessanta, Archivio d’impresa.Dal dopoguerra in avanti, sotto la guida del commendatore Giannino Bassetti, si concretizza il rilancio dell’impresa che arriva a produrre oltre mezzo milione di ettolitri di birra. Nel 1957, l’intera attività dello stabilimento chiavennasco della Birra Spluga è concentrato nell’impianto di Induno Olona. Nello stabilimento varesino lavorano fino a duecento operai, di cui un gran parte donne che si occupano solo dell’imbottigliamento. La manodopera femminile, tra gli anni ’60 e ’70, viene completamente sostituita da quella maschile. La crescita dell’impresa avviene non solo diversificando la produzione di birra, ma anche potenziando la struttura e la rete commerciale. Il lancio nel 1969 di un marchio destinato ad un grande successo come quello “Splügen Bock” e il lancio delle prime birre “dry” sono anche la concreta testimonianza dell’attività di ricerca e sviluppo svolta all’interno del laboratorio aziendale, che arriva alla fine degli anni Sessanta ad occupare una quindicina di tecnici. Lo shock petrolifero del 1973, tuttavia, ha conseguenze pesanti sulla vita dell’impresa varesina, che proprio in quel momento, con l’acquisizione dello stabilimento Henmed di Ceccano, che produceva col marchio “Skol”, nel Frusinate, sta tentando di allargare all’Italia centrale e meridionale il proprio mercato di vendita. Dagli anni Settanta al Duemila (1975-2000) Al forte rincaro delle principali voci di costo (materie prime, trasporti, energia, etc.) la Poretti risponde con alcuni tagli nell’organico, ma soprattutto siglando nel 1975 un accordo con il gruppo Carlsberg (ai tempi denominato United Breweries A/S in seguito alla fusione del 1970 tra Tuborg e Carlsberg) per la produzione e la commercializzazione dei marchi “Tuborg” e “Carlsberg” in Italia. In questi anni
Calzaturificio Romano Martegani srl
Industria Calzaturificio Romano Martegani srl DENOMINAZIONE SOCIALE | Calzaturificio Romano Martegani srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercio di calzature e prodotti affini, abbigliamento e accessori INDIRIZZO | Via Trento e Trieste 35 | 21049 | Tradate (VA) CONTATTI | T. 0331-841129 | F. 0362-310629 L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1889-1949 ) Pietro Martegani, già commerciante di pellame, apre nel 1889 una modesta fabbrica di tomaie a Tradate. Nel 1891, fra le imprese clienti, figura un calzaturificio di Legnano prossimo alla chiusura e Martegani, insieme ad altri soci, decide di rilevarlo. Agli inizi del Novecento, rimasto unico socio, Pietro Martegani trasferisce l’attività a Tradate in via Manzoni, con il nome di “Calzaturificio di Tradate”. L’impresa arriva ad occupare, già nel 1911, una cinquantina di dipendenti. Nel corso della Prima guerra mondiale viene costruita una nuova sede che permette all’impresa di raggiungere una produzione media di 300 paia di scarpe al giorno. A guerra finita, il figlio maggiore di Pietro, Ettore Martegani, entra nell’impresa e il Calzaturificio di Tradate comincia la propria espansione. Vengono coinvolti anche gli altri figli Nino, Amedeo e Giuseppe (detto Peppino) e vengono acquistate macchine moderne. Grazie alla qualità dei prodotti e ai prezzi concorrenziali, le vendite crescono in Italia e all’estero (Austria, Germania, Jugoslavia e Siria) tanto che, nel 1926, l’impresa arriva ad annoverare 150 operai. In questo periodo Amedeo e Peppino escono dall’impresa per intraprendere una propria attività professionale. Il primo apre una catena di negozi sempre nel settore della calzature insieme a un ex rappresentante della Martegani; il secondo si trasferisce a Udine e lavora nel settore alberghiero. Pietro Martegani muore nel 1929 e l’impresa passa sotto il controllo dei figli Ettore e Nino. La produzione si amplia alle calzature da donna e per bambino e il Calzaturificio di Tradate apre, nei primi anni trenta, il suo primo negozio in via Speronari a Milano. La Seconda guerra mondiale porta un nuovo ulteriore sviluppo dell’impresa, grazie alle commesse statali per la fornitura di scarpe militari all’esercito. Nel dopoguerra, la fine delle commesse statali porta ad un calo della produzione e del fatturato. Nel 1948 Nino Martegani esce dall’impresa portando con sé la rete commerciale dei negozi col marchio “Tradate Martegani”, e negli anni successivi amplia la propria attività con nuovi punti vendita. Ettore Martegani, rimane dunque l’unico proprietario e amministratore del Calzaturificio di Tradate. Dagli anni cinquanta ai primi anni settanta (1950-1963) Nel 1950, l’impresa conta ormai ben 500 operai. Nello stesso anno, il figlio di Ettore, Romano Martegani, terminati gli studi liceali, si reca negli Stati Uniti presso i maggiori calzaturifici americani per acquisire dimestichezza con le macchine più moderne. Al suo ritorno inizia ad affiancare il padre dapprima seguendo la produzione, poi la modelleria ed infine la parte commerciale dell’impresa. Romano Martegani, gira l’Italia come rappresentante dei propri prodotti per circa tre anni, ma poi, spinto anche dal padre Ettore, comincia a rivolgersi ai mercati esteri. Nel frattempo, Romano Martegani, grazie alla frequentazione delle varie fiere di settore, matura la convinzione che la produzione calzaturiera della provincia di Varese stia subendo ormai la concorrenza dei distretti calzaturieri delle Marche e della Toscana che immettono sul mercato prodotti a prezzi inferiori grazie ad una manodopera meno costosa. Decide allora, in accordo col padre, di passare dalla produzione di articoli di media qualità ad una di articoli di lusso, con l’utilizzo di pelli pregiate e l’ideazione di modelli più ricercati. Ciò porta una variazione anche nel nome utilizzato per firmare i prodotti: non più “Calzaturificio di Tradate di Martegani”, ma “Martegani Tradate” che sul territorio si affianca al “Tradate Martegani” del fratello Nino. Nel 1957 Romano Martegani, il padre Ettore e le sorelle Giampiera e Luigia fondano una nuova società, il “Calzaturificio di Tradate di R. Martegani & C. sas” con Romano Martegani socio di maggioranza e accomandatario e la sede sociale e lo stabilimento nei nuovi locali in via Trento e Trieste sempre a Tradate. Subito dopo, nel 1959 la ragione sociale viene mutata in “Romart Calzaturificio Martegani di R. Martegani & C.”. Il passaggio alla produzione di qualità si accompagna ad un calo del numero di dipendenti che scende velocemente a 120 unità. A partire dal 1961, grazie ai frequenti viaggi di Romano Martegani, si sviluppa l’esportazione dell’impresa verso l’Estremo Oriente e gli Stati Uniti. Dagli anni Settanta agli anni Novanta (1964-1989) Nel 1964, Ettore Martegani lascia ufficialmente la società; nel 1966 viene aperto un nuovo laboratorio di produzione di calzature da uomo sempre a Tradate in via Carso. In questi anni, su impulso della madre di Romano, Afra della Chiesa, vengono aperti 6 negozi a Roma, gestiti personalmente da lei ma presto chiusi per volontà di Ettore che vuole mantenere la famiglia riunita a Tradate. Nel 1973, Ettore Martegani muore. Nello stesso anno, in coincidenza con un consistente aumento di capitale, la ragione sociale muta in “Calzaturificio Martegani di R. Martegani & C.”. Le esportazioni all’estero cominciano ad aumentare sensibilmente a partire dalla fine degli anni settanta. Il mercato principale è quello degli Stati Uniti d’America, che si avvia a rappresentare il 50% del fatturato dell’impresa. Romano Martegani apre un calzaturificio nelle Filippine con un socio del luogo e con Piero Adriano, figlio di Nino del quale continuerà l’attività commerciale fino alla metà degli anni ottanta. Questa scelta è dettata dai minor costi della manodopera poco qualificata e dall’esistenza di accordi commerciali che permettono l’esportazione dalle Filippine verso gli Stati Uniti con tariffe doganali molto basse. Questa operazione ha però breve vita, visto che la produzione nelle Filippine si mantiene molto al di sotto di quella ottenuta nello stabilimento in Italia. L’impresa, allora, decide, nei primi anni Ottanta, di aprire una consociata direttamente in America, la “Romano Martegani Usa”. Ciò consente di vendere direttamente sul mercato americano senza le procedure doganali che i compratori dovevano precedentemente affrontare importando dall’Italia, ampliando così sensibilmente il numero di clienti. Inizia in questo periodo la collaborazione della signora Mary Martinetti, moglie di Romano, che contribuisce in
BTicino
Industria BTicino DENOMINAZIONE SOCIALE | BTicino spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione e commercializzazione soluzioni per le infrastrutture elettriche e digitali degli edifici residenziali, terziari ed industriali. INDIRIZZO | Viale Borri, 231 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-279111 | www.bticino.it Prime esperienze imprenditoriali dei tre fratelli Bassani (1936-1949 ) Le origini della BTicino risalgono al 1936, quando viene costituita la società di fatto A. L. Bassani, con sede a Milano in via Melzo 9. I fondatori sono i fratelli Arnaldo detto Aldo di trentatre anni, meccanico tornitore, e Luigi detto Gigino di 24, perito industriale diplomatosi all’Istituto Feltrinelli di Milano. I ragazzi hanno l’elettricità nel sangue, non solo in quanto appartenenti alla generazione del futurismo ma soprattutto per il fatto che il padre Cesare ha lavorato una vita nella centrale elettrica di Vizzola Ticino. Nei primi due anni l’impresa si dedica alla produzione di guarnizioni per bottoni rifornendo l’impresa di confezioni delle sorelle Bassani, attive nei dintorni di Gallarate. Già dal 1938 tuttavia, con il trasferimento nella sede di piazza Grandi e nel vicino capannone di via Piolti de’ Bianchi, inizia la produzione di minuterie metalliche destinate all’industria elettrica e meccanica.I due fratelli sono soci con quote paritarie ma è Luigi che amministra la società mentre Aldo si occupa delle linee produttive. Nei primi anni di attività la società si afferma sul mercato nazionale e cresce in dimensioni: Gigino cura personalmente l’assunzione di un nutrito gruppo di operaie del paese bergamasco di Grumello al Monte, noto per la lavorazione dei bottoni. La crescita deve tuttavia fare i conti con il difficile contesto bellico che costringe i fratelli, dopo i primi bombardamenti, a trasferire lo stabilimento e gli uffici a Besnate e Arnate, vicino a Gallarate. Negli ultimi mesi di guerra la società acquisisce a Bizzozzero, in un’area agricola alle porte di Varese, un vasto terreno dove inizia la costruzione del primo capannone di quello che ancora oggi è il suo maggiore insediamento industriale.La ripresa dell’attività negli anni della Ricostruzione vede l’ingresso nell’attività del più giovane dei fratelli Bassani, Ermanno. Nel giugno 1948 i tre costituiscono la Ticino Interruttori Elettrici spa che pochi mesi dopo muta denominazione in Bassani spa e incorpora la A.L. Bassani. Il nome Ticino, dato alla serie di interruttori più utilizzata nel dopoguerra e al marchio con cui in seguito verranno commercializzati tutti i prodotti dell’impresa, è ispirato al ricordo del padre e della centrale di Vizzola. Gli anni di Gigino Bassani (1950-1968) Nella Bassani spa, Luigi siede al vertice del consiglio di amministrazione e detiene le principali deleghe operative, Aldo resta solo per alcuni anni nell’impresa per poi avviare un’attività in proprio, mentre il contributo di Ermanno si rivela decisivo nel settore commerciale. Nel 1949 la Bassani conta otto depositi, gestiti da propri rappresentanti, ben distribuiti sul territorio nazionale e nel 1953 avvia la prima esportazione diretta in Svezia con una fornitura di supporti per lampade al neon. Nel secondo dopoguerra la ricostruzione di edifici e fabbriche e l’innalzamento degli standard abitativi garantiscono all’impresa, per alcuni decenni, un mercato, per i propri prodotti che si distinguono per efficienza e praticità, inesauribile. Nello stabilimento di Bizzozzero il personale continua ad aumentare e l’area si arrichisce rapidamente di nuovi capannoni. Le straordinarie capacità imprenditoriali di Gigino Bassani si fondano su una spiccata percezione delle tendenze del mercato ma anche su una preparazione tecnica che gli consente di progettare personalmente soluzioni d’avanguardia sul piano dei prodotti e dei processi industriali. Nel 1954, ad esempio, un suo progetto porta all’installazione di presse girevoli automatizzate che consentono una riduzione della fatica per gli operai con un aumento della produttività. Durante gli anni sessanta l’impresa, che ha colto l’importanza cruciale della ricerca e dell’innovazione, sviluppa un proprio Centro studi cui nel 1964 viene dedicata una sede presso la villa di famiglia a Poggio di Casciago, acquistata dalla famiglia Pirelli. Uno dei motti di Gigino Bassani è: «Se c’è qualcosa di nuovo da studiare e realizzare […]dobbiamo farlo noi della Ticino, e per primi». La Bassani alla fine degli anni sessanta conta circa 5.000 dipendenti, metà dei quali lavorano presso lo stabilimento di Bizzozzero e nel 1969 il fatturato della società supera i 17 miliardi di lire; l’incremento della produzione si è assestato attorno al 500%, con una punta superiore al 1200% riferita alle forniture per uso industriale. Al successo commerciale dell’impresa contribuiscono diversi fattori: uno di questi è la progettazione modulare che facilita successivi ampliamenti degli impianti, introdotta nel 1961 con la serie Magic. La sicurezza garantita dai prodotti Ticino è un altro di questi fattori: già nel 1953 gli interruttori per uso industriale vengono dotati di fusibili fino a 100 Ampere e dalla seconda metà degli anni sessanta vengono brevettati gli interruttori “salvavita” e “salvamotore” i cui nomi hanno avuto una estesa diffusione nel linguaggio ma sono nati come marchi d’impresa. La politica dell’impresa di fornire formazione specifica a elettricisti e installatori garantisce una platea di clienti fidelizzati e competenti. Inoltre anche l’attenzione data alla presentazione estetica dei prodotti contribuisce all’affermazione del marchio e del design. Le relazioni industriali all’interno della Bassani rispecchiano una concezione dell’impresa come luogo in cui il successo dipende dal concorso di ciascuno con il proprio lavoro e le proprie idee. Il presidente, che tutto il personale chiama signor Gigino, cerca il rapporto diretto con i lavoratori interessandosi, per quanto possibile, dei problemi di ciascuno e cercando con la sua presenza di garantirne il benessere e le condizioni di lavoro. Fondendo suggestioni olivettiane e paternalismo in una visione ordinata e disciplinata della fabbrica, la Bassani promuove strumenti per il dialogo interno, programmi di assistenza e di formazione, sistemi di valutazione e di autovalutazione per i propri dipendenti. Dipende anche da questa trama di relazioni interne il fatto che l’impresa si presenti alla stagione dei grandi conflitti sindacali senza la minima tensione latente al proprio interno. Negli stessi anni l’impresa sviluppa, in collaborazione con l’amministrazione carceraria, un progetto di recupero al lavoro dei detenuti che la porta a costituire laboratori
Antonluigi Castiglioni
Industria Antonluigi Castiglioni DENOMINAZIONE SOCIALE | Antonluigi Castiglioni sas di G. e A. Castiglioni & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Creazione disegni jacquard, padiglioni jacquard – trecce saxon’s INDIRIZZO | Via Confalonieri, 10 | 21052 | Busto Arsizio (VA) CONTATTI | T. 0331-631463 | F. 0331- 631659 | www.jacquard-center.com La vocazione dello jacquard, dall’officina allo studio tessile (1863-1926) Nel 1863 Giovanni Castiglioni fonda a Busto Arsizio un’officina meccanica, con annessa fonderia, specializzata nella produzione di macchine jacquard, ratières ed accessori per tessitura. La ditta vive un importante momento di visibilità internazionale partecipando all’Esposizione universale di Parigi del 1889. Nel 1893 l’attività industriale passa nelle mani di due dei cinque figli del fondatore, Giuseppe e Carlo, mentre le sorelle Teresa e Delfina e il fratello Antonio seguono altre strade. In questa fase l’azienda sceglie di realizzare in proprio i disegni per i telai jacquard, acquistando macchine per leggere il disegno dalla messincarta e forare le corrispondenti matrici di cartone. Le macchine che escono dall’officina Castiglioni sono molto versatili: a una o due levate, applicabili a telai a mano o a quelli meccanici, in legno o in ghisa, sono in grado di raggiungere la ragguardevole velocità di oltre 200 colpi al minuto. I destinatari dei loro prodotti sono le manifatture tessili che fabbricano tessuti operati come fazzoletti, tovaglie, salviette e tele quadrettate. I principali clienti sono le tessiture locali ma i prodotti dell’azienda sono conosciuti anche in mercati lontani, come quello latino-americano. Disegno tecnico della montatura di un padiglione jacquard ad opera di Antonluigi Castiglioni. 1924, Archivio d’impresa. Nel 1897 Carlo lascia al fratello Giuseppe la guida di un’azienda che ha raggiunto grandi dimensioni, con due stabilimenti collocati su un’area di 5.000 metri quadri e più di cento operai, in grado di fabbricare molti tipi di macchine e accessori per l’industria tessile. Il figlio maggiore di Giuseppe e Martina Crespi, Giovanni, si dedica assieme alla moglie Nena De Silvestri ad una sfortunata attività imprenditoriale, un ricamificio a Tradate. Il figlio minore, Antonluigi (1899-1986), dopo aver combattuto poco più che adolescente nella Prima guerra mondiale, affina la sua abilità nel disegno manuale lavorando nell’azienda di famiglia e precisamente nello studio tecnico per disegni di tessuti. All’epoca questo ufficio era di secondaria importanza rispetto alle attività produttive sviluppate dalle officine; forniva consulenze ed effettuava perizie per soddisfare le richieste della clientela più esigente. La scelta del titolare Giuseppe Castiglioni di riappianare i debiti contratti dal figlio Giovanni è all’origine dei problemi finanziari dell’azienda. Quella di Giovanni fallisce e lui trova lavoro come impiegato comunale; la ditta intestata a Giuseppe Castiglioni cessa invece l’attività intorno alla metà degli anni venti. La scelta di Antonluigi: dalla produzione alla consulenza tecnico-artistica (1927-1961) Antonluigi decide di proseguire per conto proprio l’attività già svolta in precedenza e nel gennaio 1927 dà vita ad una ditta individuale, la “G. Castiglioni di Antonluigi Castiglioni. Studio tecnico d’arte tessile” avente come scopo la produzione di messincarte e la creazione di disegni per tessuti. La sede resta a Busto Arsizio in un laboratorio di via San Michele 11. Decisivo per la nascita dello Studio è l’aiuto economico fornito dalla famiglia della moglie, Giuseppina Galli, maestra elementare, la cui sorella è un’imprenditrice serica di Nova Milanese. Nel 1927 nasce anche il primo figlio della coppia, Eugenio. Nel 1935 Antonluigi affianca all’attività di realizzazione di motivi grafici e disegni per la tessitura jacquard la produzione di padiglioni per macchine jacquard. Nel 1930 trasferisce la sede aziendale e la propria abitazione in via Poerio 3, in un edificio meno angusto del precedente e nel 1935 la famiglia si amplia con la nascita del secondogenito Giancarlo. Messincarta per tessuto tovagliato. 1960, Archivio d’impresa. La produzione di tessuti jacquard subisce una secca battuta d’arresto durante la Seconda guerra mondiale. Dapprima cala drasticamente la domanda dei tessuti più ricercati, decorati con disegni raffinati, indirizzandosi verso quelli più ordinari, finché il Governo non ne vieta espressamente la produzione. Pertanto lo Studio di Antonluigi deve momentaneamente sospendere la sua attività. Ancora una volta interviene in suo aiuto la famiglia Galli: Antonluigi durante la guerra lavora per la stamperia di foulard della cognata Rosa. Per conto di questa, ad esempio, decora con la tecnica della pirografia dei cuscini da spedire in Africa. L’antica attività dello studio tecnico nel settore delle forniture ai tessitori di jacquard riprende dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Eugenio consegue il diploma di ragioniere e inizia a collaborare con il padre. Antonluigi Castiglioni e la moglie Giuseppina Galli. 1962, Archivio di famiglia. Nel luglio 1954 viene fondata una società in accomandita semplice per la compravendita e la gestione di immobili con la ragione sociale “Galpi di Antonluigi Castiglioni & C.”. Il nome è composto dalle iniziali della moglie di Antonluigi, Galli Pina. Nella società vengono infatti affiancati al titolare come soci accomandanti la moglie Giuseppina e il figlio maggiore Eugenio. La”Galpi” e la “Antonluigi Castiglioni” cessano ufficialmente nel dicembre 1957. Il loro posto viene preso da una nuova società, la “Accomandita semplice Antonluigi Castiglioni & C.”. Fra i soci accomandanti questa volta compare anche Giancarlo, ormai maggiorenne, che si è preparato a proseguire l’attività di famiglia frequentando studi tecnici nel settore tessile. Alla fine degli anni cinquanta l’azienda ha alle sue dipendenze quindici operai e tre impiegati. Eugenio si sposa nel 1956 con Luisa Colombo. Per ampliare le potenzialità produttive dell’azienda e per consentire ai figli di avere un appartamento accanto al laboratorio, Antonluigi decide il trasferimento in via Federico Confalonieri 10, dove dal gennaio 1958 è stato approntato un nuovo e più capiente capannone e dove ancora oggi si trovano il laboratorio e gli uffici dell’azienda. Anche Giancarlo vi si trasferisce nel 1961, anno in cui si sposa con Laura Wagner. L’edificio storico di via Poerio, dove vivono Antonluigi e la moglie, non viene abbandonato e nel gennaio 1965 l’azienda vi apre un laboratorio di tessitura per conto terzi, che resterà in vita fino al 1969: si tratta di un reparto che esegue la tessitura di articoli di spugna.
Ambrogio Bernasconi
Industria Ambrogio Bernasconi DENOMINAZIONE SOCIALE | Ambrogio Bernasconi srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione di accessori per ombrelli, bastoni da passeggio e appoggio INDIRIZZO | Via Alberto da Giussano 13 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-793084 | F. 0331- 793894 | www.bastonaio.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1922-1934) Negli ultimi anni dell’Ottocento, Ambrogio Bernasconi, ancora adolescente, lavora presso la ditta Lana di Gallarate specializzata nella produzione di bocchini in corno per pipe. Maturata un’ampia esperienza nella lavorazione del corno, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, Ambrogio Bernasconi avvia con due soci un’attività in proprio per la produzione di bocchini da pipa e da sigaretta, in via Garibaldi a Crenna di Gallarate. A guerra conclusa, Bernasconi liquida i suoi soci, avvalendosi dell’aiuto della moglie, Enrichetta Rovizzoli, nel proseguimento dell’attività, d’ora in poi a stretta conduzione familiare. L’impresa, oltre ad accessori per fumatori, produce impugnature per biciclette e manici per ombrelli in corno, sfruttando lo stesso materiale e le stesse competenze di lavorazione acquisite nella produzione di bocchini. Il corno, infatti, viene acquistato intero e successivamente diviso in tre tagli: la punta, per i bocchini delle pipe, il taglio in mezzo per le manopole per le biciclette e per i manici di ombrelli e la parte finale, rivenduta, per la produzione di pettini. Nel 1925 entra nella ditta di famiglia il figlio maggiore di Ambrogio, Isidoro Bernasconi, e successivamente, verso il 1930, anche il secondo figlio, Enrico Carlo, avrà parte attiva nell’impresa che diviene una società di fatto. L’ingresso dei figli segna un cambiamento nel prodotto dell’impresa che dapprima abbandona la produzione degli articoli per fumatori e poi anche delle manopole per biciclette, concentrandosi sugli accessori per ombrelli (manici, bastoni, punte degli ombrelli). Tale scelta è dettata dalla volontà di concentrarsi sull’articolo di produzione più redditizio e di svilupparlo con l’utilizzo di altri materiali, quali il legno e la pelle, avvalendosi dell’esperienza portata da Enrico Carlo Bernasconi che aveva precedentemente lavorato in una fabbrica di scarpe, la Marelli di Gallarate. Sempre intorno al 1930, l’impresa, subentrando nei locali occupati precedentemente da una carpenteria, si sposta nell’attuale sede che conoscerà diverse ristrutturazioni e ampliamenti negli anni successivi. Dal 1935 al 1960 Nella seconda metà degli anni trenta, Isidoro ed Enrico Carlo Bernasconi, assumono di fatto la conduzione dell’impresa affiancandosi al padre Ambrogio. L’avvento della Seconda guerra mondiale, però, costringe i due fratelli al servizio militare tenendoli forzatamente lontani dall’impresa fino al termine del periodo bellico. Nel 1949 l’attività della ditta viene ereditata dalla nuova società “Ambrogio Bernasconi di Bernasconi Isidoro e Bernasconi Enrico Carlo & c. Sas”, che vede Ambrogio Bernasconi socio accomandatario e i suoi due figli soci accomandanti. Isidoro si occupa della produzione e della parte commerciale dell’attività, Enrico Carlo, invece, cura il rinnovo della produzione con l’ideazione di nuovi modelli. Con l’avvento della plastica, l’impresa nel corso degli anni cinquanta si amplia e acquista nuove macchine per la produzione. Unica nel suo settore si dota di una officina meccanica con un attrezzista fisso in fabbrica. Ciò permette una rapida e assai meno onerosa realizzazione di stampi per la produzione di nuovi modelli, senza dover dipendere da fornitori esterni, e assicura al contempo una manutenzione continua e immediata delle macchine. Parallelamente il numero degli operai sale fino a toccare i cinquanta addetti. Impugnature in corno degli anni cinquanta. 2007, Archivio Centro per la cultura d’impresa. L’espansione dell’impresa è resa possibile principalmente grazie all’esportazione del prodotto negli Stati Uniti, avviata già durante la guerra, che permette di annullare gli effetti negativi dovuti ad una produzione tipicamente stagionale come quella degli ombrelli. I tempi di consegna, data la distanza del mercato, costringono i committenti ad ordinare in primavera, permettendo così all’impresa di lavorare a pieno ritmo anche nel periodo estivo. Inoltre i profitti derivati dall’esportazione consentono all’impresa, che pure è soggetta a un ciclo stagionale, a operare con continuità nel corso dell’anno con vantaggio per l’occupazione. La vendita negli Stati Uniti comporta la realizzazione di un preciso campionario, per cui ci si avvale del rappresentante americano dell’impresa, distinto da quello destinato al mercato europeo e realizzato dai due fratelli. Negli anni cinquanta Ambrogio Bernasconi e le famiglie dei due figli si trasferiscono in una casa adiacente alla fabbrica. Dal 1961 al 1989 Nel 1961 i due fratelli Bernasconi divengono entrambi soci accomandatari della società, sancendo ufficialmente il ritiro dall’attività del padre Ambrogio. Gli anni sessanta si caratterizzano per la forte esportazione verso gli Stati Uniti, circa il 60% dell’intera produzione, e vedono la presenza attiva nell’impresa della terza generazione Bernasconi: i figli di Isidoro, Ambrogio e Francesco, e i figli di Enrico Carlo, Umberto e Sergio. A Francesco Bernasconi, a tempo pieno nell’impresa dal 1969, viene affidata dal padre la parte commerciale e in particolar modo i rapporti con i mercati esteri. Qualche anno dopo, Umberto Bernasconi, figlio di Enrico Carlo, viene incaricato della contabilità dell’impresa. Nel frattempo l’acquisto di macchine ad iniezione diretta comporta un notevole aumento del numero di pezzi prodotti. Si amplia di conseguenza la sede con la costruzione di un nuovo capannone e tutti gli anni settanta si rivelano anni molto positivi per l’impresa. Nel 1974, alla morte di Ambrogio Bernasconi, la società vede l’ingresso ufficiale della terza generazione dei membri della famiglia. La famiglia Bernasconi. Da sinistra: Umberto, Enrico Carlo, Franco e Isidoro. 1988, Archivio d’impresa.Il processo di espansione dell’impresa si interrompe intorno alla metà degli anni ottanta, quando la Bernasconi perde il mercato americano, sostituito da nuovi mercati europei nei quali viene attivata una rete di rappresentanti. Le vendite in Francia, Inghilterra e Spagna, con la produzione di linee di modelli dedicate ad ogni singolo paese, riescono a compensare completamente la perdita del mercato statunitense. La percentuale di produzione esportata si mantiene, quindi, alta. Nel 1988, la necessità di trovare fonti di profitto collaterali porta all’apertura di uno spaccio presso la sede – per la vendita di ombrelli, bastoni e piccola pelletteria – e ad ampliare l’oggetto sociale all’abbigliamento, strada che tuttavia non viene percorsa. Dal
Fratelli Buzzetti
Artigianato Fratelli Buzzetti DENOMINAZIONE SOCIALE | F.lli Buzzetti snc di G. Buzzetti & c. FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | produzione di pesi per prove sulle bilance e commercio di apparecchi per pesature INDIRIZZO | Via Varesina, 8| 21040 | Jerago con Orago (VA) CONTATTI | T. 0331–217430 | F. 0331-736279 Nel territorio dei bilanciai (1900-1934) Giovanni Buzzetti nasce a Jerago con Orago nel 1881. Come spesso succede in quest’epoca, abbandona prematuramente la scuola fermandosi alla “licenza” di terza elementare. Lavora quindi come apprendista presso una ditta di Gallarate che porta il suo stesso cognome: la “Buzzetti pesi e misure”. Con lo sviluppo degli scambi e dei commerci, nell’area tra Gallarate, Cavaria e Oggiona è sorto un polo di eccellenza specializzato nella produzione, vendita ed esportazione di bilance. Nel 1886 nasce a Oggiona con Santo Stefano la stessa Italiana Macchi, storica impresa del settore attiva ancora oggi. Ultimata la fase dell’apprendistato, Giovanni Buzzetti decide di mettersi in proprio. Nel 1908 costituisce la ditta individuale F.lli Buzzetti per la produzione di strumenti di misura, con laboratorio a Jerago con Orago e due anni dopo apre una filiale a Milano in via Settala, gestita insieme al fratello Mario, succedendo a una preesistente attività condotta da Giacomo Ferioli. Bilancia costruita dall’impresa Buzzetti. Anni venti – trenta, Archivio d’impresa.Dopo l’introduzione del sistema metrico decimale avvenuta nel 1861, una serie di regi decreti provvedono nel frattempo a uniformare e regolamentare la fabbricazione di pesi e misure in tutto il territorio nazionale. Durante la Prima guerra mondiale, la ditta Buzzetti produce bilance per l’esercito italiano, oltre che per la clientela tradizionale rappresentata da grossisti e rivenditori. Una parte significativa della produzione viene inoltre esportata in Argentina. Si realizzano sia bilance comuni, di uso domestico o commerciale, che bilance speciali, come il pesa bambini o quelle di precisione destinate alle farmacie. Le maestranze dell’impresa Buzzetti negli anni venti. Archivio d’impresa. Nel 1923 la ditta Buzzetti è premiata con la medaglia d’oro alle Esposizioni internazionali di Roma e di Anversa. Nel 1929 Giovanni recede dalla società con il fratello Mario, che la prosegue autonomamente come ditta individuale fino al 1961, quando si ritira dall’attività. All’inizio degli anni trenta l’impresa conta dai 15 ai 20 dipendenti: i fabbri-artigiani forgiano con l’incudine e il martello l’ottone portato ad incandescenza nella fucina, ottenendo piatti di diversa forma e ampiezza; la cassa della bilancia può essere in legno, impreziosita da intarsi nella versione di lusso, o in marmo se utilizzata da macellerie e salumerie. Laboratorio e abitazione di famiglia si trovano in via all’Autostrada di Jerago con Orago. Da piccola impresa a microimpresa famigliare (1935-1980) Nel 1935 la ditta F.lli Buzzetti di Giovanni Buzzetti cessa l’attività e viene quindi ceduta, con l’inizio del 1937, a Guglielmo Buzzetti, nato nel 1914, figlio di Giovanni, che continua peraltro a prestare la propria opera in laboratorio. L’impresa conserva la forma giuridica di ditta individuale e assume la nuova denominazione di “Buzzetti Guglielmo”.A seguito dei danneggiamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale, chiude invece per sempre la “succursale” di Milano. L’officina artigiana di Jerago con Orago si trasferisce nella vicina via Varesina, dove, nel rispetto della contiguità fisica tra casa e bottega, va ad abitare anche la famiglia. Pubblicità della bilancia marca Sibar costruita dall’impresa Buzzetti negli anni trenta. Archivio d’impresa. A partire dagli anni cinquanta, Guglielmo assume definitivamente la guida dell’impresa e introduce nuovi e più moderni macchinari, iniziando ad automatizzare lavorazioni sino a quel momento eseguite quasi esclusivamente a mano. Egli è coadiuvato per alcune operazioni, come la prova peso dei pezzi creati con le macchine, dalla moglie Anna Simonetta. Dei 15 dipendenti di un tempo sono rimasti soltanto due operai, che lasciano poi la Buzzetti per lavorare altrove. Quando, nel 1963, muore Giovanni Buzzetti, gli addetti al laboratorio sono in pratica ridotti a due: il titolare e la moglie. Il venir meno delle esportazioni di bilance in Argentina è compensato, sopratutto a partire dalla seconda metà degli anni settanta, dall’aumento della clientela locale e nazionale, perseguito attraverso l’affidabilità dei prodotti e, per un’impresa che non ha mai investito in pubblicità, con il passaparola delle aziende acquirenti. In questo periodo la fabbricazione di bilance meccaniche combinate con i pesi costituisce ancora il business principale della Buzzetti. Ad essa si aggiunge la produzione di “bronzine” o cuscinetti in bronzo, di pesi (anche di 1.000 kg) per controllare le pese di elevata portata, nonché di contrappesi per effettuare le prove di trazione di determinati macchinari. Bilancia costruita dall’impresa Buzzetti negli anni settanta. 2012, Archivio fotografico Centro per la cultura d’impresa.L’incremento delle richieste è affrontato con l’inserimento attivo nel laboratorio, in qualità di coadiuvanti, dei figli maschi del titolare, che da sempre vivono a contatto con la bottega paterna. Giorgio, nato nel 1952, frequenta le scuole serali, lavora per qualche anno in una fabbrica di ingranaggi e quindi rientra nell’azienda di famiglia. Giovanni, nato nel 1960, frequenta sino al terzo anno la scuola per perito meccanico e nel 1979, dopo il servizio militare, affianca il fratello e il padre nella conduzione del laboratorio. Giorgio e Giovanni hanno due sorelle, che intraprendono percorsi lavorativi differenti: tuttavia una di loro, impiegata presso una ditta, dà una mano per la tenuta della contabilità. La crisi delle bilance meccaniche e il difficile presente (1981-2011) La buona dinamica degli ordinativi prosegue negli anni ottanta e porta, nel 1986, alla ristrutturazione e all’ampliamento dell’officina, che raddoppia la superficie operativa (da 150 a 300 mq), consentendo una disposizione e un uso più efficienti di macchinari e attrezzature. Il processo produttivo è ormai del tutto automatizzato, mentre gli interventi più propriamente manuali si limitano a poche fasi lavorative quali la limatura-taratura dei piccoli pesi da un grammo, che implica una pazienza e precisione da farmacista. Per onorare l’80° della nascita dell’impresa viene realizzata una bilancia speciale, che prende lo spunto da un vecchio modello degli anni venti conservato in una vetrinetta dell’ufficio. Un oggetto quest’ultimo che potrebbe ben figurare nel Museo della bilancia di Campogalliano, in provincia di Modena. Pesa per
Fabbrica Pipe di Carlo Ceresa & C.
Artigianato Fabbrica Pipe di Carlo Ceresa & C. DENOMINAZIONE SOCIALE | Fabbrica pipe di Ceresa Carlo e c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione delle pipe e articoli per fumatori in genere INDIRIZZO | Via Don Castiglioni, 3 | 21012 | Cassano Magnago (VA) CONTATTI | T. 0331-201134 | F. 0331-201134 La nascita dell’impresa (1890-1925) Nel Gallaratese, intorno alla metà dell’Ottocento tra le varie attività di natura artigianale si afferma anche la lavorazione di pipe. La disponibilità del corno degli animali con cui si realizzavano i bocchini alimenta anche una ricca produzione di manici di ombrelli e pettini. Con i primi decenni del Novecento altri materiali, come l’ebanite, avrebbero sostituito il corno; tuttavia in questa prima fase il legame con l’allevamento dei bovini diventa un fattore di localizzazione nella produzione di pipe. Viceversa, la radica viene importata dalle regioni italiane meridionali e dalle isole. Il fondatore, Gerolamo Ceresa. Primi anni cinquanta, Archivio d’impresa.Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, Gerolamo Ceresa avvia una attività nel settore delle pipe lavorando come terzista della Manifattura Rossi di Barasso. In quel periodo, l’attività di lavorazione si svolgeva a Cassano Magnago mentre la lucidatura dei bocchini in osso si effettuava a Cavaria. Nell’impresa entrano a far parte i figli di Gerolamo, Pietro, Enrico e Luigi ma è un po’ tutta la famiglia ad essere coinvolta, comprese le donne, e ciò consente di mantenere viva l’attività anche durante la Prima guerra mondiale, quando Pietro ed Enrico sono richiamati alle armi. Nel 1919 viene acquistato il terreno accanto al castello di Cassano su cui sorge il capannone ancora oggi utilizzato dall’impresa. Nel 1923, per migliorare la propria conoscenza del settore, Enrico si reca a Saint-Claude in Francia dove lavora come operaio per tre anni in una fabbrica di pipe.Sede dell’impresa. 1930, Archivio d’impresa.Dalla Francia intrattiene una fitta corrispondenza con il padre trasmettendo informazioni sulle tecniche di lavorazione, disegni di macchine e di modelli. L’attenzione al mercato estero è tanto più importante in quanto l’uso della pipa è più comune nel nord Europa e nei paesi di cultura anglosassone (America del Nord, Sud Africa, ecc.) che in Italia. Ne deriva che l’andamento di un’impresa che supera le dimensioni della produzione artigianale è legata alla presenza di buone condizioni nel commercio internazionale e alla presenza di una rete di rappresentanti all’estero. Dal 1926 alla Seconda guerra mondiale (1926-1939) Enrico torna in Italia nel 1926 e si inserisce nella ditta paterna che, l’anno prima, è stata iscritta presso la Camera di commercio dichiarando 20 operai occupati. La crisi economica internazionale del 1929 si riflette sull’andamento dell’impresa e ne determina la chiusura. Pietro sceglie di emigrare in Brasile anche con la speranza di ampliare il mercato e prendere contatto direttamente con i produttori di corno. In questo frangente, interviene Francesco Oliva, dirigente della Montecatini che ha conosciuto Enrico a Cassano, dove trascorre le vacanze. Oliva rileva l’attività costituendo una Società anonima Fabbrica pipe di Cassano Magnago che succede alla ditta individuale Gerolamo Ceresa e lascia la direzione tecnica alla famiglia. In altri termini, Oliva finanzia con capitali propri l’attività e collabora attivamente al successo dell’impresa introducendo criteri innovativi per la rilevazione delle produzioni e delle quote di esportazione. Enrico, dal canto suo, si impegna sul fronte della produzione applicando le conoscenze acquisite in Francia. Pagina di catalogo con disegno a mano di Enrico Ceresa. In alto al centro è riportata la misura dell’abbozzo di radica (R 1 3/4) necessaria per la realizzazione del modello; in alto a destra è invece riportata la sigla alfa-numerica che identifica il modello della pipa (536AC). Anni trenta, Archivio d’impresa.Nel giro di pochi anni, l’impresa ricostruisce una forte presenza sul mercato estero e crea una rete di relazioni internazionali. Non sempre l’esportazione riguarda il prodotto finito: spesso dall’estero vengono richieste le teste, cioè il blocco di radica lavorato e levigato, con la sola eccezione della foratura (o bocchino). I pezzi sono poi colorati, forati, e marchiati nel paese d’arrivo come se fossero stati prodotti sul posto. In questo modo i prodotti esportati sono dei semilavorati e ciò consente un miglior trattamento doganale. Dalla Seconda guerra mondiale agli anni sessanta (1940-1964) Nel 1940, la famiglia Ceresa restituisce il prestito a Oliva e, con l’aiuto di nuovi soci, riprende in mano l’impresa. La procedura utilizzata è quella di costituire una nuova società con sede in Milano alla quale la società di Oliva, in liquidazione, conferisce l’azienda. Appena ricostituita, l’impresa deve affrontare la crisi del nuovo conflitto bellico ed Enrico viene nuovamente richiamato alle armi. La produzione di pipe continua, nonostante le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime. La mancanza di osso costringe a utilizzare con inventività gli scarti della produzione; viene introdotta l’ebanite che, tuttavia, diventa presto introvabile per il suo contenuto di gomma, materiale richiesto per la produzione bellica; si ricorre a sostanza quali la galalite, prodotta con il siero del latte, e alla rigenelite, un materiale simile all’ebanite. La signora Albina Ruffato durante la verniciatura a tampone delle pipe con gommalacca. Anni sessanta, Archivio d’impresa.Soprattutto, le esportazioni dopo il 1943 devono essere effettuate attraverso un’agenzia militare tedesca. La ripresa economica internazionale offre ottime possibilità di sviluppo. All’impresa si apre il mercato inglese, considerato forse il più importante sotto l’aspetto della qualità. L’impresa si ricostruisce la rete dei propri rappresentanti esteri. La diffusione del rapporto Terry all’inizio degli anni sessanta denuncia i danni del fumo da sigaretta rilancia l’uso della pipa e ciò determina l’espansione dell’impresa che arriva sino a 36 dipendenti. Dal 1965 ad oggi (1965-2006) Dal 1965 in poi si è assistito a un lento decremento dell’attività che si protrae sino ai nostri giorni. Alla lunga, le campagne antifumo hanno inciso riducendo anche il numero dei fumatori di pipa. Inoltre è cambiato il modo di vita delle persone: i tempi frenetici della società moderna rendono difficile fumare la pipa, un piacere che richiede tempo, attenzione. Questa tendenza ha determinato un notevole ridimensionamento dei maggiori produttori del Varesotto, cosa che ha consentito per un certo periodo di avvertire meno la crisi. Poi, a
Ambrosetti
Commercio Ambrosetti DENOMINAZIONE SOCIALE | Ambrosetti di Lorenzo Ambrosetti & c. sas FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Commercio al minuto di valigeria, pelletteria e accessori INDIRIZZO | Via Mazzini 6 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-281206 | F. 0332-281206 | www.valigeriaambrosetti.it Una piccola realtà artigiana e commerciale (1930-1949) Nel 1930, all’età di 44 anni, Emma Gottardi apre, sotto forma di ditta individuale, un negozio a Varese in via Donizetti 11 (l’attuale via Mazzini 6) per la fabbricazione e il commercio al minuto di borse per la spesa. Emma è nata in Algeria nel 1886 da emigranti italiani. Trasferitasi a Varese, nel 1910 vi ha sposato Enrico Ambrosetti residente a Biumo superiore e dalla loro unione nel 1913 è nato Giancarlo. Con il figlio oramai diciassettenne, Emma può dedicarsi pienamente alla produzione artigianale di borse, probabilmente legata all’attività di Enrico che i familiari ricordano connessa ai lavori di selleria. Cucendo a macchina nel retro del negozio pezzi di pelli provenienti da scarti di lavorazione, Emma realizza robuste borse di foggia triangolare vendute poi al minuto assieme a ombrelli e ad altri prodotti di pelletteria. Il locale, in affitto, è piccolo, ha due vetrine ma è situato al centro di una zona commercialmente interessante servita da una linea tramviaria e frequentata sia per via della fiera del bestiame che si teneva ogni lunedì in piazza (l’attuale piazza Repubblica), sia per la presenza di importanti calzaturifici i cui operai effettuano gli acquisti durante la pausa lavorativa, affollando così il negozio a mezzogiorno. Macchina da cucire Singer utilizzata per le riparazioni. Anni trenta, Archivio d’impresa. L’attività è molto impegnativa: Emma segue anche la parte amministrativa e trascorre in negozio l’intera giornata scaldando il pranzo che le viene portato dai familiari. A sera torna a piedi a Casbeno, in via Monterosa, dove dal 1935 la famiglia si è trasferita. Durante la Seconda guerra mondiale, nel 1942, Giancarlo sposa Ines Marinelli e vanno ad abitare in via Monterosa, accanto ai genitori. Nel 1944 nasce Lorenzo. Alla conclusione del conflitto, Giancarlo segue per qualche anno la sua inclinazione sportiva per il calcio giocando nel Varese ma la morte del padre nel 1946 e le necessità della famiglia lo portano a dedicarsi interamente al lavoro. Lo sviluppo commerciale (1950-1966) Nel 1950 Giancarlo apre presso l’abitazione di via Monterosa una fabbrica di valige di fibra, un prodotto elementare molto richiesto in un Paese investito da forti flussi migratori. Anche l’attività commerciale, affidata al ramo femminile della famiglia, conosce un importante salto di qualità: aiutata dalla nuora Ines, che le fa da supporto anche sulla parte amministrativa, Emma cessa la produzione artigianale di borse da spesa focalizzando l’attività sul solo commercio di borsette e oggetti di moda. Nel 1956 l’attività si arricchisce di un tassello importante: Ines avvia un negozio a Milano, nella centralissima via Solferino 9 con il supporto di una commessa. Così, ogni giorno, al mattino aiuta la suocera in negozio a Varese e nel pomeriggio va in treno a Milano. Con i primi anni sessanta l’incremento dell’attività del negozio di Varese rende necessaria la collaborazione di una commessa che affianchi Emma e Ines. La presenza di queste figure familiari porta il piccolo Lorenzo ad avere nel negozio un punto di riferimento affettivo: frequenta le scuole nel centro di Varese e, al termine delle lezioni, si reca in negozio dove mangia nel retro con la mamma e la nonna e passa il pomeriggio a fare i compiti. Nella memoria dell’imprenditore, questa stagione sarà indissolubilmente legata al profumo della minestra che egli avverte varcando la soglia e alla possibilità di incontrare fugacemente la mamma in partenza per Milano. Giancarlo, dal canto suo, è assorbito dall’attività del laboratorio di via Monterosa che assume dimensioni di un certo peso e dà lavoro a venti operai. Diplomatosi in ragioneria nel 1964, Lorenzo è subito coinvolto nelle attività di famiglia: il laboratorio e il negozio. Spesso poi si reca in auto a prendere la mamma a Milano o alla stazione di Varese per alleviarle la fatica del ritorno a casa. La seconda generazione (1967-1991) Il biennio 1967-68 rappresenta un anno di svolta nella vicenda della famiglia e dell’impresa. L’attività avviata da Giancarlo è a un bivio: occorre decidere se svilupparla profondendovi nuove energie e cavalcando le trasformazioni tecnologiche introdotte nel settore dall’arrivo di nuovi marchi (Samsonite, Roncato) o se abbandonarla. L’interesse di Lorenzo è orientato al negozio, le risorse umane su cui la piccola famiglia Ambrosetti può contare sono già sovraccaricate per cui Giancarlo, in precarie condizioni di salute, decide nel 1967 di chiudere il laboratorio. Per gli stessi motivi Ines cede il negozio di Milano. Parallelamente si presenta l’opportunità di acquistare la proprietà dei muri del negozio e, per l’occasione, ne viene effettuata una prima ristrutturazione. Nello stesso anno Lorenzo sposa Maria Iori, occupata presso uno studio professionale di paghe e contributi. Emma accoglie il nipote Lorenzo in ditta come socio trasformando la ditta individuale in una società di fatto denominata “Ditta Ambrosetti di Emma e Renzo Ambrosetti”. In questa situazione di intensi cambiamenti, Maria si inserisce nella nuova famiglia portandovi un contributo importante. Grazie alle sue competenze professionali fa fronte alla gestione amministrativa del negozio – che ora conta due commesse – e assiste Emma presso l’Ufficio delle imposte per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Maria non può garantire la presenza diretta in negozio perché deve accudire i figli nati dal matrimonio (Marco nel 1970, Paolo nel 1972 e Giancarlo nel 1977) e tuttavia anche da casa svolge un’importante opera di supporto preparando il pranzo per gli altri. Accompagna inoltre il marito e il suocero a Torino presso gli alberghi che organizzano le esposizioni dei pellettieri (la Fiera di Milano e il Mipel erano ancora lontani) e segue il percorso che negli anni settanta porterà al negozio marchi importanti quali Coccinelle, Samsonite e Gherardini. Nel 1972 muore Emma e nella società di fatto subentra Giancarlo: la denominazione muta in “Ditta Ambrosetti di Giancarlo e Renzo Ambrosetti”. Nello stesso anno viene acquistato un
Az. agr. Brianza di Spertini Giuseppe
Agricoltura Azienda agricola Brianza di Spertini Giuseppe DENOMINAZIONE SOCIALE | Azienda agricola Brianza di Spertini Giuseppe FORMA GIURIDICA | Ditta individuale ATTIVITÀ PRINCIPALE | Produzione piante e servizi per il giardinaggio INDIRIZZO | Via S. Fermo, 12 | 21014 Laveno Mombello (VA) CONTATTI | T. 0332-668501 | F. 0332-668501 | www.piantespertini.it Dalle cucine ai vivai (1920-1960) Pietro Spertini nasce a Laveno nel 1900, figlio di un artigiano edile. Inizia da giovane a lavorare come cuoco prima a Milano, poi a Roma e infine a New York. Qui incontra una sarta di origine italiana nata a Londra, Caterina Francino, che sposa nel 1924 . Quattro anni dopo Pietro e Caterina rientrano in Italia, a Laveno, dove nel 1929 nascono il primogenito Luigi e nel 1932 la secondogenita Marta. Tornato nel paese natale, Pietro Spertini abbandona l’attività di cuoco per intraprendere quella di giardiniere e fiorista. Nel 1935 costituisce una ditta individuale per il commercio ambulante di piante, fiori e semi, con sede amministrativa in via San Fermo 4, dove abita la famiglia. Oltre a vendere fiori insieme alla moglie, Pietro gestisce un vivaio-frutteto di proprietà della Società ceramica italiana Laveno, situato sul colle Brianza, che l’impresa utilizza come “sanatorio” per gli operai ammalati di silicosi. Ottenuta nel 1948 la concessione per l’esercizio del commercio in sede fissa di “semi da orto e da fiori, piantine da orto e da fiori, piante da frutto e ornamentali”, nel 1956 Pietro cessa l’attività di commercio ambulante e apre un negozio di vendita in via Labiena 31 che conduce con l’aiuto dei famigliari. Luigi Spertini, compiuti in primis gli studi di agraria e quindi di geometra, inizia a lavorare con il padre, occupandosi dello sviluppo dei vivai e della costruzione di giardini. Nel 1959 entra a far parte dell’impresa paterna e si forma quindi una società di fatto con la denominazione “Orticoltura Pietro Spertini & figlio”. Con il disimpegno del padre, questa cessa l’anno seguente, sostituita dalla ditta individuale “Azienda agricola Brianza di Spertini Luigi”. La nuova impresa dichiara 20 dipendenti, di cui 12 addetti ai vivai e 8 alla sede e al magazzino di via San Fermo. Nel frattempo il negozio di via Labiena viene intestato a Caterina Francino, moglie di Pietro. La progettazione del verde (1961-1990) Nel 1961 Caterina Francino cede la gestione del negozio alla figlia Marta che costituisce la ditta individuale “Spertini Marta”, con sede in via Labiena 35, per la vendita di piante, fiori e semi. Il negozio si afferma anche come luogo di insegnamento dell’arte floristica ai giovani apprendisti, alcuni dei quali diventano poi noti professionisti del settore. Marta Spertini prosegue l’attività sino al 1972, quando decide di andare a lavorare con il marito, titolare dell’impresa “Floricoltura Lago Maggiore” avente sede nella zona. Nel 1962 Luigi Spertini sposa Rosa Monteggia che viene coinvolta nell’attività curando la parte amministrativa: dal matrimonio nascono Giampiero (1963), Marina (1965), Giuseppe (1967) e Carlo (1971). In un contesto territoriale ancora caratterizzato dalla presenza di poche imprese florovivaistiche e dall’ampia disponibilità di terreni agricoli, Luigi Spertini imprime un forte sviluppo alla propria azienda, che aumenta notevolmente le dimensioni fisiche ed economiche. Sorgono a Laveno le nuove serre per fiori ispirate al modello ligure. Si ampliano i vivai di colle Brianza, che raggiungono con il tempo un’estensione di 7 ettari con l’introduzione di coltivazioni di piante acidofile (camelie, azalee, gardenie), maggiormente rispondenti alla domanda e ancora oggi prodotte in azienda. Alcune piante risalenti ai primi anni sessanta raggiungono oggi un’altezza di 5-6 metri. Nasce il sito di Cittiglio – attuale sede operativa dell’impresa – con il suo vivaio al coperto, ma soprattutto trovano impulso, stimolate dallo sviluppo residenziale del periodo, la progettazione, la realizzazione e la manutenzione di giardini e parchi, con l’esecuzione di diverse opere complementari. All’attività produttiva agricola e a quella di arredo e cura del verde si affianca la vendita di piante orticole, da giardino e appartamento. Nel 1975 la sede legale dell’impresa si trasferisce al numero 12 della stessa via San Fermo. Nel 1976, dopo una lunga malattia, muore Pietro Spertini, da tempo ritiratosi dall’attività. dei primi anni settanta, per elevare il livello di specializzazione della manovalanza, Luigi Spertini assume alcuni periti agrari provenienti da altre regioni. Si introducono le nuove tecniche di coltivazione in un lavoro che rimane comunque fortemente caratterizzato dalla manualità e dalla fatica fisica. Negli anni ottanta Luigi Spertini, già socio fondatore nel 1972 del Consorzio florovivaisti varesini, ricopre la carica di consigliere dell’organizzazione sindacale Confagricoltura Varese. La terza generazione: i fratelli Spertini (1991-2000) All’inizio degli anni novanta, l’Agricola Brianza, con i suoi 35 addetti, rappresenta una delle principali aziende florovivaistiche della Lombardia. La clientela generalmente costituita da aziende della filiera e da soggetti privati, si localizza in prevalenza nelle regioni del Nord Italia e in alcuni paesi europei (Svizzera, Belgio, Germania, Inghilterra). Con la morte di Luigi Spertini, avvenuta nel 1992, l’azienda passa per successione ereditaria sotto la ragione sociale “Azienda agricola Brianza degli eredi di Spertini Luigi” alla moglie Rosa Monteggia e ai figli, tra i quali lo stesso Giampiero che, compiuti gli studi universitari in un altro settore e dopo alcune esperienze lavorative, si inserisce nell’impresa di famiglia. Nel 1996 la società viene chiusa e l’attività continua in forma di impresa individuale come “Azienda agricola Brianza di Spertini Giuseppe”, con unità locale a Cittiglio, dove si trova una parte dei vivai e si svolge l’attività di vendita. Nello stesso anno anche Carlo Spertini iscrive alla Camera di commercio di Varese la propria impresa individuale “Piante Spertini di Spertini Carlo”, specializzata nella coltivazione di piante e fiori. Entrambe le imprese, la cui data d’inizio attività risale al 1993, hanno gli uffici in via San Fermo 12 a Laveno. Ciascuno dei fratelli Spertini è responsabile di una specifica area di attività, seppure si tratti di ruoli organizzativi di fatto intercambiabili. Giampiero si occupa dei progetti esterni per la piantumazione e l’arredo degli spazi dedicati al verde. Giuseppe e Carlo entrambi periti agrari con formazione specifica conseguita alla scuola di Minoprio, seguono rispettivamente la gestione del garden
Isella
Trasporti Isella DENOMINAZIONE SOCIALE | Isella srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Trasporti industriali con autotreni e autoarticolati, traslochi sia civili che industriali, logistica e deposito merci, onoranze e trasporti funebri. INDIRIZZO | Viale Valganna 20 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-288274 | F. 0332-238313 | www.isella.it Le origini e l’avvio dell’attività (1919-1930) Umberto Isella, nato nel 1884 a Calcinate del Pesce in una famiglia di pescatori sul lago di Varese, poco più che sedicenne avvia a Laveno un’attività di trasporto di pesce e dei prodotti della Società ceramiche di Laveno. Trasferitosi a Varese, nel 1910 sposa la milanese Delfina Canziani che però muore l’anno successivo dando alla luce il primogenito Angelo. Finita la Prima guerra mondiale, Umberto chiama con sé i fratelli più giovani Stefano e Giuseppe, reduci dal fronte. Il 1 gennaio 1919 nasce così la Fratelli Isella, ditta di spedizionieri con sede in via Cavour. Qui, ai piani superiori vive la famiglia patronale mentre al piano terra ci sono i carri, le stalle dei cavalli e gli alloggi dei dipendenti che li accudiscono. Sempre nel 1919 Umberto si risposa con Maria Martignoni, vedova con tre figli, che lascia la gestione di un ristorante in centro a Varese per dedicarsi alla famiglia subito allietata dalla nascita di Lidia e di Dante. La dimensione familiare e quella imprenditoriale si confondono e spesso Maria prepara un pasto caldo ai dipendenti addetti agli animali. L’attività nei primi anni è infatti interamente affidata a carri trainati da cavalli (l’Isella arriva ad averne oltre 20) e gravita in gran parte intorno alla stazione ferroviaria. Qui arrivano i vagoni carichi di merci che gli Isella distribuiscono poi nel territorio urbano e limitrofo. I clienti più importanti sono il Comune di Varese per il carbone, le carrozzerie Varesine e Macchi; la Fiat, l’Officina del gas, la cartiera Sterzi, i mulini Marzoli e Massari. L’attività si sposta gradualmente sul trasporto a motore e cresce assieme alla città e alle sue industrie: diventano clienti il fabbricante di torni Pontiggia, la birreria Poretti e tante altre. Parallelamente al trasporto si sviluppa il ramo dei traslochi, in cui la fratelli Isella, essendo una delle pochissime ditte varesine nel settore, si struttura per arrivare a garantire due traslochi in un giorno. In questi primi decenni viene inoltre acquisito dal Comune di Varese l’appalto per la raccolta dei rifiuti e il lavaggio delle strade, come pure, esteso anche ai comuni limitrofi, quello per il trasporto funebre. La nuova sede e la diversificazione dell’attività (1931-1953) Acquistato slancio, l’attività dei tre fratelli tende ad espandersi diversificandosi, anche in relazione alla disposizione geografica. Pur mantenendo un coinvolgimento societario paritetico, Umberto si occupa dell’attività di trasporto presso la stazione e vive in via Cavour; Giuseppe assume la guida dell’acquisita Satov, che gestisce la linea tramviaria tra Varese e Bardello, dove va a risiedere; Stefano, che si occupa soprattutto dei traslochi e del trasporto funebre, si trasferisce in viale Valganna. Qui dal 1931 diventa operativa la nuova sede dell’impresa, costruita intorno ad un nucleo preesistente costituito da un’osteria con gioco delle bocce, in una zona allora quasi disabitata ma vicina alla linea ferroviaria e alla stazione. Ultimo ramo di attività, infine, è rappresentato dalla gestione del cinema Lyceum, affidata ad Ada Martignoni, primogenita della moglie di Umberto, dopo l’acquisto dello stabile in cui il cinema era attivo dal 1922. Parallelamente però alcuni settori di attività si chiudono, come quello per la raccolta dei rifiuti che termina prima del secondo dopoguerra. È in questo periodo che si struttura anche l’immagine dell’impresa: le prime pubblicità, con la casa su ruote, nascono da un’idea dei fratelli; come pure il logo, frutto dell’abbinamento di un disegno dell’architetto Ravasi con un colore, il “giallo Isella”, creato in esclusiva dal colorificio Fiori. Le campagne pubblicitarie, limitate per lo più al settore traslochi e al trasporto funebre, si indirizzano inizialmente ai cartelli stradali (poi abbandonati), agli elenchi telefonici e ai quotidiani locali. Nel primissimo dopoguerra prende anche avvio l’impegno associativo: Giuseppe, protagonista della fondazione dell’Asea-Associazione spedizionieri e autotrasportatori della provincia di Varese ne è eletto primo presidente nel 1946. Lo stesso Giuseppe, tuttavia, nel 1948 si divide dai fratelli, lasciando l’impresa e mantenendo per sé l’attività di trasporto persone che nel frattempo si è spostata dalla rotaia alla gomma. La successione e la divisione del gruppo. In società con i concorrenti (1954-1979) Nel 1954 la morte di Umberto segna per l’impresa un punto di svolta. Soci dell’impresa, che dal 1951 era stata trasformata in snc, diventano Stefano Isella e il primogenito di Umberto, Dante. L’anno successivo Stefano lascia l’attività cedendo a Lidia, sorella di Dante, le sue quote dell’impresa, trasformata per alcuni mesi in spa. Maria, vedova di Umberto, decide a questo punto di trasferire la propria residenza in viale Valganna per seguire da vicino l’attività dei figli. Nella casa di via Cavour va in seguito a vivere il figlio Dante quando decide di dedicarsi agli studi letterari e, successivamente, ad una brillante carriera universitaria. Alla sua uscita dall’impresa, nel 1960, gli subentra il marito della sorella Lidia, Romolo Bianchi, che lascia l’incarico di funzionario presso la Provincia di Varese per assumere il ruolo di imprenditore, ricoprendo anche cariche nell’Asea. Il 1959 segna anche un altro momento importante. Il direttore della birreria Poretti, per evitare continue trattative con i vari fornitori, offre l’esclusiva per tutti i servizi di trasporto alla Fratelli Isella e alla Carcano, le due maggiori imprese varesine del settore, di fatto storiche concorrenti, a patto che esse si mettano in società. Nasce così l’Olona trasporti, che svolge il servizio di trasporto per la Poretti fino al 2001, anno dopo il quale riduce la propria attività alla gestione immobiliare della propria sede di via Pacinotti 28. L’Olona rappresenta peraltro anche il vettore per lo sviluppo di attività che travalicano i limiti della commessa che l’ha originata. Attraverso l’Olona viene acquisita la Fosina, storica ditta varesina di corrieri, che integra così l’offerta “da completisti” degli Isella e dei Carcano. Sempre attraverso l’Olona vengono create
Carcano Trasporti
Trasporti Carcano Trasporti DENOMINAZIONE SOCIALE | Carcano trasporti spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | Logistica e trasporti INDIRIZZO | Via Buccari 9 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-336167 | F. 0332-336167 | www.carcanologistics.com Dal carretto al camion (1933-1945) Luigi Carcano, figlio di Angelo e di Teresa Ponti, nasce a Varese nel 1870. Con la moglie Erminia Bellerio mette al mondo una prole numerosa: sette maschi e cinque femmine. La famiglia vive a Casbeno, uno degli orti della città di Varese, dove Luigi è proprietario di un podere che coltiva direttamente con i figli. La storia imprenditoriale dei Carcano nel ramo dei trasporti ha origine dalla proprietà di un carretto a cavalli e dalla disponibilità a compiere commissioni per il vicinato. Nel corso degli anni venti l’attività assume carattere di impresa, vengono acquistati i primi carri motorizzati e i lavori si ampliano fino a comprendere il servizio postale per la città di Varese che viene esercitato fino al 1938. La prima registrazione alla Camera di commercio di Varese è del 1933 con la costituzione della ditta “Carcano Luigi e figli”, con sede presso l’abitazione in via Corridoni 22. Con Luigi entrano in società dal 1935 i figli Giuseppe, Cesare e Enrico, mentre il più giovane Mario si aggrega all’impresa solo nel 1946 e altri due figli proseguono nell’attività agricola. Come l’Ottocento era stato il secolo della ferrovia, il Novecento è il secolo del trasporto su strada e aereo: nel territorio tra Milano e Varese, culla dell’aeronautica italiana, viene inaugurata nel 1924 la prima autostrada a pedaggio al mondo. Grandi investimenti riguardano anche la rete stradale secondaria: l’immagine del carretto a cavalli impantanato nel fango lascia il posto a quella dell’autocarro che sfreccia su una compatta strada bianca di macadam. Il lavoro dei Carcano è florido e in continuo sviluppo e i tre fratelli, decisamente innovatori, con il padre rimasto legato alla tradizione e all’agricoltura, sviluppano tra gli anni trenta e quaranta attività proprie che li portano, già prima della Seconda guerra mondiale, a trasferirsi in via Monte Santo, lungo la direttrice di ingresso in città delle Ferrovie Nord. Una delle prime diversificazioni riguarda l’attività di traslochi per i privati e le aziende del territorio. Nel corso degli eventi bellici l’impresa vive momenti di difficoltà, sia perché non opera direttamente al servizio dell’industria di guerra, sia perché subisce numerose requisizioni di mezzi ad opera delle autorità di occupazione e viene infine pesantemente danneggiata dai bombardamenti. Negli ultimi anni di vita Luigi si dedica principalmente a sovrintendere i lavori dell’azienda agricola e la ditta individuale che porta il suo nome cessa con la sua morte il 2 marzo 1946. Il testamento di Luigi è l’occasione con cui gli eredi risolvono in pieno accordo le diverse questioni di solidarietà familiare e di scelte imprenditoriali: la proprietà di Casbeno passa a Maurilio e Rinaldo, i due figli che già vi lavoravano, mentre il ramo dei trasporti viene ereditato dai quattro figli già citati. L’industria dei trasporti (1946-1970) Il 3 marzo 1946 i fratelli Giuseppe, Cesare, Enrico e Mario Carcano costituiscono la società di fatto “Luigi Carcano di F.lli Carcano”. La sede è stata trasferita già da alcuni mesi in via Sanvito Silvestro 54 e la forza lavoro impiegata è di diciassette persone. Giuseppe, il maggiore, è presidente della società ma tra i quattro fratelli è Cesare quello a cui negli anni seguenti viene riconosciuto il ruolo di guida strategica. La Carcano prosegue nel proprio percorso di crescita accompagnando l’industrializzazione del territorio: molti stabilimenti varesini si servono dei suoi camion per il trasporto di merci, dai componenti di aerei alle casse di birra. Proprio dal rapporto con il Birrificio Poretti, che richiede servizi più complessi rispetto al semplice trasporto, nasce una diversificazione produttiva di rilevanza strategica per il futuro. Nel 1959 il birrificio di Induno Olona invita i propri fornitori ad unire le forze per fornire un sistema logistico integrato con magazzini e una propria rete distributiva. Cesare Carcano costituisce così la Olona trasporti sas in società con la famiglia Isella e, per un breve periodo, la famiglia Ghielmi. Da quel momento la strategia di costruire solide alleanze tra gli operatori del proprio settore, con o senza inviti espliciti da parte di un cliente comune, diventa un tratto distintivo del modus operandi di famiglia. La filosofia di fondo è quella di un sistema capitalistico in cui la relazione personale fiduciaria e la comunità territoriale mantengono un forte valore. Durante gli anni cinquanta i fratelli Carcano ottengono dalle Ferrovie dello Stato la concessione per il trasporto a domicilio dei vagoni ferroviari nella zona di Varese, Albizzate, Sesto Calende e Laveno. Si tratta di un lavoro complesso, che richiede alla società investimenti e competenze, e di estrema utilità in un territorio caratterizzato da un’industrializzazione diffusa e, al tempo stesso, orograficamente mosso dunque poco adatto alla creazione di un reticolo di binari e scali per la movimentazione delle merci. Il parco degli automezzi viene notevolmente ampliato, al passo con la continua innovazione del settore, e vengono fatti investimenti significativi per la movimentazione di trasporti eccezionali. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta la famiglia Carcano dà vita a nuove attività imprenditoriali, più o meno legate al settore dei trasporti. Oltre alla citata Olona trasporti, nel 1961 viene costituita tra i quattro fratelli Carcano la Fracar spa, che nasce come società capogruppo per gestire le partecipazioni industriali e le proprietà immobiliari della famiglia. Di tutt’altro si occupa invece la Fabbrica colloidi ausiliari costituita nel 1957. L’impresa nasce dall’incontro di Enrico Carcano, uno dei figli di Cesare, con il chimico Mansueto Foglio Para e si occupa fino ad anni recenti della produzione di additivi per l’industria cartaria. Ad Enrico subentra pochi anni più tardi il fratello maggiore Carlo e questa attività collaterale, di supporto all’industria cartaria del territorio, interessa solo questo ramo della famiglia Carcano. Alla fine del 1963 muore Cesare Carcano e gli succedono come soci i figli Carlo, Enrico e Luigi Giovanni. Il ruolo di guida passa a
Ghiggini
Servizi Ghiggini DENOMINAZIONE SOCIALE | Ghiggini 1822 di Ghiggini Emilio & c. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Galleria d’arte INDIRIZZO | Via Albuzzi 17 | 21000 | Varese CONTATTI | T. 0332-284025 | www.ghiggini.it Un’impresa al servizio dei benestanti (1822-1924) Eugenio Ghiggini, discendente da una delle più antiche famiglie di Varese, ha appena vent’anni quando, nel 1822, costituisce una ditta per l’attività di “indoratore di incarrozzamenti e serramenti”, con sede in piazza delle Oche (oggi piazza Marsala). Abile disegnatore, Eugenio decora mobili, infissi, oggetti, carrozze nonché le sontuose ville sparse sui colli e nei dintorni dell’allora borgo di Varese, appartenenti per lo più a famiglie aristocratiche e benestanti milanesi che in questi luoghi amano recarsi in villeggiatura. La cura e l’ingegno con cui vengono eseguiti i lavori portano al rapido successo dell’impresa, che sviluppa un’attività del tutto nuova nel contesto varesino e per la quale sino ad allora occorreva rivolgersi a Milano. I quattro figli di Eugenio Ghiggini, ferventi patrioti, lasciano provvisoriamente la bottega paterna per partecipare alle guerre d’Indipendenza combattendo nelle fila garibaldine. Soltanto due di loro, Emilio e Ferdinando, proseguono poi l’attività del laboratorio di piazza delle Oche e costituiscono, alla morte del padre, la ditta F.lli Ghiggini, mentre Giuseppe dà vita ad una propria bottega di decoratore, rivaleggiando con i fratelli. Nel 1897 l’impresa passa nelle mani del figlio di Emilio, Achille, che sposa Rosa Bizzozzero, sorella dell’artista Attilio, e trasferisce l’attività nella più ampia sede di via Broggi, venendo poi affiancato dai propri figli Gaetano ed Emilio. Nel 1924 i Ghiggini festeggiano insieme a tutti i dipendenti, seppure con due anni di ritardo, il centenario della nascita dell’impresa, la cui carta intestata riporta erroneamente come anno di fondazione il 1824. Nello stesso anno la ditta sposta la sede nella Casa Veratti di corso Vittorio Emanuele, l’attuale corso Matteotti, occupando i locali lasciati liberi dal Calzaturificio di Varese. Nel nome di Achille e di Emilio (1925-1969) Nel 1925 Achille Ghiggini, a causa di malattia, si ritira dall’attività e subentrano quindi i suoi figli, che costituiscono la società di fatto “A. Ghiggini dei F.lli Emilio e Gaetano Ghiggini”. Oltre all’attività di verniciatura e decorazione, l’impresa esercita il commercio al dettaglio di cornici e colori di vario tipo preparati all’interno. Vengono quindi avviati la produzione e il commercio di oggetti artistici e ornamentali realizzati con la famosa “Carta Varese”, oggi di elevato valore antiquario, che prosegue sino all’inizio della Seconda guerra mondiale per cessare quasi in coincidenza con la morte di Achille Ghiggini nel 1941. Negli anni della guerra l’impresa provvede alla verniciatura degli aeroplani militari fabbricati dalla Aermacchi. A partire dal 1945 Achille Ghiggini, nato nel 1926, figlio di Emilio e nipote del primo Achille, inizia a collaborare in azienda, dove svolge un ruolo importante anche la madre, Maria Magni, occupandosi del reparto verniciatura. Il negozio di corso Matteotti è un punto di incontro degli artisti locali, che a volte barattano pennelli e colori in cambio dei loro quadri con i quali la famiglia ha realizzato nel tempo una vera e propria collezione. Nel 1950 muore Gaetano Ghiggini e l’impresa torna alla forma individuale con la denominazione “Achille Ghiggini di Emilio Ghiggini”. Nel 1952 Achille Ghiggini sposa Amalia Rossi, che s’inserisce nell’azienda occupandosi della parte commerciale. Nel 1963 il padre coinvolge il figlio nella gestione dell’azienda ed insieme costituiscono la società “Achille Ghiggini di Emilio & Achille Ghiggini”. Con il boom edilizio degli anni sessanta, l’attività di verniciatura e decorazione si rivolge ai condomini signorili di Varese, mentre si amplia la vendita degli oggetti di arredamento. Alle dimore nobiliari di un tempo si sono ormai sostituite le ville borghesi, come ad esempio la villa Giobbi di Saint Moritz, oggetto di intervento nel 1963. Nel 1968 si ha un nuovo passaggio generazionale: Emilio oramai anziano recede dalla società e Achille prosegue l’attività individualmente sotto la ditta “Ghiggini Achille”, coadiuvato anche dal proprio figlio Emilio – il terzo Emilio alla sesta generazione – che è ancora studente liceale. Nascita e sviluppo della galleria d’arte Ghiggini (1970-1990) Nel 1970 la ditta Ghiggini si trasferisce in via Matteotti 44, all’interno di un prestigioso edificio ottocentesco di quattro piani, che si affaccia anche su via Albuzzi, ristrutturato con progetto degli architetti Luigi Crugnola e Carlo Prevosti. La nuova sede è inaugurata dalla mostra dedicata al pittore di Gavirate Antonio Pedretti: ha così inizio l’attività di galleria d’arte, destinata a contrassegnare tutta la storia successiva dell’impresa, che vede principale protagonista Emilio Ghiggini, il figlio di Achille nato nel 1953. Nel 1974 muore “nonno” Emilio. Allo sviluppo della galleria d’arte si accompagna il declino – dovuto alla difficoltà crescente di reperire nuovi artigiani, sempre più propensi a mettersi in proprio – dell’attività di verniciatura e decorazione, che cessa definitivamente nel 1976. In questi anni la galleria attiva un servizio di consulenza, ancora oggi in essere, per la valutazione dell’autenticità di opere pittoriche possedute da clienti che intendono conoscerne il valore o sottoporle a restauro. Questa attività contribuisce a volte alla scoperta di autori sconosciuti. Laureatosi in storia dell’arte, Emilio Ghiggini acquisisce con l’aiuto del padre una quota importante della società che gestisce la galleria d’arte di via Sant’Andrea di Milano, maturando un capitale di conoscenze e relazioni che, esaurita l’esperienza milanese nei primi anni ottanta, mette poi a frutto per lo sviluppo della galleria di Varese. Questa, che nel 1982 assume la forma giuridica di snc con l’entrata in società di Emilio accanto al padre, dispone di spazi espositivi distribuiti su tre piani. Il primo, al quale si accede attraverso una caratteristica scala elicoidale, è dedicato alle mostre di singoli artisti; il secondo, condiviso con il laboratorio cornici, all’esposizione permanente di dipinti, mobili e oggetti; il terzo, occupato in parte dal magazzino, ospita una sezione di grafica contemporanea degli artisti italiani, di cui viene pubblicato il catalogo. L’attività è suddivisa tra i componenti della famiglia, affiancati da alcuni collaboratori: Emilio segue la galleria d’arte, il padre si occupa principalmente delle cornici, la madre del negozio di oggettistica posto al piano terra dell’edificio. In questi
Brusa
Commercio Brusa DENOMINAZIONE SOCIALE | Brusa srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Forniture idrauliche, sanitarie e arredamento bagno INDIRIZZO | Via Giusti, 3 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-275320 | F. 0332-275315 | www.brusasrl.it L’ascesa di Eugenio Brusa, da garzone a proprietario (1923-1945) È il 23 settembre 1923 quando Eugenio Brusa registra l’omonima ditta individuale che effettua impianti e riparazioni di attrezzature idrauliche e il commercio al minuto di materiale del medesimo settore merceologico. Nato a Varese da Antonio ed Elisabetta Vedani il 29 dicembre 1890, Eugenio frequenta le scuole elementari e poi una scuola di disegno. Rimasto orfano di padre, entra come garzone nell’impresa idraulica di Paolo Castiglioni, che opera a Varese dagli inizi del secolo. Il titolare è ormai avanti con gli anni e i figli non sono interessati a proseguire l’attività. Pertanto Eugenio decide di rilevarla, dapprima prendendo in affitto il negozio con magazzino in via Magatti 4 a Varese, e in seguito acquistando dalla vedova di Castiglioni tutto lo stabile di tre piani. Il capitale iniziale per entrambe le acquisizioni gli viene prestato da un rappresentante di prodotti idraulici con cui Eugenio lavora. I suoi fornitori sono prevalentemente a Milano, città dove Eugenio si reca frequentemente col camioncino per acquistare i materiali all’ingrosso. La ditta ha quattro dipendenti. Eugenio non dimentica l’aiuto di cui ha usufruito e quando l’attività si è consolidata a sua volta aiuta molti idraulici che hanno scelto di aprire ditte individuali nei paesi del varesotto. Eugenio è sposato con Giuseppina Cappelli, originaria di Azzate. La moglie è sarta ed esercita il suo lavoro a casa, dove ospita spesso giovani apprendiste. Nel 1925 nasce il primo figlio, Gianluigi. La secondogenita, Maria, muore in tenerissima età nel 1929. Gianluigi compie gli studi elementari a Varese e, dalla seconda ginnasio, al Collegio arcivescovile di Desio. Si iscrive al Politecnico di Milano ma abbandona gli studi dopo un diverbio con un docente. Nel contempo aiuta il padre tenendo i contatti con i fornitori a Milano. Sono gli anni della lotta di Liberazione. Il punto di riferimento di Gianluigi è don Franco Rimoldi, assistente all’Oratorio di San Vittore, attivo nella rete che favorisce espatri clandestini di ebrei, disertori e antifascisti. Con don Franco Rimoldi Gianluigi aveva iniziato dall’età di sedici anni l’attività di volontariato che lo impegnerà per tutta la vita: il trasporto dei malati nei santuari italiani e a Lourdes. Nel novembre 1943 Gianluigi comincia a distribuire volantini e manifesti clandestini e a nascondere in casa qualche pistola, collaborando attivamente con la Brigata partigiana cattolica “Bruno Passerini”, che opera tra Varese e Induno Olona. Avvertito da un’amica dell’imminente retata, nel settembre 1944 si rifugia presso una zia nel rione di Casbeno. In seguito si nasconde a Gemonio, presso la zia di un colono che coltiva un terreno di proprietà dei Brusa nella frazione varesina delle Bustecche. Eugenio, ignaro dell’attività del figlio, di cui è al corrente invece la madre, viene incarcerato nel settembre 1944. In carcere con lui finiscono alcuni dirigenti dell’Aeronautica Macchi e il futuro sindaco democristiano di Varese, Mario Ossola. Viene rilasciato dopo un paio di settimane, essendo stata dimostrata la sua estraneità ai capi d’imputazione. Finita la guerra, Gianluigi affianca stabilmente il padre nella conduzione dell’azienda. Dall’installazione alla vendita: la svolta di Gianluigi (1946-1974) Il 1 gennaio 1946 segna un momento di svolta: la “Eugenio Brusa” cessa di installare impianti ed effettuare riparazioni per dedicarsi esclusivamente alla compravendita di materiali idraulici. L’attività impiantistica viene lasciata alla “Vedani & C.”, intestata al cugino di Gianluigi, Giuseppe Vedani, e ai soci Egidio Bianchi ed Emilio Ambrogini. La scelta di specializzarsi nel settore della vendita è dovuta a due fattori: innanzitutto Gianluigi ha maturato esperienze prevalentemente nel settore commerciale, che gli risulta più congeniale; in secondo luogo, sulla piazza di Varese non c’è ancora nessun grossista in grado di servire gli altri installatori e procurare il materiale necessario. Nel 1951 Gianluigi sposa Amalia Antonia Cozzi, maestra elementare, nata a Nerviano (Mi) e trasferitasi a Varese con la famiglia al seguito del padre doganiere. Dal 1951 fino al 2001 Gianluigi sarà presidente dell’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati Lourdes santuari internazionali) di Varese. A questa attività può dedicare molto tempo grazie all’assenso incondizionato della moglie e alla preziosa collaborazione di due dipendenti che lavoreranno quarant’anni per la ditta, seguendo uno la parte commerciale e l’altro la consulenza ai clienti. Pochi mesi dopo la nascita del primogenito Alessandro, nel 1952, muore Eugenio. Essendo Gianluigi l’unico erede, il 13 settembre 1952 viene registrata una nuova ditta, la “Brusa Eugenio di Brusa Gianluigi”. La famiglia Brusa si ingrandisce ancora con l’arrivo di altri figli: Eugenia nel 1953, Annalisa nel 1955, Ariberto nel 1956, Paola nel 1961. La moglie Amalia prosegue con l’insegnamento fino alla nascita della secondogenita, poi sceglie di dedicarsi alla cura della famiglia. Pur non rivestendo un ruolo stabile nell’organigramma della ditta, aiuta il marito nella contabilità. Gianluigi consolida ed ingrandisce l’attività ereditata dal padre, sfruttando anche le opportunità offerte dall’espansione edilizia del boom economico. Per questa attività imprenditoriale riceverà nel 1999 l’onorificenza di grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica, che assommerà ad altri titoli conferiti da Ordini religiosi. La terza generazione: Ariberto e i fratelli (1972-1995) Nel 1975 Ariberto si è appena diplomato all’Istituto tecnico di Varese come perito meccanico. Vorrebbe studiare ingegneria, ma viene sollecitato energicamente ad entrare in azienda a causa di una malattia del padre. Un aggravamento della malattia di Gianluigi nel 1987 lo costringerà a farsi carico maggiormente della gestione aziendale, impegno che ancora oggi assolve con una responsabilità assimilabile a quella di direttore. Ariberto è l’erede di Gianluigi anche nel consiglio dell’Associazione commercianti di Varese. Gianluigi ricopre la carica dal 1986 fin quando deve ritirarsi per raggiunti limiti di età ed è sostituito dal figlio. La tradizione di volontariato espressa per decenni dall’attività di Gianluigi con gli ammalati viene in qualche modo proseguita da Ariberto, che è donatore di sangue e, assieme alla moglie Daniela Colonna Preti, dirigente della Polha, Polisportiva per disabili di Varese.
A. Moglia di Antonio Moglia
Commercio A. Moglia di Antonio Moglia DENOMINAZIONE SOCIALE | FORMA GIURIDICA | ANNO FONDAZIONE | ATTIVITÀ PRINCIPALE | INDIRIZZO | CONTATTI | T. | F. | Un’oreficeria nel cuore di Gallarate (1912-1950) Andrea Moglia nasce a Bedonia, in provincia di Parma, nel 1885. Trasferitosi con la famiglia a Gallarate, apprende il mestiere di orafo lavorando sin da ragazzo presso una bottega della città varesina, interessata in quegli anni da un intenso sviluppo industriale, ma che può vantare anche un’antica tradizione nella fabbricazione e nel commercio degli oggetti in oro. Nel 1912 Andrea Moglia costituisce, con l’aiuto del fratello Antonio, una ditta individuale per l’attività di vendita al minuto di articoli di oreficeria e apre il negozio “Oreficeria Moglia S. Apollonia” in via Mercanti 2, dove viene ricavata, ai piani superiori, l’abitazione di famiglia. Nel 1920 viene a mancare Antonio e Andrea costituisce con la cognata Caterina la società di fatto “F.lli Moglia”. Sposatosi con Pierina Cattaneo, ha due figli: Giovanna nata nel 1927 e Antonio nel 1930. Nel 1931, a soli 40 anni, muore Caterina Moglia, che non ha avuto figli. L’attività prosegue con la ditta individuale “Oreficeria Moglia Andrea”, che si trasferisce in via Mercanti 1, dove aveva rilevato la gioielleria Foglia, nonché l’intero stabile in cui questa si trovava. Il nuovo negozio si rivolge a una clientela locale ormai consolidata, costituita per lo più da donne contadine e operaie, che acquistano le fedi e la parure nuziale composta da anello, orecchino e collana. Negli anni della Seconda guerra mondiale molte di queste donne, spinte dal bisogno, si recano all’oreficeria di via Mercanti per vendere le loro fedi d’oro. L’oreficeria dispone di un laboratorio per la riparazione di orologi collocato nel cortile interno dell’edificio: è qui che il giovane Antonio Moglia apprende, a partire dai primi anni quaranta, il mestiere di orologiaio, trovando comunque il tempo di studiare e di conseguire il diploma di ragioniere. Tra gioielli e diamanti (1951-1970) Con i primi anni cinquanta Antonio Moglia, poco incline al lavoro un po’ sedentario del negozio, inizia un’attività di commercio all’ingrosso di diamanti e pietre preziose, caratterizzata da frequenti viaggi all’esteno, che si affianca alla vendita al minuto. Nel 1960 entra a far parte come socio maggioritario della ditta del padre, ormai anziano e ritiratosi dall’attività, che si trasforma così in società di fatto con la denominazione “Andrea Moglia di A. Moglia & C.”. Un anno dopo muore Andrea Moglia, la cui quota di spettanza nella società del 10% – rinunciando la moglie ad ogni diritto ereditario – è interamente devoluta ai figli Antonio (95%) e Giovanna (5%). Nel 1963 viene abbattuto l’edificio di via Mercanti 1, per essere completamente ricostruito nel 1965. La gioielleria, trasferitasi provvisoriamente in un locale vicino, trova una sede più ampia e la famiglia un’abitazione più confortevole. Alcuni spazi dello stabile sono inoltre affittati ad altri esercizi commerciali. Antonio è continuamente in giro per il mondo per l’attività di commercio dei diamanti. Sua sorella Giovanna, nel frattempo sposatasi, vive altrove, potendo garantire soltanto una presenza saltuaria in negozio. Questo, allora come oggi, continua a rappresentare un luogo di relazioni e di radicamento nel mondo locale. La gestione operativa della gioielleria, che nello spazio rinnovato non dispone più del laboratorio di orologeria, passa di fatto nelle mani di due dipendenti, Annamaria Galli e Mariuccia Bono che saranno affiancate da Gina Mazzolini alla fine degli anni sessanta. Con l’aumento del benessere e il cambiamento degli stili di vita degli anni sessanta, durante i quali la città registra un forte incremento demografico, la gioielleria Moglia arricchisce la gamma dei prodotti trattati (dall’orologio di marca, all’oggettistica in argento, al gioiello impreziosito da gemme di valore), rivolgendosi ora ad una clientela maggiormente facoltosa. Nel 1970 Antonio sposa Piera Castiglioni e hanno due figli: Andrea, nato nel 1971, e Michele, nato nel 1972. Un mestiere diverso per i figli (1971-2012) Nel 1973 Giovanna Moglia recede dalla società, che si trasforma in ditta individuale con la denominazione “A. Moglia di Antonio Moglia”. Nel 1977 muore Pierina Cattaneo. Lo sviluppo del commercio all’ingrosso di pietre preziose conduce all’apertura di un deposito con ufficio a Valenza Po, uno dei principali centri italiani della produzione e del commercio di preziosi. A partire dal 1979 Piera Castiglioni collabora con il marito nella scelta dei fornitori e quattro anni dopo il negozio viene nuovamente ristrutturato. L’elevato giro di affari raggiunto dalla compravendita delle pietre preziose porta alla costituzione, nel 1980, della Italiana Diamanti spa, avente sede a Milano in via Cesare Cantù. La società rileva il deposito di Valenza Po e apre nel 1985 una filiale ad Anversa, principale piazza mondiale del commercio di diamanti. Con i primi anni novanta, il giovane Andrea Moglia, diplomatosi in ragioneria, effettua uno stage ad Anversa per approfondire le conoscenze gemmologiche e quindi affianca il padre nella Italiana Diamanti, mentre il fratello Michele studia economia all’Università Bocconi. Nel 1999 Antonio Moglia e suo figlio Andrea, mentre stanno ritornando in macchina da Valenza Po, sono vittime di una rapina a mano armata e di sequestro provvisorio di persona. A seguito di questa esperienza traumatizzante, Antonio si impegna per garantire ai figli un avvenire lavorativo diverso, lontano dagli elevati rischi connessi alla professione di commerciante di preziosi. Egli diventa così socio della Enoplastic di Bodio Lomnago (Va), una società all’avanguardia e leader mondiale nella produzione di capsule per bottiglie di vino e spumanti pregiati, fondata nel 1957 da Francesco Piero Macchi, di cui oggi Michele Moglia è l’amministratore delegato, il fratello Andrea il responsabile di produzione e il padre Antonio vicepresidente. A partire dagli anni 2000 Antonio Moglia contrae progressivamente l’impegno nella Italiana Diamanti, che si trasforma in società immobiliare. In questi stessi anni la gioielleria Moglia soffre la crisi del mercato degli orologi tradizionali. Il negozio punta di meno sull’oggetto impegnativo e di valore per soddisfare le esigenze di una clientela orientata a prodotti di buona qualità, costituiti soprattutto da articoli di argenteria e alla moda, ma dal prezzo più accessibile. La vendita dei gioielli in oro è un evento
Aletti Giovanni & figli
Industria Aletti Giovanni & figli DENOMINAZIONE SOCIALE | Aletti Giovanni e Figli Srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Costruzione e installazione di macchine e apparecchi per l’industria delle pelli, del cuoio e delle calzature INDIRIZZO | Via Tiepolo, 14 | 21100 | Varese CONTATTI | T. 0332-334664 | F. 0332-331917 | www.sueding.com L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1920-1949) Giovanni Aletti, nato nel 1890, inizia a lavorare come meccanico presso la Macchi di Varese negli anni appena successivi la Prima guerra mondiale. In seguito svolge l’attività di meccanico manutentore presso la Cornelia Conciaria, azienda che come altre del suo settore aveva sede lungo il corso del fiume Olona, allora distretto conciario tra i principali in Italia. Il figlio Franco, nato nel 1920, si forma come tecnico progettista seguendo i corsi serali delle scuole tecniche di Varese e lavorando presso l’azienda meccanica Leopoldo Pontiggia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, Giovanni decide di coinvolgere il figlio in una attività di costruzione di macchine per conceria. A quei tempi il settore presenta ottime prospettive di crescita: le industrie conciarie tedesche non reggono la concorrenza di quelle italiane che possono avvantaggiarsi di minori costi di manodopera. Nei primi mesi del 1946, nell’abitazione di Giovanni, con l’aiuto degli altri figli Ezio e Pietro, viene così progettata la prima macchina smerigliatrice, poi realizzata in sei unità. I capitali iniziali vengono forniti da Armando Pizzocaro di Milano, importatore delle macchine per conceria tedesche, che nutriva forte fiducia nelle possibilità del nuovo modello. L’assemblamento avviene nel garage di casa, i pezzi sono realizzati nelle numerose aziende meccaniche e fonderie diffuse un tempo nella zona. Queste macchine, simili per concezione a quelle tedesche ma più grandi e più moderne, saranno vendute in Veneto dal figlio Franco. In questa fase, Franco abbandona la Pontiggia per incompatibilità tra il ruolo di lavoratore dipendente e quello di costruttore in proprio: nel 1947 vede la luce la società di fatto “Giovanni Aletti e figli”. L’attività negli anni Cinquanta e Sessanta (1950-1969) Negli anni cinquanta l’impresa può già godere di un archivio disegni grazie alla precedente attività di Franco. Peraltro egli coinvolge nell’impresa nuovi tecnici provenienti dalla Leopoldo Pontiggia che conosce personalmente e con i quali condivide la formazione tecnica. In questo periodo i membri della famiglia si fanno carico dell’organizzazione funzionale interna: i fratelli Ezio e Pietro (chiamato Carlo) si occupano della produzione, Franco segue un percorso più propriamente imprenditoriale passando via via dalla progettazione alla parte commerciale e finanziaria. Nel 1959, l’impresa si trasferisce dall’abitazione di Giovanni in via Vanetti ad un piccolo capannone di via Tiepolo. Tutte le parti delle macchine sono costruite internamente, escluse le fusioni realizzate da fonderie locali. La produzione si amplia alla rasatrice e ad altre macchine per il finissaggio della pelle. Il mercato di vendita è costituito soprattutto dai distretti conciari del Veneto, della Toscana, delle zone di Varese, di Turbigo e Castano Primo (MI) e di Avellino. Alla fine degli anni cinquanta l’impresa comincia a intessere rapporti commerciali con la Francia e il Nord Africa francese grazie alla partecipazione alla “Semaine du cuire”di Parigi, la più importante fiera europea dell’industria conciaria fino alla sua ultima edizione del 1997. Nel corso degli anni sessanta l’esportazione di macchine interessa anche i paesi dell’Est europeo. La presenza sul mercato internazionale costringe l’impresa a difendere l’originalità dei propri progetti attraverso il deposito dei brevetti. Gli anni settanta e ottanta (1970-1989) L’inizio degli anni settanta segna la crisi delle industrie conciarie della Val d’Olona, parallelamente la diffusione dell’industria meccanica per conceria negli altri distretti conciari porta l’azienda ad individuare nell’esportazione una nuova via di crescita. Gli anni settanta e ottanta segnano il massimo sviluppo dell’azienda che mantiene le vendite in Europa per le produzioni di qualità ed esporta in Turchia, mercato che si sostituisce a quello nord africano. Il mercato di riferimento è però l’India, il paese in cui l’azienda ha venduto il numero maggiore di macchine. L’impresa, in questo periodo, supera i 50 dipendenti. In questi anni la terza generazione della famiglia Aletti inizia a lavorare nell’impresa, anche se in realtà i nipoti di Giovanni già durante le vacanze estive erano soliti lavorare in officina per fare esperienza Dagli anni Novanta ad oggi (1990-2006) Nel 1989 la Aletti e figli diventa una società a responsabilità limitata con l’ingresso della terza generazione. Carlo, il figlio di Ezio, si dedica alla produzione, Marco ed Ezio, figli di Franco, seguono percorsi diversi. Ezio finiti gli studi liceali, affianca il padre nel settore commerciale; Marco si laurea in ingegneria collaborando costantemente durante gli studi con l’ufficio tecnico. Negli anni passa poi a occuparsi degli aspetti finanziari. I contatti internazionali si ampliano estendendosi a paesi dell’Asia, alla Russia, agli Stati Uniti e al sud America. Nel corso degli anni novanta la parte della famiglia costituita da Pietro Aletti e dai suoi figli viene liquidata con una cessione di una parte degli immobili. La decisione si riflette negativamente sulla produttività dell’impresa che non sfrutta le opportunità di crescita offerte dai nuovi mercati esteri. Nel 1998 muore Franco Aletti e gli succede nella carica di presidente il figlio Marco. Il ridimensionamento quantitativo del mercato e la più facile reperibilità commerciale dei componenti meccanici, spingono l’impresa a mantenere all’interno soltanto la progettazione e l’assemblaggio finale, appoggiandosi a terzi per il resto. Questo ha determinato una contrazione della struttura produttiva che oggi è scesa a 20 dipendenti. La produzione verte sempre più sulla “personalizzazione” delle macchine seguendo le specifiche richieste dei clienti. La gamma dei prodotti si espande fino a raggiungere i 14 modelli attuali (smerigliatrice, rasatrice, “messa al vento” per pelli bovine, tutte le macchine necessarie per le pelli ovo-caprine). Il 90% della produzione è rivolta al mercato estero. Grazie agli investimenti nella ricerca (l’8% del fatturato), l’impresa si inserisce anche nel settore tessile e della gomma con smerigliatrici dedicate. La differenziazione dei prodotti consente oggi all’impresa di mantenere gli stessi fatturati raggiunti negli anni novanta, che sono stati i maggiori nella storia dell’impresa, a fronte della concorrenza estera della Cina. L’intensa attività di progettazione, come per il passato, è accompagnata dalla
A. Molina & C. spa
Industria A. Molina & C. spa DENOMINAZIONE SOCIALE | A. Molina & C. spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ATTIVITÀ PRINCIPALE | sviluppo e lavorazione di piuma., piumini e materiali fibrosi per imbottiture. Produzione di manufatti finiti per letto e arredamento. INDIRIZZO | Via Dante Alighieri 36 | 21050 | Cairate (VA) CONTATTI | T. 0331-360730 | F. 0331-360838 | www.molinapiumi.it L’avvio dell’attività e i suoi primi sviluppi (1927-1951) Verso la fine dell’Ottocento Angelo Molina, di origini piemontesi, inizia un’attività di raccolta delle piume d’oca che imballate e selezionate vengono spedite all’estero. Le oche sono molto diffuse nelle campagne irrigue del Novarese e della Lomellina e già note per la qualità del loro piumino. Nei primi del Novecento, il figlio di Molina, Agostino, intraprende, a Cairate, una vera e propria attività di commercializzazione delle piume grezze ma l’impresa viene regolarizzata solo nel 1927 come società di fatto con la denominazione A. Molina & C.. Nel 1929 la società si trasforma in s.n.c. con il fondatore Agostino Molina e l’appoggio dei cugini Francesco e Primo Molina che muore nello stesso anno. Nell’impresa vengono coinvolti anche i figli di Agostino, Angelo e Antonio. Anche se la prima selezionatrice meccanica delle piume, prodotta in Germania, risale al 1920, solo a partire dal 1930 l’impresa introduce le prime lavorazioni della piuma quali la depolverizzazione e la selezione della merce grezza. Nel 1938 all’oggetto sociale si aggiunge il commercio delle pelli grezze da pellicceria e guanteria: tradizionalmente, infatti, chi raccoglieva le piume d’oca trattava generalmente anche pelli animali. Nel secondo dopoguerra con lo sviluppo tecnologico del settore viene introdotta la prima linea completa di lavorazione (depolverizzazione, lavaggio, centrifugazione, bonifica igienico-sanitaria, selezione). Il mercato nazionale inizia la sua fase di espansione post bellica ed aumenta la richiesta delle piume per gli imbottiti (divani, cuscini, poltrone) dell’industria del mobile del vicino distretto dell’arredamento brianzolo. (1952-1976) Nel 1952 muore Agostino Molina e i figli Antonio e Angelo restano proprietari alla pari. La conduzione famigliare dell’impresa si riflette anche nella scelta dell’abitazione. Antonio e Angelo risiedono in una casa costruita dal padre adiacente l’impresa e i loro figli crescono “respirando l’aria della fabbrica”, giocano con i figli dei dipendenti e familiarizzano con la produzione seguendo i genitori nelle fiere campionarie. Nel 1953 viene abbandonata la commercializzazione di pelli gregge da pellicceria per dedicarsi interamente alla lavorazione delle piume e piumini ed entrare nel nuovo settore emergente delle imbottiture per abbigliamento sportivo tecnico, in particolare per l’alto alpinismo. E’ un piumino Molina quello che accompagna la spedizione italiana sul K2 nel 1954. Gli anni sessanta con lo sviluppo della chimica e l’introduzione di prodotti come la gommapiuma sembra mettere in difficoltà la produzione di imbottiture naturali. In quello stesso periodo, nel 1968, muore Antonio Molina e la sua quota viene suddivisa in parti eguali tra i figli Agostino, Mario ed Angelo. Anche la vedova di Antonio, Angela Meana, rimane coinvolta nell’impresa. In questo periodo si consolida la presenza della A. Molina & C. nel settore del mobile imbottito. Parallelamente si evolve il compartimento dell’abbigliamento tecnico dal quale emerge successivamente l’abbigliamento “moda”, tipicamente italiano, all’interno del quale il piumino d’oca acquisisce spazi importanti. Nel corso degli anni l’impresa conosce un grandissimo sviluppo: nel 1972 viene raddoppiato il ciclo di produzione della piuma, nel 1974 viene aggiunta una terza linea. Nel 1975, entra in società Agostino Luigi Molina, figlio di Angelo, che prende progressivamente le redini dell’impresa e già nel 1977 è socio di maggioranza. Agostino Luigi segue principalmente la parte commerciale, coadiuvato dal cugino Angelo Molina junior che, occupandosi del processo di lavorazione, è colui che riesce a dare una impronta industriale all’impresa. Tessilpiuma e la diversificazione del prodotto (1977-1989) Nel 1977, parallelamente alla lavorazione delle piume, si avvia una produzione di trapunte e guanciali: per gestire questa attività viene creata la Tessilpiuma S.r.l. Su suggerimento di Angelo Molina, si entra così decisamente nel settore del bedding con capi di alta qualità, inizialmente a livello sartoriale. Questa attività viene affidata alla moglie di Angelo junior, Maria Rosa Alberti introducendo una innovazione nella consuetudine familiare che vedeva le funzioni imprenditoriali affidate ai soli uomini. La nuova impresa permette alla Molina di essere direttamente presente in un settore della propria produzione, in modo da poter conoscere i mercati e i loro cambiamenti, cosa altrimenti difficile per un produttore di materie prime. D’altro canto, la Molina rinuncia a produrre cuscini imbottiti per l’industria del mobile per non porsi in concorrenza con i suoi stessi clienti, cioè le aziende di trasformazione. Nel 1981 la Molina diviene società a responsabilità limitata, con Angelo Molina junior alla presidenza e Agostino Luigi quale vice. Nella produzione viene introdotto il ciclo continuo su tre turni di lavoro. Nello stesso anno, la Molina promuove, con altre imprese italiane del settore, la costituzione di Assopiuma, associazione che creerà i presupposti tecnici e normativi indispensabili ad un settore e ad un mercato dove i contenuti di qualità si limitavano al rispetto delle norme di sicurezza e igiene. In seguito a vari aumenti di capitale, la A. Molina & C. diviene società per azioni nel 1984. Nel 1986 muore Angelo Molina junior e la moglie Maria Rosa Alberti entra in società. In questo periodo Agostino Molina, figlio di Antonio, assume la carica di presidente. Nel corso del 1987 si decide di incorporare Tessilpiuma srl in modo da poterla maggiormente sostenere con i più alti profitti derivanti dalla vendita della piuma grezza per l’arredamento e il settore dell’abbigliamento. Tessilpiuma rimane tuttavia come marchio garantendo con ciò la riconoscibilità dei prodotti da parte dei clienti. Nel 1988, viene avviata l’attività di spaccio aziendale per il commercio al minuto di piuma e prodotti tessili. L’introduzione delle fibre sintetiche (1990-2000) Nel 1990 Agostino Luigi Molina subentra al cugino Agostino nella carica di presidente. E’ lui a interessarsi per primo ai materiali alternativi alla piuma per l’imbottitura. Scelta apparentemente paradossale per un produttore di piume, ciò permette alla Molina di diversificare la propria produzione e di entrare in un settore tradizionalmente considerato dalla famiglia in antitesi
Colombo frigoriferi
Artigianato Colombo frigoriferi DENOMINAZIONE SOCIALE | Colombo frigoriferi di Colombo Elio & C. snc FORMA GIURIDICA | Società in nome collettivo ATTIVITÀ PRINCIPALE | Installazione e riparazione frigoriferi INDIRIZZO | Via sciesa, 41 | 21013 | Gallarate (VA) CONTATTI | T. 0331-775495 | F. 0331-793089 | www.colombofrigoriferi.it L’apprendistato imprenditoriale e l’avvio dell’attività (1930-1959) Umberto Colombo, nato nel 1908 a Gallarate, dopo aver frequentato la scuola d’arte e mestieri a Milano lavora presso alcune ditte della zona. L’esperienza più importante è quella vissuta presso la Zanchi Angeloni di Milano dove Umberto apprende l’attività di montatore di impianti frigoriferi operando principalmente nell’Italia meridionale. Grazie al passaparola Umberto inizia anche a svolgere alcune riparazioni per proprio conto nel gallaratese. Nel 1950, vista la scarsità di tecnici nel campo della refrigerazione nella zona, decide di avviare una attività in proprio di installazione e riparazione di frigoriferi. Tre anni dopo, grazie all’aiuto della moglie, Francesca Besani, che si occuperà sempre della parte amministrativa, si aggiunge la vendita di frigoriferi che si amplia, nel 1958, a quella di elettrodomestici e materiale elettrico. Scelta intelligente e redditizia se si considera il periodo di boom economico che in questi anni vive l’Italia. Nello stesso anno la sede del negozio si trasferisce da via Orti 1 in via Sciesa, angolo Strada della Bozza. La compresenza nella stessa casa di ringhiera dell’abitazione e dell’officina fa sì che il lavoro non cessi mai, in una attività frenetica che coinvolge marito e moglie per la maggior parte della giornata. Umberto, inoltre, viene chiamato da alcune grandi industrie come consulente e benché la clientela sia circoscritta prevalentemente a Gallarate, l’impresa arriverà a contare più di 1390 clienti. L’attività dagli anni Sessanta agli anni Settanta (1960-1979) L’attività si rivolge prevalentemente ai negozi di alimentari. A lato però, la ditta Colombo riceve importanti commesse da varie industrie dei più diversi settori, essendo il campo del freddo di per sé molto esteso. La stessa tecnica di refrigerazione è cambiata molto nel tempo col mutare dei gas frigorigeni utilizzati: dall’anidride solforosa, molto pericolosa in caso di guasti e perdite, al freon che dovrebbe essere sostituito oggi da gas che non concorrano ad aggravare il buco d’ozono dell’atmosfera terrestre. Seguendo le esigenze dei propri clienti e per poter contrastare la concorrenza, Colombo decide di fornire ai negozi anche armadi frigoriferi, fatti costruire da un falegname di Samarate, e successivamente, a metà degli anni sessanta, banchi frigoriferi, rivendendo quelli fabbricati da una ditta di Mantova, appositamente contattata. Il campo dell’arredo viene considerato da Umberto un’ottima possibilità di crescita tanto da coinvolgere nella ditta il fratello della moglie, falegname di professione. Collaborazione che però non porterà i frutti sperati a causa di un infortunio avuto sul lavoro dal cognato. I primi arredi verranno comunque fatti e forniti ai gastronomi più importanti della zona. Parallelamente viene abbandonata la vendita di elettrodomestici a seguito della diffusione di negozi specializzati. Nel 1969 Umberto Colombo trasforma la ditta in società di fatto coinvolgendo i figli Giancarlo ed Elio: la partecipazione dei soci viene stabilita nella quota di un terzo ciascuno. La ragione sociale diviene “Colombo Umberto & Figli”. Giancarlo si occupa, come il padre, della parte tecnica mentre Elio, ragioniere e poi iscritto alla Facoltà di economia e commercio, si incarica della gestione amministrativa. Elio segue anche dei corsi di comunicazione per la vendita, in modo da poter poi consigliare, a sua volta, i suoi stessi clienti sulla migliore esposizione possibile della merce nei banchi frigoriferi. Alla fine del 1972 il fondatore dell’attività va in pensione lasciando l’attività ai figli. Dagli anni Ottanta ad oggi (1942-1960) L’attività dell’impresa non conosce flessioni nel corso dei decenni della sua storia grazie alla diversificazione del lavoro ottenuta con l’impegno nel ramo dell’arredo e nel condizionamento ambientale di grandi spazi. L’impresa può anche contare su una clientela fidelizzata, che rimane legata anche per più generazioni. La riparazione in officina è diventata rara, ma in progressione, con il mutare del tipo di impianti e oggi la riparazione viene fatta al 99% presso il cliente. Il mercato di riferimento rimane quello alimentare e i clienti principali i negozi medio-piccoli, dove l’impresa può far valere la propria capacità di assistenza. La grande distribuzione non viene invece volutamente presa in considerazione a causa dell’impegno che richiede senza che ne derivi un adeguato guadagno. I supermercati esigono infatti interventi immediati e a costi precedentemente concordati, rivolgendosi però direttamente ai grandi costruttori per i propri arredi. Elio coinvolge la moglie, Elisabetta Tosi, nella gestione amministrativa proseguendo nel solco dell’esempio tracciato dai suoi genitori. Nel 1997 la società assume la ragione sociale attuale; contestualmente Giancarlo Colombo va in pensione lasciando il posto al figlio Michele. Alla fine del 2000 entra in società anche Marco Colombo, figlio di Elio. Nel 2005 Giancarlo muore privando della propria grande esperienza il fratello e il figlio. Dal 1998 l’attività si è ulteriormente diversificata comprendendo anche il condizionamento ambientale per le abitazioni private e la produzione di cucine e grandi impianti per la ristorazione. Umberto Colombo, nato nel 1908 a Gallarate, dopo aver frequentato la scuola d’arte e mestieri a Milano lavora presso alcune ditte della zona. L’esperienza più importante è quella vissuta presso la Zanchi Angeloni di Milano dove Umberto apprende l’attività di montatore di impianti frigoriferi operando principalmente nell’Italia meridionale. Grazie al passaparola Umberto inizia anche a svolgere alcune riparazioni per proprio conto nel gallaratese. Nel 1950, vista la scarsità di tecnici nel campo della refrigerazione nella zona, decide di avviare una attività in proprio di installazione e riparazione di frigoriferi. Tre anni dopo, grazie all’aiuto della moglie, Francesca Besani, che si occuperà sempre della parte amministrativa, si aggiunge la vendita di frigoriferi che si amplia, nel 1958, a quella di elettrodomestici e materiale elettrico. Scelta intelligente e redditizia se si considera il periodo di boom economico che in questi anni vive l’Italia. Nello stesso anno la sede del negozio si trasferisce da via Orti 1 in via Sciesa, angolo Strada della Bozza. La compresenza nella stessa casa di ringhiera dell’abitazione e dell’officina fa sì che il lavoro non cessi mai, in una attività
Bigliardi Lupo
Artigianato Bigliardi Lupo DENOMINAZIONE SOCIALE | Bigliardi Lupo sas di Lupo Luigi & c. FORMA GIURIDICA | Società in accomandita semplice ATTIVITÀ PRINCIPALE | Fabbricazione articoli sportivi (biliardo, tennistavolo, calcio balilla) INDIRIZZO | Via Celidonia | 21046 | Fraz. Gurone, Malnate (VA) CONTATTI | T. 0332-425634 | F. 0332-240774 Un biliardaio venuto dal Sud (1929-1941) Luigi Lupo nasce a Taranto nel 1881 e sin da piccolo ama lavorare il legno. Emigra al Nord ancora prima della fine del secolo, trova una sistemazione in un convitto di Casbeno, e lavora come tornitore alle dipendenze dei Fratelli Macchi, antesignani dell’Aermacchi. Sposa Annetta Gandini, con la quale va ad abitare in Corso Matteotti e ha tre figli: Francesco (1923), Pietro (1928) e Teresa. Desideroso di mettersi in proprio, il falegname ebanista Luigi Lupo apre a Varese, in piazza Giovine Italia, un laboratorio artigiano per la lavorazione del legno, che nel 1929 iscrive come ditta individuale alla locale Camera di Commercio. Seguendo il suggerimento di un parente di origine comasca, ma attivo a Taranto nel campo dei biliardi, Luigi si specializza nella fabbricazione di tavoli da biliardo. Per il pianale di gioco si utilizzano le lastre di ardesia grezza provenienti dalla Liguria, che vengono lavorate dal biliardaio. Nel laboratorio si costruiscono le stecche in legno massello, oltre agli altri accessori, e si torniscono le bilie in avorio, soggette all’usura, che stanno per essere sostituite da quelle in resina artificiale. Il gioco del biliardo, di origini remote e inizialmente riservato alle classi nobili e agiate, è ormai diffuso tra i ceti popolari di tutto il mondo, venendo praticato in sempre più numerosi esercizi pubblici. Il contesto di mercato è quindi favorevole allo sviluppo dell’attività di Luigi Lupo, che nel 1938 trasferisce impresa e famiglia in via Vetera 1: sotto la bottega, sopra l’abitazione. Ma tre anni dopo, nel 1941, Luigi muore, lasciando l’impresa nelle mani dei figli, ancora troppo giovani per poterla gestire. Ping pong e calcio balilla (1942-1960) Dopo la morte del padre, il giovane Francesco Lupo, che ha studiato disegno tecnico, lavora per qualche anno in una fabbrica di biliardi di Milano, acquisendo esperienza e professionalità. Chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, viene internato in Svizzera, dove conosce Aldo Simonis, commerciante a Milano di articoli per il tennis da campo e da tavolo. Nel dopoguerra Francesco riprende l’attività paterna e costituisce, nel 1947, una ditta individuale denominata “Bigliardi Lupo”, mentre il fratello Pietro è impegato altrove. Alla fabbricazione dei biliardi si aggiunge quella dei tavoli da ping pongGuarda il video, che vengono prodotti per conto della ditta Simonis e da questa commercializzati con il proprio marchio. Con gli anni cinquanta Francesco Lupo inizia, tra i primi in Italia, a fabbricare un nuovo gioco da tavolo in ascesa, il “calcio balilla” (o biliardino o calcetto), la cui produzione industriale si è già affermata in Francia ad opera del marsigliese Marcel Zosso. Francesco realizza al tornio gli omini di legno, sostituiti poi da quelli di plastica, blu o rossi. Nel frattempo dal suo matrimonio con Elisa Battaini nascono Annamaria (1951), Luigi (1955), a cui viene dato il nome del nonno, e le gemelle Valeria e Ersilia (1963), che si dedicheranno entrambe all’insegnamento. Pietro Lupo decide di inserirsi attivamente nell’impresa del fratello – che nel 1960 si trasforma in società di fatto –, e si occupa della parte commerciale. Il laboratorio conta una decina di addetti, impegnati nelle diverse lavorazioni: costruzione delle strutture in legno e in ferro, tornitura, verniciatura. Alcune donne provvedono alla finitura delle stecche da biliardo e delle racchette, nonché alla cucitura degli orli delle piccole reti da ping pong, operazione quest’ultima svolta dalla stessa moglie di Francesco. Tra impresa e sport: gli anni della crescita (1961-1980) La prima metà degli anni sessanta è ricca di novità per la società di persone Lupo, che nel 1963 si regolarizza in snc e, avendo bisogno di spazi operativi più ampi, trasferisce la produzione in un nuovo capannone costruito a Malnate, frazione Gurone.È una zona ancora di aperta campagna e ben nota ai Lupo in quanto luogo natale della moglie di Francesco.Qui inizia la fabbricazione di serramenti e mobili su misura, per la quale vengono assunti due nuovi falegnami e si ricorre all’apporto degli architetti. In via Vetera a Varese rimane invece la sede legale e amministrativa dell’impresa oltre che l’abitazione di famiglia. A seguito del fallimento della ditta Simonis, i Lupo decidono di provvedere autonomamente alla distribuzione dei ping pong da essi fabbricati, compreso un modello innovativo su ruote inventato da Francesco, ma non brevettato.Nasce così il marchio registrato Lupo sport, che contrassegna i prodotti aziendali rivolti a una clientela nazionale costituita soprattutto da esercizi pubblici, circoli ricreativi, società sportive, negozi specializzati.Cresce notevolmente, a fronte di una domanda diffusa, la produzione di calcio balilla e soprattutto del tennis da tavolo, divenuto disciplina sportiva già nel 1960. Essi sono commercializzati in tutta l’Italia tramite rappresentanti plurimandatari per il Nord, il Centro e il Sud.Inoltre nel 1972 l’impresa ottiene l’autorizzazione commerciale per la vendita di attrezzature e articoli sportivi, che si avvale della “vetrina” di via Vetera. Rimane invece stabile la produzione dei tavoli da biliardo, per sua naturalimitata, mentre cessa la fabbricazione delle relative stecche.Sempre nel 1972 la Lupo Sport sponsorizza la sfida di tennis tavolo tra Italia e Cina che si svolse al Palalido di Milano. Francesco Lupo è tra i fondatori e sponsor principale della società sportiva per il tennis da tavolo di Varese, nata nel 1972, di cui è inizialmente presidente e che per un periodo si chiama “Tennis Tavolo Varese Luposport”.In questi stessi anni l’impresa esporta quantitativi ingenti di tavoli da ping pong nei paesi arabi, avvalendosi di un importatore locale, e in minor misura in Canada, Germania, Australia.La Bigliardi Lupo è presente nelle fiere specializzate, come il Mias, mentre nel 1977 diventa fornitore ufficiale della Federazione italiana tennistavolo.Il laboratorio artigiano è ormai divenuta una “fabbrichetta”, che all’inizio degli anni settanta arriva a contare oltre trenta addetti, poi stabilizzatisi intorno ai venti.Conseguita la licenza media, Luigi Lupo lavora con il
Gervasini
Agricoltura Gervasini DENOMINAZIONE SOCIALE | Floricoltura Pasquale Gervasini srl FORMA GIURIDICA | Società a responsabilità limitata ATTIVITÀ PRINCIPALE | Progettazione, realizzazione e manutenzione di verde pubblico, privato e sportivo INDIRIZZO | via Saffi 126 | 21100 Varese CONTATTI | T. 0332-227789 | F. 0332-228802 | www.gervasini.it Santino Gervasini e i suoi figli Antonio e Pasquale (1900-1945) Le ville storiche che con i loro giardini monumentali abbelliscono da secoli la città di Varese e i suoi dintorni sono state anche un importante volano per lo sviluppo economico della città. Nella provincia meno contadina della Lombardia, il settore connesso alla realizzazione e manutenzione del verde ha un peso rilevante nel complesso del comparto agricolo, facendo del territorio varesino uno dei distretti florovivaistici italiani. Quella della famiglia Gervasini e della loro impresa è una storia significativa in quanto si sviluppa per oltre un secolo parallelamente all’evoluzione del territorio e dell’economia varesini. Santino Gervasini (1850-1924) impara fin da giovane a prendersi cura dei fiori e delle piante nelle ville di Sant’Ambrogio Olona, paese d’origine della sua famiglia. Nei giardini dell’epoca si dedicava molta attenzione e molto lavoro alla coltivazione dei fiori, sia in giardino che in serra. Svolto l’apprendistato accanto ai giardinieri più esperti e appreso il mestiere, Santino decide di compiere il passaggio dall’impiego come giardiniere in una singola villa all’attività in proprio, per offrire i propri servizi ad una platea di clienti in rapida espansione. Dal matrimonio di Santino con Emilia Macchi (1850-1909) nascono Antonio (1883-1945), Pasquale (1897-1945) e Vittoria. Dopo un periodo di apprendistato con il padre, nel 1921 i due fratelli costituiscono la loro impresa, la Fratelli Gervasini, con sede in via Sacro Monte 5 a Sant’Ambrogio Olona, comune che verrà accorpato a quello di Varese sei anni più tardi. La loro attività continua ad essere quella di servizio al verde privato, con una specializzazione nella cura delle colture floreali. L’alta professionalità viene sancita da un diploma della Società orticola varesina del 1922, primo dei numerosi riconoscimenti dati all’impresa nel corso della sua attività. L’organico resta relativamente limitato e i lavori sono su scala limitata ma cresce la reputazione del nome Gervasini e i fratelli proseguono in società per vent’anni, fino alla fine del 1940. Con Antonio e Pasquale, impegnati anche nelle attività politiche del Regime, c’è spesso a lavorare anche la sorella Vittoria, detta Vittorina. La divisione del lavoro internamente alla famiglia segue da sempre un criterio preciso: le donne si occupano della vendita dei fiori e delle composizioni floreali, mentre gli uomini seguono i lavori di giardinaggio e i rapporti con i committenti, i lavoratori e i fornitori. Nel 1941 i due fratelli decidono di separarsi e nascono così la Floricoltura Pasquale Gervasini con sede in via Magenta 1, nel centro di Varese e la Floricoltura Antonio Gervasini che rimane in via Oriani a Sant’Ambrogio. Alla morte di Antonio nel 1945, quest’ultima impresa passa alla vedova Maria Daverio e al figlio Santo e prosegue la propria attività fino al 1968 con il nome “Floricoltura Antonio Gervasini di Santo Gervasini”. La famiglia di Pasquale, che ha sposato Rosa Nicolini (1899-1976) nel 1919 si è ampliata negli anni venti e trenta con la nascita di Dante (1922-1944), Franco (1925-1945), Mario (1929-1981) ed Enrico (1937), ma viene decimata nel periodo bellico durante il quale perdono la vita Dante e Franco. Alla morte di Pasquale nell’autunno del 1945 Mario è appena sedicenne e le sorti dell’impresa poggiano sulle spalle della vedova Rosa Nicolini. Rosa Nicolini e i figli Mario ed Enrico (1946-1970) Nell’aprile 1949 l’impresa viene ricostituita da Rosa Nicolini come ditta individuale: Floricoltura Pasquale Gervasini di Nicolini Rosa vedova Gervasini. La sede resta inizialmente quella di via Magenta 1, dove si trova un piccolo negozio di fiori, ma nel corso degli anni vengono aperti altri negozi, vivai e centri per la coltivazione in serre. L’impresa continua la manutenzione del verde nei giardini privati ma sotto la guida di Rosa Nicolini si afferma anche nella vendita di fiori recisi e di composizioni floreali. Nell’affiancamento della madre si sono intanto formati i figli Mario e Enrico, cui si deve il rilancio dell’attività nel settore della realizzazione e manutenzione del verde. Nella scia del cosiddetto boom, l’impresa cresce molto rapidamente, adattandosi alle necessità di un mercato in evoluzione. Integrandosi con la filiera dell’edilizia, la Gervasini si propone per interventi su scala più ampia, sia per la committenza privata che per le pubbliche amministrazioni. Vengono realizzate aree verdi per nuovi complessi residenziali e per insediamenti industriali, ampliando anche l’area geografica di intervento. Grazie ad un rapporto che si consolida negli anni, l’Eni affida alla Gervasini la realizzazione e la manutenzione del verde in numerose aree di servizio autostradali, impianti industriali (Gela, Pisticci, Ferrara) e centri direzionali (Eur a Roma e Metanopoli a San Donato Milanese). Dal 1959, conclusi i lavori di piantumazione di Metanopoli la Gervasini ha mantenuto una sede operativa a San Donato Milanese per gestire più facilmente i lavori nelle aree di Milano e Pavia. Dopo la morte di Enrico Mattei l’impresa realizza e dona all’Eni, su progetto del grande paesaggista Pietro Porcinai, il parco memoriale di Bascapè (Pv). Nel gennaio 1966 i due fratelli entrano in società con la madre e il capitale di 300.000 lire viene suddiviso in parti uguali tra i tre soci. La sede principale era già stata trasferita da alcuni anni con l’abitazione in via Oriani, mentre l’attività commerciale prosegue con un negozio in via Avegno e un chiosco in piazza della Repubblica. L’impresa cresce anche sul piano numerico e il personale impiegato raggiunge un massimo di 80 persone tra gli anni sessanta e settanta. Nel settembre 1970 viene inaugurata la nuova sede in via Saffi alla presenza dell’allora ministro dell’agricoltura Lorenzo Natali. Oltre ad uffici, vivaio e serre, nella nuova sede viene aperto uno dei primi garden center in Italia. Si tratta di un’esperienza pionieristica che darà con gli anni ottimi risultati economici e di immagine. Accanto alla nuova sede viene costruita anche una palazzina a due piani i cui appartamenti vengono assegnati alle famiglie dei capisquadra.
Agusta Westland
Industria AgustaWestland DENOMINAZIONE SOCIALE | AgustaWestland | Agusta spa FORMA GIURIDICA | Società per azioni ANNO FONDAZIONE | 1907 ATTIVITÀ PRINCIPALE | Costruzione, riparazione, e vendita di aeromobili e loro parti INDIRIZZO | V.le G. Agusta, 520 | 21017 | Fraz. Cascina Costa, Samarate (VA) CONTATTI | T. 0331 229111 | F. 0331 229605 | www.agustawestland.com GLI INIZI (1907-1929) Giovanni Agusta, nato a Parma nel 1879 da una famiglia di origine siciliana, forte delle competenze in meccanica aerea acquisite in Francia e in Belgio, all’epoca paese avanzato della nascente industria aeronautica, progetta nel 1907 un biplano denominato “Ag1”, che inizia a costruire in una piccola officina di Capua. Il collaudo avviene il 14 e 15 febbraio 1910 nella Piazza d’Armi di Capua: trainato da un’autovettura, il biplano dopo alcuni tentativi si solleva da terra, riuscendo infine a veleggiare per una settantina di metri. Il battesimo dell’aria ha avuto successo ma lo sviluppo del progetto, dotare l’Ag1 di un motore di adeguata potenza, richiede finanziamenti difficili da reperire.Nel 1912 Giovanni Agusta è volontario in Libia nella guerra Italo-Turca e un anno dopo viene assunto presso le Officine Caproni di Vizzola Ticino, azienda attiva dal 1910, come ispettore addetto alla consegna dei bombardieri al fronte, trasferendosi quindi con tutta la famiglia a Gallarate. Durante la Prima guerra mondiale Giovanni rimane alle dipendenze della Caproni, dove ricopre la carica di direttore tecnico-amministrativo, per poi mettere a frutto le proprie capacità tecniche e imprenditoriali con l’apertura di alcune officine per la riparazione e manutenzione di apparecchi (in Libia e a Foggia).La mossa decisiva è però l’accordo con la Direzione superiore del Genio e delle costruzioni aeronautiche per l’uso dei capannoni e della pista del vecchio campo di aviazione di Cascina Costa di Samarate, trasformatosi ormai in un deposito. Proprio qui Giovanni fonda nel 1923 la ditta “Costruzioni Aeronautiche Giovanni Agusta”, che inizialmente occupa una quarantina di operai.Nel 1927 il fondatore dell’Agusta muore, lasciando in eredità l’azienda ai quattro figli (Domenico, Vincenzo, Mario e Corrado), tutti ancora in giovane o giovanissima età, e alla moglie Giuseppina Turretta, che ne assume temporaneamente il comando GUERRA E DOPOGUERRA (1930-1952) La morte prematura di Giovanni Agusta implica l’abbandono del progetto per la costruzione in proprio di un monoplano a vocazione turistica (l’Ag2), già provato in volo nel 1927 ed esposto al Salone dell’aeronautica della Fiera di Milano. Prosegue quindi la consueta attività di riparazione e modifica di apparecchi esistenti, anche se non viene meno il lavoro per la creazione di nuovi modelli e prototipi. A partire dalla metà degli anni trenta e sino al 1943 le officine Agusta producono su licenza monoplani e biplani da addestramento per conto della Regia Aeronautica. L’impegno produttivo porta all’aumento degli addetti, che nel 1938 superano le 800 unità, nonché all’apertura nel 1940 di officine in Albania (a Tirana). Nel frattempo i figli di Giovanni Agusta s’inseriscono progressivamente nella vita dell’azienda, occupando posti di responsabilità. I divieti relativi alle costruzioni aeronautiche imposti all’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale e la crisi del settore causata dalla conclusione del conflitto mondiale inducono la famiglia Agusta a diversificare l’attività. Nasce così la Meccanica Verghera (MV), alla cui direzione è il primogenito Domenico, che produce scooter e moto da competizione sino al 1976, aggiudicandosi ben 76 titoli mondiali. Con il venir meno dei divieti in seguito al trattato di pace di Parigi del 1947, l’Agusta riprende a investire nell’attività originaria. Nel 1951 giunge in azienda, proveniente dalla Breda, l’ingegnere ed esperto progettista Filippo Zappata, cui Domenico Agusta affida la direzione dell’ufficio tecnico. Vengono quindi creati nuovi modelli ma la grande svolta avviene con la sottoscrizione, nel maggio del 1952, di un accordo con l’americana Bell per la costruzione su licenza per il mercato europeo dell’elicottero Bell 47. LO SVILUPPO ELICOTTERISTICO (1953-1970) L’accordo con la Bell spinge la ditta Agusta a trasformarsi nel 1953 in società per azioni. Nel 1954 muore Giuseppina Turretta e nel 1958 muore Vincenzo Agusta; Domenico Agusta rimane sempre più, insieme ai fratelli Corrado e Mario, alla guida dell’impresa. Infaticabile lavoratore, Domenico gode di grande autorevolezza nei confronti dei dipendenti e si circonda di uomini capaci. Con l’espansione dell’attività si potenzia l’ufficio tecnico, dove lavorano 60 persone, e l’azienda si caratterizza come un ambiente innovativo e proteso alla ricerca continua di nuove soluzioni progettuali. Nel 1964 viene realizzato l’Ag 101, elicottero di classe pesante di concezione e progettazione tutta italiana. L’Agusta è ormai nota è apprezzata in tutto il mondo: alla fine degli anni sessanta sono più di 600 gli elicotteri sia civili che militari consegnati a clienti italiani ed europei. Già dai primi anni sessanta gli addetti superano le 700 unità. Nel 1967 è inaugurata a Frosinone la “Elicotteri Meridionali”, azienda attiva dal 1963, mentre continuano ad essere prodotti nuovi modelli su licenza Bell, alla quale si aggiunge nel 1968, anno in cui muore Mario Agusta, l’accordo commerciale con l’americana Sikorsky per la costruzione di elicotteri SH-3D ed S61. Nel 1969 Agusta rileva la Società idrovolanti Alta Italia (Siai) Marchetti, azienda fondata a Milano nel 1915 con stabilimenti a Sesto Calende. È di questi stessi anni la progettazione, curata dagli ingegneri Bruno Lovera e Paolo Bellavita, dell’A109 Hirundo, un elicottero bimotore a elevate prestazioni, che entrerà in produzione nel 1973, riscontrando un grande successo internazionale. DALL’EFIM ALL’AGUSTA WESTLAND (1971-2000) Nel febbraio del 1971 Domenico Agusta muore e gli subentra il fratello Corrado. La famiglia si trova a dover liquidare gli eredi dei fratelli deceduti, non interessati all’azienda, e ciò accade in un momento di massimo impegno produttivo dovuto al lancio dell’A109 e di crescente fabbisogno finanziario. Nel 1973 la famiglia Agusta decide di vendere all’Efim il 51% della società, che nel frattempo si è ingrandita (più di 3.000 addetti). L’ente di Stato, considerata la valenza strategica del comparto elicotteristico, promuove la creazione di un polo aerospaziale costituito dalle varie aziende del settore (Agusta, Caproni, Siai-Marchetti ed altre) acquisite e consolidate nel Gruppo Agusta. Vengono aperte filiali e stazioni di servizio in tutto il mondo, s’intensificano i rapporti di collaborazione, in essere da tempo,